Le onde del mare si avvicinavano con furia alla spiaggia, innalzandosi al di sopra della linea dell'orizzonte e abbandonandosi sul bagnasciuga in uno sbuffo di schiuma. La risacca si portò via le orme dei miei piedi e, ritirandosi, mi permise di superare la riva e affondare i piedi nell'acqua.
Erano le sei del pomeriggio; il sole batteva con prepotenza sulle mie spalle già arrossate, mentre dei bambini urlavano in lontananza e si schizzavano a cavallo dei loro materassini variopinti. Uno di loro, sopra un unicorno gonfiabile, cadde in acqua e ne riemerse con una faccia imbronciata.
Continuai a camminare, e presto le onde mi bagnarono la pancia e la parte più bassa della schiena. Con un brivido misi le mani a coppa e raccolsi un po' d'acqua salata, spargendomela sulle spalle e sulla testa. Ormai completamente bagnata mi tuffai e mi allontanai dall'ombrellone. Il rumore ovattato del mondo esterno mi accompagnò mentre nuotavo sotto il pelo dell'acqua, scuotendo i piedi per darmi lo slancio e cercando di trattenere il respiro il più a lungo possibile, cullata dalle onde e abbracciata dall'acqua, che a quel punto era diventata calda e mi si infilava tra i capelli annodati dalla salsedine e scivolava sulla pelle abbronzata.
Quella era sempre stata la mia casa. Ero nata vicino al mare e ci avevo passato tutta la vita, dentro l'acqua durante l'estate e seduta in macchina a guardare il mare in tempesta durante l'inverno. Conoscevo a memoria ogni granello di sabbia e ogni frattura fra le rocce, e avevo imparato a riconoscere i turisti che si accalcavano sulla spiaggia durante le stagioni più alte.
Quel pomeriggio di Luglio, forse per la brezza che scuoteva gli alberi in lontananza e faceva volare la sabbia, non c'erano tante persone.
Mi guardai intorno e riconobbi una famiglia di turisti che aveva piazzato l'ombrellone accanto al mio anche la sera prima, un gruppo di famiglie, probabilmente i genitori dei bambini che avevo visto giocare in acqua, e una coppia di fidanzati che passavano il loro tempo a discutere. Un ombrellone giallo catturò la mia attenzione; solo un asciugamano stropicciato giaceva al di sotto, ma del proprietario nemmeno l'ombra. Scrutai l'acqua con sguardo attento, poi di nuovo la spiaggia, e dopo qualche secondo lo vidi camminare verso il suo posto: teneva sottobraccio un materassino blu, con un paio di occhiali da sole sul naso e un cappellino con la visiera. Dei ciuffi arricciati gli ricadevano sul collo e la mano libera dondolava lungo il fianco. Sembrava annoiato.
Come se si fosse reso conto del mio sguardo che gli perforava la nuca si voltò di scatto, come spaventato, e con un tuffo al cuore mi girai immediatamente verso la parte opposta sperando che non mi avesse notata. Passarono pochi minuti, e decisi di tornare indietro e sedermi sulla riva. L'acqua lì era incredibilmente calda, e con un brivido di fastidio sentii la sabbia insinuarsi dentro il costume mentre mi sedevo. Stetti come in trance a guardare le onde che si susseguivano, una dopo l'altra, infinite, e mi lasciai ipnotizzare dal suono che facevano quando si posavano con dolcezza sulla riva e si ritiravano. Un rumore diverso mi fece alzare lo sguardo.
Accanto a me c'erano due gambe.
Il ragazzo guardava l'acqua nascosto dietro i suoi occhiali e la visiera, e teneva ancora il materassino sottobraccio.
"Puoi entrare tranquillamente" gli dissi. "L'acqua oggi è piuttosto calda."
Lui si girò verso di me. Anche dietro le lenti notai lo sguardo sorpreso, tradito dalla bocca socchiusa e dalle sopracciglia lievemente sollevate.
"È la prima volta che vengo qui" disse infine. "È molto bello."
Mi sollevai e stetti in piedi accanto a lui. Mi superava di almeno trenta centimetri.
"Già" convenni, "è molto bello."
"Tu sei di qui?" mi chiese. Era piuttosto nervoso: si aggiustava in continuazione gli occhiali e teneva con la punta delle dita la visiera del cappellino per assicurarsi che tenesse bene in ombra la parte superiore del suo viso. Abbozzai un sorrisetto.
"Abito qua vicino, sì."
"Sei fortunata. Io parto domani."
"Scommetto che in fondo sei contento di tornare a casa."
Lui sollevò le spalle, e notai che un velo di tristezza gli aveva oscurato il viso.
"Comunque puoi tornare quando vuoi" mi affrettai a dire. "Voglio dire, il mare non va da nessuna parte."
Con sollievo notai che aveva arricciato gli angoli della bocca. Si girò verso di me, e riuscii a scorgere il taglio dei suoi occhi quando il sole illuminò direttamente gli occhiali. Erano grandi e luminosi come la distesa d'acqua che si apriva davanti a noi.
"Non è il mare che mi piace. Non fraintendermi, è bellissimo, ma amo il poter stare da solo. Senza nessuno che mi conosce."
Annuii.
"Credo di poter capire, in un certo senso. Un po' come le persone famose."
Lui si voltò nuovamente di scatto, ed ebbi la spiacevole sensazione di essere analizzata con minuzia.
"Sì, esatto" mormorò, senza distogliere lo sguardo.
Gli sorrisi.
Mi accinsi a entrare di nuovo in acqua, e socchiusi gli occhi con soddisfazione quando il rumore dietro di me mi suggerì che il ragazzo aveva deciso di seguirmi.
"Deve essere strano, essere famosi" riflettei. "Dovunque vai ci sono persone che sanno cose su di te che nemmeno tu sapevi. Credono di conoscerti, ma in realtà mostri loro solo ciò che vuoi lasciar trapelare. Allo stesso tempo, però, sanno chi sei, e questo basta per lasciarsi prendere dal panico. Io non ce la farei."
"Le persone famose sono persone normalissime" replicò lui, "eppure tutti le trattano come se non avessero dei sentimenti... o come se i loro sentimenti fossero alterati. Non lo sono."
Senza sapere cosa dire mi limitai ad annuire.
"Come mai sei venuto proprio qui?" gli domandai senza voltarmi.
"Mi piace viaggiare" disse semplicemente. Tutte le risposte che mi aveva dato erano state elusive, come se avesse paura di dare troppe informazioni sulla sua vita.
"Certe volte" proseguì, salendo sul materassino e sistemandosi a pancia in giù, "mi chiedo cosa penserei dei posti in cui vado se non li visitassi come un turista."
"Intendi... se ci vivessi?"
"No." Rimase per un attimo in silenzio per soppesare le parole. "Se li visitassi comportandomi come le persone che ci vivono. In mezzo alla gente, da solo, sui mezzi pubblici..."
"Ho capito cosa intendi. Perderesti un sacco di tempo. A volte fare il turista non è così male."
"Per me lo è, perché non ho mai fatto altro. È come se viaggiassi sempre a metà."
Riflettei un secondo.
"Ora stai vivendo come una persona che vive qui" gli dissi. "Stai parlando con me, e io vivo qui da sempre. Stai facendo la stessa cosa che io faccio da quando ero piccolissima."
"Cosa intendi?"
Gli indicai il mare con un gesto della mano.
"Questo. Nuotare, abbandonarsi alle onde, prendere il sole."
"Ma io non sto nuotando" obiettò. "Sono sul materassino."
"E allora scendi."
Sapevo che se fosse sceso dal materassino avrebbe dovuto togliere gli occhiali e il cappello. Guardai con sguardo curioso la mano che si avvicinava al viso, e in pochi secondi dei lunghi boccoli gli ricaddero sulla fronte. Dietro i ciuffi riuscii a scorgere due grandi occhi verdi, ridenti come quelli di un bambino ma al contempo pieni di esperienza.
Prese la cordicella che era attaccata al materassino e si tuffò sott'acqua, legandola a una delle rocce sul fondo, poi ci posò sopra gli occhiali e il cappellino.
"Ecco" dissi, "ora sei esattamente come me."
Un accenno di barbetta gli scuriva la pelle attorno alla bocca. Lo guardai con curiosità mentre un sorriso sincero gli si apriva sul viso.
"Non mi era mai successo. È strano."
Vedevo le sue gambe che si muovevano sotto l'acqua per tenersi a galla.
"Cos'altro fai, di solito?" chiese.
Guardai automaticamente verso il mio ombrellone e mi accorsi che era vicino al suo. Pensai al contenuto della mia borsa e mi venne in mente la risposta.
"Leggo" dissi semplicemente.
"Cosa leggi?"
"A volte faccio le parole crociate e leggo le barzellette che mettono a piè di pagina. Ora, però, sto leggendo un libro bellissimo."
"Di cosa parla?"
"Non l'ho ancora capito."
Ridemmo entrambi.
Il sole si era fatto più basso. Delle nuvole rosa ci sovrastavano, e vidi la coppia litigiosa allontanarsi verso l'uscita della spiaggia. Eravamo rimasti solo noi e un puntino che, lontano lontano, faceva volare un aquilone.
"Questo è il momento migliore della giornata" spiegai.
"Lo vedo."
Per un po' non parlammo. Ascoltammo il rumore del vento e delle onde mentre l'acqua si faceva più calda e il sole tramontava dietro gli alberi; la luna brillava timida in un angolo di cielo che era ancora troppo luminoso per permetterle di spiccare, e le nuvole si diradavano in mezzo alla sfumatura tra il giorno e la notte.
"Ora siamo proprio nel mezzo" mormorò con il naso per aria. Si lasciò cadere all'indietro e rimase lì, a galla, con le braccia larghe e lo sguardo rivolto al cielo. Io feci lo stesso.
"Guarda il materassino" gli dissi.
Lui sollevò la testa e si guardò intorno. Il materassino, lontanissimo, galleggiava solitario nel punto in cui l'avevamo ancorato. Le onde ci avevano portato con loro verso sinistra, davanti a una barchetta arenata sulla spiaggia. Un buco sul fianco lasciava intravedere delle bottiglie di birra vuote e un paio di malconce scarpe da tennis abbandonate da qualcuno.
"Ci sarà un motivo, se la corrente ci ha portati proprio qui" insinuai, uscendo dall'acqua e strizzandomi i capelli. Mi sedetti sul bordo della barchetta e guardai le luci del bar alla fine della spiaggia. Lui non si sedette; rimase in piedi di fronte a me e si guardò intorno.
"A quest'ora è sempre così vuoto?" mi chiese.
"No. Sei stato fortunato."
Si sedette sulla sabbia di fronte a me, incrociando le gambe e facendo scivolare un mucchio di granelli tra le dita affusolate. Guardai con attenzione tutti i suoi tatuaggi, alcuni più sbiaditi di altri; lo osservai mentre si toglieva distrattamente i capelli dalla fronte e si sistemava il costume bagnato.
"Non mi capita spesso" affermò a un tratto.
"Che cosa?"
"Di stare così tranquillo, in pace. In una spiaggia vuota. Potrei abituarmici."
Dal bar in lontananza arrivava una musica ovattata, e le stelle avevano iniziato ad accendersi sopra di noi.
"Stai ancora qualche giorno."
"Mi piacerebbe, ma non posso proprio."
Lasciò cadere tutta la sabbia nel punto in cui l'aveva pescata e mi guardò dritto negli occhi.
"Perché non mi hai ancora chiesto nulla su di me?"
Rimasi spiazzata.
"Mi hai dato l'impressione di qualcuno che non ama condividere la propria vita con gli altri. Non volevo metterti in difficoltà."
Ci fu un momento di scomodo, imbarazzante silenzio.
"Ti ringrazio" mormorò. Tirai un sospiro di sollievo.
"Figurati. Un tempo ero così anch'io."
"E come mai non lo sei più?"
Non sapevo bene come rispondere.
"Mi sono resa conto" dissi lentamente, "che lo facevo per i motivi sbagliati. Perché avevo paura che agli altri non importasse niente di me."
"I miei motivi sono diversi, ma a volte ho la tua stessa paura."
Guardai quel ragazzo pieno di tatuaggi, dalle braccia muscolose e i capelli lunghi, e mi accorsi che avevo di fronte una persona estremamente fragile.
"Sono sicura che ci sono tante persone al mondo a cui importa di te. Tante persone che vedono ciò che sei, che ti vogliono bene per i motivi giusti e non aspettano altro che vederti sicuro della tua vita e pronto a raccontarla. E sì, ci sono anche persone che non hanno capito nulla, ma loro non valgono. E ora che ci penso non valgono nemmeno le prime. Nessuno ti conosce fino in fondo."
"E allora che senso ha?"
"Sai chi ti conosce davvero? Tu. È questo il senso. Dicono di trattare le persone con gentilezza, ma tu lo fai con te stesso?"
Vidi che ci rifletteva.
"Penso di sì" disse infine.
Gli sorrisi.
"Basta questo."
Guardai il cielo e mi accorsi che era notte.
"Dovrei tornare a casa" annunciò, come leggendomi nel pensiero.
Annuii, e mi sollevai con fatica dal bordo della barchetta.
Camminammo piano sulla riva del mare, bagnandoci i piedi con le onde e continuando a parlare; gli raccontai la trama dell'ultimo libro che avevo letto, di quella volta che avevo incontrato un attore famoso fuori da un ristorante e di come fosse fatta la spiaggia che stavamo attraversando quando arrivava l'inverno. Ad un certo punto, nel bel mezzo di una discussione su un film che entrambi avevamo visto, mi accorsi che davanti a noi c'erano i nostri ombrelloni.
Lo aiutai a piegare l'asciugamano e sorrisi quando lo sorpresi a guardare la collana che portavo al collo.
"Ti piace?"
"Molto."
Me la tolsi e gliela misi al collo, armeggiando per un po' con il gancetto difettoso.
"Puoi tenerla solo perché non è la mia preferita" scherzai.
Lui mi sorrise come se avesse ricevuto l'oggetto più prezioso al mondo.
"Sei gentile. Grazie. Tu puoi tenere le mie cose, tanto non saprei dove metterle" e indicò il materassino che ancora galleggiava sull'acqua.
Lo ringraziai a mia volta e guardai a terra senza sapere bene come salutarlo.
"Stasera mi sono divertita molto. Di solito vengo qua da sola, non mi capita spesso di parlare con qualcuno. Soprattutto fino a quest'ora."
"Anche io mi sono divertito. Grazie."
Ci stringemmo la mano con imbarazzo, e senza riuscire a trattenermi lo strinsi in un forte abbraccio.
"Ci vediamo" gli dissi.
Lo guardai mentre si caricava l'ombrellone sulla spalla e raccoglieva da terra lo zainetto. Fece per allontanarsi, ma all'ultimo momento si girò verso di me.
"Avrei preferito non chiedertelo, ma è da tutta la sera che questa domanda mi tormenta."
"Dimmi."
"Sai chi sono?"
Gli sorrisi con tenerezza. La mia mente arrivò da sola ai cd impilati sulla scrivania, allo sfondo del mio telefono e infine al suo sguardo che, in quel momento, era posato su di me in attesa di una risposta.
"Certo che so chi sei, Harry."