REVISIONATO
Era il suo diciottesimo compleanno.
E, come tutti i precedenti, lo festeggiava a casa sua. Non c'erano i suoi genitori, ma c'erano i loro migliori amici. Non era felice, ma nessuno dei tre lo era quando arrivava quel giorno.
Si svegliò di soprassalto, avvolta dal sudore e dal terrore. I ricordi della sua famiglia diventavano a mano a mano meno nitidi ogni volta che aggiungeva anni al suo documento d'identità. E la cosa riusciva solo a rattristarla.
Sarebbe arrivato un giorno, pensava, in cui non si sarebbe più ricordata la voce dei suoi genitori o le loro facce se non avesse avuto foto e video ricordi.
Non riusciva a festeggiare il giorno del suo compleanno.
Non era più un giorno di festa, era soltanto l'anniversario di morte dei suoi. Nulla per cui rallegrarsi.
Scese dal letto, strofinandosi maniacalmente la faccia e si vestì. In rigoroso silenzio e come se fosse un automa. Quando i suoi genitori adottivi si avvicinarono alla sua stanza, lei aveva quasi finito di truccarsi.
<Ti ho detto che prima entriamo e poi iniziamo a cantare.> la voce della donna risuonò leggera in confronto a quella dell'uomo.
<No Catlin, iniziamo a cantare prima di entrare. É più scenografico.> Davina alzò gli occhi al cielo all'ordine di Eric, dall'altra parte della porta.
<Invece di darmi contro, preparati. E vedi di non dire qualcosa di sbagliato.> Catlin alzò leggermente la voce. Davina sentì i loro passi avvicinarsi.
<Non ti do contro tesoro, dico solo che secondo me è meglio fare nella mia maniera.>
<È quello che dici sempre, ma tutte le volte che ti ho dato retta poi abbiamo fatto danni.> Catlin gli ordinò di far silenzio, poi aprì delicatamente la porta.
La canzoncina di auguri cessò ancor prima di iniziare quando i due si accorsero che Davina li stava guardando, seduta difronte alla postazione trucco.
<Tanti auguri tesoro.> la donna appoggiò la piccola cheesecake sulla scrivania prima di abbracciare Davina con tutto l'affetto che si meritava in quel giorno.
<E diventi pure te sempre più vecchia.> affermò sarcastico Eric, avvolgendole le spalle con un braccio per poi lasciarle un bacio sulla fronte.
<Se io divento vecchia, lo diventi pure te.>
<Non dirgli queste cose che poi si offende e corre a comprarsi la tinta per capelli.> Davina scosse la testa, avvicinandosi alla torta solo per soffiare in fretta le candeline.
Via il dente, via il dolore.
<Non ho bisogno della tinta ragazze, io sono bello pure con i capelli brizzolati.> Catlin rimase a guardarlo per un secondo: le mani sui fianchi, le gambe snelle che fuoriuscivano dalla gonna, gli occhi chiari incendiari.
<Ti stavano meglio i capelli mori.>
<Senti, se ancora mi vuoi significa che tanto brutto non sono.> a quel punto Davina si tirò su e sistemò le cose per la scuola.
Ci andava comunque anche se Catlin le consigliava di starsene a casa, riposarsi e abbuffarsi di serie televisive e popcorn.
<Sicura di volerci andare?> Davina annuì velocemente prima di correre fuori, raggiungendo la sua amata auto.
Quella mattina era Aura ad aspettare Davina, seduta sui pochi scalini che conducevano all'ingresso della palazzina. Tra le mani teneva un pacchetto. E il sorriso sulle sue labbra non presagiva nulla di buono.
<Buon compleanno Dav!> salì in macchina con una foga non abitudinaria, ma non si lasciò andare ad abbracci o baci sulla fronte - al contrario di Eric e Catlin - piuttosto le porse rapidamente il regalo.
Quando Davina tirò fuori il pacchetto bianco, rivelando un paio di orecchini a goccia color argento, le sorrise. Fu una cosa veloce: la ringraziò e poi partirono. Senza dire altro a riguardo.
L'arrivo a scuola fu complicato, tra traffico mattutino e bambini intenti ad attraversare la strada appena potevano.
Ma quando si ritrovarono davanti Nate Williams, concentrato in una conversazione con i due nuovi arrivati, pensarono di aver visto tutto.
<Si fa nuovi amici perché quelli vecchi si sono accorti di quanto facesse ribrezzo.> brontolò Aura, affiancando Davina nella camminata verso l'ingresso.
<E se fossero amici dell'accademia? Magari sono stati espulsi tutti e tre.>
<Potresti saperlo a breve...> Davina si voltò verso la sua migliore amica, appena in tempo per sentire il continuo di quella frase. <si stanno avvicinando.>
E improvvisamente, due braccia l'avvolsero attorno al busto impedendole di muoversi o anche solo ricambiare. Il profumo di Nate la investì completamente, portandole una temporanea nausea che la obbligò ad allontanarsi.
<Buon compleanno Dav.> il biondino, dei due nuovi arrivati, porse a Nate una rosa rossa che venne passata nelle mani di Davina prima ancora che lei si potesse accorgere.
Aura fece finta di nulla, squadrando il suo ex con un'espressione quasi schifata addosso, mentre il ragazzo moro rimase in disparte.
Con la sigaretta agganciata dietro l'orecchio e le mani nelle tasche, sembrò non riuscire a distogliere lo sguardo dalle due ragazze. Quasi come se stesse cercando di analizzarle ancor prima di poterci parlare.
<Dobbiamo andare a lezione, vero Aura?> l'imbarazzo divenne palpante quando lo sguardo di Davina incrociò quello del terzo ragazzo, rimasto alle spalle di Nate.
<Ci vediamo a mensa.>
<No.> blaterò a quel punto Aura, in risposta al suo ex fidanzato, rincorrendo Davina lungo il corridoio principale della Sid.
Eppure, ancora una volta, Nate le rincorse dietro. Alle spalle, con passo molto più lento e gongolante, i due nuovi ragazzi.
<Aspetta Dav...> consapevole che non se ne sarebbe andato presto, Davina si fermò per ascoltarlo. <non è quello il mio regalo, quello è solo un anticipo.> nessuno disse nulla.
Nate si strofinò le mani lungo i pantaloni di jeans e poi sorrise. <Non basterebbe una sola rosa per farti gli auguri.>
<Basta la rosa invece.> Aura sorrise appena di fronte al tono freddo e cauto della sua migliore amica mentre Nate sembrava non volerle lasciare andare, nemmeno quando i suoi nuovi amici arrivarono alle sue spalle. <C'è qualcos'altro?>
Il lieve imbarazzo cessò quando il biondino le sorrise dolcemente, facendo un passo avanti.
<Volevo presentarti i miei amici, li ho conosciuti all'accademia. Lui è Curtis Johanson...> il moro, poco più indietro, alzò gli occhi al cielo annoiato. <mentre lui è Jaden Reyes.>
Le presentazioni finirono lì e appena Davina finì di stringere la mano al biondino, lei e Aura scomparvero oltre la massa di studenti agitati per l'inizio della scuola.
*
La mensa quel giorno sembrava carica di esplosivi, fin da fuori si sentivano i chiacchiericci e le urla agitate. Era sempre stato un momento rumoroso, contando che fosse la pausa principale dopo le lezioni, ma mai era sembrata così confusionaria.
Davina continuò a camminare lungo i corridoi: le cuffie nelle orecchie, il telefono tra le mani acceso sulle nuove stories Instagram dei personaggi famosi. Se ne fregò degli sguardi dispiaciuti degli altri studenti.
Ma poi le arrivò un messaggio.
AURA: non venire in mensa, per nessuna ragione al mondo
AURA: ti prendo io da mangiare e ti raggiungo nelle scale d'emergenza
Eppure, quell'avvertimento non servì a nulla: Davina lo lesse poco prima di spingere il maniglione antipanico della mensa.
E ciò che si ritrovò davanti la lasciò impietrita.
Il corpo studentesco, compresi professori e coach sportivi, la stavano guardando con un'espressione martoriata addosso. Nessuno faceva caso alla decorazione presente, nessuno tranne Davina.
Uno striscione di auguri di un giallo fluorescente era appeso al soffitto, insieme a miliardi di stelline filanti. Foto ricordo dei suoi vecchi tempi insieme a Nate erano sparse in giro per i tavoli e alcuni indossavano persino dei cappellini rossi e gialli.
Non c'era nulla di più imbarazzante.
Ma più che imbarazzo, ciò che Davina si sentì sormontare nelle ossa fu la mancanza di rispetto.
Non era il suo compleanno, era solo un anniversario di morte.
E Nate avrebbe dovuto ricordarselo prima di fare qualsiasi stronzata gli fosse passata per la testa, come decorare un'intera aula della scuola per farle gli auguri.
Era arrabbiata, incazzata, furiosa. Ma non disse nulla, perché parlarne avrebbe dato importanza a Nate. Ed era una cosa che non si meritava.
Uscì dalla mensa senza dire o fare nulla: lasciò tutti impietriti sul posto. Si sarebbero aspettati urla, pianti, distruzione. Non ricevettero niente di tutto quello.
E, per l'ennesima volta, Nate dovette correrle dietro, sperando di non rovinare anche la minima speranza che poteva avere.
<Dav!>
Lei si bloccò subito. Si girò e lo fulminò: niente lacrime, niente sorrisi. Niente di niente.
<Eri il mio migliore amico Williams. Come hai potuto pensare che una cosa del genere potesse farmi piacere?> strinse la cinghia dello zaino con più forza. <Se non ti fosse chiaro, non mi piacciono queste grandi azioni eroiche e soprattutto non mi piace il mio compleanno.>
Lo vide passarsi le mani tra i capelli mori, ma nulla sembrava affievolire quella rabbia repressa.
<Cazzo, mi sono confuso.> evitò di guardarla. <Era Aura quella a cui piacevano questo genere di cose.> Davina annuì sarcasticamente.
<Questa è la dimostrazione di quanto tu mi volessi bene Nate.> le nocche delle mani le diventarono bianche, in contrapposizione con la freddezza della sua voce. <È il giorno del mio compleanno, avresti dovuto ricordarti soltanto una cosa.>
Qualcuno sembrò fargli compagnia, alle spalle della ragazza, ma nessuno dei due ci fece attenzione.
Davina si schiarì la voce, infilando subito dopo la mano dentro la tasca della felpa. <Sarebbe bastata la rosa.> annunciò prima di voltarsi.
Ma saltò in aria dallo spavento quando un rumore sordo arrivò alle sue orecchie, ancor prima di poter collegare i suoni con la scena che aveva davanti.
Nate le coprì al volo le orecchie, istintivamente, proteggendola con la sua stazza prepotente.
Uno degli strascichi che aveva ancora a causa del terribile incidente dei suoi genitori era la paura dei rumori troppo forti, quasi fastidiosi. Lei sembrava sentirli in maniera molto più eccessiva del normale.
Un ragazzino, a pochi passi da loro, scivolò a terra dopo essere stato sbattuto contro gli armadietti con forza. Si tenne la testa, rannicchiandosi ai piedi di Ethan De La Cruz, preoccupato che potesse fargli ancor più male.
Nate lasciò subito la presa su Davina.
<Ehi, De La Cruz!> entrambi i ragazzi si voltarono, ma il diretto interessato sorrise beffardo. <Tieni giù le mani.> Davina rimase alle spalle di Nate, nascondendosi.
Non era la prima volta che vedeva Ethan De la Cruz, che le si avvicinasse o che lo vedesse infastidire qualcun altro. I più piccoli diventavano sempre le sue prede abituali, ma nessuno riusciva mai a fare nulla.
Droga, alcol, festini e risse lo rappresentavano a pieno. Insopportabile fino al midollo e con un egoismo fuori dal comune, avrebbe colpito con un gancio anche uno dei suoi compagni di squadra.
Nate incluso.
<Williams perché devi sempre rovinarmi la festa? Sono già due volte, in due giorni, che mi interrompi. Mi piacevi di più qualche anno fa.> il corridoio si riempì subito di studenti.
Niente professori.
Significavano guai per Nate ed Ethan.
Aura affiancò Davina mentre Curtis e Jaden restarono all'angolo, appollaiati contro gli armadietti più vicini. Intenti a studiare la scena.
<Perché non sai divertirti in modi più pacifici Ethan.> Nate gli si avvicinò. <Possibile che tu non riesca a startene per i fatti tuoi senza insultare e picchiare i ragazzi più piccoli?> riuscì a tirare su il piccoletto, sistemargli la maglietta e controllargli il livido che sarebbe spuntato fuori di lì a qualche giorno.
<Posso prendermela anche con te, se ne ho piacere.> Nate sorrise irrisorio, rimanendo a qualche spanna di distanza.
<Se vuoi finire tu contro gli armadietti, ben venga.> si scrocchiò le ossa delle mani prima di lanciare uno sguardo al suo nuovo amico, Jaden. <Non sono stato a rigirarmi i pollici all'accademia militare, tienilo a mente.>
Nate era calmo e tranquillo, lo era sempre stato. Nessuno lo aveva mai visto essere protagoniste di risse, litigate o qualsiasi altra cosa potesse mandarlo nei casini con il preside. Ma non si tirava indietro quando doveva aiutare qualcuno, era il motivo principale per cui era diventato il migliore amico di Davina ai tempi dell'infanzia.
<Per qualcosa torna utile il ritorno di Williams allora.> Davina spinse giocosamente la sua migliore amica, in segno di ripresa. Ma poi se ne andarono prima che qualcuno potesse fermarle.
Quella litigata era irrilevante, al massimo si sarebbero presi a cazzotti.
<Hai sentito che Julie cerca una barista?> le mise in mente Davina mentre raggiungevano l'auto nel parcheggio. <Mi hai detto che vorresti un lavoro, potresti andare a fare il colloquio lì.>
<Sì, un lavoro che non sia a Solvang però.> Aura si guardò attorno prima di spiegare il motivo. <Qui non mi ricordano più per la cheerleader che incitava la squadra o come la ragazza del capitano, mi ricordano per essere una tossicodipendente.>
Davina tentò di convincerla, inutilmente. <Con due genitori come i miei, uno chiuso in carcere e l'altra fuggita con i soldi dello spaccio, chi pensi che mi voglia qui?>
<Non è detto, Julie è gentile e di buon cuore.> Aura fece per scimmiottarla. <Sa che non sei più quel genere di persona, dalle una possibilità.>
<Non lo so.> Aura gettò lo zaino ai suoi piedi non appena Davina aprì la Ford. <Un conto è andarci a fare colazione, un altro è lavorarci.>
Restarono in silenzio per il resto del viaggio, canticchiando le canzoni che passavano alla radio. Quando arrivarono davanti alla palazzina di Aura, Davina le bloccò il polso.
<Se ci ripensi, fammi sapere. Posso mettere una buona parola su di te, tutti provano pena per un'orfanella.> e sorrise, un po' nostalgica e un po' divertita.
Avrebbe convinto Aura a lavorare da Julie solo per avere la scusa di un buon frappè ogni volta che ne aveva voglia, ma soprattutto perché il lurido night club dove lavorava ultimamente era tutto tranne che speranzoso.
<Domani è il giorno della Fondazione.> cambiò discorso Aura, appoggiandosi al finestrino abbassato del passeggero. <Catlin a che punto è con i festoni?>
<Non gliel'ho chiesto, sai che non mi piacciono le feste di Solvang.>
<Ma Julie è aperta e sai che quel menù speciale lo mette fuori solo per la festa della Fondazione.> Davina alzò gli occhi al cielo, appoggiandosi al poggiatesta con rammarico. <E sai anche che Catlin ti obbligherà ad esserci.>
<Non ha minacce da farmi, sono una figlia perfetta.> poi tolse il freno a mano e inserì la prima. <Non ci andrò a quella festa, anche se dovessero portarmi fuori con la forza.>