La mia vita fa schifo

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MARCUS
Ho diciassette anni e vivo in mezzo alla strada, ormai ci sono abituato...

I miei genitori sono morti quando avevo solamente nove anni e d'allora ho vissuto in casa famiglia. Un posto orribile.

Ho passato metà della mia vita a ubbidire a inutili guardie, che sfruttavano me e i miei amici a fare lavori forzati; per non parlare degli abusi! Animali, ci trattavano come animali.

Ma due mesi fa sono scappato e ora sono ricercato da tutta la polizia della città, come biasimarli...avevo sparato in testa a un gestore della casa senza un minimo di sentimento.
Tutti sono convinti che io non rimpianga quello che ho fatto, ma invece si sbagliano.

Ogni giorno, ogni notte, ogni ora, minuto, secondo, sempre, io rivedo la stessa scena, la stessa fottuta scena: il proiettile trapassare la testa della guardia.

Non capisco perché continuo a districarmi di questo dolore, dopotutto mi aveva fatto del male.

Sul petto sono ricoperto di cicatrici, di lunghezze e di profondità elevate, provocate da lui.

Lo ammetto è imbarazzante. Perché ne ho due anche in volto, una sulla guancia destra e l'altra che parte dalla fronte e arriva fino al mio sopracciglio, lasciandomi un piccolo spiazzo senza peluria.

Insomma, qualsiasi essere umano in questa terra mi schifa, pensano che sia una persona disgustosa e che tutto questo dolore che io soffro ogni giorno da quando avevo nove anni, sia solo la cosa giusta per una persona che nella vita non si è impegnata.

Adesso sono seduto su una panchina, aspettando che  qualcuno lasci il suo pranzo nella pattumiera, così che io possa saziarmi.

Che vita di merda.

Avevo un vecchio pacchetto di sigarette, rubato a qualche strano ambulante della città, ne estrassi una e l'accesi con l'accendino di mio padre. Era una della poche cose che mi era rimasta di lui, togliendo la fotografia che tenevo come portafortuna nella tasca posteriore dei miei pantaloni.

La noia mi stava distruggendo, tirai fuori un vecchio mp3 trovato per strada e mi immersi ad ascoltare la musica.

"Ragazzo! Ragazzo!" mi stava scuotente la spalla questo tipo strano, dal capello francese abbassato agli occhi e il cappotto nero abbottonato fino all'ultimo bottone.

"Dimmi?" risposi confuso, vedendo questo ragazzo inquietante. "Cosa stai ascoltando?" mi chiese.

Arricciando il naso dal freddo, mi abbassai le cuffie per ascoltarlo meglio e risposi alla sua domanda in modo vago. "Non so che canzoni siano, ma sono molto carine"
"Capisco...le posso vedere?"

Le sue domande non mi ispiravano fiducia.
"Perché ti interessano?"
"Volevo solo dare un'occhiata"sbuffò incrociando le braccia.

So di essere un gran figlio di puttana, ma ero e sono cresciuto così, la mia fiducia non è degna di nessuno.

Il ragazzo scattò in piedi, io lo guardai interrogativamente e lui, non degnandosi nemmeno di un secondo, mi sfilò le cuffie e cominciò a correre.

"Stronzo!" urlai, mentre lo stavo rincorrendo.
Non era così veloce, ma sicuramente era più furbo di me, si muoveva così furtivamente, che sembrava aver fatto un addestramento specifico.

Arrivammo in un vicolo e la gente non c'era, lo avevo in pugno.

Riuscì a fermarlo, ma l'impatto ci fece cadere a terra.
Polvere si alzava sempre di più e il tipo a terra si continuava a dimenare.
Non aveva scampo, ero sopra di lui a cavalcioni e con le mani tenevo strette le sue braccia.
"Chi cazzo sei!?" urlai.

deadly class Where stories live. Discover now