꧁Il primo a provarla꧂
In una landa dispersa, di una dimensione mai citata prima nelle leggende... Giacevano lì delle bestie colossali. I loro occhi dalla caratteristica inconfondibile: in essi sorgeva la luna piena, denti affilati come la brezza d'inverno e le loro pellicce dai colori diversi rispetto al proprio potere. Le Bestie Licantropiche sono nate l'una dopo l'altra, al richiamo della Luna Rossa. È nata forse da un virus, da qualcosa di chimico creato in un laboratorio? Come?...
Tac... Tac... Tac...
Il tintinnio della lancetta risuonava ormai da ore, nel silenzio assoluto di una stanza totalmente bianca e con l'arredo di un laboratorio ad alta tecnologia. Il Dott. Escard stava sperimentando da anni ormai un progetto, che puntualmente aveva dei difetti. Il nome del progetto era "Discardia Licantris": cinque fiale pensate per gli umani, ma non casuali, per agenti Segreti della Mafia che hanno pagato milioni per ricevere ciò che hanno richiesto.
Mutava le cellule, la loro forma diventava più corta e sottile, di un colore rosso sangue... Ma solo una cosa poteva far innescare il virus e farle impazzire: il richiamo della Luna Rossa.
"Jacob, mi passeresti quella fiala di vetro verde?" Il ragazzo annuì, passandola a Escard.
"Dottore, scusi la domanda, ma quanto ci vuole per finire? È ormai tre anni, tre mesi e tre giorni che questo procede e non siamo riusciti ad ottenere nulla..."
"Povero illuso... È pronta. Ne sono... Ne sono sicuro!" La sostanza rosso fuoco sfavillava nella boccetta e gli occhi dello scienziato brillavano come non mai, come se avesse dato alla luce un nuovo figlio.
"Ora devo solo testarla... Ho anche simulato quel richiamo, posso riuscirci."
Prese un coniglio e gli iniettò una siringa del virus, che da subito fece effetto: i denti, gli occhi, la pelliccia e addirittura la muscolatura con l'aspetto scheletrico di esso mutarono... Divenne più grande, massiccio e mostruoso...
"Oh... Sì... Sì... SÌ!>
Il sorriso che gli si era stampato in faccia era quello di un pazzo... Di un killer che aveva ucciso la sua prima vittima.
<Jacob, mettili in cinque scatoli diversi, sostituendo una fiala per ogni scatolo... Devono assumerlo cinque persone diverse, capito? Non proferir parola con nessuno di quello che è successo in questo laboratorio. Non m'importa se loro mi uccideranno, non devono riceverla. Ahahah...>
<Come desidera, Escard. Io me ne tiro fuori dopo averle spedite, se la vedranno con lei quegli assetati di sangue della Ganalahard.> Lui annuì, con il giovane che semplicemente impacchettò le fiale e le spedì.
Dopo qualche ora già si ritrovavano in farmacie diverse di altri paesi, dove le persone acquistavano medicinali giornalieramente per sé stessi o addirittura parenti... Essendo inverno poi, chi non si ammalava con quel freddo gelido? Ed ecco la prima farmacia della signorina Felicia Moore in America latina. Di primo pomeriggio ricevette lo scarico dei medicinali e lì c'era la prima scatola di enterogermina...
<Signorino Ferrera, è arrivata la Sua medicina proprio adesso, perfavore la prenda. Poi passeranno i suoi genitori, non si preoccupi, ok?> Egli annuì, era un ragazzo piuttosto alto per avere solo quattordici anni: circa un metro e ottanta; capelli rossi e occhi azzurri, il naso e le zone vicino ad esso erano ricoperte di lentiggini chiare, vestiva una giacca nera dal un motivo a fiori e sotto vestiva una maglia di lino arancione, con gli stessi ricami. Un pantalone anch'esso nero, tipico di un maître. Una cosa però non poteva essere evitata, aveva il viso leggermente pallido... Segno che il ragazzo comunque era malato.
<Va bene, grazie Felicia, arrivederci...> Benjamin Ferrera, questo era il suo nome. Apparteneva ad una delle famiglie benestanti della sua zona, la disgrazia di questa famiglia però, a loro malgrado, era che il loro figlio fosse affetto dalla sindrome di Raynaud.
<Mamma,sto tornando a casa, ho preso le medicine, l'enterogermina la devo assumere diluendola nell'acqua?> Le disse a telefono, con lei che rispose con un semplice "sì".
<Va bene, va bene. Pensate di tornare a casa, tu e papà? Non vi vedo da due mesi e so che oggi ritornate...>
<Non lo so Benjamin, io e tuo padre siamo impegnati con l'azienda e lo sai... Ma ti prometto che stasera la mamma ti abbraccia forte, adesso devo staccare, riposati.> Il tono freddo con cui parlava era ormai chiaro, stava mentendo nuovamente e lui lo sapeva dentro di sé perché era quello che succedeva dalla tenera età. Intanto si fece portare un bicchiere d'acqua e prese una fiala, facendola diluire in essa e poi bevendola.
<Ethan, ha un sapore strano... Pensi ci sia qualcosa dentro?> Domandò al suo assistente, che controllò personalmente le altre fiale, aprendone un'altra e ingerendola.
<No, signorino. Ha un sapore perfettamente normale, forse lo confuso. Siate tranquillo, non sarà niente di strano. Se c'è qualcosa che non va mi chiami, la prego. Io sono sempre qui per lei.>
<Certo... Vai pure e riposati, me la cavo> andò via e il ragazzo rimase solo nella Sala Argento, dove pranzava e cenava sempre da solo, ogni giorno. Che senso aveva possedere una reggia se essa era sempre vuota? Se lo chiedeva, ma non poteva mai a dare una risposta, se non continuare a chiederselo.
E ore passarono, lentamente... Fino al tramontare totale del sole e del sorgere della luna piena. Benjamin attendeva impaziente i propri genitori ma come s'aspettava, aspettava, aspettava, non si presentarono. Fece un cenno di mano al personale, dicendo che usciva in giardino. Aveva un luogo circondato da siepi alte e ricoperte di rose rosse, un po' lo stile ricordava quello di "La Bella e la Bestia", immenso e stupendo. Si sedette e pensieroso osservò il cielo, non facendo subito caso a quella che era la luna rossa, con il suo chiaro più luminoso del solito... L'aura che emanava era forte e lui se ne accorse. Ne era attratto. Un rumore stonante che sembrava perforargli i timpani lo colse d'improvviso, con lui che provò a tapparsi le orecchie ma inutilmente. Urlò. Nessuno, malauguratamente, riuscì a sentirlo.
<Cosa... Cosa succede?!?>
Osservò le proprie mani e al posto delle unghia gli stavano spuntando degli artigli, vicino ad essi della pelliccia rosso fuoco. Stava cambiando, le ossa gli si spezzavano e si riformavano, causandogli un dolore insopportabile...
<No... No... No... Non capisco... CHE DOLORE! PERCHÉ DEVE SUCCEDERE TUTTO A ME?>
Per quanto si lamentasse, non poteva fare niente. Il virus scorreva nel suo sangue e questo sarebbe successo sempre, magari con le varie trasformazioni il dolore si sarebbe placato. Ma lui era lì, una bestia mitologica dalla testa di lupo, dal corpo possente, dalle ali piumate, dal pelo folto color oro con sfumature del sole e blu notte; dagli artigli di drago e zampe di grifone. L'istinto lo fece entrare di colpo nella reggia, facendogli uccidere tutti, senza possibilità di salvare qualcuno. Li sbranava, staccava loro gli arti del corpo lentamente e puntava i propri artigli nei loro bulbi oculari, schiacchiandoli... Il sangue di quegli innocenti gli colava dai denti affilati e il suo ringhiare era talmente forte da incutere timore, non solo per il mostro che era, ma per il suo modo di uccidere.
-Uccidere, mangiare... Distruggere.-
Le parole che gli risuonavano nelle orecchie erano queste e non poteva eliminarle perché la Luna Rossa gli splendeva negli occhi, più infuocata che mai...
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The Call
RomanceDelle bestie... Dei killer spietati. Un richiamo, un fischio, qualcosa più forte dell'anima e della vita stessa... Una chiamata... Cinque membri: Luna, Fire, Shadow, Dark e Stella. A capo ci sono Shadow e Luna. Fire è il più piccolo dei cinque e...
