"Bokuto-san" disse una voce alle sue spalle "Bokuto-san...ti ricordi di me?"
Il ragazzo dai capelli corvini e dagli occhi alungati attendeva una risposta. Restava fermo, immobile con quella sua corporatura esile, ad ammirare la schiena possente nascosta dal maglione blu.
Il ragazzo non rispondeva.
La sua attenzione era rivolta all'infinito cielo stellato che copriva la città di Tokyo .
Gli occhi gialli e grandi risplendevano in mezzo a quell'oscurità. Era lì in piedi, in una posa stante: le gambe muscolose divaricate con i piedi ben saldi a terra, gli arti superiori che penzolavano lungo il busto triangolare e i capelli tinti di grigio venivano accarezzati dalla fredda brezza di una sera d'autunno.
Era il 26 novembre, e ancora lui non si era voltato.
La sue espressione non aveva emozioni. Non aveva parole.
Era come se tutta la vita gli fosse passata davanti e lui risultava inerme a tutto quel dolore. Nella sua testa non c'era pensiero, non c'era nessun ricordo di quello che era stato, e che sarebbe potuto essere. Era come se venisse su un'altro pianeta.
Bokuto guardava la città dalla terrazza dell'ospedale. Si trovava all'ultimo piano, l'accesso agli infermieri era vietato. Poteva stare solo senza dover essere circondato da tutti quei malati che vi ospitava, senza dover sentire le loro urla di dolore.
Era il suo cortile, dove andava per ripristinare i pensieri.
Per scacciarli, per ritrovare la sua pace.
Ogni notte andava lì, su quell'attico, ad ammirare la regina della notte che sapeva esserci sempre. Gli poneva problemi, domande o perplessità che aveva avuto durante il giorno. Gli parlava di se e di come stesse in quelle quattro mura. Lui piangeva al suo cospetto, non osava nasconderle nessuna emozione al suo splendore.
Perché? Vi domanderete. Perché fra tutti a un satellite che non può neanche consolarti?
Semplice, perché non può giudicare, e non gli avrebbe mai dato del pazzo.
Anche Tokyo somigliava una coperta di stelle colorate, le tante luci artificiali si confondevano a quelle del cielo: piccole e naturali.
Il ragazzo alla ringhiera stava con gli occhi chiusi. Si concentrava sui diversi rumori che provenivano non lontano da lì. Sentiva i clacson suonare per il troppo traffico, la musica dei bar a tutto volume per i giovani che andavano a ballare. Sentiva le risate dei bambini al parco pronti per fare una nuova partita. Sentiva il bubulio dei gufi che parlavano per tenersi compagnia, e sentiva il suono dell'ambulanza che sfrecciava per le strade.
Sentiva il suo cuore accelerare per colpa di quella sirena.
"Bokuto-san...stai bene?" Aveva chiesto il ragazzo che restava a guardare. "Dai rientriamo dentro, ho freddo."
Ma Bokuto lo ignorava. Era uno dei tanti suoni, non era importante.
Poi...
"Chi è Bokuto-san?" Lo chiese con tono alto e interrogativo. Si girò leggermente, tanto quanto bastasse per intravedere il profilo del ragazzo dai capelli neri, e a lui, per qualche istante, gli si fermò il cuore.
"E tu chi sei?"
Nessuna risposta.
Nessuna parola.
"Come l'ho detto...vivrò nell'incognito." Ribatté scocciato al confutare assente. "Posso farti una domanda?"
Annuì.
"Perché sei su questo tetto?"
Effettivamente perché lo era? Se l'era mai chiesto? No. Lui lo aveva solo seguito con la speranza che non facesse cazzate. Non voleva pensare al suo corpo che precipitava fino a terra. Non voleva pensare ai suoi occhi privi di vita. Non voleva pensare a restare solo per sempre.
Quindi lo aveva seguito. Si trovava lì, ancora dietro Bokuto, per paura.
Lui aveva paura.
Aveva paura di perderlo.
Una vita senza Bokuto non è una vita. Pensò.
Decise di mentire.
"Volevo prendere un po' d'aria fresca... sai, l'aria dopo un po' diventa viziata." Nelle sue parole si percepiva uno strato di malinconia.
"Già, lo penso anche io."
E i due grandi occhi gialli tornarono sul paesaggio.
"Tu invece perché sei qui?"
Bokuto non rispose subito. Ci fu un momento di silenzio che durò un paio di minuti, e solo dopo ci fu una nuvola di fumo dovuta al troppo freddo.
"In realtà non lo so..." pausa, "...So che questo è un posto speciale, anche se non ricordo il motivo."
L'altro invece se lo ricordava. Era su quel tetto che, alcuni mesi prima, si era dichiarato. Ed era su quel tetto che avevano fatto per la prima volta l'amore.
"So solo che qua mi sento bene."
Era su quel tetto che passavano intere giornate a guardare le stelle, ed era lì che piangevano entrambi prima di un intervento.
Il ragazzo che osservava l'amato era alto circa 180 cm, aveva i capelli di un nero spento e il suo viso era scavato. Gli occhi erano troppo grandi e le mani troppo ossute e troppo deboli per reggere la flebo. Pesava 47 chili, si reggeva in piedi a stento. Aveva un'espressione stanca, gli occhi socchiusi e privi di gioia, le sue labbra non sorridevano, sembrava triste.
Non amava parlare con gli altri. Preferiva stare in silenzio ed ascoltare, o restare solo nel suo angolino a leggere l'ennesimo libro di fantascienza.
L'unica persona con cui si sentiva a suo agio era quello con testa ora fasciata, quello che era poggiato alla ringhiera di metallo. 'L'apatico' lo chiamava , e al solo pensiero accennò un sorriso.
"Come ti chiami?" Un'altra domanda sembrò trafiggergli il petto.
"Akaashi... Akaashi Keiji." La voce bassa.
"E perché sei qui?"
"Non mangio." Le sue risposte fredde e brevi.
"Perché?"
"Non lo so..."
"Sai che fa bene mangiare?" Si girò, e per la prima volta i loro occhi si incrociarono dopo tanto tempo.
"Lo so... Te perché sei qui?" Osò fare la stessa domanda. Bokuto ci pensò su ma alzò le spalle.
"Come ti chiami?" Di nuovo la stessa azione.
"Sai il perché della benda sulla testa?" No, non lo sapeva.
"Ti ricordi almeno di me?" abbassò lo sguardo come se sapesse che la risposta gli avrebbe fatto male. Lui sapeva di non sapere . Lui sapeva che Akaashi era qualcuno... Ma Qualcuno chi? Chi era Lui? E perché stavano avendo quella conversazione in quel momento? E perché proprio Quella?
Non rispose e scosse la testa.
Una goccia toccò le mattonelle, e poi tempesta.
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memento amoris
Fanfictionla vita è fatta di ricordi. ogni attimo è fatto di ricordi. ogni minuto è fatto di ricordi. ma se tutti questi ricordi un giorno cessassero, di noi cosa resterebbe? solo una scatola vuota. una scatola riempita d'aria. nulla. noi non saremo nulla. me...
