Pranzammo assieme, Nate aveva chiamato anche Jack, ma lui aveva declinato l'invito per rimanere con Serena.
Nikolai non si fece sentire, ora che aveva riavuto il suo pugnale non aveva molti motivi per restare, soprattutto dopo quello che era successo con Aggy. Però dopo la nostra ultima discussione non mi sarei arrabbiata se avesse deciso il contrario, infondo la mia presenza rappresentava un uguale pericolo per lei.
Scacciai il pensiero e tornai a chiacchiere e argomenti più leggeri.
Nel pomeriggio i due si coricarono nel divano a guardare un film, mentre io mi spostai nella mia camera, aveva visto anche troppe smancerie per quella mattina, non ero sicura di resistere ancora senza nessun commento o senza interromperli.
Mi sdraiai nel letto e cercai di riposarmi, lasciando che la mente vagasse fra i pensieri.
Fu allora che mi tornò in mente il nostro incontro, con tutto quello che era successo non avevo avuto modo di ripensarci, né tanto meno di parlarne con Aggy. Ora invece il volto di Gabriel era lì, davanti ai miei occhi chiusi. Ciò che era successo in quei due giorni però mi aveva resa sicura di una decisione: non lo avrei rivisto, né lo avrei coinvolto di nuovo nella mia vita.
Verso le quattro Aggy passò in camera per avvisarmi che lei e Nate cominciavano a prepararsi per andare al locale. Andai con loro.
Arrivata al locale iniziai ad organizzare tutto per la serata, era metà settimana e speravo in una giornata un po' più tranquilla del solito, ma la temperatura era scesa fuori e alcune persone preferivano venire a scaldarsi sulla pista da ballo che sotto un morbido piumone.
Con mia sorpresa Nikolai si fece vivo, si presentò al bar e si sedette al suo solito posto. Gli portai un Koslov, senza ghiaccio ne sale, senza aspettare la sua ordinazione.
«Che fai ancora qui?».
«Mi piace questo posto... Perché ti interessa?» chiese con un mezzo sorriso, alzai le spalle e mi spostai verso un altro paio di clienti, nel farlo buttai un fugace sguardo sulla folla e sulle persone che sbucavano oltre la porta d'ingresso, per poi ritornare da lui.
«Visto che hai riavuto quello che volevi pensavo saresti andato via».
«Ora mi farai la solita ramanzina?».
«No...» un'espressione confusa comparve sul suo volto «...Non ho il diritto di pretendere che te ne vada, visto che io per prima ho deciso di rimanere». Un mezzo sorriso comparve sul suo volto.
«Al momento non ho nessun incarico... Rimarrò in zona ancora un po'». Sorrisi.
«Mi devi ancora un grazie».
Continuai a servire e, senza che me ne rendessi conto, il mio sguardo scivolò sulla folla ad intervalli quasi regolari.
«Cerchi qualcuno?» domandò Nikolai mandando giù l'ultimo sorso nel suo bicchiere.
«Come?» finsi di non aver sentito.
Lui si voltò appena sullo sgabello e osservò le persone mentre il bracciale al suo polso brillava di una leggera luce violacea.
«La tua indifferenza mi dà la certezza che tu stia davvero cercando qualcuno».
«Non è come credi».
«Allora com'è? ...Raccontami».
Riportò lo sguardo su di me con uno strano sorriso in volto, da qualche parte nella mia mente ebbi la sensazione che avesse capito, che sapesse cosa i miei occhi cercassero o meglio chi, ma allontanai il pensiero prima che potesse leggermelo in viso.
«Sto cercando il fornitore di fiducia di Nate... Mi ha detto che era da un po' che non si faceva vedere, mi ha chiesto di avvisarlo... Vuoi darmi una mano?».
Lui dissenti e mi porse il bicchiere perché lo riempissi.
«Penso di no... Non lavoro per lui e non faccio favori gratis».
«Siete grandi amici dunque» commentai sarcastica, lui sorrise.
«Non tanto, preferisco il tuo collega... Jack».
«Ti ricordi il suo nome... Miracolo, hai un nuovo migliore amico?».
«Amico? ...Forse, ma di migliore ce n'è sarà sempre uno soltanto» fece un mezzo sorriso e mandò giù d'un sorso il contenuto del bicchiere nel tentativo di non farmi notare l'ombra nostalgica che era passata sul suo viso. Sorrisi, avvertendo una stretta calda al cuore, sapevo perfettamente di chi parlasse, ed ero felice che lo considerasse ancora tale dopo tutto quel tempo.
«Signorina me ne può portare un altro?».
Un uomo mi chiamò dall'altro lato del bar, dalla faccia sembrava già piuttosto ubriaco, ma glielo servì ugualmente, non spettava a me decidere.
«Sei molto graziosa sai...» la voce era senza dubbio alterata dall'alcool, sorrisi e ringraziai tornando a servire gli altri clienti.
Poco dopo mi richiamò di nuovo sempre con la stessa ordinazione.
«Non vorrei essere invadente, ma forse non dovrebbe bere ancora» lui tentò di sorridere, ma non gli uscì gran che.
«Davvero gentile a preoccuparti, nessuno lo fa mai, ma non c'è bisogno... Ci vuole molto di più per mettermi fuori gioco».
Gli porsi il bicchiere, ma finsi soltanto di metterci dentro ciò che mi aveva richiesto, misi solo un po' d'acqua e una bevanda analcolica, dubitavo che se ne sarebbe accorto nello stato in cui era, quasi non riusciva a stare seduto sullo sgabello.
«Offre la casa» dissi passandogli il bicchiere.
Lui ringraziò anche se non riuscì ad esserne completamente sicura perché aveva iniziato a balbettare.
«Cosa voleva quel tipo?».
La voce di Nikolai mi sorprese, non mi ero accorta di essermi riavvicinata.
«Da bere... Come tutti».
«Nik sei qui! ...Vieni a ballare!» esclamò qualcuna. Entrambi ci voltammo: non molto distante due ragazze dai voluminosi capelli biondi e gambe lunghissime lo mangiavano con gli occhi. Lui sorrise con disinvoltura.
«Devo proprio andare».
«Povero ragazzo sfortunato» commentai con una mezza risata.
«Questo è il prezzo da pagare per essere me» continuò mandando giù l'ultimo sorso del suo drink.
«Che sarai molto triste di pagare immagino?».
«Niente affatto».
L'attimo dopo era fra la folla, ma nessuno sarebbe stato in grado di farlo scomparire.
"Sempre il solito" pensai con un sorriso tornando a lavorare.
Ogni tanto lanciavo uno sguardo verso la zona ristorante per vedere come se la cavava Aggy, anche se forse era più per controllarla. Poi, probabilmente ora che Nikolai non mi aveva più sottocchio, senza neanche farci caso ricominciai a buttare un'occhiata alla porta e poi tutt'intorno.
Erano passati un paio di giorni da quando lo avevo visto, non ero sicura sarebbe venuto poteva benissimo essersene dimenticato. Poi mi ricordai di un dettaglio: era martedì, io generalmente il martedì non lavoravo, ma avevo dato il cambio a Jack perché me lo aveva chiesto insistentemente e non avendo nulla da fare avevo accettato.
"Non verrà" pensai rilassandomi, ma anche con un'amarezza che sapevo non avrei dovuto provare.
Era un bene, se non lo avessi incontrato lui sarebbe stato al sicuro, magari avrebbe vissuto una vita più lunga ed io non avrei sofferto come accadeva ogni singola volta. Però era successo, ed ora che non avevo altro a tenere impegnata la mente, il suo viso continuava a tornarmi alla memoria.
Tentai di scacciare inutilmente il suo volto finché non mi arresi.
«Un Koslov... Fammelo doppio».
Mi stupì di sentire quell'ordinazione proveniente non dalla bocca di Nikolai, quando spostai lo sguardo sul cliente incontrai gli occhi insolitamente spenti di Jack, privato anche del suo solito sorriso.
Glielo preparai senza chiedere nulla finché non gli fui vicina.
«Ciao».
Lui mandò giù il drink in una volta sola e fece un mezzo sorriso.
«Molto meglio». Nonostante quello fosse il suo primo drink sembrava già piuttosto ubriaco.
«Jack è successo qualcosa?» lui rise e sollevò il bicchiere vuoto.
«Già, ma non sono sicuro di volerne parlare».
Oscillò pericolosamente all'indietro, mi avvicinai e lo tirai per il bavero della giacca impedendogli di cadere.
«Vuoi che chiami Nate?».
Lui dissenti e mise il muso, poggiando il viso sul bancone, il contatto con il freddo marmo sembrò dargli sollievo.
«Rimani qui, io servo quei due clienti e torno». Gli feci una carezza e lui annuì.
Ero sicura al cento per cento che fosse successo qualcosa e quell'espressione cominciava a darmi già un quadro della situazione. La conoscevo, come fosse la mia: doveva trattarsi di Serena.
Servì i due e anche se fui fermata da altri clienti, ritornai da Jack il più velocemente possibile.
«Vuoi qualcosa? ...Un'aspirina? ...Da mangiare? ...Se vuoi posso portarti dentro così ti sdrai e...» lui dissentì.
«Non voglio restare da solo... Disturbo se muoio qui?» sospirai.
«Non essere drastico, riposati soltanto o mi toccherà scendere all'inferno a riprenderti». Lui sorrise.
«Hai fatto una battuta».
«Ho imparato dal migliore».
Gli poggiai accanto un bicchiere d'acqua fresca, se ne avesse avuto bisogno lo avrebbe bevuto. «Grazie».
Sorrisi, ma le urla dell'uomo dall'altra parte del bancone attirarono la mia attenzione, cominciava ad esagerare e ad infastidire anche gli altri clienti.
«Senta... Forse dovrebbe tornare a casa, sta disturbando le altre persone».
Lui si guardò intorno notando gli sguardi di disapprovazione che gli venivano rivolti.
«È così che fate allora? ... Fate spendere ad un uomo tutti i suoi soldi e poi lo mandate via a calci».
Si allungò verso di me cercando di afferrarmi, ma mi mossi più rapidamente di quanto lui avrebbe potuto fare in quelle condizioni.
«Dovrebbe andarsene» risposi più seria, lui grugnì di disappunto, mentre intorno a noi qualcuno sussurrava e alcuni uomini si facevano belli davanti alle loro signore dicendo che se ne sarebbe dovuto andare prima di pentirsene.
Lui però non se ne curò, solo l'arrivo dei buttafuori lo convinse, di mala voglia, a togliere il disturbo. Sospirai e tornai al mio lavoro e a Jack, anche se si era profondamente addormentato sul banco dove rimase fino alla fine della serata.
«Ehi amico tutto bene?» Nate lo affiancò e lo scosse appena.
Eravamo fuori dal locale, aveva appena finito di chiudere la saracinesca quando notò me e Jack poggiati contro la mustang, non sapevo come avesse fatto a guidare fino a lì in quelle condizioni, era un vero miracolo non si fosse fatto nulla.
Lui rispose soltanto con un mezzo sorriso che non lo convinse, spostò lo sguardo su di me, ma non avrei potuto dargli una risposta certa, le mie erano solo supposizioni e lui non aveva parlato.
«Ok ti riaccompagno a casa, Aggy voi potete prendere la mia macchina...» cominciò avvicinandosi all'amico per prenderlo sotto bracciò.
Jack lo scansò.
«Penny puoi portarmi a casa tu?»
Il mio sguardo, come quello degli altri presenti divenne confuso, ma non potei rifiutare visto il modo in cui mi guardava.
Annui senza riserve.
Nate mi aiutò a far sedere Jack nel sedile anche se iniziava a tornare lucido, e poi tornò da Aggy.
Non era la prima volta che andavo a casa loro, c'eravamo riuniti alcune volte lì e ricordavo ancora la via.
«Ti ringrazio» disse lui all'improvviso passandosi le mani sul volto nel tentativo di allontanare il torpore, anche se con meno efficacia di quanta sperasse.
«Figurati...» sorrisi «... Però devo chiedertelo... Perché non hai voluto ti accompagnasse Nate?». Lui sospirò.
«È il mio migliore amico, ma per certe cose non è proprio tagliato... Avevo bisogno di parlare con qualcuno che capiva come mi sentissi...» lo osservai attenta, lui inspirò profondamente «... Serena mi ha lasciato».
La voce con cui parlò sembrava provenire più dall'oltretomba che dal solare Jack. Rimasi in silenzio per qualche secondo, poi parlai senza però chiedere nulla su di loro.
«Perché hai pensato che avrei capito?». Sorrise, nascondendo appena con la mano quell'espressione sicura.
«L'ho visto... Cerchi di nasconderlo, ma non sempre ci riesci...» sopirai, ne ero consapevole, a volte mi lasciavo trascinare troppo dai ricordi e mi dimenticavo di essere circondata da persone a cui avevo permesso di conoscermi abbastanza da intuire il significato nascosto da certi sguardi «... Scusa non volevo riaprire nessuna ferita» disse voltandosi verso di me.
«Alcune sono destinate a rimanere per sempre aperte».
Fra di noi calò il silenzio, lui sì appoggiò contro lo schienale e io misi tutta la mia concentrazione sulla guida allontanando quei dolci occhi color pece dalla mia mente.
«Non mi ha dato neanche una spiegazione» riprese lui qualche minuto dopo.
«Tu perché pensi l'abbia fatto?». Rise.
«Se lo avessi saputo non mi sarei ubriacato fino a stare male» sorrisi e lui mi osservò confuso.
«Avevi ragione quando hai detto che avrei capito... Ero innamorata di lui, pendevo dalle sue labbra, poi di punto in bianco mi ha lasciato senza darmi una spiegazione ed ho agito esattamente come te... Mi sono ubriacata fino a svenire...Se devo essere sincera non ricordo molto...» sospirai e spostai lo sguardo su di lui, mi osservava con attenzione «... Sai cosa ho capito alla fine? Che sapevo perché se ne era andato, solo non volevo accettarlo... Forse dopo un po' lo capirai anche tu».
Lui sospirò e portò lo sguardo sulla strada.
«Non siamo fortunati io e te vero?».
«No... Ma hai ancora un mondo di possibilità». Gli accarezzai piano una spalla.
Arrivammo di lì a pochi minuti, lo accompagnai fino a casa sua, ma mi fermai sulla porta.
«Se hai bisogno di qualcosa chiama d'accordo?».
Sapevo che sarebbe stato bene, inoltre Nate l'avrebbe raggiunto da un momento all'altro, non l'avrebbe lasciato solo troppo a lungo.
«Sai molte più cose di una ragazza della tua età» lo guardai fingendomi lusingata, anche se in realtà il suo commento mi aveva terrorizzato. Lui rise appena.
«Ha volte quando ti guardo mi sembra di scorgere...» scosse appena il capo «...Lascia perdere sto farneticando... Vado a letto prima di svenire sul pavimento».
Annuii e lo salutai, lui fece altrettanto, ma prima di chiudere la porta mi richiamò.
«Grazie... Credo di non essere ancora pronto per sapere».
«Lo sarai».
Avevo lasciato le chiavi della macchina nell'ingresso, avevo voglia di camminare e casa non era poi così lontana.
Respirai l'aria fresca della mattina, mancava poco più di un'ora all'alba. Mi strinsi nel cappotto notando che ad ogni respiro una nuvoletta bianca si formava difronte al mio viso.
Ero quasi arrivata quando sentii dei passi alle mie spalle, incuriosita mi voltai per controllare, ma non vi era nessuno. Eppure ero sicura di aver sentito quel rumore, sollevai lo sguardo ed osservai i tetti: Nikolai amava i luoghi di osservazione più alti, ma non c'era traccia neanche di lui, anche se poteva benissimo nascondersi.
Mi voltai ritornando sui miei passi, speravo che le parole che avevo rivolto a Jack lo aiutassero in qualche modo, rievocare quei ricordi non era stato facile: allora le troppe bugie e i troppi segreti ci avevano allontanati ancor prima che potesse farlo la sua morte.
Mi voltai di nuovo avvertendo quel rumore di passi e quando lo feci intravidi un'ombra e la mia mente mi giocò l'ennesimo brutto scherzo e la associò a Gabriel. Le mie gambe si mossero verso di questa senza che io volessi, il cuore iniziò a battermi rapido, ma più ero vicina più qualcosa non andava: le proporzioni del corpo, il taglio dei capelli e il modo di camminare, poi parlò e non era la voce che mi aspettavo di sentire.
«Tu sei la ragazzina del locale vero?».
Era lo stesso uomo che aveva più volte attirato la mia attenzione quella sera.
«Mi scusi l'avevo scambiata per un altro».
Tornai sui miei passi, cercando di mettere più distanza possibile tra me e lui. Mi afferrò e mi costrinse a voltarmi.
«Dove vai così di fretta? ...Voglio solo parlare un po'».
Cercai di allontanarmi, la stretta sul mio polso abbastanza tenace da farmi male.
«E molto tardi, possiamo parlare domani al bar».
Lui rise e mi avvicinò a se. Puzzava di alcool e sudore, il mio primo riflesso fu quello di allontanarmi mentre lo stomaco mi si stringeva il più possibile, ma lui mi afferrò l'altra spalla.
«Perché non andiamo insieme da qualche parte? Conosco un posticino molto carino».
Spostò la mano sulla mandibola e strinse la presa.
«Il tuo ragazzo non si offenderà se ti strapazzo un po'» alitò a pochi centimetri dal mio viso provocandomi un forte senso di nausea. Cercò di allungare le mani e di baciarmi mentre ed io ero pronta a dargli una lezione, ma una voce fermò entrambi.
«Il suo ultimo ragazzo l'avrebbe sgridata per essersene andata in giro da sola».
Un tono saccente e divertito che non avrei potuto confondere.
«E tu chi saresti?».
L'uomo mi lasciò andare bruscamente e, per la sorpresa caddi a terra.
«Non si trattano così le donne... Comincio a capire perché sei così solo». Aveva completamente ignorato la sua domanda facendolo innervosire.
«Puoi anche girarti dall'altra parte e andartene».
L'uomo cercò di ignorarlo e si spostò nuovamente verso di me, lui sì frappose fra di noi, così rapido che anche io faticai a notare il movimento.
«Troppo lento» cantilenò poco distante dall'uomo e lo colpì, questo barcollò e cadde a terra.
«Che razza di problemi hai?». L'uomo si massaggiò la mascella.
«Sono particolarmente intransigente verso certi atteggiamenti».
Qualcosa nello sguardo di Nikolai convinse l'uomo a battere in ritirata. Lui invece si voltò e si inginocchiò poco distante.
«Non ti avevo insegnato a mettere fuori gioco tipi come quello?».
«Se mi avessi dato il tempo me ne sarei occupata...» non gli potevo dire che a causa del brutto scherzo che mi avevano fatto i miei occhi avevo abbassato la guardia e dato a lui una possibilità «...Inoltre lavorare come barista è più faticoso di quanto ricordassi... Probabilmente sto invecchiando».
Il guizzo di un sorriso gli illuminò lo sguardo, sotto il colore aranciato dei lampioni i suoi capelli sembravano argentati.
Mi alzai in piedi, ma una fitta alla caviglia mi fece barcollare e lui prontamente mi afferrò.
«Tutto bene?».
«Si...» cercai di rimanere in piedi e, allo stesso tempo, reggermi a lui il meno possibile «...Ce la faccio, non ho bisogno del tuo aiuto». Mossi un passò, ma per il dolore fui costretta ad appoggiarmi a lui per rimanere in piedi. Rise.
«Non è divertente».
«Questione di punti di vista».
Scossi il capo e cercai di allontanarmi di nuovo, ma senza un reale successo.
«Facciamo così...» si inchinò appena e mi sollevò fra le braccia «... Per stavolta ti riaccompagno».
«E cosa vorresti in cambio?».
«Ho il mio pugnale, non devo dare la caccia a nessuno e nessuno la dà a me... Sarò generoso... Te lo rinfaccerò solo per dieci anni».
Alzai gli occhi al cielo e mi voltai appena per impedirgli di notare quel sorriso che era comparso senza il mio permesso.
«Non ti starai addormentando?».
«No... Non me lo sogno neanche».
Risposi anche se le palpebre lottavano strenuamente per chiudersi, dovevo essere più stanca di quanto mi ricordassi. Poggiai la guancia contro il suo torace, questo si alzava e abbassava senza fatica, il battito regolare e scandito, così tanto che non mi aiutava a rimanere sveglia.
«Heil?».
Marzo 2004
La cercava, non ricordava esattamente per quale motivo o cosa lo spingesse a farlo, ma non riusciva a fermarsi. Girò tutta la città, dal locale più lussuoso a quello più povero, poi si fermò ad un telefono pubblico e compose un numero.
«Nik l'hai trovata?».
Dall'altro capo la voce di una bambina gli rispose senza esitazione.
«Aggy non dovresti essere già a letto?».
«Volevo aspettare la mamma».
Aveva nove anni eppure aveva capito più cose di quante loro potessero pensare.
«Torniamo presto, tu inizia ad addormentarti d'accordo?».
Lei sospirò e lui rise perché gli sembrò un gesto più da adulti che da bambini.
«Va bene, ma non fate troppo tardi» lo ammonì.
«Si, signora». Lei gli schioccò un bacio e riagganciò.
Si guardò intorno, ora non gli restavo altro che trovarla. "Dove accidenti sei finita Heil?".
Era stata strana tutto il giorno, poi dopo cena era uscita lasciando Aggy con la governante con cui dividevano la casa e non era ancora tornata. Era stata la piccola a chiamarlo, era ad un tavolo da poker a giocare e fare colpo sulle signore quando aveva ricevuto la sua telefonata ed era andato a cercarla senza pensarci, al momento non ricordava comportamento più stupido anche se era sicuro ci dovesse essere.
Del trambusto poco più giù attirò la sua attenzione: una lingua poco conosciuta e dei ragazzi che ridevano senza capire che gli stava insultando, dal tono non le parve abbastanza lucida da sapersi difendere.
«Черт! (Chert!)» imprecò in russo e si avviò rapido verso le voci, impiego meno a metterli fuori gioco che a pensare di farlo, più che altro anche perché amava agire.
«Si può sapere cosa stai facendo?».
Le parlo nella stessa lingua che utilizzava lei, un dialetto ormai caduto in disuso da qualche centinaia di anni.
«E tu che fai qui? Pensavo fossi in Polonia o in Russia... Non ricordo più quale odi e quale ami» ridacchiò, una Heil lucida se lo sarebbe sicuramente ricordata, ma non era quella la ragazza che si trovava davanti.
«Mi ha chiamato Abigail era preoccupata per te e poi sai che non sono mai troppo lontano, potresti impazzire da un momento all'altro e non me lo perderei per nulla al mondo».
Lei sbuffò e lo colpi con la borsa, si mise in piedi e, ondeggiando da una parte e dall'altra, si allontanò.
«Non sei per nulla gentile... Non capisco cosa le donne ci trovino in te». Sorrise e la seguì.
«Sono intelligente, ricco ed estremamente affascinante».
Si voltò verso di lui e gli puntò il dito contro.
«Passando sopra il fatto che sia ricco... Alle persone migliori quello non interessa... La tua intelligenza deriva da una brillante istruzione sia come granduca che come Cacciatore, per non parlare di tutti gli anni di storia che ti sono scivolati addosso... Per quanto riguarda l'aspetto dobbiamo ringraziare l'algida freddezza della signora Koslov e gli incredibili occhi tempestosi del signor Morgan ... Ma di te cosa c'è in tutto questo?» chiese puntando gli occhi grigi appena annebbiati dall'alcool nei suoi.
«Rendo le tre cose insieme tremendamente irresistibili» sfoderò quel solito sorriso, misto di arroganza e malizia che lo caratterizzava. Lei sorrise e si allontanò.
«Forse hai ragione... E in me ad esserci qualcosa di sbagliato, non ricordo chi sono e mi innamoro di un ragazzo che sono destinata a perdere...».
Cadde a terra, lui la affiancò e si piegò sulle gambe, senza riuscire ad allontanare un sorriso dalle labbra.
«Che fai? Ridi di me ora?».
«No... Rido con te» spostò le mani sul suo volto e le sollevò le guance in un sorriso, lei rise.
«Stupido».
«Anche questo è tutto mio».
Lei scosse piano il capo e poi poggiò la testa contro la sua spalla.
«Non ti offendi neanche quando mi metto di impegno».
«Da sobria sei più fantasiosa».
Lei sospirò, rimasero immobili e senza dire una parola per diversi minuti, a riempire il silenzio solo i loro respiri e il chiacchiericcio ormai lontano proveniente dal locale.
«Mi ha lasciato...» lui non parlò «... Non mi ha detto neanche il perché, è stato ingiusto». Tratteneva a stento le lacrime.
«Sei sicura?».
Heil spostò lo sguardo per incontrare il suo.
«Cosa vorresti dire?».
«Nulla» disse mostrando però un'espressione contraddittoria.
«Nikolai Victor Koslov se devi dire qualcosa dilla».
«Se tu non la vuoi sentire e inutile che sia io a dirtelo».
Lei si allontanò appena.
«Quindi è colpa mia vero? ...E io che credevo che Gabriel ti stesse antipatico, ma quando si tratta di solidarietà maschile non vi batte nessuno...» lui rise appena e lei lo colpì di nuovo, ma non aveva né la forza né la fermezza per sferrarne uno decente.
«Sei ridicola». Lei lo rifece, ancora e ancora, finché lui non serrò le mani sui suoi polsi fermandola.
«Cosa vuoi che dica? ... Che ti compatisca? è terribile, capitano tutte a te, è un'ingiustizia...» il blu dei suoi occhi si agitava come quello del mare, ma allo stesso tempo rimaneva freddo e distante «... Sappiamo bene che non servirebbe, lo conosciamo bene... Tu lo conosci meglio di chiunque altro, sai che dietro le sue azioni c'è sempre una ragione come lo so io».
I suoi occhi si persero per qualche momento in quelli di lui e si trovò a domandarsi cosa sarebbe successo se avesse scelto diversamente per una volta, se invece di incontrarlo si fosse voltata e avesse continuato per una strada diversa.
Le lacrime le solcarono le guance appena arrossate d'alcool e dal caldo.
«Gli ho mentito, sono stata io ad allontanarlo...» confessò più in un sussurrò a se stessa che a lui.
Quando le lasciò andare le mani se le portò sul viso e pianse.
All'inizio Nikolai rimase immobile, ma il suono di quei singhiozzi e il tremore del suo corpo glielo resero sempre più difficile e senza neanche pensarci la avvicinò a se e la strinse fra le braccia. Senza dire una parola, in quel momento voleva solo proteggerla dal mondo, non voleva che nessuno la vedesse, quella parte di lei che non mostrava, la Heil umana e mortale.
Per un momento si permise di desiderare, sognare che per una volta lei scegliesse in modo diverso.
«Fa male...» sussurrò stringendo appena la sua camicia «... Ogni volta è sempre peggio, sento di impazzire».
Lui la strinse a se ancora di più, non glielo avrebbe permesso, non l'avrebbe ancora lasciata andare.
Quando le lacrime finirono, per la stanchezza il sonno prese il sopravvento e lei si assopì.
Lui sospirò e si alzò tenendola fra le braccia, aveva promesso ad Aggy che l'avrebbe riportata a casa.
Fermò il primo taxi e ci salirono sopra, il conducente non fece alcuna domanda, né per il viso di lei, per l'ora tarda, per l'odore di alcool o per la mano di Heil stretta alla sua. Li portò a destinazione, lui lo pagò e, senza svegliarla la porto nella sua stanza.
Quando vi arrivò non fu sorpreso di trovarci Abigail rannicchiata in un angolo del letto, non fece alcun rumore e la poggiò sul materasso, eppure la bimba si svegliò lo stesso, non era sicuro neanche stesse dormendo veramente. Si mise a sedere e si stropicciò un occhio col pugnetto chiuso.
«Dov'era?».
«A prendere una boccata d'aria...» le sfilò le scarpe e la borsa, poi la coprì con il lenzuolo «...Ma ora ha bisogno di te».
Heil si voltò su un fianco ed Aggy ne approfittò per immergersi fra le sue braccia e lei, anche se addormentata la strinse a se posando le labbra sulla sua fronte.
«Ora che è qui dormi, peste». Le diede un buffetto fra i capelli, poi si allontanò.
«Nik...» la bimba si spostò e gli fece cenno di avvicinarsi lui obbedì, non sapeva dire no a quegli occhietti verdi, lei sorrise e gli baciò una guancia «... Grazie» sorrise e fece un piccolo inchinò.
«Resta...» la voce assonnata di Heil lo sorprese, così come le sue parole.
Rimase fermo cercando di capire se lo aveva soltanto immaginato, ma anche Aggy aveva un sorriso sorpreso e lo sguardo rivolto verso di lei. Heil sospirò e si voltò appena verso di lui.
«Casa tua e dall'altra parte della città ed è quasi l'alba...».
Lui sorrise, stava per declinare, ma poi incontrò i grandi occhioni dolci di Aggy che gli fece posto.
In fondo sarebbe tornato non prima del sorgere del sole, la sua camera era sicuramente piena di quelle ragazze del bar e degli amici, gli sembrava di aver organizzato un rinfresco da lui dopo la partita, ma forse la stanchezza cominciava a confonderlo.
Si tolse gli stivali, le armi e poggiò la giacca di pelle sulla sedia, sbottonandosi poi la camicia prima di coricandosi accanto ad Aggy.
«Non intendevo proprio qui» Heil strinse a se la piccola per fargli posto.
La bimba le diede un bacio e allungò una mano verso di lui che la strinse piano nella sua. Lui le sorrise e quando si addormentarono rimase a guardarle, gli trasmettevano una serenità e una pace che non provava da tempo. Quando gli occhi cominciarono a diventare pesanti si lasciò cullare dalla stanchezza e si addormentò.