Chemical Hearts

By RibesHalley

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"Io ero un cuore selvaggio e lui era le costole che mi proteggevano, ma allo stesso tempo mi imprigionavano... More

Dedica
Introduzione
1. Non avevo un cuore
2. I cancelli dell'inferno
4. Dottor Murdock
5. Infermiera
6. La prego, si accomodi
7. Cuore rotto
8. Cenere aliena
9. Una mela al giorno
10. Cuori chimici
11. Sensi di colpa
12. Macerie
13. Come un virus
14. Effetto farfalla
15. Funambola
16. Paura
17. Biancaneve
18. Infettarsi
19. Effetti collaterali
20. Tempesta di citochine
21. Licheni
22. Labbra proibite
23. Terra di confine
24. Sostanze stupefacenti
25. La sua anatomia
26. รˆ la regola
27. Dottor Clown
28. Un po' come Londra
29. Sarรฒ, sarai, saremo
30. Anima gemella
31. Terra desolata
32. Mente e cuore
33. Altra metร 
34. Crisalide
35. Sopravvivere
36. L'antidoto
37. L'indipendenza del cuore
38. Il lieto fine e la bestia
39. Costole strette
40. Grondando
41. Cellule e chimica
42. Il valzer di Mefisto
43. Alchimia
44. Il veleno
45. Follia
Epilogo
Ci vediamo in libreria ๐Ÿซ™๐Ÿซ€
Il secondo volume dal 17 settembre!

3. Ciambelle glassate

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By RibesHalley

𝑳𝒂𝒏𝒂

Scegliere di pagarmi gli studi da sola era stato facile da decidere, non era stato altrettanto facile mettere in pratica la cosa. Perché tra esami con programmi da studiare improponibili e lezioni a orari indecenti, il poco tempo che mi restava libero si accumulava nei weekend ed ero quindi inevitabilmente finita a lavorare come cameriera in un vecchio bistrot vicino Leicester Square.

Quando però avevo dovuto iniziare il tirocinio di tre mesi dell'ultimo anno, le cose si erano fatte un po' più difficili e oltre a pagare le regolari rette universitarie, avevo dovuto aggiungere alle spese anche la tassa di laurea e tutto ciò che comprendeva quest'ultima, come la rilegatura delle tesi, il tocco e la toga, il breve ricevimento insieme alla mia famiglia, i vestiti eleganti adatti con cui presentarmi di fronte alla commissione e tante altre piccole cose che se avessi voluto quantomeno non restare a digiuno per tre mesi consecutivi, non sarei mai riuscita a pagare con il mio misero lavoretto part time per cui non avevo neppure più tempo a disposizione.

E così, dopo essermi licenziata, avevo buttato ogni secondo del mio tempo libero a cercare un lavoro che mi permettesse di guadagnare abbastanza soldi e in poco tempo. Non avevo neanche preso realmente sul serio la candidatura mandata per quel servizio fotografico, quando avevo visto la retribuzione avevo semplicemente riso e deciso di provarci più per scherzo che per altro, ma quando poi mi avevano chiamata per fare il casting ero ormai giunta a un punto morto della mi situazione economica, in cui, ancora, non avrei voluto pesare ulteriormente sui miei genitori, pur consapevole che non avrebbero esitato a pagare ogni spicciolo necessario.

Da un'aspirante medico, mi ero ritrovata a indossare un completino intimo piuttosto succinto, che lasciava veramente poco spazio all'immaginazione, seguito da pose sensuali e oggetti di scena, come scialli di piume e orecchie da coniglietto. Non erano state esattamente le cinque ore migliori della mia vita, tra le mani di persone che non conoscevo e che sembravano essere la mia unica salvezza, ma, alla fine, quando avevo visto gli scatti non mi ero nemmeno più di troppo scandalizzata, consapevole che nessuno si sarebbe mai permesso di rinfacciarmi allegramente quelle foto, perché in tal caso avrebbe dovuto render conto di come le aveva trovate. E avevo ingenuamente creduto che nessuna persona al mondo si sarebbe mai permessa di farmi pesare una cosa tanto banale quanto un servizio fotografico.

Il dottor Murdock, invece, non solo non si era vergognato neppure di avermi riconosciuta, come se quelle foto gli fossero passate più volte sotto gli occhi, ma lo aveva esplicitamente ammesso, riprendendomi persino con una certa accusa di colpevolezza che mi aveva sul serio resa irrequieta.

Così agitata e tremendamente fuori di me, che quando quel weekend era finalmente giunto, non avevo atteso un secondo di più per sistemarmi a dovere e andare a divertirmi, nella speranza di sfogare tutto lo stress e le ansie che mi avevano accompagnata negli ultimi giorni.

Stress e ansie alle quali aveva senz'altro contribuito la questione della specializzazione. La dottoressa Collins non mi aveva permesso di apprendere nulla dai suoi interventi e dalle sue diagnosi, sfruttandomi semplicemente come segretaria personale, facendomi fare il lavoro sporco di ripulire pavimenti da vomito e sangue e di sturare water, per non parlare dello spiacevole inconveniente che mi era capitato un paio di volte, costretta ad aiutare un paziente ultra ottantenne con le sue pulizie primaverili. E quando dicevo pulizie primaverili, intendevo proprio lavargli le parti intime, reggendo a stento il suo sguardo malizioso, quando era evidente non sarebbe bastata un'intera confezione di viagra a mettere in pratica qualsiasi pensiero gli frullasse per la testa.

«Vieni con me?» domandai a Genesis, sistemando le mie cose dentro la borsetta a tracolla proprio a un passo dalla porta.

Sapevo che Genesis non sarebbe mai venuta a ballare con me, ma era ormai un'abitudine chiederglielo. La osservai seduta sulla sua poltrona rosa, con addosso un singolare pigiama di pile dai toni pastello e con una lunga serie di foto e appunti strette tra le mani.

«No, domani ho il primo intervento visto dall'angolo della sala, proprio dietro le infermiere tirocinanti. Devo ripassare.» Non alzò nemmeno lo sguardo per consegnarmi dritta in faccia la sua solita espressione scettica ritualmente pronta ad animarle il viso ogni qualvolta mi illudessi che avrei potuto portarla sulla cattiva strada, ma rimase concentrata con le sopracciglia corrucciate a osservare quello che aveva tutta l'aria di essere un addome aperto su un tavolo operatorio da cui si intravedevano le interiora.
Sospirai. «Sei con il dottor Denvers, giusto?» le domandai.

«Sì e se voglio dare una lezione a quello stronzo di Eden Spencer, dovrò arrivare prima di lui domani mattina.»

«Aspetta, ma domani è domenica...» bofonchiai pensierosa.

Genesis alzò gli occhi al cielo. «Già. Purtroppo il giorno libero noi non ce lo abbiamo.»

«Credimi, non sai quanto ti invidio», ripensai al modo in cui negli ultimi giorni il mio contatto più ravvicinato alla medicina fosse stato l'eseguire prelievi a un bambino di otto anni.

«Non ti piace pediatria?» domandò alzando lo sguardo divertita e in un primo momento immaginai mi stesse prendendo in giro per via del fatto che il dottor Murdock fosse attraente, ma quando compresi che Genesis stesse semplicemente alludendo alla mia innata repulsione per i bambini, mi ritrovai a fare una smorfia schifata.

Bastava pensare che i bambini non mi erano piaciuti nemmeno quando io stessa ero stata una bambina, oltre al fatto che fossero puzzolenti, sempre sporchi e non riuscissero mai a tenere la bocca chiusa. Mi sembrò quasi di descrivere me stessa negli ultimi dieci giorni di specializzazione e mi ritirai un po' offesa a questo pensiero.

«I bambini sono i figli del diavolo, Noah Williams ne è la prova», bofonchiai, decidendomi a lasciarmi andare cinque minuti sul divano prima di uscire di casa.

«Non dire queste cose, solo perché tu non ne vuoi non significa che siano tutti tremendi», mormorò sinceramente provata. Ecco, Genesis e io su questo non saremmo mai andate d'accordo: perché se io nel ripudiare la razza umana facevo eccezione quando si trattava di buon sesso, lei faceva eccezione con quelle piccole creature mostruose.

«Ma fammi il piacere!» farfugliai, allungando una mano verso le noccioline tostate, biologiche e senza zuccheri, che Genesis stava mangiando tra un foglio e l'altro. «I bambini sono schifosi, non fanno altro che mangiave in movo indesente», borbottai infilando in bocca tutte quelle che ero riuscita a prendere con un pugno, ingoiandole a fatica tra una parola e l'altra. «Poi sono fastidiosi, ti gironzano sempre intorno... o ma quello è un rene tagliato a metà, figo!» non riuscii a fare a meno di allungarmi verso Genesis per toglierle dalle mani la foto che stava osservando, ignorando il suo sguardo di rimprovero per aver lasciato briciole di noccioline ovunque. «Guarda, si sono scordati di coprire lo scroto!»

«Ridammi qui!» si lamentò Genesis, togliendomi dalle mani la foto inviperita. «Tu sei una bambina e nemmeno te ne rendi conto!»

«Oh, andiamo!» mi misi in piedi, battendo un piede per terra per accentuare il mio risentimento. «Sono un'adulta a tutti gli effetti, guarda che bocconcino», le feci l'occhiolino, facendo un giro su me stessa mentre con una mano mi tiravo i lunghi capelli biondi dietro la spalla.

«Sembri una prostituta», alzò le sopracciglia. Le feci il verso, prima di sistemarmi il vestito lungo i fianchi e accingermi a raggiungere la porta.

«Molto maturo, Lana. Molto maturo», la sentii farfugliare in fine divertita, ma ormai ero già fuori sul pianerottolo del nostro appartamento, intenta a raggiungere il portone d'ingresso e a catapultarmi verso uno dei locali più affollati al centro di Londra. Un taxi avrebbe fatto proprio al caso mio.

Londra di sera assumeva tutto un altro aspetto rispetto al giorno, perché sebbene la vita la riempisse sotto i pochi raggi solari che filtravano dai perenni nuvoloni grigi, con lavoratori affannati e turisti con gli occhi sempre alzati verso il cielo, la sera il freddo era così pungente da liberare le strade di qualsiasi anima viva, soprattutto in periodi come quello in cui tutti avevano da poco ricominciato la routine e gli addobbi festivi per Halloween erano ancora un miraggio poco tangibile. Però, questo significava una sola cosa: che i pub, i locali e le discoteche si riempivano fino a straripare, permettendo a quelle persone bisognose di vivere Londra anche la notte di affrontare il freddo con il dolce calore concesso dall'etanolo.

Quella sera non accadde nulla di diverso da quello che succedeva di solito. Mi immersi nella mischia di persone in uno dei tanti locali illuminati, mandai giu più di qualche shottino perché pensavo da sempre che i cocktail servissero a perdere tempo e a fare conversazione, e poi adocchiai un paio di ragazzi attraenti, riconoscendone in particolare uno che avevo più volte incrociato tra una lezione e l'altra nel campus universitario, il quale come me studiava medicina, ma non si era ancora laureato.

Quando però il mattino seguente mi risvegliai in una camera che non era decisamente la mia, la forte fitta che si irradiò lungo le mie meningi mi fece pentire all'istante di essermi lasciata andare così tanto. Era evidente che avessi avuto bisogno di sfogarmi, ma forse il fatto che non ricordassi neppure come diavolo ero finita in quell'appartamento costoso, fu abbastanza per convincermi che non fosse stata del tutto una buona idea quella di lanciarmi a capofitto tra le braccia di quel ragazzo che era ancora disteso completamente nudo nel suo letto.

Mi guardai intorno, rendendomi conto che la prima impressione che avevo avuto osservando solo la stanza e ciò che filtrava dalla porta aperta fosse stata piuttosto accurata. I mobili che riempivano ogni spazio vuoto lo facevano con armonia e con un portamento evidentemente sostenuto da materiali di una certa qualità, oltre alla spaziosità di quel posto e alle rifiniture delle pareti dipinte e la mancanza della tipica e disgustosa moquette inglese che avrebbe invece tappezzato da capo a piedi un qualsiasi altro appartamento al centro di Londra, ben sostituita da un parquet curato.

Mi ci volle una profonda forza di volontà per mettermi in piedi e raccattare i miei vestiti, trovandoli fuori luogo per quell'orario del mattino in cui il sole aveva appena iniziato a sorgere. Sperai solo che essendo domenica la metro non si sarebbe rivelata piena come il resto dei giorni.

E quando a fatica rimisi su quel vestito che, dovevo dar ragione a Genesis, mi faceva sembrare una poco di buono, quasi mi venne la nausea al pensiero che forse non mi regalava delle sembianze poi tanto lontane da ciò che ero realmente. Sospirai, scegliendo di non infilare le mie scarpe per evitare di svegliare il ragazzo che ancora dormiva profondamente e, dopo aver abbandonato la stanza, mi persi tra un paio di corridoi, facendo fatica a ritrovare la via d'uscita.

Riuscii comunque a liberarmi da quella gabbia in cui mi ero rinchiusa da sola, chiudendomi la porta alle spalle solo una volta certa di aver ripreso tutte le mie cose e affrettandomi poi a raggiungere l'ascensore di quella palazzina che aveva tutta l'aria di essere di un certo valore.

Ero intenta a rinfilare i miei tacchi alti, ora che il loro rumore non avrebbe causato spiacevoli incontri mattutini - almeno così credevo - e per questo probabilmente non mi curai nemmeno di guardare di fronte a me quando le porte metalliche si aprirono, catapultandomi all'intento dell'ascensore giusto un attimo dopo aver terminato di rinfilare i miei tacchi e con la testa piena di domande alle quali tentavo di rispondere attraverso i pochi ricordi confusionari della sera precedente.

Ma prima che potessi rendermene conto la mia fronte aveva sbattuto contro qualcosa e, ancora in preda ai postumi, mi ero ritrovata a traballare all'indietro a causa dell'effetto frusta dovuto al mio andamento inizialmente deciso e a stento mi accorsi di un paio di mani grandi che mi afferrarono per le spalle evitando che mi sfracellassi contro il suolo.

«Che diavolo...»

Oh, no.

Fu la prima cosa che pensai, quando quella voce profonda richiamò la mia attenzione, costringendomi ad alzare lo sguardo già spalancato per convincermi che non lo avevo appena immaginato.

Trattenni il respiro nell'osservare gli occhi grigi tramutarsi prima in un'espressione confusa e poi in una più curiosa, mentre il dottor Murdock, con le mani ancora intente a sorreggermi, aggrottava le sue sopracciglia con fare quasi indignato.

Ma il mio sbalordimento si affievolì appena mi resi conto di essermi imbattuta in lui proprio in una mattinata come quella, quando solo il giorno prima si era augurato che non fossi più dedita a una certa espressione di personalità che aveva ammirato straboccare dall'interessante servizio fotografico. I miei occhi ammaliati però non si lasciarono sfuggire un singolo dettaglio dell'uomo che fronteggiava le stesse emozioni che non avevo mai imparato a trattenere.

Sapevo che, per quanto mi sarei mai impegnata, non sarei mai riuscita a guardare la felpa grigia che gli fasciava il torso con indifferenza. Perché la zip lasciata aperta fino a metà del suo sterno, mi fece intravedere più di quanto il camice mi aveva concesso in quei pochi giorni che avevo avuto a che fare con lui in ospedale.

Il mio sguardo fu calamitato a lungo dal suo collo ricoperto di una leggera patina di sudore, che mi costrinse a tornare sul suo volto, dove la sua aria confusa si fece presto consapevole non appena anche lui si preoccupò di far fronte al modo in cui ero vestita.

I capelli più mossi del solito a causa della sudata gli erano rimasti attaccati lungo il collo e le tempie, suggerendomi che era reduce da una corsa anche per via delle scarpe da running e dai joggers pesanti probabilmente necessari a far fronte al freddo inglese. La punta del suo naso si piegò quando si leccò le labbra, tirando fuori la sua lingua umida per tracciare il contorno della sua bocca.

«Com'è che io e lei ci incontriamo sempre in ascensore?» mi domandò e solo a quel punto tornai a respirare, facendo tremare le mie gambe sotto il peso dei miei polmoni e sul punto di rischiare di cadere nuovamente semplicemente stando ferma e in piedi.

Il dottor Murdock fu però abbastanza agile da saldare la sua presa su di me, permettendomi di riacquistare l'equilibrio mentre mi aggrappavo, spaventata di finire con il fondoschiena per terra, alle sue braccia. Mossa che non fu proprio intelligente, perché il solo sentire i suoi bicipiti sotto i miei palmi mi fece quasi avere un mancamento per la seconda volta.

«Non siamo in ascensore», gli feci notare e, come a supportare la mia tesi, le porte in metallo si richiusero alle sue spalle.

Il dottor Murdock sembrò pensarci qualche attimo. «Posso lasciarla andare o rischia di svenire di nuovo?» mi domandò beffardo.

Il fatto che la testa mi stava esplodendo, che non avevo assunto liquidi non alcolici nelle ultime dodici ore e che non avevo nemmeno ancora fatto colazione sarebbero state tutte buone ragioni per continuare a tastare indisturbata i suoi muscoli prorompenti sotto il tessuto felpato che li ricopriva, ma l'aria per niente divertita, invece altezzosa del dottor Murdock mi fece semplicemente allontanare all'istante, rendendomi più consapevole di me stessa e di come non avrei dovuto permettergli di prendersi gioco di me.

«Ce la faccio», mormorai, sistemandomi la tracolla della borsetta sulla spalla e quando il suo sguardo corse su di me, fui certa che non avrebbe esitato a saltare a conclusioni affrettate.

«Cosa la porta qui, dottoressa Burton?» domandò curioso.

«E lei?» gli rigirai la domanda, stirando con i palmi la gonna del mio vestito, nella speranza che il fatto che era sgualcito passasse inosservato.

«Ci vivo», fu la sua risposta pacata e nel rialzare lo sguardo che avevo distrattamente fatto cadere oltre le sue spalle, realizzai che la sua conclusione azzardata non fosse poi lontana dalla realtà dei fatti, perché il modo in cui mi guardò con rimprovero mi fece tornare al breve battibecco che avevamo avuto riguardo le mie foto osé.

«Beh, sono venuta a trovare un'amica ieri sera e ora sto andando via», farfugliai, incapace di mentire persino a un estraneo come lui, mentre distoglievo il mio sguardo dal suo per puntarlo sul suo petto. Dio, le goccioline tra i peli del petto... distolsi ancora gli occhi per osservare ora l'ascensore chiuso alle sue spalle.

«La conosco?» mi chiese poi, non intento a lasciar andare la questione.

«No», mi affrettai a dire. «Sicuramente no.»

«Dottoressa Burton, conosco tutti i miei vicini di casa e sono quasi certo che non ci sia nessuna ragazza che abiti in uno degli appartamenti di questo piano», mi fece notare.

«Senta, dottor Murdock...» gli feci un sorriso tirato, prendendo poi un profondo respiro. «Io devo proprio andare, okay? Ci vediamo domani mattina per il solito prelievo a Noah e tutto il resto.»

Convinta che quello fosse il modo giusto per svignarmela, mi imposi di mantenere saldo l'equilibrio sulle mie gambe e iniziai quindi a camminare per superarlo e per poter raggiungere l'ascensore, ma fu proprio quando gli fui di fianco che il dottor Murdock mi afferrò per l'avambraccio, facendomi sussultare sotto la sua potente presa.

«Mi ascolti bene, dottoressa Burton», mormorò a pochi centimetri dal mio orecchio, chinando la testa per sussurrare ancora più piano, nonostante non ci fosse nessuno nei dintorni. «Non mi importa come passa il suo tempo libero, ma se ha intenzione di diventare medico deve essere consapevole di doversi far trovare sempre nel pieno delle proprie facoltà mentali e fisiche o rischia di essere chiamata d'urgenza in sala operatoria e non essere in grado di esercitare per via della sbronza o di un hangover», si fermò a riprendere fiato e il suo respiro si scontrò con i miei capelli, facendomi rabbrividire sotto la percezione della folata che raggiunse la mia guancia. «Per questo le consiglio vivamente di non eccedere più in questo modo con l'alcol e, soprattutto, di accertarsi di sapere come raggiungere l'ospedale ovunque si trovi» e senza aggiungere altro mi lasciò andare, incamminandosi poi oltre il corridoio e lasciandomi allibita a osservare la sua figura longilinea muoversi verso una delle tante porte che costellavano il corridoio.

Non rimasi poi più di tanto a guardare il modo in cui la tuta gli ricadeva sul fondoschiena armoniosamente, costringendomi invece a sbuffare in modo quasi esaurito, mentre in preda al nervosismo prendevo a premere più volte il tasto dell'ascensore che sembrava essere rimasto fermo a un piano in particolare.

«Ah e... dottoressa Burton?» lo sentii richiamarmi, quando con un mazzo di chiavi in mano si fermò di fronte a una porta poco distante, già intento a osservarmi quando mi voltai io stessa a guardarlo.
Deglutii a fatica la mia stessa saliva. «Sì?» risposi in un sussurro talmente basso che non ero nemmeno certa avesse sentito.

Non si rivelò comunque un problema, perché il dottor Murdock non perse tempo a parlare. «Ha il vestito alzato.»

Solo quando allungai le mani dietro la mia schiena, tastando l'orlo del vestito che chissà come era rimasto impigliato nel bordo delle mie mutandine, sentii il petto andarmi in fiamme, consapevole che il mio fondoschiena era rimasto in parte all'aria per tutto quel tempo.

Chiusi gli occhi, prendendo un profondo respiro mentre risistemavo la gonna dov'era giusto che fosse, poi tornai a guardarlo con sguardo sereno.

«Nulla che lei non abbia già visto, no?» e il sorriso soddisfatto che gli dedicai non lo fece smuovere di una virgola, ma fu adatto alla mia uscita di scena accompagnata dal perfetto tempismo dell'aprirsi delle porte dell'ascensore, che mi consentirono di andar via giusto in tempo per raccattare quella poca dignità che mi era ancora rimasta.

Tornare a casa si rivelò più difficile del previsto, perché l'elegante edificio da cui mi ritrovai a uscire in quella silenziosa mattinata di ottobre si rivelò presto trovarsi ai limiti nordici di Londra, da cui alla fine fui costretta a prendere un taxi per tornare a casa, in quanto era persino troppo lontano dalla stazione più vicina per permettermi di camminare su quei tacchi fino a casa.

Rientrare nel mio appartamento fu un vero sollievo e non esitai a lavar via qualsiasi residuo della serata precedente e della mattinata appena trascorsa, impegnandomi a fare colazione di malavoglia per via della nausea ancora alta a causa del dopo sbornia, per poi buttarmi a letto con l'intento di sonnecchiare per tutto il giorno.

Quando però arrivò l'ora di cena e Genesis non si era ancora fatta viva, mi ritrovai indecisa se ordinare d'asporto o prepararmi un panino al volo. Fu proprio mentre afferrai il cellulare per decidermi a ordinare una pizza che lo schermo si illuminò tra le mie mani, mostrandomi una chiamata da parte di un numero sconosciuto.

«Pronto?» risposi, mettendomi in piedi per sgranchire le gambe e sentendomi già meglio dopo quell'intera giornata di ozio.

«Lana Burton? Sono Thomas, l'infermiere», immaginai subito il ragazzo incontrato qualche giorno prima tra i corridoi di pediatria e mi feci immediatamente più interessata alla questione, quando senza permettermi di rispondere continuò a spiegarmi di tutta fretta la ragione della telefonata. «Chiamo dal telefono del dottor Murdock perché abbiamo un'emergenza e ci servi al più presto qui in ospedale.»

«Io? Ma ne sei proprio sicuro?» domandai incerta. «Non sono in orario di reperibilità al momento.»

In fondo la mia sorpresa era lecita: non sarei stata in grado nemmeno di sollevare un bisturi, figuriamoci aiutare il dottor Murdock in qualsiasi procedura medica mi necessitasse.

«Si tratta di Noah Williams», questo fu abbastanza per Thomas per convincermi e così, senza pensarci due volte lo informai che sarei arrivata immediatamente, salutandolo appena mentre elettrizzata all'idea che, finalmente, potessi rendermi utile, iniziavo a cambiarmi per uscire di casa.

Incontrai Genesis al portone e quando mi domandò dove stessi andando in modo tanto frenetico, la sentii mugugnare dalla gelosia quando affermai tutta soddisfatta, sventolando il mio cellulare in aria: «emergenza», per poi scappare in tutta fretta senza aggiungere altro.

In effetti, impiegai esattamente la metà del tempo che ci avrei messo in un'altra qualsiasi situazione, sentendomi non solo euforica, ma impaziente di poter finalmente prendere parte a un'attività medica vera e propria. Stavo già sognando Noah Williams con il cuore in mostra, sdraiato e incosciente su un tavolo in metallo, quando feci la mia entrata in reparto senza nemmeno preoccuparmi di mettermi il camice.

Corsi infatti all'istante nella camera d'ospedale in cui una delle infermiere mi suggerì si trovava il dottor Murdock con il paziente e non appena irruppi, fui costretta a bloccarmi all'istante nell'osservare Noah sdraiato a letto con le braccia incrociate al petto e una smorfia infastidita sul volto.

Aggrottai le sopracciglia, reggendomi allo stipite della porta per via della fatica che avevo impiegato nella corsa e con il fiato pesante mi ritrovai a osservare il dottor Murdock, vestito del suo camice blu, che osservava l'orologio al suo polso. «Bene, dieci minuti», affermò serafico, scarabocchiando distrattamente sulla cartella.

«Cosa?» domandai, ancora con il petto che si muoveva frenetico, mentre realizzavo che Noah stesse più che bene, fatta eccezione per la faccia da schiaffi a cui, ahimè, non ero certa la specie umana sarebbe mai stata in grado di trovare una cura.

Il dottor Murdock si fece avanti, le sue iridi si alzarono su di me solo quando mi scrutò da capo a piedi, più per osservare il mio abbigliamento che per altro. Quando mi fu di fronte, a stento riuscii a deglutire la mia stessa saliva nel notare la sua mandibola dura risaltare quando tornò a parlare.

«Questo è per verificare che lei sia sobria», mi porse un contenitore in plastica per le urine e fui costretta ad afferrarlo per via del modo brusco in cui quasi me lo sbatté contro il petto, cogliendomi alla sprovvista mentre poi tornava a guardare ancora un'ultima cosa sulla cartella. «Lo consegni pure all'infermiere Thomas Clarke entro i prossimi dieci minuti.»

Lo guardai sorpresa, comprendendo all'istante che si trattava di un'imboscata per cogliermi impreparata e potermi così riprendere. Era evidente, però, che nonostante tutto ero stata impeccabile anche senza volerlo, ma quando considerai l'orario e il fatto che la mia testa faticasse ancora a causa dei residui dell'alcol ancora in circolo nel mio corpo, realizzai immediatamente che cosa questo avrebbe comportato. Probabilmente una mezz'ora più tardi e mi sarei ripresa completamente dalla nottata trascorsa, ma il fatto che non avevo rimesso una singola volta, nonostante l'enorme quantità di drink ingeriti fino alle quattro del mattino, mi rese impossibile non iniziare a temere l'idea che analizzare le mie urine avrebbe potuto dare risultati compromettenti. Che stronzo.

«Tutto qui?» domandai, distogliendo il mio sguardo per puntarlo sulle tapparelle chiuse della finestra, con l'intenzione di mostrarmi in alcun modo impaurita o minacciata da quell'uomo. «Era questa l'emergenza?»

«No», rispose immediatamente il dottor Murdock, rialzando i suoi occhi per potermi guardare. La superiorità nel suo sguardo, l'aria di sfida, l'evidente scetticismo nei miei confronti si tramutarono tutti in un'unica espressione di rimprovero. «Noah non voleva cenare e ha chiesto esplicitamente lei, altrimenti non avrebbe toccato un solo broccolo e siamo stati costretti a chiamarla dal momento che domani mattina ha di nuovo le analisi e non potrà mangiare altro prima del prelievo. Credo che lei abbia fatto colpo, dottoressa Burton» e tutto ciò che fece fu consegnarmi dritta contro il petto la cartella, mentre con passi eleganti mi superava e abbandonava la stanza, lasciandomi sola, con una cartella e un contenitore per le urine stretti tra le braccia, e con un bambino sdraiato sul letto, il quale, ora che eravamo rimasti soli, sorrise energicamente.

«Luna!» mi richiamò gioioso e quando i miei occhi caddero sul piatto di carne e broccoli ancora intatti posti sul suo comodino, non riuscii a fare a meno di grugnire infastidita come un animale.

Mi armai così di pazienza e stabilii subito un accordo con Noah che mi avrebbe permesso di cavarmela alla grande.

Il bambino rimase ad ascoltarmi interessato mentre gli proponevo le mie condizioni, mi costrinsi a non inorridire all'idea che, sul serio, avesse trovato in me quasi una figura a cui dar ascolto e quando finalmente raggiungemmo un punto d'incontro, mi ritrovai semplicemente sollevata per via del fatto che, dopo tutto, il dottor Murdock non fosse poi così sveglio come avrebbe voluto far credere.

Per questo raggiunsi l'infermiere Thomas non appena lo individuai nel corridoio, con il mio bel bicchierino pieno racchiuso in un sacchetto igienico che, ovviamente, non conteneva le mie urine o non lo avrei mai sventolato tanto tranquillamente per aria.

«Per te.» Lasciai scorrere il contenitore sotto il suo sguardo concentrato su una cartella posta sopra il bancone, felice del fatto che essendo domenica sera l'ospedale fosse più vuoto del solito.

Thomas non inorridì, semplicemente alzò lo sguardo su di me curioso, lasciando stare tutto ciò che stava facendo e guardandomi con un ghigno sul volto. «La tua pipì?» chiese beffardo, ma non con cattiveria.

«Tutta mia», confermai, annuendo energicamente.

La verità era però che la pipì fosse di un certo bambino di otto anni, il quale aveva accettato di svuotare la propria vescica in un contenitore in cambio di due ciambelle glassate per cena, invece che della carne e dei broccoli - che avrei mangiato volentieri io stessa dal momento che non avevo ancora cenato, in modo tale da sostenere la farsa.

Thomas mi guardò divertito, poi, senza farsi alcun tipo di problema, afferrò il contenitore ben rivestito con una mano, facendo traballare il liquido giallognolo al suo interno.

Distolse i suoi occhi dai miei per poter osservare l'urina di Noah in controluce. «Sembra ottima» commentò.

«Grazie», sorrisi soddisfatta, trovando la scena alquanto ironica, mentre poggiava il contenitore sul bancone e assecondava la mia risata, scuotendo la testa divertito. I capelli castani gli ricadevano arruffati sulla testa e il colore rosa del camice faceva risaltare la sua carnagione chiara, sottolineando anche la sua figura longilinea. «Allora, ci vediamo per i risultati.»

«Senza dubbio», mi sorrise ancora una volta, prima che potessi affrettarmi per raggiungere la caffetteria ancora aperta al piano inferiore.

E quando finalmente mi ritrovai seduta su una sedia accanto al letto di Noah, non mi meravigliai del fatto che avesse preferito due ciambelle glassate al posto della cena servita dall'ospedale, perché quel cibo faceva veramente schifo. Ma dal momento che non avevo mangiato altro a parte la mia breve colazione fatta quella stessa mattina, mandai comunque tutto giù di gran gusto.

«Andiamo, dammene un pezzo», gli chiesi alla fine, notando che stava facendo fatica ad ingerire l'ultimo pezzo di ciambella rimasto.

Io avevo intanto poggiato il piatto vuoto sul suo comodino e avevo così incrociato le caviglie sul suo letto per stare più comoda. «Avviamo faddo un paddo», mormorò con la bocca disgustosamente piena, mostrandomi quanto bene la sua salivazione lavorasse.

«Ma... un pezzettino! Devi terminare di mangiarla prima che arrivi il dottor Murdock o sai che finiremo nei guai» gli ricordai.

Alla fine Noah accettò, alzando gli occhi al cielo e concedendomi una porzione della sua ciambella più grande di quanto avessi richiesto. Fu mentre il sapore dolciastro della glassa mi invadeva la bocca che pensai che, in fondo, io e lui saremmo potuti andare più d'accordo di quanto avessi inizialmente immaginato.

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ยซChe sia soltanto per amore. Non per bisogno. Non per paura. Solo per amore.ยป Harry ha vent'anni e il cuore a pezzi. Louis ne ha ventidue e l'ha sepo...
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-Chi ti credi di essere Hargrove? -La persona che ti farร  perdere la testa, mi desidererai fino allo sfinimento, non saprai stare senza vedermi o ba...
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