INIZIA IL SECONDO VOLUME DELLA TRILOGIA.
Credevo che finalmente avrei trovato la pace lontano da Fabrice, lontano dal mondo corrotto e dissoluto al quale aveva giurato fedeltà chissà quanti anni prima, ma mi ero sbagliata di grosso. Da quando le mie labbra avevano sussurrato la parola addio, non sapevo più cosa fosse la pace. La mia anima era in ribellione: la sentivo espandersi e contrarsi, espandersi e contrarsi in continuazione, come se cercasse di liberarsi da un corpo che all'improvviso era diventato troppo angusto per contenerla. Ero giunta all'ottavo giorno di questo conflitto sfiancante tra carne e spirito e già non ce la facevo più a sopportarlo. Niente riusciva a darmi requie, neppure la presenza di mio figlio, neppure la consapevolezza di non essere più perseguitata dal padrone di casa. La verità era che conoscere Fabrice e sperimentare per mano sua la condizione della sottomessa mi aveva segnato, trasformandomi in un essere inquieto, che conservava soltanto la parvenza esteriore della vecchia Alba. Forse quella donna era morta per sempre ed era stato Fabrice a ucciderla. Non attraverso l'umiliazione e il dolore inflitti senza un briciolo di pietà, ma con la dolcezza concessa in quei pochi, brevissimi momenti e soprattutto, con le lacrime di supplica e disperazione che gli avevano solcato le guance, rendendolo fragile e indifeso... per una volta. Era stato questo Fabrice a devastarmi, non quello sadico e senza cuore. Era questo Fabrice che mi mancava da morire, che albergava nei miei pensieri e popolava i miei sogni notturni. Comunque, nonostante l'angoscia degli ultimi giorni, non mi ero ancora pentita di aver lasciato il mio lavoro per mettere distanza tra noi due, perché non valeva la pena affrontare il suo lato oscuro e malvagio per un'ora intera solo per godere di un misero minuto di felicità. Meritavo un uomo che mi offrisse cinquantanove minuti di felicità per ogni ora trascorsa insieme e non il contrario, quindi Fabrice era fuori discussione.
Dimenticalo, Alba. Dimentica tutto e continua con la tua vita.
Forse otto giorni erano troppo pochi per estirpare il suo ricordo. Dovevo avere pazienza e attendere che il tempo facesse il suo corso.
«Mamma!»
Trasalii e il cuore perse un colpo.
«Lorenzo, mi hai spaventato a morte!»
«Scusa, ma ti ho chiamato tante volte e tu non mi hai sentito».
Aveva un'espressione mortificata ed io mi sentii un vero schifo. Non era mica colpa sua se avevo la testa tra le nuvole! Allargai le braccia, dispiaciuta di averlo sgridato.
«Vieni qua, tesoro. La mamma a volte si comporta da cretina».
Lorenzo mi abbracciò, affondando il viso nel mio petto.
«Non sei cretina, mamma. Sei triste» disse.
Intelligente com'era, non mi stupiva che se ne fosse accorto.
«È perché non vai più a lavorare?» chiese.
Gli baciai i capelli e lo scostai da me per guardarlo dritto negli occhi.
«Sì» mentii, ma non del tutto, perché anche la mancanza di lavoro era un problema.
«Ma non preoccuparti. Vedrai che presto troverò un nuovo impiego e non sarò più tanto triste. Tra un'ora ho un colloquio, quindi, augurami buona fortuna. Ne ho bisogno».
Sorrise.
«Buona fortuna, mammina».
Gli porsi la guancia.
«Dammi un bacio».
Me ne stampò uno, trasmettendomi tutto il suo affetto.
«Grazie, tesoro. Adesso ti accompagno a scuola».
Mi alzai dalla sedia e arretrai di qualche passo, girando poi su me stessa.
«Come ti sembro vestita così?»
Indossavo un tailleur grigio chiaro con gonna appena sopra il ginocchio e camicetta nera di seta, abbinata a un paio di scarpe con tacco dodici, che tiravo fuori dall'armadio solo in rare occasioni. Lorenzo mi squadrò dalla testa ai piedi e annuì.
«Sei bella, mamma».
«Grazie. Allora possiamo andare».
«Andiamo, andiamo, è tardi!»
Prese la cartella e saltellò verso la porta di casa. M'infilai il cappotto e lo seguii.
*
Il colloquio in questione era per un posto da segretaria presso lo studio notarile che si trovava in via Paolo Sarpi, la Chinatown di Milano. Parcheggiai nelle vicinanze e scesi dall'auto. Mentre camminavo sul marciapiede, facendo attenzione a non inciampare per via dei tacchi, una strana sensazione iniziò a pervadermi, alimentandosi a ogni mio singolo passo. A un certo punto, divenne così intensa che fui costretta a fermarmi. Nonostante avessi tenuto un'andatura normale, il cuore batteva forte e il respiro era accelerato. Mi poggiai una mano sul petto e chiusi gli occhi per qualche secondo, ripetendomi mentalmente di restare calma. Senza dubbio era l'ansia per il colloquio. Ci tenevo tanto a ottenere quel posto. Ripresi a camminare, ma a pochi metri dal palazzo che ospitava lo studio, mi bloccai di nuovo. Una scarica violenta di brividi mi percorse da capo a piedi, provocandomi la pelle d'oca. Mi toccai la nuca, ricoperta da un velo di sudore freddo. In quel momento, capii che l'ansia per il colloquio non c'entrava niente. D'istinto mi girai, perché ero più che certa che qualcuno mi stesse seguendo a distanza. I miei occhi scandagliarono freneticamente la zona, ma a parte qualche signora che passeggiava per conto proprio, non trovarono nessuno di sospetto.
Eppure, avrei giurato che...
Scossi la testa e raddrizzai le spalle.
Smettila con le paranoie e deciditi a entrare.
Sollevata dal fatto che quella sensazione fosse scomparsa nell'istante esatto in cui avevo deciso d'ignorarla, raggiunsi lo studio del notaio. Nella sala d'attesa, piccola ma luminosa ed elegante, erano sedute altre cinque ragazze, che al contrario di me, erano rilassate e a loro agio.
«Buongiorno» mi accolse la segretaria, una signora di mezz'età dal sorriso gentile.
«Buongiorno. Sono qui per il colloquio».
«Lei è...».
«Alba Roveri» dissi.
La donna guardò il registro e poi annuì.
«Prego, si accomodi, signorina Roveri».
«Grazie».
Mi sedetti accanto alla candidata più giovane, sperando di trovare in lei un po' di solidarietà. Quando la salutai e mi rispose con un freddo cenno del capo, senza neanche degnarmi di uno sguardo, mi resi conto che solidarietà non era la parola più adatta alla situazione. Competizione era quella azzeccata. Girai il viso verso la finestra alla mia sinistra e rimasi così per tutto il tempo, finché non sentii pronunciare il mio nome dalla segretaria. Mi alzai, lisciandomi la gonna, ed entrai nella stanza del notaio, che mi venne incontro per stringermi la mano. Sulla sessantina, era alto e magro, aveva capelli brizzolati e grandi occhi scuri, privi di qualsiasi tipo di fascino e mistero. Tutto l'opposto di Fabrice.
Per quale cavolo di motivo stai pensando a lui adesso?
Il tocco della sua mano era delicato, niente a che vedere con quello deciso di Fabrice.
Ancora?
«Buongiorno, signore. Il mio nome è Alba Roveri. Piacere di conoscerla».
Sorrisi e lui ricambiò, facendomi cenno di sedermi. Ci accomodammo l'una di fronte all'altro, ai due lati opposti della lunga scrivania.
«Mi parli un po' di lei» disse, e si appoggiò allo schienale della poltrona, in attesa.
Mi concessi un bel respiro profondo e iniziai a parlare.
*
«Bene, signorina Roveri. Ho il suo curriculum e tutte le altre informazioni che mi servono per valutare la sua candidatura. Alla fine della settimana le invierò una mail, anche in caso di esito negativo. Può andare, adesso».
«D'accordo. Grazie per il tempo concessomi».
«Si figuri. Buona giornata».
«Anche a lei».
Gli strinsi brevemente la mano e me ne andai. Il colloquio era andato molto bene: non avevo avuto esitazioni nelle risposte e il notaio mi era sembrato molto colpito dal mio modo di ragionare. Forse avevo delle buone possibilità di farcela.
Quando uscii in strada, la sgradevole sensazione di essere spiata non si ripresentò ed io tirai un sospiro di sollievo. Alzai lo sguardo verso il cielo, lasciando che il sole mi riscaldasse il viso per qualche secondo, e poi ritornai alla mia auto.
*
Cinque giorni dopo, alle sei del pomeriggio, la mail del notaio arrivò.
Che Dio ce la mandi buona.
La aprii con un certo nervosismo e lessi il suo contenuto, costituito da cinque misere righe:
Gentile signorina Roveri,
le comunico con rammarico che la sua candidatura a segretaria presso il mio studio notarile è stata respinta per la sua scarsa esperienza nel settore. La ringrazio comunque per aver sostenuto il colloquio. Le auguro una buona serata.
Buona serata un corno!
Richiusi il portatile con un gesto furioso e lo allontanai da me. Incrociai le braccia sul tavolo e ci appoggiai la fronte, sbuffando. Ero molto delusa e amareggiata e sinceramente, mi sentivo anche presa in giro. Avevo visto ammirazione e interesse negli occhi del notaio mentre discutevo con lui durante il colloquio e adesso se ne usciva con la storiella della scarsa esperienza? No. Il motivo non poteva essere questo. Magari una delle candidate si era fatta raccomandare da qualcuno, oppure si era mostrata disponibile a offrire prestazioni extra che non avevano niente a che vedere con la segreteria.
O magari le altre avevano un curriculum migliore del tuo.
Sollevai il capo, vergognandomi di quei pensieri poco carini. Ormai era troppo tardi per cambiare la situazione, quindi, anziché piangermi addosso e sparare accuse infondate, dovevo rimboccarmi le maniche e sostenere colloqui finché non mi avessero preso.
*
Nelle tre settimane successive sostenni quattro colloqui, ricavandone altrettante delusioni. La cosa strana era che all'inizio i papabili datori di lavoro erano entusiasti di me e mi facevano anche i complimenti, lasciandomi intendere che mi avrebbero assunto volentieri, ma alla fine mi cestinavano senza alcun riguardo, scegliendo altri candidati. Sembrava quasi che si divertissero a illudermi per poi lasciarmi con l'amaro in bocca. Il problema era che non guadagnavo soldi da più di un mese. Se continuavo di questo passo, mi sarei ritrovata di nuovo con l'acqua alla gola, ritornando al punto di partenza. L'ultima volta avevo pagato un prezzo troppo alto per tirarmi fuori dai guai e non volevo che la cosa si ripetesse. Rabbrividivo al solo pensiero.
Ce la farai, Alba. Hai sopportato le torture di Fabrice, quindi tutto è possibile. Devi solo volerlo.
«Signorina Roveri».
Toccava a me. Stavolta il colloquio era per un posto di cassiera in un ipermercato.
Dopo una lunga chiacchierata, il proprietario lesse il mio curriculum e poi mi sorrise, togliendosi gli occhiali.
«Ho già deciso. È assunta, signorina».
«Davvero?»
«Sì. Tra coloro che si sono presentati oggi, lei è sicuramente la più adatta a ricoprire questo ruolo. Benvenuta nella mia squadra» disse, tendendomi la mano.
Gliela strinsi, emozionatissima. Adesso non avevo più niente da temere. L'incubo di non riuscire a mantenere me, mio figlio e la nostra casa, era finito. Trovare un lavoro non era stato per niente semplice, il che rendeva la mia conquista ancora più dolce.
«La ringrazio, signore. Lei non immagina quanto sia contenta».
«Lavorerà di mattina, dal lunedì al sabato, così non avrà problemi con suo figlio. Dopodomani passi da me verso le undici, così le faccio firmare il contratto».
«Ok. Grazie di cuore».
«Si figuri».
Si alzò e mi aprì la porta.
«A mercoledì, Alba».
«A mercoledì. Arrivederci».
Dovetti ricorrere a ogni grammo del mio autocontrollo per non mettermi a saltare dalla gioia. Una gioia talmente grande che il mio cuore faticava a contenerla.
Uscii a passo svelto dall'ipermercato e m'incamminai verso l'asilo, perché era già ora di andare a riprendere Lorenzo. Non vedevo l'ora di dargli la bella notizia.
Arrivai appena in tempo per vederlo uscire insieme al suo inseparabile amichetto Giovanni. Quando m'individuò in mezzo alla folla di genitori, mi corse incontro con un meraviglioso sorriso e gli occhi che gli brillavano. Si fiondò tra le mie braccia ed io lo sollevai da terra, baciandogli la fronte.
«Ho un nuovo lavoro, amore» sussurrai, contro il suo orecchio.
«Brava, mamma, brava!»
Mi baciò sulla bocca.
«Grazie, piccolo mio. Sei contento?»
Gli feci il solletico e lui si dimenò, scoppiando a ridere.
«Sei contento?»
«Sì, sì! Mamma, per favore, basta solletico!»
Lo lasciai andare e gli afferrai la mano.
«Ciao, Alba».
Mi voltai.
«Ciao, Romina».
«Sembri entusiasta».
«Lo sono. Ho finalmente trovato un lavoro».
«Congratulazioni. Sono davvero felice per te».
«Grazie».
«Mamma, ho fame!» si lamentò Giovanni.
«Ok, andiamo. Ciao, Alba».
«Ciao, Romina».
Guardai Lorenzo.
«Su, muoviamoci anche noi».
«Sì, mamma».
Mentre ci allontanavamo dall'asilo, mi resi conto che per la prima volta dopo tanto tempo, vedevo di nuovo le cose con positività. La vita era tornata a sorridermi ed io a sorridere a lei.