10.
Seduto comodamente all'interno dell'enorme tinozza di cui disponevano nella casamatta, Aken sospirò sollevato nel passarsi la pezzuola umida sulla pelle.
Quei lunghi giorni di stenti, e la battaglia che li aveva visti protagonisti sul valico, lo avevano logorato nel corpo e nello spirito non meno di Eikhe.
In quel momento, la ragazza-lupo era intenta a rammendare uno strappo nella sua tunica di pelle di daino, gli occhi bassi di fronte al focolare acceso.
Dopo il loro primo atto d'amore, Aken aveva preferito non starle troppo addosso, preferendo che la ragazza si abituasse a lui nelle sue nuove vesti di amante, oltre che di amico e compagno.
Trovava stranamente rilassante anche il solo fatto di poterla avere accanto a sé, o semplicemente guardarla mentre compiva i più piccoli gesti.
In passato, non avrebbe mai pensato di poter essere una persona in grado di apprezzare la quotidianità domestica con una donna.
Il genere di intimità che aveva condiviso con le donne l'aveva, sì, soddisfatto appieno, ma gli aveva anche reso tristemente noto quanto non avrebbe mai avuto.
Le sue compagne di una notte – o più di una – erano state tutte consenzienti, più amiche che amanti, a ben vedere, ma mai nessuna di loro avrebbe potuto rappresentare altro, per lui.
Un momento di passione, chiacchiere piacevoli, convenevoli divertenti, null'altro, però.
Guardare dormire Eikhe, invece, placidamente rannicchiata contro il suo torace, scorgere le sue palpebre tremare al risveglio, salutarla con un bacio e un sorriso...
Erano tutte sensazioni nuove, mai provate realmente fino a quel momento.
Tutto appariva diverso, ora, e maledettamente più doloroso che in passato.
Con Eikhe, tutto questo si era trasformato, evoluto in qualcosa di più complesso e più semplice al tempo stesso, facendogli finalmente scoprire il vero significato della parola 'amore'.
Non gli sembrava sciocco o superficiale pensare all'amore, pur conoscendola da così poco tempo.
In lei aveva trovato tutto ciò che aveva sempre desiderato e, con sua somma sorpresa, anche diverse cose che mai si sarebbe immaginato di volere.
Al tempo stesso, aveva gioito nello scoprire che, non solo lei ricambiava appieno i suoi sentimenti, ma che anche Nys lo aveva accettato come potenziale compagno di Eikhe.
Già, Nys.
Mentre la tempesta continuava a infuriare fuori dalla casamatta, Aken si figurò il suo corpo ormai ghiacciato e ricoperto da palmi e palmi di neve.
Nessuno avrebbe pianto su una tomba con il suo nome, o avrebbe portato fiori per lui.
Al disgelo, la sua carcassa sarebbe stata divorata da qualche predatore e, del suo corpo mortale, non sarebbe rimasto che il ricordo.
"Pensare così affannosamente ti farà venire le rughe" mormorò Eikhe dalla sedia su cui era accomodata.
Aken sollevò il capo a guardarla, l'esile corpo ricoperto solo dalla sua camiciola di lino – che le stava tremendamente grande – e, con un mezzo sorriso, celiò: "Con le rughe, non mi vorresti più?"
Lei si limitò a sorridergli da sopra la spalla prima di riprendere il suo ricamo e dire con semplicità disarmante: "Ti vorrei anche se fossi vecchio e curvo, mio lupo."
Suo lupo.
Da quella prima volta assieme, Eikhe non aveva più smesso di chiamarlo così.
Invece di sentirsi vagamente sciocco, nel sentire quel nomignolo, Aken aveva provato di volta in volta un calore sempre più profondo nel petto.
Sapeva perfettamente che, secondo le leggi cui era stata indottrinata fin da piccola, ciò che stava compiendo era qualcosa di molto simile all'apostasia, ma Aken non voleva nulla di diverso da questo.
Non che per lui fosse diverso. Era e rimaneva un principe di antica stirpe, e la sua compagna non avrebbe mai potuto essere una popolana, figurarsi una donna-lupo.
A dispetto di tutto, però, l'aveva desiderata, aveva imparato ad amarla e comprenderla e ora, il solo pensiero di non poterla avere al suo fianco per la vita, era così straziante da togliergli il fiato.
Ugualmente, proprio perché l'amava, non poteva costringerla a regole che ne avrebbero minato la libertà di pensiero e di movimento.
Lui amava anche questo, di lei.
Non c'era nulla, in Eikhe, che avrebbe cambiato.
Lasciato sulla sedia il suo lavoro di cucito, Eikhe lo raggiunse alla tinozza e, carezzandogli la guancia ricoperta di folta barba, sorrise e disse: "Credo dovremmo darle una spuntata. Ormai è davvero lunga, e cominci a sembrare un vero barbaro."
Massaggiandosi il mento, dove stava crescendo un morbido cuscinetto lungo almeno un paio di dita, Aken annuì.
"In effetti, potrei anche rischiare di non riconoscermi io stesso. Sai se qui dentro c'è il necessario per farsi la barba? Visto che era pieno di soldati, dovrebbe esserci qualcosa, da qualche parte."
Lei si limitò a sogghignare e Aken, storcendo il naso, le chiese: "Che hai in mente?"
Da dietro la schiena tirò fuori un rasoio a lama dall'aspetto piuttosto sinistro e, con un luccichio negli occhi, domandò: "Vuoi concederti a me?"
"Preferirei concederti qualcos'altro..." precisò Aken, percependo un leggero irrigidimento all'altezza dei lombi. "... ma, visto che sei armata e sembri pericolosa, mi metterò nelle tue mani, con buona pace del mio istinto di conservazione."
Eikhe si limitò a ridacchiare e, dopo aver preso accanto a sé una sedia, si accomodò e iniziò ad accorciare diligentemente la barba di Aken.
Dopo una ventina di minuti passati sotto le mani della ragazza, il principe saggiò il lavoro di sbarbatura, annuì e dichiarò: "Potrei sempre tenerti come mio aiutante."
Lei storse il naso e replicò: "Non mi fermerei mai in un castello, neppure per te."
"Lo so..." sorrise mesto lui. "... non lo pretenderei mai, comunque."
Eikhe scivolò contro di lui per abbracciarlo e, poggiando il capo contro il suo torace, mormorò spiacente: "Non sarebbe comunque possibile, non credi? Io sono solo una semplice ragazza di una tribù di montagna, mentre tu sei un principe. Non vorresti davvero una compagna così per la vita, anche se te lo permettessero, no?"
"E questo, chi te lo dice?" replicò con veemenza lui, scostandola da sé per fissarla con occhi fiammeggianti. "Eikhe, pensi che mi sarei sbilanciato a dirti ciò che ti ho detto, se il mio fosse stato solo un riflesso dovuto al bisogno fisico che avevo di una donna? Ho resistito ben più tempo di ora, senza godere di un corpo femminile, credimi!"
Fissandolo per un momento senza parole, Eikhe gli sorrise dolcemente prima di asserire contrita: "Non funzionerebbe comunque. Viviamo agli antipodi, Aken."
Sbuffando, lui replicò ombroso: "Non ne parliamo più, ti va?"
"Come desideri" annuì lei, baciandolo sulla fronte per poi rialzarsi. "Preparo il pranzo."
Aken si limitò ad annuire, preferendo non pensare alle parole profetiche di Eikhe.
Sapeva perfettamente quanti ostacoli si interponevano tra loro due, ma non voleva sentirseli elencare proprio in quel momento.
Non quando aveva appena assaporato sulla pelle il profumo del suo amore.
***
Per i successivi tre giorni, a parte rare escursioni esterne per mantenere sgombro il passaggio di fronte alla capanna, i due giovani passarono la maggior parte del tempo scoprendo loro stessi.
Contemporaneamente, però, tentarono di non pensare a quello che li avrebbe aspettati, una volta intrapreso il viaggio di ritorno verso Rajana.
Nessuno di loro voleva rovinare quei brevi momenti di pace pensando alla guerra imminente, o alla loro prossima separazione.
Per Eikhe, era già difficile non perdersi nei ricordi di Nys, strazianti e apparentemente senza una fine vicina.
Se avesse anche pensato al momento in cui avrebbe dovuto dire addio ad Aken, avrebbe sicuramente perso la testa.
Non credeva comunque che, per lui, fosse diverso.
Il suo umor nero stava peggiorando col passare dei giorni, e dubitava fosse per la mancanza di bel tempo.
Dopo quattro giorni di tempesta, alla fine, il sole tornò a splendere gelido e limpido nel cielo invernale.
A Eikhe non occorse vedere altro: decise infine di riprendere il cammino verso le vicine valli di Anarsis.
Non aveva senso non approfittare di quella tregua nel maltempo, sebbene sapesse che questo rappresentava, per entrambi, il primo ceppo delle pire su cui entrambi sarebbero arsi nel momento del loro addio.
Ugualmente, Enerios aveva bisogno delle notizie che portavano con loro, e questo non potevano dimenticarlo. Neppure per favorire il loro neonato sentimento.
Stazionando silenziosamente di fronte a un tumulo di sassi - che aveva eretto nel punto in cui si trovava Nys - Eikhe si ripromise di portare a termine la missione anche per il suo fidato e amato compagno di vita.
Aveva speso così tanto, di sé, per salvaguardare sia lei, sia l'uomo che stava imparando ad amare con tutto il cuore!
Fermo accanto a lei, il viso serio e ombreggiato dalla colpa e dal dolore, Aken osservò in silenzio Eikhe e il tumulo da lei eretto.
Quanto potevano essere forti e strazianti, i sentimenti che stavano squassando il suo giovane cuore di donna?
Sapeva di poter fare ben poco, in quel momento, a parte starle accanto e dimostrarle tutto il suo affetto.
Dubitava fortemente che, qualsiasi cosa lui avesse detto, avrebbe potuto pacificare il suo animo dal senso di colpa e dallo sconforto.
Con un ultimo sospiro e un bacio abbandonato sulle rocce, che indicavano il luogo in cui giacevano i resti mortali di Nys, Eikhe si volse verso Aken.
Sorridendogli appena, mormorò con forza: "Coraggio, procediamo pure."
Aken annuì, ma non si allontanò.
Prese il posto di Eikhe accanto al tumulo di pietra e, preso che ebbe un pugnale, si procurò un taglio netto sul palmo della mano sinistra e strinse con forza.
La ragazza non disse nulla, si limitò a osservarlo con aria commossa.
Inginocchiatosi dinanzi ai resti mortali di Nys, Aken alla fine mormorò con tono accorato: "Sul mio sangue e il mio onore, proteggerò la tua compagna, e la amerò fino al mio ultimo respiro, Nys. Te lo giuro su quanto ho di più caro."
Ciò detto, poggiò la mano sanguinante sul sasso più alto, macchiandolo di rosso come a creare un legame tra lo spirito di Nys e il suo cuore.
Null'altro venne dalle sue labbra e, con un gesto frettoloso, si coprì la mano ferita con una pezzuola e volse le spalle al tumulo per avviarsi.
Eikhe lo seguì e, nell'armeggiare con una delle sacche, gli consegnò una pezza di cotone da sistemare dinanzi agli occhi.
Quando gliela consegnò, il suo sorriso avrebbe potuto rivaleggiare con la luce del sole, e ad Aken tanto bastò.
"La mia cara amica" borbottò l'uomo, raggirandola tra le dita con espressione corrucciata.
Di malavoglia, il principe la indossò, pur trovandola fastidiosa come sempre.
"Speravo di non doverla più rimettere. Mi sento un idiota, con questa cosa addosso, e non posso vedere bene ciò che mi circonda."
"Non è vero che lo sembri e poi, serve a ripararci gli occhi dal riverbero del sole. Rimarremmo accecati, e lo sai bene" replicò lei, bendandosi a sua volta.
"Avrai anche ragione, ma mi sento comunque un idiota" brontolò lui prima di lanciare un'occhiata dubbia all'ultima invenzione di Eikhe.
Con sommo stupore di Aken, la ragazza aveva sradicato il coperchio di una delle casse di provviste all'interno della casamatta.
Dopo avervi apportato alcune modifiche, l'aveva posizionata all'esterno della casamatta dicendogli ironicamente che, quello strano oggetto sgraziato, sarebbe stato il loro asso nella manica.
In un primo momento, l'aveva preso per uno scherzo ma, quando la vide dirigersi verso il coperchio in questione, la fissò dubbioso e sì, vagamente contrariato.
Divertita dalla sua confusione, Eikhe domandò: "Mai andato su uno slittino?"
"Rajana è in pianura, Eikhe... dove avrei dovuto scivolare?" celiò lui, confuso più che mai.
"Allora, comincerai adesso. Se vogliamo scendere, dovremo per forza fare così. Tu pesi troppo, per poter camminare sullo strato di neve caduto in questi giorni, e rischieresti di affondare, limitando la nostra possibilità di muoverci celermente. Questa slitta improvvisata eviterà il problema alla radice" dichiarò lei, indicandogli per l'appunto il coperchio capovolto, dotato di alcune corde robuste ai lati.
"Ecco perché ti sei messa a fare il carpentiere, l'altro giorno!" esclamò l'uomo.
Storcendo il naso l'attimo dopo, però, le domando: "Perché non me l'hai detto subito?"
"Non sapevo se il vento avrebbe formato una crosta sufficientemente spessa per permettermi di usarla" scrollò le spalle lei.
"Dobbiamo parlare di più, noi due" brontolò lui, prendendola per la vita con un braccio.
Eikhe ridacchiò, arrossendo leggermente, e disse per contro: "Abbiamo avuto altro a cui pensare, credo."
"Già" sogghignò Aken, sedendosi sullo slittino improvvisato prima di avvolgerle la vita con un braccio. "Sei davvero sicura di non esserti pentita di niente?"
Guardando dietro di sé per scrutarlo in viso, Eikhe asserì: "Pentirmi di te? Affatto. Non cambierei niente di ciò che abbiamo condiviso. Mi spiace soltanto di non aver potuto gioirne appieno come avrei voluto."
"Ti senti in colpa?" le chiese Aken.
A lui era successo in ogni momento. Il pensiero di Nys era galleggiato nella sua mente per tutto il tempo, rischiando di farlo impazzire.
"Non in colpa" scosse il capo lei. "Ma avrei voluto che Nys vedesse quanto sono felice con te, adesso."
"Sei... felice?" sorrise più che lieto Aken, dandole un bacetto sulla guancia.
Eikhe rise suo malgrado ed esalò sorpresa: "Hai davvero bisogno di rassicurazioni in tal senso?"
"No, ma mi piace sentirtelo dire" scrollò le spalle il principe, prima di aggiungere: "Partiamo?"
"Sì."
Con un sospirone, Aken esalò: "Che gli dèi ce la mandino buona."
"Fidati" si limitò a dire lei.
"Detto da una donna, suona come una condanna a morte" replicò lui, guadagnandosi una gomitata nel fianco. "Ahia! E' questo il modo di trattare il tuo principe?"
"Quando fa lo scemo, sì" celiò la ragazza, ridacchiando e dandosi una spinta coi piedi. "Quando ti dico 'frena', punta i calcagni fuori dalla slitta."
"D'accordo" annuì lui, avvolgendole la vita anche con l'altro braccio. "A volte, dimentico quanto sei piccola."
"Sono io a essere piccola, o tu a essere grande?" replicò lei, mentre la slitta cominciava il suo viaggio sulla neve.
"Un po' tutt'e due le cose" ammise lui, sorridendo. "Questa tua idea è comoda. Ci sta risparmiando ore e ore di cammino accidentato in mezzo alla neve."
"Lo so. Spero solo che il tragitto sia sempre così agevole" dichiarò Eikhe, spostando di quando in quando il peso a destra o a sinistra.
Procedettero a buona velocità per più di venti minuti, mantenendosi paralleli alle creste dei monti che li separavano dal fiume Fenar.
Eikhe, comunque, dubitava che avrebbero potuto proseguire in eterno in quel modo.
Quelle montagne non erano passaggi agevoli e, pur non avendo mai seguito quel tragitto, dubitava che fosse diverso da tanti altri che aveva percorso in passato.
Quando infine si frappose tra loro e la valle un antico seracco di roccia, la giovane sospirò demoralizzata e diede l'ordine di fermarsi.
Bloccando la slitta con l'aiuto di Aken, la ragazza avanzò sullo strato di neve dinanzi a loro con passo attento, guardando oltre il seracco per conoscerne l'ampiezza.
Con non poco sgomento, esalò: "Questa non ci voleva, pur se me l'aspettavo."
"Cosa c'è?" chiese Aken, curioso, avvicinandosi a sua volta.
"Una costa del monte è franata. Deve essere successo ultimamente, perché quella mi da l'impressione di essere neve recente" brontolò Eikhe, tornando indietro. "Come te la cavi con le arrampicate?"
"Benino..." dichiarò lui, torvo. "... quant'è il dislivello?"
"Dovrebbero essere seicento piedi, più o meno" asserì Eikhe, legandosi ben bene una delle sacche sulle spalle. "Ma, per lo meno, questa parete è ricca di appigli, non è a strapiombo e, fortunatamente, non si è formato ghiaccio. Non dovremmo incontrare troppe difficoltà, nello scendere."
"Ottimo! Poteva andare tutto liscio? No, di certo!" mugugnò lui, imitandola. "La slitta?"
"Lasciala pure lì. Una volta discesi più a valle, la neve dovrebbe essere più bassa, e ci sarebbero comunque troppi massi sporgenti, per proseguire. Rischieremmo solo di farci male" scosse il capo lei, sospirando scontenta.
"Come temevo" borbottò Aken, lanciando uno sguardo affranto in direzione della slitta.
"Dai, vieni" lo incitò lei, tirandogli una mano.
***
La discesa sfiancò entrambi, pur se il tragitto risultò essere più semplice del previsto.
Non appena ebbero raggiunto il fondo del seracco, i due giovani si lasciarono cadere su un mucchio di neve, incuranti del freddo, o della possibilità di essere avvistati da qualche vedetta nella zona.
Si trovavano ancora a Vartas e, sebbene il confine con Anarsis fosse poco distante, non potevano concedersi il lusso di rimanere allo scoperto per troppo tempo.
Nargan era lontano, probabilmente già rientrato nel conquistato Anok Fort, o sulla via del ritorno verso il suo esercito, e li credeva morti.
Su questo punto, Eikhe era più che certa di non sbagliarsi.
Nella baracca in cui avevano trovato riparo, non aveva trovato alcun messaggio in cui venissero riportati ordini per una loro eventuale cattura.
Né la loro presenza al passo aveva dato l'idea che attendessero ospiti.
No, Nargan non aveva inviato nessun falco ai suoi uomini, perché li stanassero, ma nulla vietava che avesse messo dei franchi tiratori un po' ovunque per scoraggiare eventuali 'curiosi'.
Di malavoglia, Aken fu il primo a risollevarsi dalla neve e, presa per mano Eikhe, la issò in piedi.
"Dove andiamo, guida?"
Sbuffando affaticata, lei indicò una pineta poco distante e disse: "Laggiù. In quel bosco, c'è una piccola grotta che può fare al caso nostro. Sempre che non sia occupata."
"Orsi?" domandò Aken, rabbrividendo involontariamente.
"Già ma, alla peggio, posso sempre..." mugugnò lei, digrignando i denti e mostrando le unghie con fare minaccioso.
Sollevando un sopracciglio con espressione curiosa, Aken le chiese: "Ma... non ti succede solo se c'è di mezzo qualcuno in pericolo, o che desideri proteggere?"
"Sì" assentì lei, guardandolo con espressione dolce.
Aggrottando la fronte, Aken scosse il capo e dichiarò: "Scordatelo, tesoro; non farò da esca solo per farti diventare una belva assetata di sangue."
"Antipatico" brontolò lei.
"Se ci sarà un orso, lo sistemerò da solo" asserì lapidario il principe, battendo un paio di volte la mano sulla sua spada.
"Ah!" esclamò lei, irridendolo con lo sguardo. "Questa la voglio vedere!"
"Mi credi incapace di uccidere un orso?" le ritorse contro lui, accigliandosi.
"Aken, non hai la più pallida idea di quanto sia grosso un orso, vero?" replicò lei, sollevando un sopracciglio con aria scettica.
"Beh, non ne ho mai cacciato uno, però..." tentennò un poco lui, ora non tanto sicuro dei propri mezzi.
"Appunto. Quello che ho catturato con Nys era grosso il doppio di te, in altezza e larghezza, e ci ha massacrati per benino, prima di cedere il passo" specificò lei, prima di sospirare e scuotere il capo.
Stringendola a sé per un momento, lui le baciò i capelli, sperando di poterla trascinare lontana dai ricordi.
"D'accordo, niente colpi di testa, allora."
"Sì" annuì la ragazza, restandogli accanto mentre, con tutta calma, riprendevano il cammino verso il bosco.
Facendosi strada tra la neve e i sassi sporgenti, i due impiegarono il resto del pomeriggio per raggiungere il riparo offerto dalla foresta di abeti.
Una volta penetrati all'interno, l'oscurità li avvolse ed Eikhe, per la prima volta in vita sua, dovette fare affidamento solo sui suoi occhi e sulle sue orecchie.
Un po' confusa da quella tragica novità, si bloccò, guardandosi intorno come cercando un appiglio cui aggrapparsi.
Comprendendo cosa volesse dire, per lei, affrontare quell'avventura senza Nys, la strinse a sé e disse: "Prenditi tutto il tempo che vuoi, Eikhe."
Lui si era sentito ugualmente spaesato e nudo, senza i suoi uomini, pur se aveva avuto al suo fianco Eikhe.
Aveva dovuto imparare nuovamente a camminare, per così dire ma, grazie all'aiuto della ragazza, era infine riuscito a risollevarsi.
Ora, Eikhe avrebbe dovuto fare la stessa cosa, e Aken l'avrebbe aiutata a farlo, per quanto possibile.
Lei gli sorrise più fiduciosa, sollevò il viso per meglio cogliere odori e rumori e, chiusi un momento gli occhi, annuì debolmente e mormorò: "Da quella parte."
Annuendo, Aken la seguì ed Eikhe, tenendo la mano in quella grande e forte dell'uomo, cominciò a muovere i primi passi in un mondo per lei del tutto nuovo.
Un mondo in cui Nys non c'era più, un mondo dove era Aken il suo compagno, la sua spalla. E il suo uomo.
Sorridendogli per un momento, disse sorpresa: "E' tutto così strano! Con Nys, prestavo più attenzione alle sue reazioni, che a quello che mi circondava. Ora, invece, sono io a dover decifrare il linguaggio della foresta e, pur sapendo riconoscere ogni cosa, mi sembra di essere una straniera in una terra mai vista."
"E' come essere appena nati, e scoprire tutto per la prima volta" annuì Aken, al suo fianco.
"Sì, esatto" assentì a sua volta, lieta che Aken riuscisse a capirla.
"Beh, vorrà dire che scopriremo le cose in due. Spiega anche a me quello che devo ascoltare" le propose lui, sorridendole.
E lei cominciò a parlargli del soffio del vento tra le fronde, del borbottio delle acque dei ruscelli, o del fruscio delle ali di un uccello tra le foglie di un cespuglio.
Abbeverandosi della voce suadente di Eikhe, Aken dimenticò ogni preoccupazione e ogni dolore, consapevole solo della ragazza che camminava al suo fianco e che lo teneva per mano.
Quando infine raggiunsero la caverna di cui aveva parlato Eikhe, la ragazza buttò all'interno un sasso per ascoltarne l'eco e, annuendo, dichiarò con sicurezza: "Se vi fosse stato qualcosa... o qualcuno, all'interno, avrebbe prodotto un suono più sordo."
"Per maggiore sicurezza, comunque, vado avanti io" asserì il principe, sguainando la spada.
"Come vuoi" sorrise lei, sollevando le mani in segno di resa.
Aken la baciò fuggevolmente sulle labbra e, con fare guardingo, entrò nella grotta per controllare che tutto fosse in ordine.
Quando, però, ebbe oltrepassato di alcuni metri l'entrata dell'antro, dovette fermarsi per fissare allibito le escrescenze luminose che decoravano la caverna.
Queste, sottili come lamine e apparentemente infinite, illuminavano la grotta come se vi fosse stato acceso un fuoco all'interno.
Dietro di lui, Eikhe gli spiegò succintamente: "Sono muffe. Risplendono come le lucciole, non ti pare?"
"Sapevi che c'erano?" esalò Aken, rinfoderando l'arma per guardarla stupefatto.
"Sì, ma non fioriscono sempre. A volte, non brillano affatto" asserì lei, scrollando le spalle. "Non so dirti perché."
"Beh, poco importa. L'importante è che non ci sia compagnia" borbottò il principe, sedendosi a terra. "Hai la scorta anche qui?"
"Ovvio" annuì lei, sollevando un sasso per liberare un po' di fascine e dei pezzi di legno più grandi. "Non manco mai di rifornire i luoghi in cui mi fermo spesso."
"Non è rischioso avventurarsi fin qui solo per cacciare?" chiese a quel punto lui, intento a osservarla accendere il fuoco.
"In realtà, no. Siamo più o meno a due settimane di cammino da Nestar. Di solito, io e Nys imboccavamo il Sentiero dell'Orso e, da lì, svoltavamo a sud-est per oltrepassare il Monte Ruona dalla sponda meridionale, percorrendo uno stretto valico che si trova sopra il paese di Roiconea, che si trova più a valle, rispetto al luogo in cui siamo ora" gli spiegò, pulendosi le mani prima di sedersi vicino ad Aken. "Da lì, si evita a piè pari il Valico di Kortoss e i suoi sgradevoli abitanti anche se, in tempo di pace, anche loro sono... aggirabili. Basta pagarli."
"Hai viaggiato molto" esalò Aken, ammirato.
"E tu? Non penso tu sia sempre stato a Rajana, vero?" gli domandò, usando l'acciarino per accendere il fuoco.
"No, infatti. A quindici anni, sono partito per il regno di Karton, risiedendo per sei anni alla corte di re Nikos, per fare praticantato come soldato. Ho preso parte a diverse battaglie, prima di tornare a Rajana e terminare il mio addestramento" le raccontò succintamente, rammentando gli anni che aveva passato lontano da casa.
In fondo, era stata una bella vita.
"Non era male, a dir la verità. Tra i soldati di re Nikos, ero un semplice combattente, esattamente come tutti gli altri. Non avevo favoritismi di nessun genere, e la cosa mi stava più che bene."
"Rimpiangi quel periodo, vero?" intuì Eikhe, stringendosi le ginocchia al petto.
Annuendo, lui emise un sospiro e aggiunse: "Il cameratismo che si crea tra commilitoni è una cosa che, solitamente, un erede al trono non può mai provare. Tutti i soldati, alla fin fine, ti guardano con un certo sospetto, perché non sanno mai cosa aspettarsi da un nobile. Come semplice soldato, invece, mi sono fatto degli amici fidati che, al termine del mio apprendistato, sono venuti con me a Rajana per passare sotto il mio comando."
"Chi?" volle sapere lei.
"Ricordi che ti dissi di un mio amico, a cui dovetti amputare un braccio?" le rammentò Aken, vedendola annuire. "Uno è lui. Ora, Kannor è a palazzo, ed è il mio attendente. Non ha gradito molto il fatto che io sia partito senza di lui, per questa missione, ma ora sono doppiamente felice che non sia venuto con me."
Lei sorrise comprensiva, annuendo debolmente.
"Come perse la mano?"
"Durante una scaramuccia tra clan, giù al sud, al confine tra Karton e Dalmath, il regno dei signori del deserto bianco. Io e una cinquantina di uomini fummo inviati presso un feudo vicino alla città portuale di Espelth per sedare una battaglia tra alcuni signorotti di campagna e, durante gli scontri, Kannor venne ferito da una lama arrugginita. La mano andò quasi subito in cancrena, così fui costretto ad amputarlo appena sopra il polso."
Nel dirlo, Aken sospirò.
"Capisco come ti senti. Quando si è responsabili per qualcuno, ci si addossa colpe anche non proprie" dichiarò Eikhe, sorridendogli mestamente.
Annuendo, Aken la avvolse con un braccio e disse: "So che è assurdo, ma continuo a sentirmi colpevole, come lo sono per Nys."
"Non devi. Nys non avrebbe mai voluto che ti succedesse qualcosa, e neppure io. Non si è battuto solo per me, ma per entrambi" gli rammentò, scrollandolo leggermente. "Eri il suo cucciolo, ricordi?"
"Già, il suo cucciolo" sospirò lui, chinandosi a baciarla.
Eikhe si strinse a lui per approfondire il contatto e Aken, senza lasciarsi pregare, si lasciò andare a terra assieme alla ragazza.
Avvertiva bene quanto entrambi avessero bisogno di stare insieme, per superare l'enorme dolore e la solitudine che, la morte di Nys, aveva lasciato nei loro cuori.
Molto tempo dopo, avvolti nel mantello di Eikhe, Aken ridacchiò nel dire: "Mi sento ancora un idiota, per aver ammesso a quel modo cosa provo per te."
Ridendo, lei gli passò una mano tra i lunghi capelli per sistemarglieli e replicò: "Se non l'avessi fatto tu, ci avrei messo molto poco io. Ricordi che, prima di attaccare il Valico di Kortoss, ti dissi che ti avrei spiegato il perché del mio sorriso?"
"Sì, e allora?" annuì lui, curioso.
"Ti avrei detto quel che poi ti ho confessato nella casamatta. Che ti desideravo come mio amante e compagno, perché ti amavo" sussurrò lei, poggiando il capo contro la sua spalla.
"Mi ha fatto piacere sentirtelo dire" ammise Aken, intrecciando le dita di una mano alla sua. "Ed è questo che non capisco, delle vostre leggi. Perché vi vietate di amare? E' davvero così spaventoso, amarmi? Trovi sia un peccato mortale?"
"E' lo Statuto e, su questo punto, mia madre è irremovibile. Lei e le altre, i membri del Consiglio delle Tribù, odiano gli uomini perché portatori di problemi e schiavitù. Da almeno trecento anni, è fatto divieto assoluto di amare un qualsiasi uomo, anche colui con cui si è generato una figlia. So per certo che, con mio padre, Kaihle mantiene un rapporto più o meno formale e amichevole, ma la cosa finisce lì. Col padre di Tyura, neppure parla più, quando scende a Marnha."
"Continuo a non capire" ammise Aken. "Come può aver accettato di stare con loro – e quindi, di avere un rapporto intimo decisamente profondo – per poi non degnarli neppure di sentimenti come l'amicizia, o l'affetto?"
Storcendo il naso, Eikhe disse a mo' di spiegazione: "Cosa fanno gli uomini, di solito, dopo una battaglia?"
"Oh" esalò, ammettendo tra sé l'innegabile verità. "Quindi, ci sfruttate e basta?"
"Il nocciolo è questo, anche se credo che sia stupido. Ci lamentiamo che gli uomini sono gretti e insensibili, degli sfruttatori e dei manipolatori, e poi li ripaghiamo con la stessa moneta. E' assurdo, e non credo proprio sia questo l'insegnamento che Hevos voleva portare nel mondo, dando una figlia alla donna che amava" sospirò Eikhe, prima di guardarlo negli occhi e aggiungere: "Quando sapranno quel che ho combinato, finirò nei guai."
Facendo tanto d'occhi, lui esalò falsamente sorpreso: "Perché? Cos'hai combinato?"
"Mi sono innamorata di te, ecco cosa" brontolò lei, cercando di non ridere.
"Ah. Ma non ne sembri contenta" ammise lui, sollevando un sopracciglio con ironia, gongolando però dentro di sé nel sentirle professare il suo amore per lui.
"Sento già i colpi della sferza sulla schiena, ecco perché" precisò lei, ombrosa.
Accigliandosi immediatamente, Aken le chiese torvo: "E' questa la punizione prevista?"
"Sì. L'ho vista comminare solo una volta, e non è stato piacevole. Ora, quella donna vive a Marnha con il suo attuale marito, e ha due figli maschi" gli spiegò lei, sospirando.
"Non hanno un cuore!" sbottò lui, indispettito.
"Sono ligie alla legge" precisò Eikhe, facendo spallucce.
"Sono testarde" precisò Aken, accigliandosi ulteriormente.
"Mantengono l'ordine, giusto o sbagliato che sia" sottolineò lei, pur non credendoci essa stessa.
"Ma non capisci, Eikhe, che ciò che dici è assurdo? Come possono, così tante donne, non essersi mai innamorate? Mi sembra impossibile. E' più facile credere che, semplicemente, si siano piegate alla legge, pur provando dei sentimenti per un uomo."
"E' possibilissimo, non lo nego" ammise Eikhe, aggrottando la fronte.
Ora che sapeva dare un nome agli strani sentimenti che aveva sentito crescere dentro di lei, dubitava fosse possibile tenerli ingabbiati dentro il proprio animo per molto tempo.
Ma, come diceva Aken, era quasi impossibile che nessuna di loro si fosse innamorata di qualcuno e, soprattutto degli uomini con cui avevano concepito una figlia.
"Sì, e credo che l'odio di tua madre derivi proprio da questo. Forse, ha amato qualcuno a tal punto che, pur di rispettare quella stupida legge, ha trasformato l'amore in odio" dichiarò il principe, sempre più sicuro di sé. "E, come lei, molte altre donne-lupo devono essersi trovate nella stessa situazione. Il punto è; perché?"
"Cosa vuoi dire, Aken?" gli chiese, accigliandosi leggermente.
"Pensa a ciò che mi hai detto del mito. Hevos disse a Hyo di badare a ciò che gli uomini le avrebbero detto, così da non rimanerne ingannata. Di non cedere alle lusinghe degli uomini perché, per loro, sarebbe risultato normale cercare di assoggettarla ai loro voleri, con le buone o con le cattive" mormorò Aken, gli occhi leggermente sgranati di fronte a quella che pensava fosse una scoperta degna di nota.
Tacque qualche istante, come per pensare bene a che parole usare e, alla fine, aggiunse: "Non voleva che le sue figlie fossero contro gli uomini, ma loro pari. Indipendenti dal giogo dell'uomo, perché non necessario, ma non isolate dalla società."
"Se hai ragione, ci siamo chiuse volontariamente in una sorta di prigione dorata per non correre il rischio di rimanere deluse ma, così facendo, ci siamo anche precluse la felicità" esalò Eikhe, sbattendo le palpebre con aria confusa e scioccata.
"Per non dover più soffrire a causa di scelte sbagliate, vi siete allontanate dalla strada tracciata da Hyo e dal dio-lupo, senza neppure accorgervene" annuì Aken, spiacente.
"Credo di sì" annuì lei, fissandolo con occhi sgranati.
Sorridendo indulgente, Aken le sfiorò la guancia con il dorso della mano, asserendo: "A ogni modo, il saperlo non ci può aiutare, ora come ora. Inoltre, le mie sono solo supposizioni. Non mi permetterei mai di mettere il becco in cose simili, visto che io non appartengo a questa professione di fede."
"Non si tratta di seguire o meno Hevos, si tratta di capirlo, e penso che tu sia il primo a farlo da secoli" ansò Eikhe, scuotendo il capo con afflizione. "Che abbiamo mai fatto?"
***
In ginocchio di fronte a un enorme lupo bianco che, come un'emanazione spettrale, se ne stava ritto sulle zampe anteriori, Eikhe sorrise e mormorò gaudente: "Mai avrei sperato di vederti, Maestro. E' un onore davvero insperato."
"Sono fiero di te, figlia mia, poiché finalmente fra di voi si sta risvegliando la piena consapevolezza delle mie parole, dopo così tanti anni di oblio e infelicità" asserì il lupo, ammantato di luce argentata.
"Perché abbiamo perso la strada, Maestro?" chiese allora lei, affranta e turbata.
"Per paura. La paura frena anche gli spiriti più indomiti. Finché i tempi non fossero stati maturi, non avrei mai potuto presentarmi qui per parlare. Non è nei miei poteri piegare le volontà altrui. Ma ora, grazie a te, e altre come te, mi è concesso portare il messaggio che avrei tanto voluto avessero tramandato tutte le donne-lupo, quando lasciai andare Hyo perché raggiungesse la sua Casa Mortale."
"Abbiamo smarrito la via. Anch'io stavo per smarrirla per paura" sospirò Eikhe, reclinando il capo.
"Essa non alberga più nel tuo cuore, figlia mia diletta. Il tuo spirito è ancora piegato dal dolore, ma esso guarirà, non dubitare."
"Nys mi manca tremendamente" sussurrò la ragazza-lupo, con occhi colmi di lacrime.
"E tu manchi a lui, ma egli gioisce nel sapere che hai con te un compagno che ha a cuore la tua felicità."
Sorridendo più tranquilla, ben sapendo che Hevos le stava dicendo la verità, mormorò: "Grazie per queste parole, mio Maestro."
Scodinzolando, il grande lupo bianco la mise però in guardia.
"Prestate attenzione, durante il vostro cammino, poiché il nemico non è lontano da voi. Affrettatevi dunque a raggiungere il fiume."
"Sì, Maestro" annuì lei prima di udire, alle sue spalle, un sospiro di sorpresa.
In piedi accanto all'entrata della grotta, Aken li osservava a occhi spalancati quanto increduli.
Il grande lupo bianco, guardandolo con i profondi occhi dorati, esclamò stentoreo: "Proteggi e ama mia figlia, mortale dal cuore sincero! Tu possiedi la forza per cambiare le cose, finalmente. E lei con te."
"Lo... lo farò" riuscì a dire Aken, ancora sbalordito da quella presenza divina.
Il lupo assentì al suo indirizzo e, trottando via senza dire altro, svanì tra gli abeti, lasciandoli soli.
Rialzandosi quando non scorse più la sua diafana figura, Eikhe raggiunse Aken che, senza parole, la fissò sbalordito e lei, annuendo, disse: "Sì, era lui."
"Ora, credo che non mi stupirò più di nulla. Cosa voleva?" esalò il principe, appoggiandosi alla parete di roccia con le gambe leggermente tremanti.
"Dirmi che sto percorrendo la giusta via, io come altre sorelle prima di me, e ci mette in guardia dai nostri nemici, che non sono lontani" dichiarò, sorridendo eccitata. "Capisci, Aken? Ero nel giusto! Fino a ora, sono sempre stata nel giusto! Anche se nessuno mi ha mai ascoltata... ci ha mai ascoltate!"
"Ci?" domandò lui, curioso.
Lei assentì, mormorando: "Ti parlerò di loro, delle poche figlie sacre che conosco, e del perché è importante che Hevos abbia finalmente parlato."
Aken assentì e, nell'avvolgerla nel suo abbraccio, celiò: "E pensare che, l'unico che ti ha ascoltata davvero, è stato un maschio."
"Sì, il mio mortale dal cuore sincero" annuì lei, stringendosi all'uomo. "Porterò il suo messaggio tra le mie sorelle, se loro vorranno ascoltarlo ma, in un modo o nell'altro, seguirò la sua Parola."
Tornando con lo sguardo al punto in cui, poco prima, Aken aveva scorto l'emanazione del dio-lupo in cui Eikhe credeva, aggiunse piano: "E io ti proteggerò con tutta la mia forza, e ti amerò con tutto il mio cuore."
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Ed ecco che fa la sua comparsa, per la prima volta da secoli, il dio-lupo Hevos.
Se qualcuna si chiede come mai non sia comparso prima, le spiegazioni sono due: una, è quella che dice lo stesso Hevos. I tempi non erano maturi.
Secondo, nella dimensione in cui alberga Lui, il tempo scorre diversamente e, quando ha guardato come stessero procedendo le cose, per le sue figlie, si è reso conto del tempo passato, e quanto il suo retaggio si fosse perso lungo la via.
Così, Hevos ha atteso, finché le persone giuste iniziarono a camminare a Enerios, pronte per il ruolo che il destino aveva prefisso per loro.
Non che sia tutto scritto, come verrà spiegato molto più avanti, ma certe Scelte devono essere compiute dalle persone giuste. Eikhe e Aken, nello specifico.
Basterà la parola del dio-lupo, però, per cambiare le persone, o il processo sarà più complesso del previsto?
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