Sull'orologio della stazione, tra il bianco opaco del quadrante e il circolo di cifre disposte con ordine e simmetria a distanza di quarti, la grande lancetta nera sfiorò la piccola compagna, poi lo sguardo di entrambe si volse al futuro e con passo diverso si diedero appuntamento, certe di arrivare, prima o poi, a un nuovo fugace abbraccio. Suonò alto, con breve ritardo, il sordo nitrito della sirena del mezzodì.
«Sto per salire, mamma.»
Parve soffermarsi nell'aria la frase secca, come se le onde sonore non fossero già state catturate dal cellulare e spedite in pacchetti di dati a migliaia di chilometri di distanza. Il normale trambusto sembrò non curarsi dell'inquietudine di cui era intrisa la voce della ragazza.
A qualche metro di distanza, un sussulto del carrello costrinse il facchino, un ragazzo talmente magro che il ramo di un arbusto d'inverno lo avrebbe battuto in peso, al rapido recupero di una valigia che stava per rotolare, goffa e macchinosa, verso i binari del treno.
Una signora dai capelli bianchi cotonati, con un vezzo tipico di un'epoca passata e finita da molto, sbaciucchiava uno scodinzolante meticcio dal pelo fulvo. Sospiri d'addio condivano il sibilo delle ruote metalliche che frenavano al capolinea.
«Lo so, mamma. Lo so. Adesso salgo sul treno. Ti chiamo quando arrivo.» Trascinava, come si tira un cagnolino riluttante alla camminata, un trolley verde e grigio versoi gradini del vagone.
«Piuma!» si sentì chiamare.
E Piuma, d'istinto, si voltò.
Il bagaglio, mai contento, sbuffò perla seconda volta in pochi istanti, contrariato dalla sosta.
«Vorrei che ne potessimo parlare ancora, avere un po' di tempo» disse il ragazzo.
Alfredo stava di fronte a lei.
Un basco marsigliese gli copriva un accenno di calvizie e le scarpe bianche con i lacci consuntila fecero sorridere. Ma non lo volle dare a vedere. Con la mano sollevò il foulard e si coprì la bocca. Era contenta di vederlo, stranamente emozionata per il fatto che si fosse precipitato a salutarla, forse addirittura a riprenderla per mano per riportarla nella sua vita.
Un velo di risentimento affiorava nel tono confuso e provato del suo sguardo.
«Piuma. Non so cosa sento. Sono nel caos, non so cosa mi stia succedendo. Non so, non so proprio. Di una cosa sono certo. Avrei bisogno che ne parlassimo ancora. Che ne discutessimo insieme, tu e io. Da soli. Vorrei che avessimo più tempo» la supplicò quasi con rassegnazione.
Piuma non rispose e oltrepassò la linea gialla. Il vagone l'accolse e le sembrò di aver compiuto un passo importante. Si sentì come la protagonista di un racconto, come l'ultima parola di un capitolo sotto gli occhi di un lettore pronto a girare la pagina del libro.
Restò nella stazione l'eco muta di una preghiera pronunciata troppo tardi.
«Piuma!»
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Candelarden - Come un grande cero acceso
Mystery / ThrillerDue storie parallele che corrono l'una a fianco dell'altra come i binari di un treno che viaggia verso una destinazione ignota. Da una parte, in un vagone spoglio e fatiscente, ci sono i dialoghi annoiati di Piuma e della signora Idea, una professor...
