Non era la prima volta che salivo sulla Jeep di Faaris, ma in quell'occasione fu diverso.
Forse perché la volta precedente il nostro incontro mi era sembrato pregno di possibilità, di nuove avventure, carico della forza che si portava con sé e che mi permetteva, temporaneamente, di confinare Alessandro in una sorta di oblio, di allontanarmi dalla delusione e dalle difficoltà che ci avevano coinvolti.
Ormai però mi ero resa conto che, per quanto Faaris mi attraesse, per quanto provassi affetto per lui e gli fossi grata per le volte in cui mi aveva fatta sentire protetta, ciò che mi aveva conquistata, al punto da offuscare i miei reali sentimenti per Alessandro, era l'aura che promanava, il suo potere, la sua ricchezza, più che lui stesso.
Mi sentivo terribilmente in colpa.
Mi morsi il labbro, così forte che sentii sulla lingua il sapore metallico del sangue.
Ripensai a quando mi aveva portata nel deserto, al modo in cui aveva pronunciato con disprezzo la parola "denaro", quasi come se dalla sua stessa ricchezza derivassero anche le sue sofferenze, le sue delusioni, le difficoltà, magari, di trovare rapporti stabili.
E adesso, io stessa, mi sentivo pronta a lasciarlo andare una volta esaurita la scarica di adrenalina, una volta che, umanizzandosi, aveva perso parte del fascino irresistibile che mi aveva conquistata.
Ma non potevo continuare a illudere me stessa, a illudere lui, a mentire ad Alessandro.
Dovevo affrettarmi a scegliere prima che una qualsiasi scelta mi diventasse, di fatto, impossibile.
Quella domenica avevo deciso di porre fine alla nostra nascente storia. Sarei stata onesta con me stessa e con lui, avrei provato a rimanergli amica, se lui me lo avesse concesso.
Era arrivato il momento di decidere quale binario percorrere, di abbandonarne uno in favore dell'altro, senza esitazioni.
E, per farlo, avevo deciso di accettare quel suo nuovo invito. Volevo concedergli e concedermi un'ultima prova: un ultimo momento per rendermi conto definitivamente di quello che già, in cuor mio, mi sembrava di aver afferrato con sufficiente sicurezza.
Guardai Faaris con uno sguardo colpevole, remissivo, ma lui non sembrò cogliere il vortice di sentimenti che mi stava inondando.
Ricambiò il mio sguardo e mi sorrise, sereno.
Osservai la strada davanti a me, il paesaggio cambiare a mano a mano che macinavamo chilometri.
Eravamo diretti in Oman.
Quando l'ascensore si era fermato, come la prima volta, al quarantaduesimo piano e le porte scorrevoli si erano aperte, riportandomi alla mente i ricordi del nostro primo incontro, il cuore aveva iniziato a battermi così forte nel petto che quasi mi era sembrato volerne venire fuori, dilaniarlo.
Alessandro era rimasto immobile, come pietrificato, probabilmente incerto su come approcciarmi.
Avevo fatto la scelta giusta?
Avevo peccato di eccessiva intraprendenza?
Ero intimorita, ma quell'energia che avevo sentito dentro di me e che ancora pareva irradiarsi nelle mie cellule, mi stava guidando verso una strada che, in condizioni normali, avrei forse avuto timore a percorrere.
«Andiamo» l'avevo incitato, prendendolo per mano e quasi trascinandolo lungo il corridoio. Si era fatto accompagnare, docile, fino alla porta in fondo, fino alla stanza che aveva visto il nostro primo bacio.
Non ci eravamo più tornati da allora, non ne avevamo avuto bisogno, ma nulla sembrava essere cambiato: il grande tavolo ovale, i quadri alle pareti, le piantine ornamentali.
Mi parve di essermi, come per magia, teletrasportata a una calda sera di alcuni mesi prima, come se niente di tutto quello che ci aveva uniti, divisi, e poi ancora uniti, fosse mai successo.
«Perché mi hai portato qui?» aveva chiesto lui, ritrovando finalmente la forza di parlare ma, dal sorriso divertito che gli increspava le labbra, sembrava già conoscere la risposta. «mi hai rubato le idee, Barbara. Il quarantaduesimo piano è una mia prerogativa».
«Stai un po' zitto» lo avevo apostrofato, prima di saltargli al collo e di baciarlo, con tutta la passione che avevo in corpo.
Il sapore delle sue labbra sulle mie, dopo così tanto tempo, mi infiammò le viscere, irradiò come luce pura tutto il mio corpo, riducendolo a un tremito incontrollabile.
Alessandro, dopo un breve attimo di esitazione, aveva ricambiato il mio slancio, mi aveva stretta forte contro il suo petto e si era nutrito a sua volta della mia pelle, baciandola, mordicchiandomi le labbra e intrecciando la sua lingua con la mia.
Faaris accese d'improvviso la radio, strappandomi via dai miei pensieri, e sintonizzò la frequenza su una stazione che trasmetteva musica araba. I suoi occhi sembravano sorridere, eccitati per una nuova avventura insieme a me. I miei, al contrario, si stavano spegnendo lentamente e anche lui, dopo un po', sembrò accorgersene.
«Cosa c'è, Barbara? Ti vedo pensierosa».
«Nulla» mentii, incapace di affrontare l'argomento così in fretta «ripensavo ad alcuni problemi di lavoro, niente di particolare».
Non era chiaro nemmeno a me il motivo per cui non gli stavo dicendo subito, in maniera trasparente, quello che provavo per lui e soprattutto quello che, di più forte, provavo per un altro uomo; un'uomo che nonostante avessi cercato di accantonare in una caverna oscura del mio cuore, era ritornato prepotentemente a galla come una bolla d'aria sul fondo del mare che, per quanto si possa provare a trattenere, prima o poi raggiunge la superficie.
I sensi di colpa mi stavano dilaniando.
Non avrei dovuto accettare quel viaggio, me ne rendevo conto sempre di più, a ogni istante che passava.
Avrei dovuto convincerlo a vederci in città, a parlargli a quattr'occhi, in maniera diretta, senza inutili illusioni, senza temporeggiare.
Invece avevo rimandato per una settimana intera, avevo cercato di tenere in pausa quella situazione per quanto più tempo possibile sperando che lui si accorgesse della mia reticenza, che il suo interesse per me scemasse a poco a poco, ma il Faaris che latitava per settimane, che non si faceva sentire per lungo tempo, sembrava definitivamente sparito. Mi aveva chiamata, aveva voluto conversare al telefono, mi aveva chiesto cose. E, infine, mi aveva invitata a uscire, a intraprendere quella nuova avventura.
Avevo provato a chiedergli di vederci per un appuntamento più ordinario, ma era stato irremovibile.
Mi voleva con lui a tutti i costi e con Faaris, avevo imparato, era difficile averla vinta.
Aveva iniziato, come in una danza di seduzione, a parlarmi dei bellissimi fiordi del Musandam, una penisola a nord dell'Oman distante solo tre ore di macchina da Dubai, dello spettacolo meraviglioso che offrivano, paragonabile a quello delle insenature norvegesi ma senza ghiaccio e senza freddo. Mi aveva implorata di accompagnarlo in una gita che ci avrebbe portati a visitare quelle terre, l'acqua verde smeraldo del mare, le grotte calcaree che -giurava- mi avrebbero rapito il cuore, lasciando un bellissimo ricordo.
Ancora una volta, mi aveva convinta, ipnotizzata.
E quindi eccomi lì con lui, diretta in un altro Stato, senza la forza e il coraggio di dirgli nulla.
Ero, cercavo di convincermi, alla ricerca del momento opportuno, del tempo e del luogo che l'avrebbero, magari, fatto soffrire di meno, che gli avrebbero fatto digerire in maniera più indolore quel distacco.
Ma -e una parte di me lo sapeva anche se non voleva ammetterlo- un luogo e un tempo del genere non esistevano, né sarebbero mai esistiti.
Così, quando Faaris mi chiese per l'ennesima volta se qualcosa non andasse, risposi «No, niente».
Alessandro e io eravamo rimasti lì a baciarci per un tempo interminabile.
Il contatto con lui mi aveva come riscossa da un torpore, uno stato di dormiveglia in cui sembravo essermi assopita, crogiolata, per attutire il dolore che avevo provato durante la nostra separazione.
Improvvisamente però mi era piombato addosso anche il peso delle mie scelte, il tempo in cui eravamo stati distanti, il rapporto sentimentale che mi legava a Faaris, le cose della vita in cui mi ero immersa senza nemmeno accorgermene.
Mi staccai da lui, delicatamente, e lo guardai dritto negli occhi.
«Non è così semplice».
D'un tratto tutto quell'ardire, tutta quella energia che pure mi erano parse invincibili fino a pochi minuti prima, stavano a poco a poco sparendo.
Come avrei dovuto comportarmi?
Stavo davvero passando sopra, in maniera così veloce, a tutte le sofferenze che, seppur involontariamente, mi aveva causato?
«Lo so, Barbara» sussurrò dolcemente «ma insieme ce la faremo, ne sono sicuro».
«Sto uscendo con un altro» gli dissi, in modo più duro di quanto, probabilmente, avrei voluto o di quanto lui si meritasse.
Alessandro abbassò lo sguardo, ferito.
«Lo so» disse «ma lo ami?»
Non ebbi bisogno di pensarci.
«No» risposi.
Ci guardammo per un lungo istante, senza parlare, le luci dei grattacieli che scintillavano dall'enorme vetrata.
«No» continuai «ma è un ragazzo meraviglioso, mi ha salvato la vita, mi ha aiutata nei momenti di difficoltà che ho vissuto quando ci siamo lasciati, mi ha fatto vivere avventure magnifiche. Non ho intenzione di fargli del male».
«Che significa?» mi interruppe Alessandro «che hai intenzione di restare con lui, nonostante non lo ami, soltanto per evitargli di soffrire?».
«Non ho detto questo» replicai «ma...»
Era dura da ammettere, ma io ero proprio così.
Forse mi mancava il coraggio, forse preferivo una vita piatta, stabile, magari monotona, ma senza sbalzi, senza sofferenze.
Era più semplice vivere nella mediocrità, in qualcosa che mi facesse stare bene, anche se non del tutto, pur di non affrontare i sentimenti degli altri, pur di non sobbarcarmi il peso dei sensi di colpa.
Ripercorsi, in un lampo, la mia vita di prima, le mie relazioni.
Quante volte avevo lasciato e quante ero stata lasciata? La risposta era decisamente imbarazzante.
Avevo sempre aspettato che fossero gli altri a chiudere un rapporto, ad allontanarmi dalla loro vita.
Certo, spesso li avevo aiutati, con il mio malumore, la mia freddezza, il mio distacco, ma erano stati sempre loro a porre la parola fine. Mi resi conto di essere molto abile a fare in modo di non dover mai essere io a fare il lavoro sporco, a dover trovare il coraggio di scegliere.
Anche la fine della mia ultima relazione, nonostante un terribile tradimento, era probabilmente stata causata dalla mia incapacità di rendermi conto, o meglio, di accettare e prendere atto, che quel rapporto era già finito da tempo e che io stessa non ero riuscita a scriverne l'epilogo.
Quel tradimento, nonostante la profonda sofferenza che mi aveva causato, era in qualche modo stato rassicurante, aveva deciso per me la situazione, era stato risolutivo.
Ma volevo davvero che la mia vita proseguisse così? Trascinata dalle onde della volontà delle altre persone come un semplice tronco alla deriva? O per una volta sarei riuscita io a essere onda, capace di determinare gli altri con la mia passione e i miei sentimenti?
«Non c'è nessun ma, Barbara» aveva esclamato Alessandro, severo, riscuotendomi da quei pensieri «ho sbagliato a non essere del tutto sincero con te, e ti ho chiesto scusa, ma ho sempre cercato di dimostrarti che sei l'unica a cui tengo, l'unica che voglio nella mia vita, e sono perfettamente deciso in questo. È necessario però, se vuoi che la nostra storia possa proseguire, che tu faccia lo stesso».
Era l'ultimatum che temevo.
«Non voglio renderti infelice, se sceglierai lui soffrirò, starò malissimo, ma alla fine mi rassegnerò, me ne farò una ragione. Però è giusto che tu faccia questa scelta, che finalmente e definitivamente tu segua il tuo cuore».
«Hai ragione» dissi, mentre lacrime calde iniziarono a bagnarmi le guance «e la mia scelta sei tu. Ho solo bisogno di un po' di tempo. Faaris è una persona meravigliosa, non voglio che soffra. Non voglio fargli del male...».
«Faaris...» disse lui, a voce bassa. La sua espressione si fece addolorata, quasi come se, dandogli un nome, avesse reso quella presenza che pure immaginava vicina a me, alla mia vita, umana e tangibile per la prima volta.
Impiegammo circa due ore e mezza a raggiungere i confini con l'Oman.
Attraversammo il deserto, le sue dune rosse e splendenti ai lati della strada che tanto mi avevano emozionata la prima volta e che ancora mi facevano sbarrare gli occhi per lo stupore.
Ci addentrammo lungo una strada che divideva a metà una serie di formazioni rocciose, imponenti, rosse anch'esse ma in modo meno vivido. Erano paesaggi che non ero abituata a vedere e che mi impressionarono per la loro sterile ma allo stesso tempo austera bellezza.
Durante quel tragitto, superato l'iniziale imbarazzo e la tristezza per quello che, presto o tardi, avrei dovuto dirgli, eravamo riusciti a trovare un certo equilibrio nella conversazione.
Mi aveva chiesto a lungo di Raya, degli sviluppi della nostra amicizia, se ci fossimo infine riappacificate.
Trovai strano che si interessasse così tanto a lei, al nostro rapporto, ma la sua curiosità mi concedeva di trovare parole e argomenti senza sforzarmi, così diedi soddisfazione a tutte le sue domande.
Gli raccontai di James, di quello che mi aveva fatto, dei sospetti che avevo avuto su Raya e di come, una volta caduti, ci eravamo chieste scusa a vicenda e ci eravamo finalmente chiarite.
Sembrò essere sollevato da quello sviluppo, forse teneva veramente a me e alle persone che mi circondavano.
Arrivammo, quasi come se il tempo avesse iniziato a scorrere più velocemente, alla frontiera di Dibba, un agglomerato urbano polveroso di cui mi colpirono, lungo il tragitto che portava al confine, vari edifici con le bandiere più svariate in cui dovevano avere sede, almeno così immaginai, edifici governativi, uffici immigrazione, forse delle ambasciate.
Girammo attorno a una rotonda dalla quale si intravedeva, in lontananza, la bandiera degli Emirati Arabi che, fissata sulla cima di un'altissima asta, dominava imponente su tutte le altre e sul paesaggio circostante.
Non avevo mai attraversato un confine via terra.
Mi era sempre capitato di farlo in aeroporto, una volta a destinazione, per cui non sapevo bene che cosa aspettarmi.
La cosa mi emozionava ma, allo stesso tempo, mi intimoriva.
Faaris mi aveva avvertita di portare con me il passaporto e, per un attimo, temetti che in qualche oscuro modo avesse capito le mie intenzioni nei suoi confronti e che volesse farmi uscire dal paese, tenermi prigioniera a lui.
Mi resi conto, d'un tratto, di non essere altro che una turista europea, una straniera, in compagnia di un ragazzo, di un uomo, che in fondo non conoscevo ancora bene. Pensai alle notizie che si sentono al telegiornale, mi tornò in mente l'immagine di quella ragazza scomparsa, Jessica, quel volantino che avevo visto sul muro del bar il primo giorno di lavoro.
Cercai di scacciare quei brutti pensieri.
Erano solo stupide elucubrazioni della mia mente. In fondo ero già stata fuori città con Faaris, mi aveva trattata come una regina, non avevo motivo di preoccuparmi.
«Cosa c'è?» chiese lui, sorridendomi, come se avesse avvertito i miei pensieri.
«Nulla» dissi, ridacchiando e rivelandogli in maniera scherzosa gli strani crucci della mia mente «pensavo al fatto che magari stai cercando di portarmi in un altro stato per uccidermi e far scomparire le mie tracce».
Sorprendentemente, Faaris non rise. Anzi, la sua espressione cambiò, si fece seria.
«Queste cose non si dicono nemmeno per scherzo. Non sono un assassino, Barbara».
«Ehi, scusa» risposi «stavo solo ironizzando. Non volevo offenderti».
Se l'era presa, per qualche inspiegabile ragione. Ma la cosa che più mi aveva turbata era il modo in cui mi aveva risposto che non era un assassino. Era quasi come se rifuggisse da quell'appellativo allo stesso modo in cui, implicitamente, poteva accettare di essere altro. Aveva tutta l'aria di dire: ladro sì, strozzino sì, ma assassino no, quello non lo sono mai stato. Non ancora almeno.
Cosa doveva aver fatto Faaris nella sua vita per reagire in tal modo a una mia semplice battuta di spirito. Di quali errori doveva essersi macchiato?
Finalmente, da lontano, intravidi una zona sorvegliata, alcune auto in coda davanti ad una sorta di portale e un cartello, sbiadito, che recava impressa la bandiera dell'Oman. Eravamo arrivati alla frontiera.
Faaris parcheggiò nello spiazzo accanto alla guardiola.
«Adesso seguimi» mi disse «tieni il passaporto a portata di mano, andiamo a fare il visto per l'entrata, non ci vorrà molto».
Ci avvicinammo a due soldati che, ad armi spianate, camminavano avanti e indietro lungo il perimetro di quella costruzione.
Faaris gli parlò concitatamente in arabo.
La loro voce e i loro sguardi mi spaventarono. Erano duri, rozzi e, nonostante mi sentissi tutto sommato protetta, riuscirono a incutermi comunque timore.
Mi fecero avvicinare, mi squadrarono da capo a piedi e scambiarono brevi sguardi di intesa con Faaris che, in qualche modo, dovevano conoscere già, dato che non gli stavano chiedendo alcun documento per l'accesso.
A me, invece, chiesero il passaporto e aspettammo pazientemente che svolgessero le loro perizie burocratiche. Quindici minuti dopo avevo il mio visto giornaliero per l'accesso in Oman.
Ce l'avevamo fatta.
Avrei visitato la penisola del Musandam.
Nonostante il significato doloroso che avrebbe assunto quella giornata, mi sentivo eccitata. Ancora una volta Faaris mi stava portando a vivere un'esperienza nuova, unica, e gli ero molto grata per questo.
E, mentre lo pensavo, i sensi di colpa tornarono a galla.
Perché stavo temporeggiando?
Ormai era inutile piangersi addosso. Avrei vissuto quella giornata come lui mi chiedeva di fare, avrei aspettato che finisse e, una volta riavvicinatici a casa gli avrei parlato lentamente, con dolcezza, spiegandogli che avremmo potuto continuare il nostro rapporto, ma solo come amici. Non volevo rinunciare a lui, gli volevo bene, speravo che accettasse.
Risalimmo sulla Jeep e guidammo per un'altra quindicina di minuti, fino a un'insenatura dove erano ormeggiate alcune imbarcazioni.
Feci per scendere, ma improvvisamente mi bloccai.
Presi il portafogli e tirai fuori dalla tasca interna un sacchetto di stoffa, delle dimensioni di una tessera.
Lo rigirai tra le mani.
Dentro c'era ciò che di più prezioso avevo di mio padre: la sua foto e una piccola medaglia benedetta che mi aveva regalato prima di morire e che portavo sempre con me, come un portafortuna, un talismano.
Mi faceva sentire protetta e, in qualche modo, quando la indossavo avvertivo costante la sua presenza, il suo amore.
«Faaris, ti spiace se lascio una cosa qui in auto?»
Stavamo per affrontare una giornata di mare, non volevo rischiare che, per qualche motivo, potesse bagnarsi o, peggio, cadermi in acqua.
«D'accordo» mi rispose lui, vieni.
Presi il piccolo sacchetto che conteneva la reliquia e lo appoggiai nel vano portaoggetti.
Un paio di ragazzini piuttosto giovani ci corsero incontro non appena mettemmo piede sul molo, facendo molte feste a Faaris e salutandolo con un inchino. Data la somiglianza tra di loro, immaginai che dovessero essere fratelli.
Faaris gli carezzò il capo, prima a uno e poi all'altro e quelli, come eccitati dal suo tocco, corsero via verso l'estremità di un lungo pontile, dove era ormeggiato un bellissimo e scintillante Yatch.
I possedimenti e il potere di Faaris, a quanto pare, si estendevano anche oltre il confine degli Emirati Arabi.
Non passarono pochi minuti che i ragazzini tornarono verso di noi, saltellando, seguiti a poca distanza da un uomo anziano, un marinaio, che sorrise affabile a Faaris e gli disse qualche frase che non riuscii, ovviamente, a comprendere.
«È tutto pronto, Barbara» tradusse lui, sintetizzando la situazione «seguimi».
Ci avviammo verso quell'imbarcazione, erano quasi le 11, il sole splendeva alto nel cielo e il caldo, che pure con l'arrivo di dicembre era diminuito al punto che la sera era necessario coprirsi con una felpa per far fronte al fresco, si era alzato nuovamente come una cappa su quella regione desertica.
Faaris e l'uomo, che nel frattempo si era presentato come Samir, mi aiutarono a salire sulla piccola pedana metallica.
Era magnifico.
Era uno Yatch di dimensioni ridotte, ma non per questo meno lussuoso.
Intravedevo, dai vetri della cabina, un salotto finemente arredato. Immaginavo, sottocoperta, una bellissima camera da letto, mentre sul ponte c'era tutto il necessario per una splendida giornata di sole: lettini, un ombrellone, alcune sedie a sdraio.
A lato dello scafo era invece sistemato un gommone, di un bel giallo acceso, che immaginavo servisse come scialuppa di salvataggio o per raggiungere qualche spiaggetta più riservata.
«Chi guiderà la barca?» chiesi, eccitata.
«Io, ovviamente» rispose Faaris «ho la patente nautica, saremo solo io e te».
Sorrisi di rimando ma, quella dichiarazione, mi turbò leggermente.
Avevo sperato, per qualche istante, che quell'uomo e quei ragazzi ci avessero fatto compagnia, che mi avrebbero sottratta, con la loro presenza, alle possibili avances di Faaris. Invece avrei dovuto riuscire da sola a stargli lontana, a evitarlo.
Il momento della resa mi sembrava, a poco a poco, sempre più vicino.
Ci volle poco meno di mezz'ora per iniziare la navigazione.
Il marinaio aiutò Faaris a rimuovere gli ormeggi, a issare l'ancora, dopodiché abbandonò l'imbarcazione rivolgendoci un caloroso cenno di saluto.
Il vento tra i capelli, la salsedine, Faaris che teneva il timone con maestria.
Sarebbe stata una giornata davvero perfetta, se non avessi avuto quella spada di Damocle sulla testa.
L'acqua del mare era davvero come lui l'aveva descritta: di un verde smeraldo che lasciava incantati gli occhi e che illuminava il cuore.
Mi spiegò che quel colore era dovuto alla presenza di alghe, verdi appunto, che riflettendo dal fondo del mare la luce del sole, donavano alla superficie quel colore così vivido.
Mi spogliai, lentamente, e rimasi in costume da bagno. Faaris indossava delle scarpe da barca, pantaloni lunghi di lino e una camicia sbottonata sul petto, i cui lembi venivano mossi ritmicamente dal vento che batteva contro lo scafo.
Ci allontanammo a velocità di crociera dal porto che, a mano a mano, diventò un puntino sempre più lontano e iniziammo a costeggiare il litorale, a poche centinaia di metri dalla riva. Riuscii a distinguere da lontano, durante la navigazione, alcuni piccoli villaggi: case bianche sparpagliate su angoli di costa aridi, spogli. Intravidi una moschea, con il suo tetto scintillante, sormontare alcuni edifici bassi e lunghi. A poco a poco anche quei segnali di civiltà si diradarono, lasciando il posto alla natura incontaminata di quella parte di mondo.
«Guarda» mi disse Faaris d'un tratto, indicando qualcosa alla base di un promontorio.
Mi affacciai, avvicinandomi a lui.
Una serie di grotte calcaree, bianche come neve, costellava il fianco di quella formazione rocciosa. Il contrasto fra il candore di quelle insenature e il verde dell'acqua era qualcosa che gli occhi sembravano non riuscire ad assorbire tanto era incantevole.
«Faaris, è meraviglioso»
«Questo è nulla, tra poco arriveremo su una spiaggetta solo nostra. Vedrai, sarà bellissimo»
«Sì, sarà bellissimo» sussurrai, un velo di malinconia nella mia voce.
Mi strinsi a lui, forte.
Volevo godermi quell'ultimo contatto, sentirlo ancora vicino prima che non avrei più potuto farlo. Faaris ricambiò il mio abbraccio, fece per baciarmi ma mi scostai, fingendo di non essermi accorta del suo tentativo.
Mi guardò per un attimo con aria interrogativa, ma si arrese, senza dire nulla.
Navigammo ancora, passando tra varie insenature, accanto a grotte dai colori scintillanti.
La penisola del Musandam era bellissima, così diversa dalla monocromaticità del deserto, nonostante pure ne facesse parte e, soprattutto, così diversa dalla tecnologia quasi invadente degli Emirati Arabi. Il bianco del calcare, il verde dell'acqua, il rosso spento delle montagne. Erano gli stessi colori della bandiera Omanita, rosso, verde e bianco, così simile a quella italiana ma così piena di significati e tradizioni totalmente differenti.
«Allora?» mi chiese lui a un tratto «ne è valsa la pena?»
«Assolutamente sì» dovetti ammettere «é un'esperienza davvero unica».
Mi annunciò che presto saremmo arrivati alla sua spiaggia preferita, che amava chiamare "spiaggia dello smeraldo".
«Adesso circumnavigheremo quel costone di roccia» mi disse «tieniti pronta a rimanere incantata».
Mi avvicinai all'estremità del ponte, volgendo lo sguardo nella direzione che mi stava indicando.
«Dove devo guardare? Non vedo nul...»
Feci appena in tempo a pronunciare quella frase che la bocca mi si spalancò in un'esclamazione di stupore.
L'insenatura in cui ci stavamo addentrando doveva essere lunga circa un chilometro, e stretta poco più di duecento metri. Un fiordo in piena regola, ma la cosa che mi lasciò di stucco fu quello che si trovava all'estremità di quella lingua di mare.
Era una piccola spiaggia bianca, incontaminata, circondata da un rigoglioso palmeto.
Un posto unico, esclusivo, solo nostro.
L'acqua era così verde che, a mano a mano che ci avvicinavamo, quasi si confondeva con il colore delle foglie di palma. I contorni dell'arenile erano delimitati da alcuni grossi massi calcarei, bianchissimi, che spuntavano come denti aguzzi dal terreno, probabilmente forgiati da millenni di erosione.
«Faaris, è meravigliosa» esclamai «quando immagino di aver visto tutto tu riesci sempre ad alzare l'asticella»
Faaris sorrise, compiaciuto.
Sapeva di essere bello, sapeva di essere seducente e, soprattutto, sapeva come utilizzare quelle qualità al meglio.
Ero tentata a baciarlo, a stringermi forte sul suo petto, ad annusare la sua pelle e, allo stesso tempo, mi sentivo una stronza.
Che tipo di incantesimo mi aveva lanciato?
Come era possibile che tutte le mie convinzioni, la decisione che pure in maniera così sofferente avevo scelto di prendere, stessero arretrando nella mia mente oscurate dalla luce che così forte che lui emanava?
Continuavo a ripetere dentro di me il nome di Alessandro, come un mantra.
Mi sentivo una persona pessima, incapace di resistere alle tentazioni. Una scolaretta ingenua e infantile piuttosto che la donna che desideravo diventare. Mi vergognavo di me stessa.
Forse ero stata troppo ottimista, forse con Faaris non avrei potuto avere nemmeno un semplice rapporto di amicizia. Eravamo entrambi troppo coinvolti, saremmo stati sempre come due scintille pronte a diventare fiamma.
Come era possibile che, nella mia mente e nel mio corpo, riuscissero a coesistere amore e passione?
Faaris gettò l'ancora.
Eravamo, a occhio e croce, a circa trecento metri dalla spiaggia.
«Useremo il gommone per raggiungerla» mi preannunciò, cominciando a slegare le corde che tenevano quella piccola imbarcazione aderente al corpo della nave.
Mi avvicinai a lui e lo guardai armeggiare con le cime fino a quando, con un piccolo tonfo, il gommone toccò la superficie dell'acqua.
«Prima le signore» mi disse, galante.
Mi prese per mano e mi aiutò a scendere una scaletta di metallo.
«Ce la fai a saltare?»
«Lo chiedi pure?» risposi, beffarda, lanciandomi con un preciso salto sulla plastica morbida.
L'adrenalina sembrò scacciare via da me quelle brutte sensazioni.
«Adesso tocca a te»
«Arrivo!» annunciò lui, scendendo rapidamente la scala e raggiungendomi sul gommone.
Tirò la corda di accensione un paio di volte, finché il motore si avviò con un rombo.
Ci avvicinammo lentamente alla spiaggia, procedendo a ridosso del costone roccioso costellato di piccole grotte, di anfratti. Sulla superficie dell'acqua sguazzavano, come telecomandati, banchi di pesci di vari colori e dimensioni.
Ero totalmente presa da quello spettacolo, forse lo eravamo entrambi.
O, forse, fu il rumore forte del motore.
Fatto sta che nessuno di noi due si accorse del grosso motoscafo che, come sbucato dal nulla, comparve all'improvviso dal limitare del promontorio.
Lo vidi io per prima e, per qualche istante, lo registrai come un'avvenimento ordinario.
Probabilmente, pensai, qualche altro turista sarà venuto qui per un'escursione, per visitare questa magnifica spiaggia.
Ma poi lo vide anche Faaris e, dalla sua espressione, capii che qualcosa non andava.
Il motoscafo procedeva a tutta velocità verso di noi. A bordo alcune figure incappucciate che riuscivo a malapena a distinguere.
«Tieniti forte» urlò Faaris, e io mi strinsi alle maniglie di sicurezza con tutta la forza che avevo in corpo.
«Faaris, che diavolo succede?» urlai.
Non rispose.
Sterzò improvvisamente, quasi persi l'equilibrio in quella manovra.
Cambiò direzione, cercando di raggiungere nuovamente lo Yatch, ma ormai era troppo tardi: il motoscafo era a meno di cinquanta metri da noi.
Mi sembra di avere ancora davanti agli occhi l'immagine di quegli uomini: i loro abiti scuri, il cappuccio che indossavano sulla testa, la lama scintillante del lungo coltello che uno di loro impugnava.
"Siamo morti" pensai, senza neanche sapere chi fossero.
Non ebbi il tempo di pensare ad altro, Faaris mi trascinò sulla prua del gommone.
«Salta!» urlò, e io saltai, un millesimo di secondo prima che il motoscafo ci investisse in pieno, tagliando il corpo del gommone come burro.
Nello scontro sbattei forte la testa contro la plastica dura del salvagente che, scaraventato in alto dall'urto, aveva intercettato la mia traiettoria. Quel colpo mi fece quasi perdere i sensi.
Mi sembrò di restare sospesa in aria, come se il tempo si fosse fermato, come se le cose attorno a me si muovessero al rallentatore. In quei millesimi di secondo intravidi Faaris, a qualche metro da me, il paesaggio che mi circondava vorticare, privo di apparente logica, fino al duro impatto con l'acqua.
Riuscii infine a fare un ultimo, stentato, respiro prima di sprofondare nelle verdi acque dell'Oman.