UNO STRANO INCONTRO

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Ero da solo in casa. I miei erano andati a trovare zia Teresina, un'anziana vedova che viveva con la sorella, zia Elisabetta, in una bella e accogliente abitazione muro a muro con noi. Stavo guardando i cartoni animati, davano la replica di Remi. Ora, quella storia la conoscevo già, poi c'erano troppe disgrazie: un giorno moriva la scimmietta, poi i cani, poi moriva il padrone... e il povero orfanello rimaneva solo. Così decisi di spegnere la televisione e mi avventurai nelle scale della soffitta. Dopo aver salito i primi gradini, una ragnatela mi si appiccicò sul viso: me la levai d'istinto con un rapido gesto della mano, arretrando di qualche passo. Mi ripresi un attimo dallo spavento, poi ci riprovai. Giunto in cima, con uno sforzo sovrumano riuscii a sollevare la botola, quando cadde a terra una nuvola di polvere si levò dal solaio. Ebbi un colpo di tosse, poi mi affacciai e vidi mucchi di sedie spagliate, giocattoli rotti sparsi dappertutto, due tagliole enormi con un pezzo di formaggio sopra... Sentii un rumore. "Un topo!" esclamai ad alta voce. In quel momento un raggio di sole filtrò fra le tegole illuminando uno strano esserino di una trentina di centimetri, che se ne stava tutto rannicchiato dietro una di quelle sedie. Nonostante le dimensioni aveva le fattezze di un mio coetaneo, un bambino di dieci-undici anni. Indossava una casacchina di feltro e due minuscoli pantaloni alla zuava, un buffo cappellino a forma di cono in testa con tanto di piuma come quella degli alpini. Era parecchio spaventato e cercò di nascondersi dietro alcune tegole rotte.

"Non aver paura," gli dissi "non ti faccio del male... Come ti chiami?"

"Pinuccio. E tu?"

"Pasquale... È da molto che vivi in questa soffitta?"

"Da più di un secolo."

"Accidenti! Pensavo fossi un bambino..."

"Io sono un folletto. Prima di entrare qui dentro vivevo in montagna. Ma non ero solo, a quei tempi lassù c'erano i briganti."

"I briganti?!... Quelli che rubavano le pecore?!"

"Sì, proprio loro. Ma con me non avevano vita facile..."

"Perché? Cosa gli facevi?"

"Un sacco di dispetti. La sera, quando tornavano al covo dopo le scorribande, io aspettavo che si addormentassero. Arrostivano maiali, pecore, montoni... e il vino scorreva a fiumi. Dopo quei bagordi iniziavano a ronfare: quello era il momento di agire."

"E cosa combinavi?"

"Di tutto: gli nascondevo gli stivali, gli rubavo le cartucce... una volta gli ho sciolto i cavalli e se ne sono scappati nel bosco. Impiegarono due giorni e due notti per ritrovarli..."

"Beh, certo lassù non ti annoiavi... E quando hai deciso di scendere in paese?"

"Quando è morto l'ultimo brigante."

"Francesco Giannuzzi?"

"Lo conosci?"

"Ne ho sentito parlare... Suo padre era un gran signore, aveva un sacco di terreni. Lui un giorno conobbe la moglie di un suo contadino, Carmela. Era giovane e bella e gli fece perdere la testa."

"Vedo che conosci la storia..."

"Me l'ha raccontata mio nonno... Il marito si alzava presto ogni mattina, per andare a zappare la terra del padrone. Una volta Francesco bussò alla sua porta e le offrì un mazzo di fiori. Da allora si incontrarono ogni giorno..."

"Sai come andò a finire?"

"Certo. Una volta il marito rientrò prima del solito. Francesco era a letto con l'amante e non fece in tempo a scappare, così dovette affrontarlo. Il contadino estrasse l'accetta che portava sotto la giacca e si lanciò contro il rivale urlando come un pazzo, ma Francesco riuscì ad afferrare la pistola e lo freddò con un colpo in faccia. Fu così che diventò un brigante. E qui finisce la storia."

"Beh, veramente la storia non finisce qui. Se vuoi ti racconto il resto."

D'un tratto sentii la voce di mia madre: "Pasqualeeee! dove seeeiiii?...". "Scusami, ora devo andare" dissi al mio nuovo amichetto. "Ci vediamo presto." In fretta e furia chiusi la botola e mi precipitai giù in cucina. Per poco non caddi dalle scale... Mia madre mi fece un interrogatorio di quarto grado. Voleva sapere cosa ero andato a fare in soffitta, perché non ero giù a fare i compiti e mille altre cose. Le dissi che il maestro ci aveva dato un tema: "Racconta i sogni della tua soffitta", e che se non salivo su a vedere come era fatta la nostra soffitta non avrei saputo scrivere neanche un rigo e il maestro Marini mi avrebbe gonfiato di botte... Mi fulminò con lo sguardo. Io, rosso come un peperone, afferrai la cartella e mi fiondai nella stanza al piano di sotto.

Il mondo in una soffittaDove le storie prendono vita. Scoprilo ora