L' estate di Bianca

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Bianca ha vent' anni, lavora al supermercato e vive sotto un cielo blu.
Bianca pesa settantotto chili ed ha una vita così ristretta di preliminari.

E'; sempre stata vittima di autunni senza anticipi, in cui la lunga estate era diventata la sua

lunghissima pazzia.

Bianca desiderava dimagrire da quando aveva dodici anni, da quando aveva iniziato a
contare i giorni d' estate, che non finivano mai in quella assolata città di mare.
Lei si sentiva brutta e goffa sulla sabbia, ancora di più in bicicletta, quando nell'ultimo
fermo immagine, le gambette buffe arrancavano passi per stare dietro alle sue amiche,
tutte belle, tutte magre. TUTTE MAGRE. "Probabilmente non esistono balene come
me in questo mondo , pensava e ripensava leccando priva di senso di colpa, ma ben

latente, un gelato alla panna

Bianca aveva scelto la danza classica a cinque anni.

Sentiva di avere gusto leggero di donna che sboccia; un piccolo confetto rosa che seguiva
ogni piccolo arpeggio, delicata, quasi ricoperta di brillante glassa dorata mentre
volteggiava sulle sue punte faticosamente conquistate a tredici anni.
Ogni sera le ripuliva delicatamente, le aggiustava con il gesso,

le guardava e sapeva che un giorno sarebbe stata sul palco puntellato di luci. Le stringeva
forte al cuore sapendo, certa e sicura, che non ci sarebbero stati piedi più amanti di quelle
piccole scarpette. Ma il peso la rendeva una stella spuntata da quel cielo. Nessun
ballerino desiderava sollevarla e i suoi piedi non facevano che ferirsi contro il gesso delle
scarpette. Miliardi di spilli nella carne le succhiavano ambizioni e forze.
Non faceva che fasciarli la sera tornata a casa, dopo averli immersi in bagni di acqua e

polvere di timo.
Bianca non ci siamo.

No, ma io posso farcela, te lo giuro Mauro, posso farcela.

Bianca te lo sento dire da cinque anni.
No te lo giuro, questa volta mi metto a dieta e ce la farò.

Anche questa volta non lo farai.
Silenzio nella sala.

E poi guardati quei piedi, le scarpette sono di nuove tutte sporche di sangue.

Ti stai solo facendo male. Lascia perdere, ti prego.

Ma non mi fa poi così male.

Sarà questo il motivo per cui ti vedo zoppicare ogni giorno.

Bianca non sapeva cosa dire. Non voleva piangere, non voleva dare questa soddisfazione
a tutti gli angoli della sua pelle che ogni sera, nella sua piccola gabbia d'oro la deridevano.
E ci aveva messo anni a rattoppare le sue estati, non avrebbe cominciato anche con gli

inverni.

Si girò ingoiando le lacrime carnose, sviluppando dentro se l'immagine di una regina forte,
tradita dal suo popolo. Come una piccola oca grassa, andò nello spogliatoio, si sedette in
terra, tolse la maglietta e a seno nudo iniziò a sciogliere le punte, pensando che c'era

profumo di gelsomino in quella piccola stanza e a lei i gelsomini

non erano mai piaciuti.
Prese l'autobus, tornò a casa.

Andò a dormire e pensò che quella giornata era stata solo una metafora con della colla in

superficie. Non aveva intenzione di ricordarla.
Lei avrebbe danzato. Non sapeva bene ancora come.

La mattina seguente, andò a lavorare nel grande supermercato, portando con sé per
errore la borsa della danza. Indossò la divisa che la attendeva nel suo armadietto, salutò
delle colleghe e iniziò a fare l'inventario dei prodotti sugli scaffali. Ma fu un istante, un solo

istante e capì.

Si alzò, tornò nello spogliatoio dove si era da poco cambiata e indossò il tutù bianco.

Strinse forte i nastri delle punte intorno alle caviglie.

Era pronto allo spettacolo. Aprì la porta e uscì. Petto in fuori, piedi a papera, camminava in

mezzo ai pomodori.

Una signora anziana fece cadere il cestino che aveva in mano.
Era sicura Bianca quella mattina, i capelli tirati indietro e legati con le forcine.
Arrivò alle casse, tutti la guardavano come se fosse matta. Lei le attraversò, sorpassò le

porte scorrevoli e si trovò sul marciapiede.

Ancora pochi passi con le gambette buffe per arrivare al centro della strada.
Era un piccolo paese, di macchine non ne passavano tante, anche se il supermercato si

trovava sulla via che costeggiava il mare.

C'erano molti bambini quel mattino, era sabato ed erano a giocare.

Degli anziani si voltarono a guardarla, una signora bionda smise di parlare con l'amica.
Si inchinò al suo pubblico Bianca, mise la gamba destra tesa in avanti

e la abbracciò con le mani, quindi si rialzò, dolce, dolcissima, infinitamente dolce, portando
un braccio oltre il suo corpo, diventando un piccolo arco svelato. E iniziò a danzare
sull'asfalto, ripetendo nella sua testa le note, una per una della Fata dei Confetti di
Ciaikowski. Piccoli saltelli, poi passi, poi nuovamente saltelli, alzò la gamba fiera e decisa
e la portò in alto, più alto che poteva, quasi a toccare quel cielo blu. Le persone le si
avvicinarono, in cerchio, guardando la piccola ballerina grassa, diventare un sogno in
corsa, umido, come una stella che viene ricoperta di porporina perchè la sua luce da sola

non basta. E continuò così per dieci minuti.

I piedi le sembravano bollenti, le mani erano come cera, sciolta e perfetta in quel momento

privo di confini.

La musica terminò, le note si sciolsero nella sua mente e lei delicatamente concluse

L'opera. Raccolse le gambe, le avvicinò, riaprì gli occhi.

Vide davanti a sé venti, forse trenta, forse quaranta persone. Era spaventata, già sentiva
le risate grasse come lei. Invece si inchinò, abbassò la vita e sorrise rialzandosi.
Un signore iniziò ad applaudire e un altro e un altro e un altro ancora. Finché non fu tutta
la strada a farlo, le panchine, le macchine, le sue colleghe, anche i pomodori, si anche

quelli applaudivano. Lei scoppiò a piangere quella mattina.
La mattina in cui aveva riconosciuto la sua biografia di ballerina.

Non avrebbe aspettato ancora.
Bianca quella mattina scoprì di amare l'estate.

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⏰ Last updated: Feb 11, 2021 ⏰

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