"Lo scheletro osservava la sua disperazione sbocciare come un fiore in primavera e il rosso, debole e con il cuore a pezzi, sperava quasi di sentirlo parlare"
- soukoku
_os_
!! contiene spoiler di stormbringer !!
[18/05/22]
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Nella vita di Chuuya Nakahara a volte si presentava uno scheletro nel suo appartamento. Non c'era un calendario preciso o un orario abituale, appariva e basta. Usciva dal suo nascondiglio e si rendeva noto al rosso che, alla mera percezione, sentiva i brividi attraversargli ogni millimetro del corpo e gli allarmi risuonare nella testa.
C'erano giorni in cui era più o meno semplice ignorarlo, anche dopo una dura giornata di lavoro. Non era facile però camminare per la propria casa con una costante presenza alle spalle. Poi c'erano quelli in cui non aveva la forza per farlo e si abbandonava a se stesso, alle cattive abitudini, seppellendo emozioni come la nostalgia, il disagio e il risentimento nella parte più remota della sua mente grazie ad uno dei tanti vini conservati nella sua collezione personale.
La verità che nessuno sapeva (o che nessuno aveva il coraggio di esprimere in parole), era che a volte Chuuya Nakahara era stanco di essere Chuuya Nakahara. Stanco di essere forte, sempre invincibile, sempre infallibile. Tratti che sono sempre stati richiesti da lui, facendolo sentire come se le persone non vedessero lui, ma solo l'uomo in grado di controllare la gravità, l'eccellente successo dell'esperimento di fusione con Arahabaki.
Forse però non era vero, magari la gente riusciva a vedere il bambino spaventato e insicuro di tutto e di se stesso, che non sogna e non ha memorie del suo passato. La sola idea di apparire vulnerabile davanti agli altri gli faceva rigirare violentemente lo stomaco.
Essere visto come forte o fragile, voler mostrare se stesso per com'è veramente a qualcuno però allo stesso tempo avere paura di fidarsi di nuovo della persona sbagliata; di essere tradito per l'ennesima volta e messo da parte, preso e poi lasciato a marcire in un angolo da solo, dimenticato per sempre. La stessa storia, infinite volte.
Lo scheletro sapeva tutto questo. Ovviamente lo sapeva. Lui riusciva ad individuare le persone con lo sguardo, freddo nonostante il calore che Chuuya a volte riusciva ad intravedere in quelle iridi, che risvegliavano in lui ricordi di un passato difficile però allo stesso tempo rassicurante.
Lo scheletro sapeva anche questo.
Sapeva come il rosso tempo fa sarebbe stato in grado di ammirarlo per ore, di sorridere genuinamente con lui, di confortarlo senza pugnalarlo alle spalle il secondo dopo. Alla fine però erano solo momenti già persi nel fumo di un fuoco più grande di loro, non più recuperabili e destinati a bruciare fino a diventare cenere. Allora perchè continuavano ad inseguire Chuuya come se fossero marchiati nella sua mente?
Lo scheletro invece rimaneva sempre e comunque uno scheletro, che se ne stava a debita distanza ad osservarlo, abbastanza lontano da lasciarlo respirare, ma abbastanza vicino da fargli venire i brividi. Persino ora che Chuuya se ne stava per terra nella sua cucina con la schiena contro il tavolo, una bottiglia di vino in mano e un'altra per terra, poteva sentire lo sguardo dell'entità perforargli il corpo.
Probabilmente era arrivato al suo limite, ormai doveva arrendersi e ammettere che non ce la faceva più, che voleva solo urlargli contro e chiedergli cos'altro pretendeva da lui dopo tutto quello che gli aveva già tolto.
Ma non sarebbe mai riuscito a farlo.
Perché bastava uno sguardo a quel volto familiare e Chuuya veniva catapultato indietro nel tempo.
Si ritrovava davanti ad una macchinetta dell'arcade a urlare gli insulti più variegati a causa di uno stupido gioco, mentre una voce lo provocava ancora di più, sottolineando le volte che aveva perso.
Poi era nascosto in un angolo della Port Mafia insieme a quel qualcuno, cercando di non farsi trovare da Hirotsu e Ane-san dopo l'ennesimo scherzo.
Era in un edificio abbandonato appoggiato a quel corpo, con i terribili segni di Corruzione sulla pelle. Lui gli puliva il sangue secco con estrema delicatezza, trattandolo come un cristallo sul punto di rompersi, stringendolo con le braccia e facendolo sentire al sicuro.
Sul tetto di un palazzo, a guardare le luci di Yokohama inghiottire tutto e oscurare le stelle. Entrambi erano quasi grati all'inquinamento della città, perché osservare il cielo notturno avrebbe reso il tutto troppo romantico; persone come loro non meritavano amore. Nelle sue orecchie risuonava una leggera risata e Chuuya sorrideva, sorrideva così tanto che non voleva più che quella notte finisse.
Erano in nottate come quelle che l'ambra si mischiava con l'oceano, con tanta voglia di perdersi, ma con la consapevolezza che nessuno dei due avrebbe fatto quel passo. Non potevano.
Quindi Chuuya beveva, beveva e beveva finché non si dimenticava tutto compreso il suo dannato nome e tutto il mondo che lo circondava. Cadeva in un mare di agonia e si metteva a piangere proprio come un bambino, probabilmente Ane-san lo avrebbe rimproverato se fosse stata lì perché attaccarsi a certi sentimenti era stupido. E faceva solo male.
Lo scheletro osservava la sua disperazione sbocciare come un fiore in primavera e il rosso, debole e con il cuore a pezzi, sperava quasi di sentirlo parlare. Anche solo una parola. Una soltanto. Persino farsi chiamare "cane", quell'irritante ed odioso nomignolo, lo avrebbe fatto felice. O almeno gli avrebbe dato una speranza a cui aggrapparsi.
Ma l'altro odiava i cani e odiava lui, che nonostante tutto l'aspettava e andava avanti con la sua vita, cercando di convincersi che il guinzaglio che lo legava all'altro era solamente nella sua mente e nella realtà non esisteva. E non era mai esistito. Era lui che si era immaginato tutto. Ancora una volta. Per l'ennesima volta.
Stanco, abbattuto e ancora ubriaco si alzò reggendosi al tavolo, muovendosi dopo essersi assicurato che le sue gambe riuscissero a reggere il suo peso. Avrebbe pulito la mattina il casino che aveva creato, non gli importava, voleva solo rifugiarsi sotto le sue coperte nel caldo del suo letto.
Ma l'universo aveva altri piani perché è quando meno te l'aspetti che ritorna e ti colpisce.
Qualcuno bussò alla porta. Anche se c'era un campanello, qualcuno bussò. E Chuuya si maledì per aver riconosciuto quel tocco. Si maledì anche perché il suo cervello automaticamente riconobbe il codice che l'altro stava cercando di comunicargli, che sapevano solo due persone al mondo: il rosso e chi si trovava dietro quella porta.
Rimase immobile, pietrificato nel posto e con gli occhi sbarrati, il cuore a tremila e la mente improvvisamente troppo lucida per qualcuno che non era in grado di reggere l'alcol come lui (anche se non l'avrebbe mai ammesso a parole).
Bussò di nuovo. Per l'ultima volta. Chuuya lo sapeva che era l'ultima. In quel momento le sue gambe ripresero a muoversi, però stavolta verso la porta e non la camera da letto. Il rosso camminava e aveva paura di cosa avrebbe trovato dall'altra parte, quali sarebbero state le conseguenze delle sue azioni.
Non appena mise la mano sulla maniglia aprì immediatamente la porta. Nakahara Chuuya era qualcuno che agiva secondo le sue emozioni, era sempre stato così. Un tratto che l'altro aveva sempre amato di lui. Diceva che lo rendeva particolarmente umano. Umano.
Non si curò nemmeno di controllare lo scheletro, non lo percepiva più ormai. Perché si trovava davanti a lui.