Era l'ultima sera da passare lì ed io ero seduto al bancone dell'American Bar da solo. Come unica compagnia, il barista che ormai mi aveva preso in simpatia e mi faceva pagare solo la metà di quello che bevevo. Era una di quelle sere in cui odiavo saper reggere così bene l'alcool. Avrei voluto una scusa per non ricordarmi nulla, perdermi e ritrovarmi soltanto il mattino dopo.
Andrea e Marco erano spariti poco dopo essere arrivati lì. Li avevo visti di sfuggita parlare di nuovo con le ragazze della stanza accanto alla nostra. Terry aveva di nuovo ceduto al fascino dei libri e non si era voluta muovere dalla stanza. Daniela non volevo neanche sapere dove si era caccaita. In quel momento per me sarebbe pure potuta esplodere in mille pezzetti e non avrei versato neanche mezza lacrima. Ludovica e Meg, invece, le avevo sempre sotto gli occhi. Erano sedute dritto di fronte a me, insieme a Diego e Jay. Non so perché ma ci avrei potuto scommettere che sarebbe andata così. Meg aveva passato l'intera giornata insieme a lui e Ludovica aveva avuto per me solo sguardi dispiaciuti, delusi. Non avevo avuto il modo di parlare a nessuna delle due. E forse non volevo neppure, perché sapevo che la situazione non sarebbe cambiata. La mia parte di colpa ce l'avevo e facevano bene ad odiarmi. Ogni tanto cercavo di risollevarmi, scusandomi e pensando che fosse una reazione esagerata la loro. Dopo tutto non stavamo insieme, non l'avevo tradita. Ma solo pensarlo mi faceva sentire una merda ancora di più.
In quel momento, mentre mandavo giù l'ennesimo sorso di alcool che sarebbe servito solo a bruciarmi la gola, mi stava fissando. Vedevo chiaramente gli altri tre accanto a lei ridere, ma Meg era come bloccata in un'altra atmosfera. Una vecchia videocassetta che qualcuno aveva costretto a un fermo immagine. Gli occhi puntati su di me erano, però, diversi da quelli a cui mi ero abituato nell'ultimo tempo. Non erano dolci e sereni. Sputavano rabbia, rancore, tristezza. Tutto condito con un pizzico di delusione e paura. Le labbra serrate a voler dimenticare di essersi donate a me, a voler cancellare il mio sapore, a voler eliminare ogni possibilità di ritorno.
Distolse lo sguardo. Rise guardando Ludovica e rispose ad una battuta di Jay, mentre passava la mano sulla schiena di Diego. Lui la desiderava. Lo capivo da come la fissava in continuazione, cercando in modo quasi spasmodico un contatto con lei. Le prendeva le mani mentre parlava, le accarezzava il ginocchio scoperto mentre la ascoltava, le scostava i capelli dal viso. Lei gli permetteva tutto. Non si tirava indietro a nessuna carezza. Gli aveva aperto la porta. O almeno di questo lo stava convincendo. E lui non si tirava indietro di certo, anzi. Continuava a tentare di accarezzarla sempre più spesso, ad accarezzarla sempre più a lungo, a spingersi verso nuovi campi.
Ludovica e Jay avevano preso a parlare fitti tra loro, abbracciati sul divanetto, scambiandosi coccole da innamorati provetti. I loro sguardi lanciavano pioggia di dolcezza e passione. Poco distanti da loro, invece, di dolcezza sembrava esserci rimasto poco. Meg e Diego parlavano, ma si capiva da molte miglia lontano cosa stessero facendo. Sembrava di vedere il pavone esibirsi nella sua ruota e la pavonessa ammicante andarglisi a strusciare contro. Era come se lo spirito di Daniela si fosse improvvisamente impossessato di Meg. E il mio senso di colpa andò a farsi friggere.
Scolai l'ultima birra e salutai il barista che mi ricambiò con un enorme sorriso, felice probabilmente dell'incasso che aveva ricavato da quella mia serata in solitaria. Decisi di tornare in camera. Non potevo più restare lì a guardare Meg fare la troietta con quello. Che lo facesse sul serio o che stesse solo facendo finta di essere disponibile per poi rifilargli un altro due di picchie non mi interessava. Non potevo sopportarlo comunque. Arrivato sulla porta d'ingresso mi ricordai che le chiavi le aveva tenute Marco. Preso dalla mia incazzatura gliene mandai quattro. Perché avevano dovuto dare a me la responsabilità della stanza quando poi loro si portavano a spasso la chiave? Imprecando mentalmente mi appoggiai alla porta, scoprendo che era stata lasciata aperta. Entrai nella casetta pensando che almeno avrei atteso il loro rientro al riparo dal temporale che sembrava prossimo visti i tuoni che si sentivano. Loro sarebbero comunque rientrati da lì, sia che avessero di nuovo scelto camera nostra, sia che avessero optato per quella delle ragazze. Sperai solo che non fossero già dentro.
Solo allora mi venne in mente Terry. Era sicuramente in camera, molto probabilmente a rivedere gli appunti, o forse a dormire. Decisi di farle compagnia e mi avviai verso la sua stanza, sperando di non disturbarla. Anche a me sarebbe servito parlare con qualcuno in una serata come quella. Passando davanti alla porta della nostra stanza, però, mi accorsi che non era chiusa. Una lieve fessura dimostrava che chi era entrato o uscito di lì come ultimo, lo aveva fatto con molta fretta, troppa per accertarsi che la porta fosse realmente incastrata o per dare un giro di chiave. Vidi che dalla fessura passava un raggio di luce. Probabilmente la fretta aveva anche fatto dimenticare di spegnere qualcosa. Leggermente, o un po' di più, irritato dal fatto, entrai. Immediatamente mi pietrificai.
- Oh cazzo! - Non potei fare a meno di esclamarlo a voce alta. Mi coprii gli occhi voltandomi, imbarazzato come poche volte ero stato in vita mia. - Scusate, scusate! Credevo aveste dimenticato la porta aperta e la luce accesa. -
Sentivo alle mie spalle rumore di vestiti che frusciavano. Andrea e Marco si stavano rivestendo alla meno peggio.
- Hai lasciato la porta aperta? - Chiese sottovoce Marco ad Andrea.
- Ero di fretta! - Rispose questo altrettanto piano.
- Oh, ma non preoccupatevi. Mi dispiace di avervi interrotto. - Dissi, afferrando la maniglia della porta. - Levo il disturbo. -
- No, no. Fermo. - Marco si precipitò a fermarmi.
Mi voltai e vidi che aveva ancora i jeans slacciati. - Tranquillo, vado a fare una passeggiata. Voi continuate pure. -
- Continuare? Con questo qui? - Disse Andrea, visibilmente scocciato. - Tranquilli, vado via io. - Finì di stringere la cintura e afferrò la felpa da terra.
- Dove stai andando? - Gli chiese Marco.
- A concludere qualcosa, una cazzo di volta. - Disse irritato infilandosi la felpa e prendendo il giubbotto.
- Ah certo. Vai, vai pure. - Marco mi scostò dalla porta, afferrandomi pesantemente per il braccio.
Lo lasciai fare totalmente confuso da quello che stava succedendo. Vidi Andrea andare via sbattendo la porta. Poi Marco mi lasciò e andò ad infilarsi dietro il loro separè. Restai ancora per un po' immobile a fissare il vuoto, cercando di fare un breve riassunto nella mia mente di ciò che era capitato. Era la prima volta che mi capitava una cosa simile e trovare Andrea e Marco a fare sesso appoggiati al muro mi aveva lasciato alquanto interdetto. Quando sentii i singhiozzi che provenivano da Marco, decisi di andare da lui.
Restai fermo sulla soglia del separè a guardarlo piangere. Teneva il viso tra le mani, poggiando i gomiti sulle ginocchia. Non si era accorto di essere guardato e, probabilmente, credeva di non essere sentito. Aveva i soli jeans addosso. Vederlo piangere a quel modo, con il suo fisico abbastanza minuto, per un attimo mi riportò alla mente Bepi nei primi tempi dopo il brutto attacco che l'aveva ridotto sull'orlo dell'incapacità. La tenerezza che avevo già provato per lui si fece di nuovo avanti. Dopo tutto, era o no il fratello minore che non avevo avuto?
- E così... - Esordii dopo essermi schiarito la voce. - Era questo che cercavi di dirmi l'altra sera. -
Nel sentirmi ebbe quasi un sussulto. Annuì e si asciugò il viso con i palmi. Intrecciò le mani e mi guardò.
- Ed io non ho capito un cazzo, giusto? -
- Beh, direi di no. - Disse lui, lasciandosi sfuggire una piccola risata che gli increspò il viso arrossato.
- Sono un coglione. Scusa. -
- Tranquillo. Sono io che non ti ho parlato chiaramente. -
- Da quando state insieme? - Gli sorrisi, avvicinandomi e prendendo posto accanto a lui sul letto.
- Io e Andrea? O vuoi sapere da quando ho scoperto di essere gay? -
- Quello che vuoi dirmi tu. -
- Ho avuto la certezza da qualche anno, pur avendolo sempre sospettato. Non ero uno di quei bambini che si mettono i vestiti della mamma o provano a truccarsi. Non mi sono mai sentito femmina e non mi ci sento nemmeno adesso. Solo che durante gli allenamenti della scuola calcio, negli spogliatoi mi ritrovavo a rimanere seduto da solo a guardare gli altri imbarazzato. Volevo sempre fare la doccia per ultimo, quando tutti erano andati via per paura che qualcuno si accorgesse che mi eccitavo. Non sapevo se fosse normale. Credevo che potesse essere una questione legata ad altri fattori. Ma quando poi ebbi la mia prima fidanzata mi accorsi che l'eccitazione che provavo con la mia ragazza era minore di quella provata nello spogliatoio del calcetto. -
- E Andrea? Da quando va avanti? -
- Da mai. -
- Cosa? -
- Già. Non stiamo insieme. -
- Ah, quindi è solo una cosa da villaggio? - Sorrisi.
- Non proprio. -
Restai a guardarlo in silenzio, cercando di capire se volesse continuare a parlare.
- Lui non è proprio gay. Dice di essere bisessuale. Io credo che in realtà sia solo un porco malato di sesso. Pur di farlo si accontenterebbe anche dei buchi nei muri. Solo che io ho fatto l'enorme sbaglio di innamorarmi di lui. -
- E' lui quello a cui ti riferivi? - Dissi stupito.
- Sì. Non chiedermi perché. Non te lo so spiegare neppure io. Se ci penso a mente fredda credo che sia un porco bastardo, che adesso probabilmente è a rimorchiare qualcuno pur di rimediare un orgasmo. Ma l'anno scorso ci siamo ritrovati da soli una sera. Abbiamo parlato di moltissime cose e mi ha stregato. Alla fine ho provato a baciarlo. Non l'avevo mai fatto. Lui ricambiò il mio bacio, ma dal giorno seguente... puff, come se non fosse successo nulla. Ho continuato ad innamorarmi in silenzio, di nascosto, senza dare a vedere nulla. Fino a giovedì notte, quando l'abbiamo fatto. -
- Vi ho interrotto, vero? -
Annuì ancora. - Era la mia prima volta. Con un ragazzo, intendo. -
- E come è stato? - Sorrisi vedendolo così imbarazzato e cercando di metterlo a suo agio.
Lo vidi illuminarsi. - Stupendo Cris. E' stato stupendo. Mi sentivo in cielo e all'inferno contemporaneamente. Fisico e mente erano arrivati a cime che non credevo raggiungibili. - Di colpo si bloccò e la luce sparì. - Poi, però, è finito tutto. -
- Mi dispiace di avervi interrotto. Se avessi saputo... -
- Non è stata colpa tua. - Mi interruppe. - Sarebbe successo comunque, lo so. Per lui non ero altro che la scopata sicura della prima notte nel villaggio. E oggi era lo stesso. - La sua voce iniziò a spezzarsi. - Non mi ama, non mi amerà mai. Ama solo scopare. Non ama altro. - Stava per scoppiare nuovamente a piangere.
- Vuol dire che non ti merita. Sei un ragazzo dolcissimo e in gamba. Troverai qualcuno che ti apprezza. Tutti lo troviamo prima o poi. - Frase banale, probabilmente senza senso per un innamorato a senso unico. Ma ero sincero.
Mi guardò sorridendo. - Già. Lo spero. Ora se vuoi scusarmi, preferisco restare un attimo da solo. -
- Oh, certo! Come vuoi. Io prima stavo giusto andando da Terry che è rimasta sola tutta la sera. Se hai voglia di compagnia mi trovi lì. - Mi alzai e lui si sdraiò sul letto.
- Cris. -
Mi voltai a guardarlo di nuovo.
- Grazie. - Mi sorrise, ma con gli occhi già pieni di nuove lacrime.