"Vieni tu dal cielo profondo o sorgi dall'abisso, bellezza?"
Charles Baudelaire
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Da circa tre ore avevamo lasciato l'Irlanda per volare verso New York. Harry dormiva accanto a me, il volto rilassato e sereno, come un angelo. Era incredibile quanto riuscisse a sembrare perfetto anche mentre dormiva, i suoi capelli scompigliati dal viaggio e le labbra che ogni tanto si muovevano appena, come se stesse sognando. Io, invece, ero lì a fissarlo, incapace di chiudere occhio.
Non sapevo cosa aspettarmi da quel viaggio. Sapevo che sarebbe stato principalmente lavoro, ma l'idea di mettere piede nella Grande Mela mi rendeva elettrica. Mi immaginavo già passeggiare per Times Square, mangiare un hot dog a Central Park, respirare l'energia caotica di una città che sembrava non dormire mai. E anche se ero consapevole che il jet lag mi avrebbe stesa, avrei fatto di tutto per godermi ogni momento libero. Harry, prima di addormentarsi, mi aveva suggerito di dormire anch'io, per arrivare carica alla conferenza. Avevo provato, davvero, ma ogni volta che chiudevo gli occhi, la mia attenzione tornava a lui.
I suoi lineamenti mi sembravano quasi irreali: la linea perfetta della mascella, il lieve movimento del petto che si sollevava e abbassava con ogni respiro, le ciglia lunghe che gettavano piccole ombre sul viso. Che diamine mi stava succedendo? Io non ero mai stata così. Non ero il tipo da perdere la testa per qualcuno, tantomeno da fissarlo come una sognatrice. Eppure, con Harry, era diverso.
Da quando lo avevo conosciuto, qualcosa dentro di me si era spezzato, o forse si era aggiustato. Non riuscivo più a pensare lucidamente, mi sentivo una di quelle protagoniste dei romanzi rosa che avevo sempre snobbato. Patetica, mi dicevo. Ma poi mi rendevo conto che non c'era niente di patetico in quello che sentivo. Nessun libro o film avrebbe mai potuto descrivere ciò che provavo ogni volta che lui era vicino a me. Era come se, accanto a lui, tutto il resto avesse finalmente senso.
«Piccola...» La sua voce, roca e ancora intrisa di sonno, mi fece trasalire. Senza aprire gli occhi, accennò un sorriso. «Smettila di fissarmi. Mi sento spiato.»
Mi sentii colta sul fatto. «Scusami. Non riesco a prendere sonno.»
Harry aprì leggermente gli occhi, guardandomi con uno sguardo assonnato ma incredibilmente dolce, e sorrise di nuovo. Stavolta il suo sorriso si allargò abbastanza da far comparire le sue fossette, quelle stesse fossette che adoravo più di qualsiasi altra cosa al mondo.
«Sul lato destro dei braccioli ci sono dei pulsanti. Reclina lo schienale allo stesso grado del mio.» La sua voce era un sussurro, ma aveva quel tono deciso che non ammetteva repliche.
Feci come mi aveva detto e lo guardai di nuovo. «E adesso?»
Harry abbassò il bracciolo che ci divideva, sporgendosi verso di me. I suoi occhi brillavano di un calore che riusciva sempre a rassicurarmi. «Adesso ti abbraccio e tu chiudi gli occhi, va bene?»
Annuii senza dire nulla. Mi sistemai meglio, avvicinandomi a lui, e sentii le sue braccia circondarmi in un abbraccio protettivo. Quel gesto mi fece sentire al sicuro, come se con quell'abbraccio volesse scacciare ogni pensiero negativo dalla mia mente.
Appoggiai la testa sulla sua spalla e chiusi gli occhi. Il suo respiro caldo sul mio collo e i baci leggeri che lasciava sulla mia pelle mi accompagnarono dolcemente nel sonno. E per la prima volta da quando eravamo decollati, mi sentii in pace.
«Piccola...»
Sentii una lieve scossa al braccio e la voce di Harry arrivò alle mie orecchie come un suono ovattato, ancora intrappolata nel limbo del sonno. Mugugnai qualcosa, incapace di articolare parole, cercando di fargli capire che volevo dormire ancora.
«Adrianne! Svegliati, atterriamo tra venti minuti!»
La sua voce, più forte e insistente, mi fece sobbalzare. Aprii gli occhi di scatto, confusa, con il cuore che batteva all'impazzata. Non riuscivo a crederci: io, Adrianne Horan, avevo dormito per cinque ore di fila su un volo diretto per New York. Io, che a malapena riuscivo a rilassarmi in aereo!
«Che ore sono?» biascicai, la voce ancora impastata dal sonno.
«In Irlanda o a New York?» mi rispose con un sorrisetto malizioso. Lo odiavo quando si prendeva gioco di me, ma dovevo ammettere che lo faceva in un modo così adorabile da rendere difficile arrabbiarmi sul serio. Sapeva benissimo che avevo difficoltà con i fusi orari, soprattutto appena sveglia.
«Dai, lo sai che io...» provai a protestare, ma lui mi interruppe.
«A New York sono le dodici e mezzo circa. Aggiungi cinque ore e avrai l'ora di Dublino. Non è così difficile come credi, Dri.» E ridacchiò, divertito dal mio sguardo confuso.
Feci una smorfia e scossi la testa. «No, no, preferisco non saperlo!»
Con un gesto istintivo, mi avvicinai a lui e mi accoccolai goffamente contro il suo petto. In quel momento avevo bisogno di due cose fondamentali: il calore delle sue braccia e un caffè bollente per rimettermi in sesto.
Harry sembrava avermi letto nel pensiero. «Ho già chiesto alla hostess di portartene uno.»
Sentii il suo respiro caldo vicino all'orecchio mentre appoggiava la guancia sulla mia testa. Con una mano iniziò a disegnare cerchi astratti sul mio addome, un gesto che mi rilassava più di quanto volessi ammettere.
«Okay...» mormorai, troppo intenta a godermi le sue coccole per dare una risposta più elaborata. Poi, d'improvviso, qualcosa mi colpì. «Aspetta, cosa deve portarmi?»
Harry scoppiò a ridere. «Un caffè, Dri! Lo so che non connetti prima di berne almeno uno.»
Mi strinsi ancora di più contro di lui, lasciandomi cullare dal suo calore. «Credo di non volerti più lasciar andar via, dico davvero...»
Solo quando sentii il silenzio calare tra noi mi resi conto di aver detto quelle parole ad alta voce. Mi irrigidii, improvvisamente consapevole di quanto potessi sembrare patetica. Che fine aveva fatto la Adrianne razionale e disincantata, quella che non si sbilanciava mai in dichiarazioni plateali?
Harry non disse nulla, ma lo sentii irrigidirsi per un istante. Probabilmente era sorpreso quanto me. Per fortuna, l'imbarazzo fu interrotto dall'arrivo dell'hostess con un caffè fumante. Mi affrettai a ringraziarla, forse anche troppo entusiasta, e iniziai a sorseggiarlo sotto lo sguardo attento di Harry.
Lui mi osservava con un sorriso divertito, gli occhi che mi seguivano ad ogni sorso. Quando finii il caffè e posai la tazza sul tavolino, lo sentii ridere piano.
«Cosa c'è?» chiesi, alzando un sopracciglio.
«Niente.» Harry scosse la testa, un sorriso incredulo sulle labbra. «Solo che sei adorabile quando cerchi di fare la dura e poi mi dici che non vuoi lasciarmi andare.»
Arrossii, incapace di ribattere, ma dentro di me sapevo che non avrei mai potuto negare quelle parole.
«Che c'è? Che ho fatto adesso?» gli chiesi, notando il suo sorriso sornione mentre mi fissava con un'espressione divertita.
«Sei strabiliante» rispose Harry, scuotendo leggermente la testa. «Quell'hostess mi guardava in adorazione, manco fossi una rockstar, e non ti ha degnato nemmeno di uno sguardo. E tu? Nemmeno un accenno di scenata di gelosia!»
Non riuscii a trattenermi e scoppiò una risata così fragorosa da attirare probabilmente l'attenzione di metà cabina. Ero troppo felice di aver finalmente bevuto un caffè per preoccuparmi di qualsiasi altra cosa, inclusa l'idea che l'hostess avesse effettivamente fissato Harry come se fosse la risposta a tutti i suoi sogni. Certo, una piccola fitta di gelosia la sentii, ma era un'ombra fugace, niente che potesse guastarmi l'umore. Continuai a ridere fino a sentire un leggero dolore agli addominali, lasciandomi trasportare da quel momento così spensierato.
«Ma tu non la guardavi, è questo che conta, no?» riuscii a dire, recuperando un minimo di compostezza.
Gli occhi di Harry, fissi sui miei, mi trasmettevano una certezza incrollabile: lui vedeva solo me, e io lo sapevo. Non c'era spazio per dubbi o insicurezze, nemmeno in quei piccoli momenti in cui qualcun altro cercava di attirare la sua attenzione. Era una sensazione nuova per me, ma anche incredibilmente rassicurante.
«Oh, andiamo...» rispose lui, alzando gli occhi al cielo con un sorrisetto. «Avrà avuto una quarantina d'anni!»
Lo fissai, cercando di capire se quella fosse davvero l'unica spiegazione che riusciva a darmi. Lui sembrava del tutto convinto della sua versione, e per un attimo mi venne voglia di provocarlo, di punzecchiarlo un po', ma fui interrotta dal segnale della cintura di sicurezza e dalla voce metallica dello steward che annunciava l'inizio della manovra di atterraggio.
La conversazione si interruppe bruscamente, e per il resto del tempo rimasi seduta in silenzio, con la schiena dritta e le mani appoggiate al tavolino chiuso davanti a me. Harry, accanto, mi lanciava ogni tanto uno sguardo, ma non disse nulla, come se sapesse che quel silenzio fosse necessario.
Quando finalmente sentii il classico sobbalzo delle ruote dell'aereo toccare la pista e il rumore dei motori in fase di frenata, mi resi conto che eravamo davvero arrivati a New York. Una piccola scarica di adrenalina mi attraversò, e con essa tornò anche l'eccitazione per il viaggio che ci aspettava.
Le porte dell'aereo si aprirono, lasciando entrare un'ondata di aria fresca e il brusio dei passeggeri che iniziavano a prendere i bagagli a mano. Mi voltai verso Harry e trovai il suo sguardo già su di me. «Pronta?» mi chiese con un sorriso complice.
Annuii. Era solo l'inizio di questa avventura, ma con Harry accanto a me, sentivo di poter affrontare qualsiasi cosa.
L'aria di New York era soffocante, carica di umidità nonostante il cielo fosse oscurato da nuvole spesse che celavano ogni traccia di sole. Da quando avevo messo piede sul suolo americano, non facevo altro che guardarmi intorno, cercando di assorbire ogni dettaglio di questa città. Anche ora, seduta sui sedili posteriori di un'auto di lusso nera accanto a Harry, il mio sguardo vagava incessante attraverso i finestrini oscurati, catturando ogni frammento di vita che si muoveva al di là del vetro.
L'abitacolo profumava di pelle nuova, e il silenzio che lo riempiva era così intenso che avrei potuto contare i respiri di Harry accanto a me. Lui si limitava a scrutare il panorama e a controllare il telefono di tanto in tanto, accennando qualche sorriso misterioso, ma non mi rivolgeva una parola, se non qualche frase formale: «Arrivati in hotel ci faremo portare il servizio in camera» o «Ho bisogno di una doccia».
Niente di più. Niente di meno.
La sua distanza mi faceva sorgere dubbi fastidiosi. Era forse arrabbiato perché non mi ero comportata come una fidanzata gelosa quando l'hostess lo aveva guardato insistentemente? Il suo silenzio mi faceva impazzire, invadendo la mia mente con mille supposizioni. Avevamo solo quattro giorni da trascorrere a New York, e l'idea di passare quel tempo con un Harry che faceva il broncio per una sciocchezza mi mandava fuori di testa.
Per quanto fosse assurdo, in quel momento avrei voluto solo essere stretta tra le sue braccia e sentire le sue labbra contro le mie, quelle stesse labbra che riuscivano a farmi dimenticare tutto il resto. Invece, lui sembrava più interessato al suo telefono che a me, e chissà con chi stava messaggiando con tanta concentrazione.
Rassegnata, avevo deciso di imitare il suo silenzio. Presi il telefono dalla borsa e scrissi un messaggio ai miei genitori per avvisarli che il volo era andato bene e che stavamo raggiungendo l'hotel.
«Signor Styles, siamo arrivati a destinazione.»
La voce dell'autista ruppe il silenzio, e il suo accento mi strappò un sorriso involontario. Quando l'auto si fermò, l'uomo aprì gli sportelli posteriori e Harry lo ringraziò con un cenno cortese. Poi si voltò verso di me con un sorrisetto divertito sulle labbra, ma ancora non disse nulla. Quel suo atteggiamento mi mandava in confusione. Possibile che fossi davvero una pessima ragazza?
L'hotel era un capolavoro di lusso. La nostra camera era arredata in tonalità di rosso porpora e beige, un'eleganza raffinata che mi lasciò senza parole. L'odore fresco e invitante di pulito riempiva l'aria, e io mi ritrovai a fissare ogni dettaglio, dal soffitto alto ai mobili perfettamente disposti.
Harry, posando le valigie accanto alla porta, mi guardò con il suo solito sorriso enigmatico. «Vuoi andare prima tu o vado io?» mi chiese, indicando la porta del bagno.
Nonostante l'atmosfera tesa durante il tragitto, non riuscii a trattenere un mezzo sorriso. «Vai pure tu. Voglio godermi ancora un po' questa vista.»
Lui annuì, sparendo nella stanza accanto, e io rimasi lì, a fissare quella camera meravigliosa e a chiedermi come sarebbe andato avanti il resto del nostro soggiorno.
Non riuscivo a togliermi dalla testa una cosa: il letto matrimoniale. Per quale motivo il signor Styles avrebbe scelto una matrimoniale per me e Harry? Mi sembrava una stranezza, ma quei pensieri svanirono non appena entrai nel bagno e vidi la doccia idromassaggio. Era talmente invitante che mi ritrovai a chiedere a Harry chi dei due volesse lavarsi per primo. Lui, però, continuava a comportarsi in quel modo che mi mandava fuori di testa: niente parole, solo sorrisi.
Harry mi lanciò uno dei suoi sguardi furbi, accentuando le fossette sulle guance, e poi – come se fosse la cosa più naturale del mondo – accorciò le distanze tra di noi.
«Che ne dici di farla insieme?» disse con tono leggero. «Non vorrai mica sprecare l'acqua, no? È un bene prezioso.»
Mi resi conto subito delle sue intenzioni, e per quanto mi sorprendessero, non riuscii a rispondere. Mi limitai ad annuire, incapace di articolare qualsiasi parola. Senza dire altro, lui mi prese per mano e mi guidò verso il bagno.
Mi fece sedere sul bordo del water, piegandosi leggermente per essere alla mia altezza. Con un gesto lento e deliberato, tirò i lembi della mia camicetta fuori dall'elastico della gonna a vita alta. Non si affrettava, ogni movimento era calcolato, quasi reverente. Sentii le sue labbra sfiorare la mia clavicola con un bacio leggero, poi l'altra, e quando i suoi occhi si incrociarono di nuovo con i miei, mi baciò. Era un bacio dolce, ma carico di una sensualità che mi lasciava senza fiato.
Ci alzammo in piedi senza mai staccarci. Le mie mani si mossero incerte ma decise, liberando con calma ogni bottone della sua camicia, mentre il tessuto cadeva al suolo con un fruscio quasi impercettibile. Lui fece scivolare la mia gonna lungo i fianchi, mentre io armeggiavo con i suoi pantaloni fino a farli scendere del tutto.
Rimanemmo in intimo per qualche momento, come in una sorta di sospensione. Sentivo i suoi occhi su di me, esploravano ogni centimetro della mia pelle, mentre le mie dita tracciavano il confine tra i suoi fianchi e l'elastico dei boxer.
Quando ci trovammo nudi l'uno di fronte all'altra, non provai alcun imbarazzo. In un altro momento mi sarei sentita vulnerabile, ma con lui tutto sembrava così naturale. Ero completamente a mio agio, viva come non mi ero mai sentita prima.
«Non ho bisogno di guardare nessun'altra. Ho occhi solo per te» sussurrò Harry, le sue labbra sfiorarono il mio lobo, e i suoi respiri si fusero con i miei, diventando uno solo.
Fu in quel momento che lo capii con assoluta certezza: Harry era tutto ciò che desideravo. Ero pronta a dargli ogni parte di me, senza riserve.