3.
Rimasi in piedi immobile, mentre lo guardavo sedersi sul prato e chiudere gli occhi, un'espressione pacifica e serena dipinta sul volto. Ne approfittai per studiare il suo viso, la sua sfacciata perfezione. Cominciai dalla sua fronte liscia e marmorea, il naso dal profilo delicato, soffermandomi sulle labbra carnose, rosa chiaro e a forma di cuore. Arrossii e abbassai lo sguardo quando lui aprì gli occhi, cogliendomi in flagrante.
Pregai in armeno, sperando che non dicesse nulla che mi avrebbe messo in imbarazzo.
-Vuoi ancora andare a scuola?- chiese girandosi per guardarmi, mentre il sole illuminava metà del suo profilo.
La mia mente era chiara, continuava a ripetere la stessa sillaba ininterrottamente "Si Si Si Si Si Si Si Si" era la logica, non c'era un motivo valido che mi avrebbe potuto indurre a dire l'opposto. Perché sarei dovuta rimanere lì con lui, una persona a me sconosciuta e, teoricamente, mia nemica?
Ma la mia risposta non seguì quella logica, lasciando sorpresa persino me stessa.
-No- risposi subito, maledicendomi un attimo dopo. Volevo davvero rimanere lì, anche se ciò avrebbe portato al dover fare i conti con Fleur che si sarebbe di certo infuriata per la mia assenza ingiustificata. Immaginai la sua espressione scocciata, mentre mi aspettava davanti al cancello della scuola, imprecando tra sé e sé. L'unico motivo per cui io non mi ero ancora data fuoco durante la scuola era sempre stato lei, la mia amica, e la stessa cosa valeva per lei. Insieme ci davamo la forza per non sbadigliare ininterrottamente durante le lezioni, per non urlare a tutti quanti quanto fossero sfigati e patetici.
Ma in quel momento non mi preoccupai dei problemi futuri, limitandomi ad ammirare estasiata il sorriso che mi regalò quel ragazzo troppo perfetto per essere reale.
Banale, ma efficace.
Mi sedetti vicino a lui, guardando il cielo per notare le nuvole dileguarsi, lasciando spazio all'azzurro. Se non avesse iniziato a piovere, probabilmente non sarei stata lì in quel momento.
Ero totalmente assorta, distratta nei miei pensieri, quando mi resi conto di avere il suo sguardo addosso. Aspettai per un po', trattenendo il respiro, mentre lui manteneva il suo sguardo fisso su di me. Mi voltai infastidita -Che c'è?- chiesi nervosamente, mordendomi il labbro inferiore.
-Quindi tu mi odi?- domandò invece, ignorando la mia domanda.
Rimasi scioccata, meditando sulle sue parole, senza trovare una risposta.
-Non ho mai detto di odiarti- ribattei senza guardarlo.
-Si, prima, in macchina- mi corresse, alludendo alla nostra precedente conversazione.
-Ah- dissi solamente, guardando altrove.
-Quindi?- insistette.
-Cosa?- mi finsi confusa.
-Mi odi o no?- sbottò innervosito, inchiodandomi con i suoi occhi color caramello.
La mia mente si svuotò, mentre scavavo dentro di me per trovare la risposta alla sua semplicissima domanda.
Lo odiavo o no?
Bella questa. Tutto, e proprio tutto, mi diceva di odiarlo. Solamente il fatto che facesse parte degli Skulls mi avrebbe dovuto far venire il voltastomaco, come accadeva nei confronti di tutta la sua banda. Ma no, non riuscivo ad odiarlo, anche se questo non glielo avrei mai detto.
-Si- mentii guardandolo fermamente, mentre lo sentivo irrigidirsi.
Assunse un'espressione adirata, mentre annuiva con forza.
-Sai che ti dico allora? Vaffanculo- sputò le parole alzandosi, dirigendosi con passo spedito verso la macchina. Rimasi scioccata, alzandomi e seguendolo, infastidita -Si può sapere che ti prende?!- urlai per il nervoso, facendolo voltare.
-Fatti i cazzi tuoi- farfugliò, salendo in macchina mentre cercava le chiavi nella tasca della sua giacca di pelle.
Rimasi incredula e infuriata, non riuscendo a sopportare che qualcuno mi parlasse in quel modo. Ero abituata a farmi portare rispetto, così come mi aveva insegnato mio fratello. Era il mio istinto, più forte di me.
-Sono cazzi miei, sai com'è, mi hai portato in mezzo al nulla con la tua macchina! Come ci arrivo io a scuola?- esclamai indicando il prato dietro di noi, intorno al quale vi erano solo alberi e qualche roccia.
Mi lanciò uno sguardo annoiato -Questo non è un problema mio- disse con noncuranza, mettendo in moto la macchina.
-Ha ragione mio fratello, siete solo dei bambini viziati, e dei grandissimi coglioni- non mi trattenni, pentendomi subito di ciò che avevo detto.
Sentii la macchina spegnersi, mentre lo sportello si apriva rivelando Justin che stava scendendo, senza tentare di mantenere la calma. Mi prese per un braccio, invertendo le posizioni in modo tale da incastrare il mio corpo tra il suo e la macchina. Non c'era più traccia della calma e della tranquillità nei suoi occhi, non c'era più quel suo sorriso dipinto sulle labbra, che poco prima avevo ammirato.
Il suo sguardo era furioso, ostile, mentre si avvicinava a me con i muscoli palesemente in tensione.
Quando il suo viso fu a poca distanza dal mio, mi sbattè furiosamente allo sportello della macchina, facendomi urlare per la paura e per il dolore.
Affondai le unghie nella pelle del mio braccio, sforzandomi di trattenere le lacrime.
-Prova a ripetere quello che hai detto- mi sfidò con voce piatta, mentre i suoi occhi si incupivano. Vedevo il suo petto alzarsi e abbassarsi velocemente, la rabbia aumentare facendo indurire i suoi tratti.
-Ho detto che siete dei bambini- feci una pausa, prendendo coraggio -E dei grandissimi coglioni- ripetei con un sorriso.
Avevo paura, e anche tanta, ma non potevo fare niente se non pregare che mi risparmiasse. Forse l'avrebbe fatto, se avessi smesso di fare l'eroina e gli avessi semplicemente chiesto scusa. Peccato che non era nell'indole di Ellen Jenksey sottomettersi ai coglioni e implorare perdono.
Avrei preferito morire piuttosto che dare ragione a Bieber.
Se prima avevo avuto qualche dubbio, adesso era tutto chiaro:
si lo odiavo, e anche tanto.
Quel suo bel sorriso, la sua risata e quel viso estatico erano solo dei camuffamenti della sua persona ottusa e cogliona.
Quante volte avevo usato quella parola? Tante, per quanto ne so'.
Rimase a guardarmi incredulo, ma quando realizzò ciò che avevo detto si lasciò sopraffare dalla rabbia. Chiuse la macchina, prendendomi per il braccio e iniziando a camminare verso gli alberi, mentre io mi ribellavo cercando di buttare il peso all'indietro, anche se dubitavo fortemente che una volta stesa a terra mi avrebbe lasciato andare. Probabilmente mi avrebbe trascinato per i piedi ignorando le mie urla.
-Lasciami cazzo!-urlai dimenandomi.
Si girò spingendomi, facendomi perdere l'equilibrio. Mi bloccò prima che potessi schiantarmi al suolo, sollevandomi e poggiandomi sulla sua spalla come un sacco di patate. Cominciai a prenderlo a pugni, ma lui non diede segni di provar dolore, anzi, non sembrava minimamente scalfito dai miei tentativi di ribellione. Non riuscivo a vedere dove stessimo andando, tutto ciò che potevo osservare era la strada che già avevamo percorso, la sua schiena, o il suolo. Optai per l'ultima possibilità, provando a prendere il mio cellulare dalla tasca senza che se ne accorgesse.
Purtroppo la fortuna aveva deciso di evitarmi, perché mi vide e prese il mio telefono, gettandolo tra i cespugli.
-Fanculo stronzo- dissi cercando di piantargli un calcio in pancia, ma mi fermò le gambe mentre la rabbia in lui cresceva.
Avrei dovuto ascoltare mio fratello, invece di mettermi a giocare a Dora l'esploratrice. Ben mi stava, adesso mi avrebbe fatto a pezzi e gettato in una fossa, e i miei genitori mi avrebbero cercato per il resto della loro vita senza trovare traccia dei miei resti.
Sospirai rassegnata, limitandomi a stare zitta e ferma, visto che era ovvio che non l'avrei battuto in forza. Avrei avuto qualche possibilità in velocità, se solo mi avesse messo giù.
Sentii una porta aprirsi, per poi richiudersi.
Alzai lo sguardo, per quanto mi era permesso dato le circostanze, per notare un grande magazzino, grande più o meno come il nostro.
La differenza era che mentre il nostro era pulito, caldo e accogliente, questo era più simile a un film dei disastrati nei quartieri malfamati. Mi buttò violentemente su un qualche materasso abbandonato, guardandomi furiosamente dall'alto. Tentai di rialzarmi, ma mi spinse facendomi ricadere giù pesantemente.
-Lasciami andare!- urlai guardandomi intorno, notando tristemente che l'unica via di uscita era la porta dalla quale eravamo entrati, che si trovava a circa cinque metri alle spalle di Justin.
-Non ci penso neanche, adesso smettila di fare la puttanella capricciosa, oppure ti uccido- mi minacciò.
Non mi trattenni.
Forse non mi sarei adirata tanto se avesse usato un qualsiasi altro insulto, ma non quello. Odiavo quella parola, nessuno aveva il diritto di dirmi una cosa del genere, senza contare il fatto che non ero una troia.
Gli sputai in faccia, ricevendo uno schiaffo in pieno volto.
Sentii le sue braccia bloccarmi contro il materasso, mentre si metteva a cavalcioni su di me.
-Fai la brava- mi intimò avvicinandosi, prima di aumentare la sua presa sulla pelle delle mie braccia, che iniziava a farmi male.
-Se no che fai, mi picchi?- chiesi sarcasticamente.
Mi sorrise cupamente - potrei farlo- rispose.
Tentai di non mostrare nessun segno di panico o di disperazione, deglutendo rumorosamente.
-Potresti nel senso che lo farai, o nel senso che ti piacerebbe tanto ma non hai le palle di farlo?- continuai a schernirlo.
Mi guardò con rabbia, sbattendo il mio corpo sul materasso prima di guardarmi furioso -Penso proprio che se continui così lo farò- rispose freddo, mentre portava una sua mano nella tasca. Ne estrasse un coltellino.
Smisi di respirare, valutando le possibilità che avevo di levarmelo di dosso e correre per poi scappare. Ma mi resi conto che non avevo una macchina, niente di niente, e scappare da lì a piedi era come compiere un suicidio.
-Cosa c'è, hai perso la lingua tutto ad un tratto?- mi prese in giro, rigirandosi il coltellino tra le mani. Non risposi, consapevole che la mia voce sarebbe stata tremula.
-Adesso chiariamo alcune cose- si fermò, inchiodando i suoi occhi nei miei.
-Per primo, tu non devi permetterti di mancare di rispetto ne a me, ne ai miei amici. - chiarì digrignando i denti.
-Secondo, puoi dire a tuo fratello che le sue frasi da profeta può ficcarsele dritte in culo- continuò sempre più adirato.
-terzo, adesso sono stato buono, ma se osi comportarti così la prossima volta non sarai così fortunata- concluse, chiudendo con uno scatto il coltellino e alzandosi rapidamente.
Gli lanciai un'occhiataccia, alzandomi e cominciando a camminare verso l'uscita. Mi bloccò -Ovviamente questo incontro dovrà rimanere tra noi- sussurrò gentilmente, una gentilezza letale, tipica di un predatore esperto.
Mi girai per squadrarlo. Stavo per mandarcelo, ma mi trattenni.
Annuii, per poi girarmi e continuare a camminare. Arrivai fino al prato dove era parcheggiata la sua macchina, decisa a proseguire ignorandolo del tutto.
-Vuoi un passaggio fino a scuola?- mi chiese sarcasticamente sporgendosi dal finestrino.
Avrei dovuto farmi gli affari miei, ignorandolo o rispondendo noncurante dopo tutto quello che mi aveva detto e fatto, invece non resistetti all'impulso di mostrargli il dito medio. Lo vidi guardarmi furiosamente, ma non gli diedi il tempo di dire o fare altro, perché mi misi a correre senza meta, sospirando di sollievo quando scorsi una stazione di servizio. Mi avvinai a un telefono pubblico, inserendo una moneta e componendo il numero di Mike, che mi rispose dopo pochi squilli.
-Chi è?- domandò perplesso.
-Mike, Sono Ellen- dissi guardandomi intorno nervosamente.
-Ehi, che succede?- chiese improvvisamente allertato.
Sospirai -Vienimi a prendere, sono appena fuori città, la prima stazione di servizio che incontri- risposi velocemente senza smettere di scrutare lo spazio intorno a me, impaurita.
-Arrivo subito- affermò attaccando.
Questo mi piaceva di Mike. Chiunque mi avrebbe fatto diecimila domande, invece lui si limitava all'essenziale. Mi sedetti sul marciapiede, prendendomi il volto dolorante tra le mani. Quello stronzo mi aveva messo le mani addosso, l'avrebbe pagata.
Poi però mi ricordai delle sue parole, era stato ben chiaro nel dire che nessuno sarebbe dovuto venire a conoscenza della nostra piccola, come chiamarla, conversazione?
Senza contare il fatto che avrei dovuto dare tremila spiegazioni a mio fratello, e molto probabilmente mi avrebbe ucciso se gli avessi detto che avevo spontaneamente accettato il passaggio di uno dei The Skulls.
Era stato come urlare a un uomo con la pistola "Ehi sono qui, sparami!".
Quanto ero stata stupida!
Sobbalzai al suono del clacson, alzando lo sguardo per poi sospirare sollevata alla vista degli scuri capelli di Mike. Salii dalla parte del passeggero, coprendomi il viso con i capelli per evitare che vedesse il segno rosso lasciato dall'impronta di quel bastardo.
-Posso chiederti cosa è successo o devo limitarmi a stare zitto e guidare?- chiese guardandomi.
Risi -Zitto e guida- risposi.
Annuì sollevando il pollice.
Mantenne la parola, non fece alcuna domanda, non mi assillò, non mi minacciò dicendo che avrebbe raccontato tutto a mio fratello. Dovevo la vita a quel ragazzo, sul serio.
Si fermò davanti alla scuola -Ti lascio qui?- mi chiese girandosi dalla mia parte. Annuii -Grazie mille, davvero- risposi sorridendogli sinceramente.
-Figurati El, ora scappo, tuo fratello e gli altri mi aspettano- disse salutandomi e facendomi l'occhiolino. Scesi dalla macchina, ricambiando il saluto -A dopo- concordai, girandomi e dirigendomi verso il portone della scuola chiuso.
Suonai, in attesa che mi venisse ad aprire il portiere.
-Signorina Jenksey- mi salutò ironicamente, aprendo il portone per farmi entrare. Ricambiai con un rapido cenno, svignandomela prima che potesse vedermi il preside.
Okkey, era ufficiale, la vita ce l'aveva con me.
-Aspetti, non così in fretta- mi fermò, facendomi cenno di seguirlo nel suo ufficio. Sospirai amaramente, dirigendomi all'interno di quella stanza che ormai conoscevo bene. Mi avrebbero dovuto fare una poltrona speciale, come simbolo della mia fedeltà. La prossima volta avrei portato i cornetti, e magari un mazzo di carte da gioco.
-Signorina Jenksey, pensavo di essere stato chiaro ieri con il mio discorso- disse, guardandomi al di sopra degli occhiali a mezzaluna.
Ricambiai lo sguardo -Infatti lo è stato- ribattei, incrociando le braccia davanti al petto.
-E allora mi vuole spiegare per quale ragione arriva tardi il secondo giorno di scuola?- domandò unendo le mani davanti al viso, sporgendosi per guardarmi meglio.
-La sveglia non ha suonato- risposi.
Ne avrei potuta inventare una migliore, ma ero a corto di idee.
Annuì poco convinto -Ovviamente no- concordò sarcastico, guardando l'orologio prima di riportare la sua attenzione su di me.
-Sono stato chiaro con suo padre- mi avvisò con tono serio. -O si mette a studiare, oppure può anche scordarsi una borsa di studio- continuò prima di rivolgermi un rapido cenno, segno che potevo andarmene.
-Arrivederci- salutai rapidamente, prima di uscire di corsa da quel dannatissimo ufficio.
Vaffanculo, a me e alle mia stupidità. Come diavolo mi era saltato in mente di salire su quella dannata macchina? Uh? Come?
Se c'è qualcuno con la risposta, lo prego, me la mandi, perché davvero non riesco a capire il motivo di quella mia colossale cazzata.
Suonò la campanella, a segnalare la ricreazione. Si, dopo quello avevo proprio bisogno della ricreazione. Quindici minuti sarebbero bastati a Fleur per sgridarmi per benino.
Mi diressi verso il cortile, raggiungendo la mia amica poggiata al muretto, di schiena.
-Ehi..- la salutai.
Si girò fulminandomi -E dopo tre ore tu ti fai viva con un "ehi"? Jenksey, puoi fare di meglio- mi sgridò sarcastica.
Sospirai -Lo so che sei arrabbiata, e hai ogni motivo per esserlo.. ma ho una ragione valida per il mio ritardo- le dissi, sperando che mi avrebbe ascoltato.
La mia attenzione fu catturata da una figura alle sue spalle, che manteneva lo sguardo fisso su di me. Misi a fuoco, riconoscendo Justin. Mi irrigidii, stringendo le mie mani in due pugni, cercando di non andare lì ad assalirlo. Si portò un dito davanti alla bocca, ricordandomi che se solo avessi parlato, avrei potuto considerarmi morta.
-Pianeta terra chiama Ellen- mi chiamò annoiata Fleur, guardandosi le unghie.
-Si scusa, cosa stavamo dicendo?- domandai confusa, visto che avevo perso il filo del discorso.
Mi lanciò un'occhiataccia -Mi stavi per spiegare il brillante motivo del tuo ritardo- rispose ironica, incrociando le braccia davanti al petto.
-Ehm... si..- presi tempo, mentre la mia mente elaborava una possibile scusa.
-Stamattina sono uscita, quando ha cominciato a piovere. Ero senza ombrello e mi sono bagnata completamente. Non potevo venire in quelle condizioni, quindi sono tornata a casa a cambiarmi... - conclusi con un piccolo sorriso, soddisfatta della mia invenzione dell'ultimo minuto.
Fleur mi guardò scettica, indecisa se credermi o no -Va bene, sei perdonata- disse abbracciandomi, mentre sospiravo di sollievo.
-El, hai uno strano odore addosso- disse perplessa, scrutandomi.
La guardai fingendomi sorpresa -Cosa?- chiesi apparentemente innocente.
-Non lo so. Di terra, di foglie e .. sembra un profumo da uomo..- constatò dopo avermi annusato.
Rimasi di sasso, cercando una scusa plausibile alla sua osservazione -Oh si, perché avevo scordato le chiavi di casa, quindi sono passata dal retro in mezzo ai cespugli, e poi ho usato il profumo di Dan, visto che il mio era finito- mentii grattandomi la testa.
-Ah si, scusa.. forse sto esagerando- constatò sorridendomi dolcemente. Mi sentii in colpa. In sedici anni non c'erano mai stati segreti tra di noi, e adesso eccomi lì, a mentire spudoratamente alla mia migliore amica. Mi consolai pensando che lo stavo facendo per una buona causa.
Le ultime lezioni passarono abbastanza velocemente, o forse ero io che ero talmente assorta nei miei pensieri da aver perso la cognizione del tempo, comunque sia non mi lamentai.
Uscimmo velocemente dalla scuola, avviandoci frettolosamente verso il nostro magazzino, curiose di venire a conoscenza del piano studiato da mio fratello e dagli altri, piano che ci avevano tenuto scrupolosamente nascosto fino a quell'oggi.
Bussammo spazientite alla porta metallica, fino a quando la voce di Mike non fece eco -Chi..- Fleur lo interruppe, perdendo le staffe -Croce obliqua, dai apri questa cazzo di porta- esclamò in preda all'entusiasmo, facendomi ridere. Ci sedemmo rapidamente vicino a Kayla e Lea, mentre Ben si alzava per sedersi vicino a Fleur.
Alzai gli occhi al cielo, guardando da un'altra parte per evitare di mettermi ad urlare. Ben avrebbe dovuto solo provare a toccarla, poi avrebbe fatto i conti con me, visto che non avrei tenuto conto di tutte le nostre regole sulla famiglia e sul rispetto reciproco.
-Dan, dicci forza!- sbottò Fleur nervosamente. Alzai lo sguardo su mio fratello, che le lanciò uno sguardo divertito. -Con calma bellezze, con calma- ci ammonì facendoci l'occhiolino.
-Non è nulla di complicato.. - iniziò, guardando Alan che fece spallucce scuotendo la testa.
-Amico, ci abbiamo lavorato per tre mesi, se non è complicato!- scherzò.
Mio fratello gli sorrise.
-Ok.. è stato complicato, ma voi non dovete preoccuparvi di questo- continuò riportando la sua attenzione su di noi.
Annuimmo contemporaneamente, incapaci di aspettare ancora.
Mio fratello sospirò scuotendo la testa davanti alla nostra impazienza, tirando fuori una valigetta. La aprì con cura, per mostrarci una specie di quadratino metallico.
-Ecco a voi- disse orgoglioso, mentre tutti, a eccezione mia e di Fleur, lo guardavano stupiti.
-Tutto qui? Un pezzetto di ferro?- chiese delusa Fleur, mentre io aggrottavo la fronte. Mike ci guardò scettico -Possibile che non abbiate capito?! Sono telecamere, microchip sofisticatissimi, ci sono voluti mesi prima che gli americani ce li cedessero!- esclamò.
Guardai incredula il minuscolo pezzettino di metallo tra le mani di mio fratello, prima di parlare -E cosa ci dovreste fare?- domandai confusa.
Mio fratello mi sorrise maliziosamente -Noi niente- fece una pausa, durante la quale io e Fleur ci scambiammo una rapida occhiata.
-Sarete voi a piazzarle nel rifugio degli Skulls- continuò.
Uccidetemi, subito.
ஹஸ ஹஸ ஹஸ ஹஸ ஹஸ ஹஸ ஹஸ ஹஸ ஹஸ ஹஸ ஹஸ ஹஸ
-Fai la brava- mi intimò avvicinandosi, prima di aumentare la sua presa sulla pelle delle mie braccia, che iniziava a farmi male.
-Se no che fai, mi picchi?- chiesi sarcasticamente.
Mi sorrise cupamente - potrei farlo- rispose.