Capitolo 1: Apparenza

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Spesso mi guardo attorno mentre cammino per le vie della mia piccola cittadina Toscana e penso a come mi vedano gli altri. Per esempio quando parlo percepisco la mia voce diversamente da come lo fa chi mi sta intorno. Mi capita a volte che qualcuno mi guardi in modo strano ed inizio ad avere una strana sensazione di ansia, che mi porta ad analizzare varie cose di me: come sono vestito, che capelli ho, quale espressione sto facendo ecc.. In realtà non so perché, ma da sempre mi sento così quando capito di trovarmi davanti a chi mi è estraneo, cerco di rilevare tutto quello che "non va bene dentro e fuori di me".

Quando sono disteso sul mio letto e cerco di dormire mi succede frequentemente  di pensare e di cercare di rispondere al perché dell'apparenza. Non riesco mai a trovarla la risposta dato il fatto che finisco per perdermi in altri spunti di riflessione o perché semplicemente mi addormento ancor prima di poter dare una conclusione concreta.

Almeno ho concluso qualche cosa sull' apparenza:

Secondo me questa parola esprimerebbe un modo di essere, di apparire. L'apparenza ha il compito di nascondere e proteggere con risultato buono o cattivo il vero me o il vero tu oppure il vero chiunque.

Molto essenziale come definizione ma probabilmente qualcosa del genere si troverebbe anche su un dizionario di lingua italiana...

Sappiamo tutti cos'è l'apparenza, ma io non cerco il significato, ma il motivo di questo "fenomeno".
Di solito ci si appoggia all'apparenza quando si vuole diventare migliori davanti agli altri e farsi più amici, oppure trovarsi una/un ragazza/ragazzo. Io penso che ormai in questa società molti iniziano a cambiare la loro apparenza solo per guadagnare popolarità; si vede quando per esempio si visita un social, o quando si cammina per strada. Resta comunque il fatto che l'apparire diversi da come si è può diventare un'arma a doppio taglio, dalla popolarità si può passare alla solitudine come dalla solitudine si può passare alla popolarità. Capita a molti di perdersi come capita a molti di ritrovarsi, comunque non c'è dubbio che mettersi una maschera sulla propria faccia è rischioso.

Ciò che riesco a concludere è che le persone rischiano mettendosi maschere di cui non conoscono ciò che ne risulta.

Probabilmente questa definizione l'avrà accennata implicitamente in tante delle sue opere il leggendario Pirandello, amato dai lettori e odiato dagli studenti (per il lessico ottocentesco tipo nel "Fu Mattia Pascal"), ma non riesco a non sostenere le sue idee, penso proprio ciò che il nostro Luigi ha sostenuto nel corso dei suoi anni.

Credo che si possa ricorrere all'apparenza dopo essere stati condizionati da qualcosa o qualcuno (e aggiungerei ovviamente dato che gli esempi sarebbero numerosi), lo noto così tante volte nella mia giornata che quasi vorrei distaccarmene (da quella parte di società intendo). Se devo mettermi in gioco io metterei la mia pedina nella squadra di chi è se stesso. Non dico che la società è un insieme di burattini che si schierano in fazioni diverse e nemiche tra loro, che combattono e si disprezzano,  ma che tutti i "personaggi" di questo mondo sono diversi e che possono essere raggruppati in specifiche categorie della vita solo se condividono almeno una delle loro tante caratteristiche in comune. Sopporto chi si traveste in qualcun altro, tuttavia non lo apprezzo. Sembra una critica abbastanza provocatoria lo ammetto, ma in fin dei conti se qualcuno si trova bene a cambiare il suo modo di essere può farlo affinché si senta felice; giustamente non intendo fare il dittatore che impone un certo pensiero come assoluto.

Non si appare diversamente solamente negli aspetti più esterni come: aspetto fisico e stile in senso di vestiti, modo di parlare e carattere falso, ma spesso lo si fa anche con il proprio esprimersi. Esprimersi veramente è una cosa che nella maggior parte delle volte si può fare solo quando l'aspetto esteriore di una persona diventa assente (o almeno è ciò che credo). In questo caso ritengo che l'apparenza diventi involontaria e che porti a dare una visione negativa della persona nel 80/90% dei casi. Qualche volta la scrittura crea un mantello che cela il vero modo di esprimersi di chi scrive. Non credo che siano le parole in generale che nella scrittura creano quel mantello, però penso agli aspetti meno appariscenti dello scrivere che possono cambiar la visione dello scrittore come persona dalla parte del lettore. Pensiamo a uno scrittore che per esempio scrive un romanzo futuristico, ambientato in un clima di tensioni politiche, con una pandemia finita 60 anni fa; l'idea è avvincente, interessante e se qualcuno ne sentisse parlare sarebbe incuriosito nel leggere il libro. Il problema che rovina chi scrive è un errore sottolineato dal lettore, il lettore è infastidito da qualcosa (magari un errore grammaticale, o una strutturazione che non apprezza) e inizia a vedere quello scrittore con occhi diversi.
Uno scrittore che alla fine voleva comunicare un messaggio con la sua storia finisce per essere disprezzato solo per il modo in cui scrive e non dalla persona che ne emerge dal significato del suo romanzo.

Ciò che ho appena scritto è la storia che potrebbe capitare a chiunque cerchi di avventurarsi in quello che è il mondo della scrittura ed è abbastanza deludente che un mantello copra chi scrive impedendo così a chi legge di vedere lo scrittore per com'è.

Ecco in generale come ho scelto di esprimere le mie riflessioni sulla apparenza, spero che il mio primo capitolo sia stato chiaro e non piuttosto noioso. Credo che vi siate fatti un idea generale su come scrivo.
Se non volete continuare a leggere non importa, non sarà il vostro genere preferito, ma almeno ho apprezzato che abbiate scelto di dare una lettura alle mie parole :)

Prossimo capitolo: Esclusione.

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