Napoli, 3 settembre 2022
Giuseppe Conte si avventura nel piccolo porticato malamente illuminato con un pizzico di inquietudine: quel dehor è uno dei luoghi meno accoglienti che gli sia capitato di frequentare.
Sotto a una tettoia di cannicciato che ha vissuto momenti migliori, trovano posto pochi tavoli maldisposti, due lampioncini da esterno funzionanti e uno che ammicca tristemente ad intermittenza, destinati ad illuminare a malapena un paio di clienti impegnati in un tristissimo solitario che, quando si fa strada verso quello che sembra il bancone del bar, nemmeno alzano gli occhi per salutarlo.
Meglio così, non ha voglia di altra gente intorno.
Ha passato tutto il giorno in mezzo alle persone. Ha stretto migliaia di mani, risposto ad altrettanti sorrisi, ascoltato tante, tantissime storie, e molte di queste erano storie di sconfitte alla vita, di noncuranza, di abbandono.
Volti scavati dalla preoccupazione, occhi colmi di dignità e di altrettanta paura, mani aggrappate alle sue, come naufraghi in mezzo alle onde.
Storie quasi tutte la copia una dell'altra, di lavoro che non c'è, di un riscatto che non viene, di giorni passati a rincorrere la possibilità di una vita dignitosa, che sfuma tramonto dopo tramonto.
Era stato difficile continuare a sorridere, terribilmente difficile, ma si era reso conto che se si fosse mostrato a sua volta debole avrebbe rappresentato l'ennesima delusione per chi di batoste ne aveva già prese fin troppe.
E allora aveva resistito, aveva continuato a stringere forte le mani protese e a non sottrarsi agli abbracci, e la stessa cosa avevano fatto Angelina ed Alessandro, i parlamentari che lo accompagnavano quel giorno, nella visita al rione forse più problematico di Napoli.
Ma era stato drammaticamente difficile e stancante al punto che appena sceso dal palco, aveva domandato a Dario di trovargli un albergo lì che non aveva più forze per nulla che non fosse un materasso su cui buttarsi e chiudere gli occhi.
Aveva dormito un paio d'ore poi il caldo soffocante e qualcosa che non era riuscito a definire subito, una strana sensazione alla bocca dello stomaco, lo avevano risvegliato e si era reso drammaticamente conto che gran parte di quel dolore e di quel bisogno, quello che aveva sentito in quelle mani strette fino a sentire male, gli era rimasto dentro e adesso gli faceva male, di un altro tipo di dolore.
Una sofferenza che era insieme rabbia, e senso di responsabilità e qualcosa di indefinito che aveva fatto fatica a riconoscere, perché in vita sua non gli era quasi mai capitato di provarla. E invece adesso era lì, acida e verdastra, a pizzicargli la gola e stringergli il petto, a ghiacciargli le tempie di sudore, strisciante e subdola e difficile da accettare. Paura. Aveva paura.
Ci aveva pensato tanto nei primi mesi dell'anno precedente, a cosa fare della sua vita. La tentazione di tornare alla sua agiata routine di giurista ed accademico lo aveva tentato non poco: quando era uscito da Chigi, complice anche la stanchezza arretrata di tutti quei mesi vissuti al triplo della velocità normale, aveva seriamente preso in considerazione l'idea di scomparire, di tornare a essere niente altro che ciò che era stato fino a due anni prima. Così aveva provato a ricalibrarsi sulla vita universitaria, sui tempi dettati dalle sessioni d'esame e su quelli delle lezioni. Si era seduto alla scrivania, nel suo studio di via Cairoli e aveva studiato per qualche giorno alcune pratiche lasciate in sospeso e valutato al le nuove proposte di collaborazione che erano arrivate, così tante da non riuscire a leggerle tutte.
Erano state giornate lievi, senza più responsabilità e attacchi concentrici, in cui aveva ritrovato tante cose che erano abitudini, prima, e che aveva dovuto cancellare quasi senza avere tempo di pensarci. Colleghi con cui chiacchierare durante la pausa pranzo. Il lusso di potersi sedere in un dehor soleggiato senza dover contare i minuti per concedersi un caffè a metà pomeriggio. Il supermercato e la coda alla cassa da affrontare con serenità, senza temere di essere rincorso da qualche giornalista o atteso al varco da qualche troupe televisiva troppo invadente. Olivia da portare a cena fuori nuovamente sorridente e tranquilla, tiepida e disponibile nel loro letto la notte. Addormentarsi senza l'incubo di doversi svegliare dopo un paio d'ore soltanto con il peso smodato di mille responsabilità a schiacciargli il fiato.
