wilted

By mimiflies

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Durante il suo sesto anno a Hogwarts, Draco Malfoy riceve un terribile incarico che segnerà il suo futuro. Pr... More

prologo
atto i
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intermezzo: narcissa
atto ii
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epilogo
curiosità e ringraziamenti

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By mimiflies

Era un ragazzo speciale.

Quante volte, crescendo, aveva sentito quella frase? Gliela rivolgevano familiari, conoscenti, amici di famiglia e perfino insegnanti. Questi ultimi, tuttavia, spesso consideravano la sua una peculiarità negativa.

Aveva sempre camminato a testa alta, ovunque si trovasse, a sottolineare la sua superiorità fisica e sociale. Centinaia di beni materiali glielo ricordavano costantemente; alcuni li custodiva in casa, altri li ostentava con convinzione, portandoli con sé ogni giorno. Il materialismo adornava la sua aura superficiale e lo proteggeva, mantenendolo a una certa distanza dal resto delle persone.

     Inoltre, chiunque desiderava le sue ricchezze e, di conseguenza, desiderava lui. Durante la sua adolescenza aveva attirato l'attenzione di numerosi coetanei, ragazzi e ragazze, ma aveva fatto in modo che nessuno si avvicinasse troppo. Anche quando non era sicuro del suo posto nel mondo, sapeva di essere terribilmente affascinante e irraggiungibile agli altri. E questo lo compiaceva.

Almeno fino a un anno e mezzo prima.

Chiaramente non aveva smesso di curarsi sotto un punto di vista estetico. Anelli, spille, cravatte e completi lucidi e di lusso. Pelle morbida, più bianca del latte e curata senza troppi sforzi. Capelli perfettamente a posto, neanche una ciocca diversa o distaccata dalle altre. Tuttavia la bellezza esteriore cominciava a provocargli un certo sdegno, come se non fosse meritata o se non gli si addicesse.

Durante tutta la sua vita aveva visto fotografie di criminali famosi nell'intero mondo magico. Ognuno di loro aveva un aspetto trasandato, spaventoso, sporco. Ad Azkaban ogni prigioniero indossava la stessa uniforme a righe, larga e consunta. Per Merlino, lo stesso Signore Oscuro non osava abbellirsi: tutto ciò che portava era una veste vecchia, scura e priva di forma, rigorosamente lontana dal tipico aspetto Babbano. E il suo volto era anche peggio.

Il giovane contemplava il suo riflesso allo specchio ogni mattina, consapevole che non era così che si vestivano gli assassini. Ma, in fondo, lui era un assassino particolare. Portava l'orrore dei suoi atti dentro di sé, non lo estendeva agli abiti o alle acconciature. E soprattutto, lui non era neanche un vero e proprio assassino. Qualcun altro aveva ucciso per lui.

Non cambiava comunque l'evidenza: era stato complice di un reato grave. La missione iniziale era stata affidata a lui, ma non era stato capace di portarla a termine. Alla fine nessuno, neanche il Signor Oscuro, ne aveva fatto un grosso problema. Lui era l'unica persona a sentire centinaia di voci nella sua testa strillare: «Codardo!», «Assassino!», «Vergogna della tua stessa famiglia!». Solo lui. Solo il nome nel quale spesso faceva fatica a riconoscersi. Solo Draco.

Il professor Piton lo aveva coperto più di chiunque altro, a Hogwarts. Aveva tolto una vita al suo posto, l'aveva aiutato a fuggire e a tornare a casa. Aveva rassicurato sua madre quando, una volta Materializzati di fronte a Villa Malfoy, l'avevano trovata: aspettava il suo bambino in ginocchio sui gradini davanti all'atrio, e lo aveva accolto piangendo, stremata dall'isteria e dalla preoccupazione. Ma soprattutto, Piton era diventato preside, e non gli aveva negato la lettera per il settimo anno a Hogwarts. Tutti sapevano che era un assassino, ma i Mangiamorte erano entrati comunque nella scuola e avevano stabilito il terrore. Studenti ed insegnanti evitavano di parlare della morte di Albus Silente. Perfino coloro che gli erano più affezionati, come la vicepreside McGonagall, rimanevano in silenzio, seppur mantenendo un portamento malinconico.

E lui, dietro le quinte ma in guardia, stava ad ascoltare per assicurarsi di essere ancora protetto. Ma nessuno sospettava di lui. Chi avrebbe mai sospettato di un diciassettenne calmo e indifeso, costantemente sotto l'ala del peggior preside che Hogwarts avesse ospitato dopo Dolores Umbridge?

Giravano voci di ogni tipo. A inizio anno si raccontava della Battaglia dei Sette Potter, di come il leggendario Auror Malocchio Moody avesse perso la vita, di come Potter e Weasley fossero spariti e di come a tutti gli studenti Nati Babbani fosse stato negato di tornare a scuola. Si sospettava però che anche Granger fosse partita al fianco dei suoi migliori amici. Inseparabili, quei tre. Uniti insieme sin dal primo giorno, perfino contro Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato.

La scuola era fredda e buia, le classi semivuote e silenziose, gli studenti preoccupati e demotivati. Le lezioni di Arti Oscure erano l'unica piacevole novità; ma lui non aveva mai gradito fare del male ai suoi pari per imparare degli incantesimi. Troppi corpi giovani si contorcevano doloranti alla fine di ogni ora e lui rabbrividiva, si voltava inorridito e cercava di rimuovere quelle macabre immagini dalla sua mente.

Oltre che una terribile tortura di vite umane, era un enorme spreco di potenziale. Draco aveva sempre voluto sapere di più sulle Arti Oscure: era necessario sapere anche gli incantesimi più sconvenienti per conoscere il nemico e per proteggersi. Ciò nonostante, non era costruttivo ferire i propri compagni; non portava a imparare niente, se non a diventare delle bestie. Indirettamente, Hogwarts stava diventando un centro di allenamento per soldati giovani, ciechi e spietati. Il Ministero, ora fedele servo del Signore Oscuro, non sarebbe stato d'accordo.

Le lezioni di Babbanologia erano diventate obbligatorie. Si rimarcava con convinzione come i Babbani fossero una razza inferiore a quella magica, e come ogni goccia di sangue Babbano scorrente nelle vene di un mago fosse portatrice di sporcizia ed immoralità. Insomma, informazioni che Draco era abituato a sentire da quando aveva imparato a distinguere una parola da un'altra e di cui, francamente, cominciava a stufarsi.

Pochi studenti si dimostravano entusiasti a queste lezioni. Lui stesso sonnecchiava, la testa sulla mano e la penna a disegnare figure senza senso, mentre la professoressa Alecto Carrow indottrinava i presenti. Draco la ignorava, esattamente come faceva in casa sua, durante gli incontri con Padre e il resto dei Mangiamorte. Aggirarsi per le aule ed incontrare amici di famiglia era diventata un'abitudine, ormai. Lui manteneva un basso profilo, e loro ricambiavano. Non c'era più nulla da nascondere, ma gli sembrava sbagliato trattarli come dei conoscenti.

     Era stato proprio in una di quelle occasioni, appena prima delle vacanze di Natale, che Draco aveva accidentalmente origliato una conversazione tra Neville Longbottom e l'unica figlia femmina dei Weasley, Ginevra.

     «Luna pensa che il nascondiglio della scorsa settimana non sia più sicuro. Dobbiamo trovarne un altro» aveva detto Longbottom sottovoce, ignaro di essere ascoltato dal biondo, seduto al banco posteriore.

     «Me ne occupo io» aveva risposto la Weasley con lo stesso tono. Draco non sapeva di cosa parlassero, ma per capirne di più avrebbe dovuto lasciarli continuare; rimase pazientemente in silenzio.

     «Hai notizie di Ron?» aveva domandato Longbottom.

     La rossa aveva scosso la testa. «Niente. Dubito che possa condividere la sua posizione» aveva ribattuto con un velo di tristezza. «Tu non sai nulla di Dean?»

     Dean Thomas, aveva risolto Draco. Uno studente di Grifondoro in fuga dal Ministero, in quanto Mezzosangue ma cresciuto come un Babbano. Era uno dei tanti nomi che mancavano all'appello, quell'anno.

     Longbottom aveva aggrottato le sopracciglia. «Pensavo vi foste lasciati.»

     «Siamo in guerra, Neville!» aveva sibilato lei, rimproverandolo. «Non importa se siamo stati insieme, quando la sua vita è a rischio!»

     «Va bene, per Merlino» aveva risposto Longbottom, comicamente infastidito. «Non sembrava così quando si trattava di Harry, tutto qui.»

     Ginevra si era visibilmente irrigidita e Draco, curioso, aveva teso le orecchie. «Con Harry è diverso» aveva mugugnato piano, «ma non ho speranze. Mi ha raccontato di essersi innamorato di un'altra persona».

     E bravo Potter, doveva aver pensato Draco. Sopravvissuto, Prescelto, beniamino di Silente, salvatore della comunità magica, Indesiderabile Numero Uno, pezzo di merda di fama internazionale e adesso anche protagonista di una storia d'amore strappalacrime. E chissà chi era la fortunata ad avergli fatto girare la testa, se aveva addirittura rifiutato la sorella del suo migliore amico, che lo idolatrava da anni.

     Tuttavia, il periodo precedente alle vacanze di Natale non doveva essere stato piacevole, perché non era più molto vivido nella sua memoria. Draco tendeva a chiudersi in se stesso nei periodi negativi, e ogni giorno era uguale al precedente e al successivo, al punto di non avere più la giusta concezione del tempo. Presumeva che il pensiero gli avesse attraversato la mente perché era abituato a odiare Potter, a fare aspre battute sul suo conto e a prendersi gioco di lui.

     La malsana sensazione che Potter potesse essere morto, per quello che ne sapeva, lo colpì. Conosceva le buone maniere: non era di buon gusto ridere di chi aveva perso la pelle, anche se si trattava della propria nemesia. Potter fuggiva per la sua vita e numerose altre; nessuno sapeva per certo come, con chi né dove si trovasse.

Ancora una volta si era smarrito nei suoi confusi percorsi mentali e aveva abbandonato la razionalità, raggiungendo un ragazzino di cui doveva importargli meno di niente.

Chiuse il suo libro di appunti musicali, nascondendolo accuratamente dentro il suo zaino, e guardò fuori dal finestrino. L'Hogwarts Express sfrecciava tra le campagne verdastre da ore e un sole pallido illuminava il paesaggio.

La primavera non gli era mai sembrata granché; eppure, quell'anno, aveva imparato ad apprezzare anche i germogli più semplici e inaspettati. Nell'incalzare di una guerra è insolito fermarsi ad ammirare i fiori, ma quando accade si ammira il loro coraggio di mantenere le proprie radici nel terreno e di prendere vita, inconsapevoli della distruzione provocata dagli uomini.

Con le belle stagioni venivano l'amore, la speranza, la serenità. Allora perché a lui non era mai successo niente di simile? Perché il suo cuore era gelido e disperato, in mezzo a quei campi rinati? Perché, quella primavera, centinaia di famiglie di maghi erano destinate a subire violenza e a perdersi a vicenda?

Sospirò. Non sarebbero state delle vacanze di Pasqua facili, nemmeno per un mago maschio, maggiorenne, ricco e purosangue. Nemmeno per un ragazzo speciale, come tutti lo definivano.

«Volete qualcosa dal carrello, cari?» La tipica frase dell'anziana signora che serviva sul treno si affacciò dalla porta dello scompartimento. Lei sorrideva, tranquilla, ma si individuava una certa paura nel suo sguardo. Temeva probabilmente che degli altri studenti venissero rimossi dai Dissennatori nel bel mezzo del viaggio, come era accaduto a Luna Lovegood prima di Natale.

Draco guardò Blaise, che sedeva di fronte a lui, e scrollò lievemente le spalle; ancora una volta non aveva appetito. Il suo stomaco sembrava essersi rimpicciolito nell'ultimo anno. E lui se ne faceva una colpa, ma non riusciva a rimediare. Come tutto il resto.

Blaise si alzò e si rivolse alla donna, dicendo invece: «Soltanto un paio di Cioccorane, grazie». Si occupò di pagare e tornò al suo posto in silenzio, scartando i dolciumi che aveva comprato. «Sei sicuro di non volerne neanche una?» chiese a bocca piena dopo qualche istante.

Lui fece una smorfia; gli avevano insegnato che non era buona educazione parlare masticando. Forse il padre di Blaise non era altrettanto severo. Tecnicamente, però, Blaise non aveva conosciuto a lungo suo padre. «Non ho fame» rispose.

«Hai novità di Crabbe, Goyle e Pansy?»

«Nessuna. Presumo che i loro genitori abbiano preferito tenerli a Hogwarts, piuttosto che averli tra i piedi mentre partecipano a certe malefatte» osservò a bassa voce. «Dovrei vedere i padri di Crabbe e Goyle nei prossimi giorni, però. Casa mia è molto frequentata.» E i miei genitori sono molto infastiditi, avrebbe voluto aggiungere, per non parlare di me. Però non disse niente, perché la fama di casa sua doveva rimanere un grande vanto.

Blaise continuava a mangiare e Draco lo invidiava. Parlare di certi argomenti gli faceva venire il mal di mare, ma evidentemente non fermava il suo amico. «Rimarrai in contatto con me durante le vacanze?»

«È solo una settimana, Blaise. In più i gufi sono costantemente sotto controllo.»

Sebbene Draco fosse svogliato, Blaise si mostrò certamente più premuroso nei suoi confronti. Ogni due giorni durante le vacanze di Pasqua, Draco riceveva un resoconto delle noiose giornate in casa Zabini, accompagnato da varie caramelle che a volte sgranocchiava e altre volte riponeva nel cassetto del comodino.

Faticava a dimostrare quanto volesse bene a Blaise come a chiunque altro; forse non era mai stato fatto per alcun tipo di affetto. In cuor suo era però consapevole della voglia di festeggiare la Pasqua con lui, lontano dal Signore Oscuro e dai suoi vili servitori, in una famiglia che si era astenuta da una scelta pericolosa e irreversibile. Blaise era un ragazzo fortunato; era almeno cinque volte più fortunato di Draco, ma non se ne rendeva conto.

     E Draco era stanco di invidiare i suoi fortunati e disgustosamente attraenti coetanei, quando da sempre era stato convinto di essere migliore di loro.

*

«Ti senti felice, adesso?»

Era sera, forse notte. Sopra di lui si estendeva un soffitto elegante ma accogliente, mai esagerato. La stanza era tiepida a causa del camino ormai spento, ma lui si sentiva accaldato. Delle coperte soffici coprivano il suo corpo che, si rese conto, era nudo. Non riusciva a capire come fosse successo, come fosse arrivato lì. Però una sensazione di sollievo lo pervadeva, e scelse di abbandonarsi ad essa.

«Pianeta Terra chiama Draco Malfoy» ripeté la voce di qualche secondo prima. Si voltò: un ragazzo infinitamente bello, con i capelli neri schiacciati sulla fronte segnata, gli stava parlando. Non c'era nessun paio di occhiali tondi a celare i suoi occhi verde smeraldo, ma Draco lo riconobbe.

«Scusami. Cos'hai detto?» chiese, ma il suo inconscio aveva un miliardo di domande diverse da porgli.

«Ti senti felice, adesso?»

Draco lo fissò, ma per qualche motivo smise di reggere il contatto visivo e spostò lo sguardo sui loro corpi distesi sotto le lenzuola. Potter era a sua volta svestito e lo stava abbracciando, e a lui piaceva. Si sentiva come se avesse desiderato di vivere quel momento per un'eternità.

Un ghigno dolce lasciò le sue labbra. «Come non mai» proferì, ma non riuscì a spiegarsi il senso di quella risposta. «E tu?»

«Pensavo di non dirlo mai in tutta la mia vita, specialmente adesso, ma lo sono anch'io.»

«Suppongo che dovremmo farcelo bastare, non è vero?»

Potter sorrise senza mostrare i denti e confermò ciò che pareva ovvio, cominciando a baciare la pelle sotto l'orecchio di Draco. Il biondo si rilassò e gettò la testa all'indietro, ma nel farlo vide con la coda dell'occhio un comodino alla sua sinistra.

Si voltò con la scusa di lasciargli più spazio da baciare. Sul comodino erano poggiati la sua bacchetta, l'anello dei Malfoy che si era sfilato dal dito, una Ricordella di vetro chiaro e una lampada spenta.

Non vide nient'altro, costretto ad aprire gli occhi. Ancora una volta si trattava di un sogno privo di qualsiasi tipo di spiegazioni, ma stavolta lo lasciò doppiamente turbato. Non pensava che si potessero provare sentimenti così intensi, in sogno.

Che diavolo ci faceva in un letto comodo e sconosciuto, avvinghiato a Harry Potter e dichiarandosi felice di esserlo? Forse era la prova definitiva del fatto che stava completamente perdendo la testa.

Stanco ed annoiato, afferrò la prima maglietta che gli capitò a tiro e si diresse verso il largo ed alto armadio della sua camera da letto. Si guardò allo specchio incastonato tra le ante: anche quel giorno, le maledette cicatrici erano ancora lì. Doveva rassegnarsi all'idea che sarebbero rimaste sul suo corpo per il resto dei suoi giorni; non sarebbero scomparse all'improvviso, neanche con il più esperto degli incantesimi.

Indossò la maglietta nera, che gli copriva il dorso martoriato, e separò le eleganti ante. I vestiti che portava a Hogwarts erano di una quantità ben limitata a ciò che aveva in casa, sebbene si trattasse di indumenti simili tra loro. Il nero dominava il suo guardaroba, essendo da tempo il colore prediletto della famiglia Malfoy. Spesso si lasciava spazio ad un brillante argento o a diverse, ma sobrie e scure tonalità di verde. Il bianco era presente, ma era destinato ad essere nascosto: biancheria intima, calzini, magliette da indossare in casa o, secondo l'opinione di Lucius, soltanto in camera da letto.

Non gli dispiaceva portare colori tendenzialmente scuri e monotoni, in verità. Per tutta la sua vita non aveva fatto altro, e di conseguenza stentava a vedersi bene in rosso, giallo o azzurro. Il suo modo di vestire rispecchiava sicuramente la sua personalità e la sua casa di Hogwarts, ma prima ancora rappresentava la sua famiglia e le sue fiere discendenze.

Diversamente da quanto si potrebbe pensare, Draco aveva provato a distanziarsi dallo stile tipico dei Malfoy. Mentre Padre si trovava ad Azkaban, prima dell'inizio del sesto anno scolastico, Madre lo aveva accompagnato a comprare nuovi vestiti. Era una donna comprensiva, Narcissa: le importava il decoro, ma non quanto il benestare del suo pargolo. Era convinta che rifarsi il guardaroba lo avrebbe tirato su di morale. Draco, comunque, aveva apprezzato il tempo passato con lei più degli acquisti stessi.

Questi ultimi erano risultati in pochi elementi di vestiario, tutti troppo moderni anche per la stravaganza di alcuni maghi: un paio o due di jeans stretti, tre camicie di inusuali fantasie e un'audace giacca di pelle, l'indumento che aveva preferito.

«Ha un'aria Babbana» aveva commentato Madre quando Draco l'aveva adocchiata. Tuttavia, una volta che il ragazzo l'ebbe provata, aveva sorriso teneramente.

Aveva voluto indossarla a lungo, ma non si era mai presentata l'occasione perfetta. Non era coraggioso abbastanza da farsi vedere dall'intera scuola con qualcosa di così diverso, ma un paio di volte l'aveva portata a Hogsmeade. Le facce di Crabbe e Goyle, la prima volta che lo avevano visto, non ebbero prezzo. Blaise, invece, aveva aspramente sottolineato la sua omosessualità, pensando di essere simpatico. L'unica ad averlo apprezzato era stata Pansy.

Draco recuperò la giacca dagli appendiabiti; si mimetizzava dietro numerosi modelli che adornavano i suoi classici completi. Rimase a guardarla con un'espressione nostalgica, pensando a tutto quello che avrebbe potuto essere ma che non era diventata. La sfilò delicatamente dalla gruccia e la indossò sopra la maglietta: gli andava più larga dell'ultima volta.

Fissò il suo riflesso allo specchio, un'immagine insolita ma affascinante. Era questo, il Draco che avrebbe voluto mostrarsi al mondo; farsi conoscere e conoscerlo, senza lasciarsi giudicare da nessuno. Un Draco che Lucius Malfoy non aveva formato, un Draco che invece aveva il coraggio di sfidarlo. Quel Draco sorrideva, e nel suo sorriso la sofferenza si nascondeva fino a sparire. Non riusciva a credere come un indumento materiale, semplice ed insignificante avesse posto le basi per una persona nuova, ma che non riusciva a nascere. Era un fiore disperato di sbocciare ma che non poteva aprirsi, perché era oppresso ed appassito fin dall'inizio.

Sconcertato, spostò nuovamente le ante e si ritrovò di fronte agli abiti che avrebbe dovuto indossare per tradizione. Stava per scrollarsi la giacca di pelle quando, frugando nelle tasche, tastò le lisce curve di un oggetto.

La riconobbe una volta estratta: sferica, trasparente, cinta da uno strato superiore dorato e dalla superficie in raffinato bassorilievo. Era una Ricordella nuova. Se la rigirò tra le mani, percorrendola con i polpastrelli e riflettendo. Un fumo scarlatto cominciò a riempirla, segno che Draco stava dimenticando qualcosa; ma non aveva alcun senso. Non l'aveva mai vista in vita sua, se non in sogno proprio qualche attimo prima.

«Oh, mi starai prendendo per il-»

Un grido squillante lo fece sussultare ancora prima di finire la frase, costringendolo a lanciare immediatamente la Ricordella dentro l'armadio e a togliersi di fretta la giacca, lasciandola affondare tra i numerosi altri vestiti.

Zia Bella suonava elettrizzata. «Chiamate Draco!»








N/A: una mia amica (che ringrazio ancora <3) ha creato una playlist su spotify per wilted. se volete ascoltarla, vi lascio il link nei commenti!

godetevi il resto della storia. un bacio!
- mar

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