Uscito dallo studio, la sua espressione era la stessa che aveva prima che entrasse: distratta, impaurita. Confusa.
Non prese l’ascensore. Preferì scendere le scale a piedi e stranamente non aveva un passo veloce o determinato. Al contrario, sembrava quasi che volesse rimanere li; che una parte di sé fosse rimasta lì in quello studio e lui non voleva abbandonarla. Non voleva perderla.
Quando la rampa di scale finì, Jonathan svoltò a destra e si ritrovò nell’atrio dell’ospedale, pulito e silenzioso. In fondo, vicino alla porta d’uscita, c’era solo un gruppetto di autisti dell’ambulanza che chiacchieravano tra loro mantenendo un tono di voce basso. Anche al bar non c’era tanto caos, le persone aspettavano il proprio turno in ordine, senza saltar la fila o sgomitando.
La porta automatica dell’ingresso si aprì appena due persone anziane si avvicinarono alla fotocellula per entrare e Jonathan rimase a fissarle. Cosa c’era di tanto interessante in quella coppia di anziani, forse anche malati? Li vide entrare con calma e serenità. Nonostante i tanti anni di matrimonio si tenevano ancora la mano quando camminavano, proprio come due ragazzini appena fidanzati e innamorati. Forse il segreto era proprio quello: i tanti anni di matrimonio. Jonathan, come suo solito, fece un breve calcolo di quanti potessero essere. Pensò che quella coppia poteva avere circa un’ottantina di anni e se si fossero conosciuti quando ne avevano venticinque stavano insieme da circa cinquantacinque anni. Più di mezzo secolo disse dentro di se. Sembrava che insieme, uno accanto all’altra, potevano affrontare tutto senza paure, senza freni. Appena dentro si fermarono. Lui si tolse il cappello, che lo aiutava a proteggersi dal sole, sua moglie si mise di fronte e con la mano gli pettinò i capelli che erano in disordine. Erano movimenti perfetti, coordinati, quasi sincronizzati, confermando proprio quello che stava fantasticando Jonathan. La donna prese nuovamente la mano del marito e si avvicinarono all’ascensore.
Dopo quella scena quasi commovente Jonathan si mise anche lui in fila al bar e quando fu il suo turno prese un semplice caffè. Guardare quella coppia lo aiutò a non pensare alle parole che gli disse il medico nel suo studio pochi minuti prima. Ma fu solo per qualche istante. La sua mente, senza chiedergli il permesso, precipitò di nuovo in quel pensiero e la sua espressione in viso cambiò radicalmente.
S’infilò la giacca, guardò l’orologio che aveva al polso e si diresse verso la porta d’uscita. Appena fuori si fermò e impresse nella sua mente l’immagine dell’atrio e delle ambulanze parcheggiate, desiderando che quella fosse l’ultima volta che avrebbe messo piede in quell’ospedale.
Quando uscì, il semaforo era rosso; si fermò sul ciglio della strada e infilò le mani in tasca. Aveva mille pensieri per la testa, mille paure, mille timori. Quasi involontariamente attraversò comunque la strada, senza accertarsi se fosse stata la scelta giusta. Era confuso, distratto.
Quando fu nel mezzo della strada, una macchina gli passò a pochi centimetri dalla schiena schivandolo all’ultimo istante. Non si accorse nemmeno della brusca frenata che dovette fare l’autista di un camion di spedizioni subito dopo per non prenderlo in pieno. Quest’ultimo gli gridò qualcosa dell’alto della sua cabina che Jonathan non capì e non gli diede neanche peso. Le uniche cose che sentiva chiaro nella sua testa erano le parole del dottore che aveva sentito pochi istanti prima. Quando raggiunse il ciglio della strada opposto svoltò a destra e si avviò verso la fermata dell’autobus per far ritorno a casa.
Passarono pochi minuti e il bus che gli interessava arrivò puntuale. Bologna gli piaceva anche per questo. I servizi funzionano ed è facile spostarsi anche se non si è automuniti. Scesero parecchie persone e ne salirono altrettante. Molti spingevano per prendere i primi posti liberi e Jonathan salì per ultimo, quasi insicuro di voler ritornare a casa sapendo ciò che lo attendeva. Non si sentiva pronto per affrontare una situazione cosi dolorosa. Prese il biglietto dalla tasca posteriore dei pantaloni e l’obliterò.
Nel tragitto non fece altro che pensare alle parole, all’espressione e al tono di voce da usare per comunicare la notizia. Quando scese alla fermata, che era poco distante da casa sua, non aveva trovato ancora la soluzione giusta. Mentre si dirigeva verso la piccola villetta di proprietà dei suoi genitori stringeva forte i pugni. Cercava di riunire tutte le sue forze, le sue energie. Il suo coraggio. Ma sentiva le gambe tremare.
Era luglio, il sole batteva forte, eppure un brivido percorse la sua schiena dandogli una sensazione di freddo, di congelamento. E in realtà a congelarsi era anche il suo cuore. Decise allora di confidare nell’ultima cosa rimasta, l’ultima cosa che poteva dargli la forza necessaria per arrivare al termine del capitolo più doloroso di quella storia che durava da un anno. Pregò Dio che gli desse il coraggio e la determinazione per affrontare quell’incontro necessario, ma tanto doloroso.
Non fece neanche in tempo a prendere le chiavi dalla tasta della giacca, che sua madre aprì la porta dall’interno.
Jonathan entrò tenendo lo sguardo che fissava il pavimento. Voleva evitare ogni tipo di contatto visivo, ma il massimo che poteva fare era rinviare quel contatto a qualche istante dopo. Attraversò il corridoio e si diresse nella propria camera. Era un ambiente accogliente, ordinato e pulito. Al muro erano appesi poster della squadra di calcio locale e locandine di film, alcuni polizieschi e altri comici. Gusti molto contrastanti tra loro che, però, identificavano appieno il suo modo d’essere. Sulla scrivania c’era una console collegata ad una TV e lo stereo. Fino a poco tempo prima condivideva la camera con sua sorella Alessandra; ma da quando lei si era trasferita a Milano per lavoro lui ospitava volentieri amici e parenti.
Appoggiò ordinatamente la giacca che indossava allo schienale della sedia della scrivania. Uscì, andò in bagno e aprì il rubinetto del lavandino facendo sgorgare acqua fredda. In casa, in quel momento, regnava la regola del silenzio. L’unico suono era quello dell’acqua che usciva violentemente dal rubinetto e si infrangeva sulle pareti del lavabo. Quel suono quasi riecheggiava in tutta la casa. Si lavò le mani e la faccia per poi asciugarsi. Fu proprio in quel momento che vide la sua immagine riflessa nello specchio appeso in bagno.
Aveva il viso affranto e dispiaciuto.
Chiuse gli occhi riunì gli ultimi frammenti di coraggio rimasti e, questa volta con passo deciso, si diresse in salotto.
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Ho rivisto i suoi occhi
Romance"..Jonathan non riuscì a parlare. Avrebbe voluto dirle tante cose, ma la voce gli si fermò in gola e il cuore stava smettendo di battere. Avrebbe voluto dirle di non andare, di rimanere ancora lì, con lui; ma rimase in silenzio, guardandola mentre d...
