Ellen guidava sicura verso Southampton.
C'era qualche nuvola che minacciosamente ci accompagnava verso destinazione, ma lei fingeva di non vederle, guardando solo e unicamente dritto davanti a sé.
Credeva che dormissi, per questo era silenziosa. Ma io non dormivo affatto.
Di tanto in tanto la guardavo di nascosto e la vedevo muovere le labbra cantando silenziosamente le canzoni che passavano per radio. Poi, quando una canzone terminava, lei si voltava verso di me per accertarsi che dormissi ancora. Ovviamente io richiudevo subito gli occhi, fingendomi addormentato.
Ero felice di essere con lei. Ogni minuto che passavamo insieme era come una tisana depurativa: mi purificava da tutte le tossine che avevo ingerito nella mia vita.
Inoltre, più tempo passavo con Ellen e più iniziavo a dimenticare lei, l'unica ragione di tutti i miei mali, i miei comportamenti e i miei sbalzi d'umore.
A dire la verità, pensavo di aver mandato tutto a puttane dopo il mio comportamento da tombeur de femmes della notte passata, ma il fatto che Ellen avesse ammesso di starsi innamorando di me, mi aveva spinto a credere che mi avrebbe perdonato. Infatti lo fece, grazie al cielo. Se non lo avesse fatto avrei perso la mia unica possibilità di redenzione, una possibilità che non sapevo quando si sarebbe ripresentata.
<<Che dormita ragazzi!>>, esclamai interrompendo il mio finto pisolino e stiracchiandomi sul sedile.
<<Ma se hai dormito sì e no mezz'ora!>>, rispose sarcastica Ellen, il sorriso sulle labbra fisso verso la strada.
<<Beh, sono stati trenta minuti di sonno profondo.>>. Mi grattai una gamba e ripresi:<<Tu non hai sonno? Vuoi che ti dia il cambio?>>. Ellen continuava a fissare imperterrita la strada.
<<No, sto bene. Però puoi mettere un po' di musica se vuoi.>>, e sempre senza guardarmi, aprì il cruscotto davanti a me e mi fece segno di cercare dei cd.
<<Ma cos'è questa roba?>>. Tra le mie mani trovai un cd che non mi aspettavo di scoprire nell'auto di un amante dei The Beatles. Il disco degli One Direction, Midnight memories, era una sorpresa che da Ellen non mi aspettavo proprio.
<<Oh, andiamo Ray! Ognuno di noi ha le sue debolezze, e loro sono una delle mie.>>. Per la prima volta dopo lungo tempo Ellen si voltò verso di me, e con un dolce sorriso tentò di intenerire il mio cuore indurito. Ovviamente ci riuscì. Era parte della terapia che inconsapevolmente mi offriva quella di ammorbidire il mio cuore.
<<Sì, ma questo non è da te!>>, le dissi rimproverandola scherzosamente.
<<Ma li hai almeno mai ascoltati?>>. I suoi occhi tornarono a guardare la strada e il suo profilo fu quello che tornai a vedere io.
<<No, ma ho fatto di meglio: li ho conosciuti.>>. Era vero: avevo incontrato la band qualche tempo fa ad un evento di beneficienza, e mi erano sembrati dei bravi ragazzi, ma non li avevo mai sentiti cantare.
Non era successo niente di particolare, dissi ad Ellen. Ricordo che ci complimentammo a vicenda per le nostre rispettive carriere, sebbene io della loro non sapessi un bel niente.
Ellen alla fine mi strappò il cd dalle mani e lo inserì nell'autoradio.
<<Non aspettarti che mi piaccia.>>, le dissi con aria di sufficienza. Invece avrei fatto meglio a mordermi la lingua, perché quando sentii Story of my life dovetti ricredermi.
<<..."The story of my life, I take her home, I drive all night to keep her warm and time is fro-o-o-o-ozen...">>. Era la sesta volta che la risentivamo e che la cantavamo a squarciagola: ormai avevo imparato il testo.
Ehi, non giudicatemi: è davvero una bella canzone.
<<Hai visto? Le cose che non ti aspetti non per forza devono essere brutte.>>, e voltandosi nuovamente verso di me, mi regalò uno sguardo nuovo, di quelli che ancora non le avevo mai visto fare. Una fitta di dolore intravedevo nei suoi occhi. C'era ancora l'ombra del nostro bacio che la sovrastava opprimente. Il ricordo di quella sera le si leggeva negli occhi, come una fotografia a colori. Le avevo dato qualcosa che valeva la pena ricordare e lei se lo era tatuato nell'anima.
Povero stronzo, pensai ricambiando il sorriso. Le devi dire la verità prima che sia troppo tardi per tutti e due.
Ellen non era infatti l'unica che si stava innamorando, ma anche in me sentivo nascere un sentimento sopito da tempo, il ricordo di un amore passato che era appartenuto a tutti e a nessuno; una sorta di sentimento di cui era rimasta qualche traccia in me, ma che mi ero ripromesso di lasciare coperto per evitare che tornasse a far soffrire altre persone come aveva fatto con lei.
Il problema è che quella sera, con l'alcol, la sua canzone, il suo profumo e i suoi occhi neri, qualcosa di inaspettato era scattato in me, e prima che potessi impedire a questo qualcosa di uscire e combinare qualche guaio, l'avevo baciata.
E che bacio, pensai. Ma non potevo in alcun modo permettermi di innamorarmi di lei, della mia cura, della mia salvezza, anche perché quello era un amore già condannato sul nascere, un amore la cui fine avrebbe coinciso con la fine dell'estate, ovvero quando Raymond Pitt sarebbe tornato ad essere Oliver Baxton.
Intanto, tra una canzone degli 1D, come scherzosamente avevo preso a chiamarli, e qualche pezzo a cappella improvvisato da noi due, il tempo era passato velocemente, e quelle quattro ore di viaggio che ci separavano da Southampton, erano trascorse rapide come il vento.
<<Senti, non spaventarti, okay?>>. Ellen aveva appena parcheggiato nel garage di sua nonna e si stava slacciando lentamente la cintura. Preoccupato era lo sguardo che mi rivolgeva.
<<Cosa dovrebbe spaventarmi?>>, le chiesi sollevando un sopracciglio.
<<Mia nonna è fatta così. È espansiva e cerca di entrare subito in confidenza con tutti, trattandoti come un vecchio amico. Non vuole essere invadente, solo che le piace conoscere le persone.>>.
La sua fronte rabbuiata le dava un'aria così dolce da farmi di nuovo venir voglia di baciarla.
Cazzo, Ray, non di nuovo. Non provare a combinare altri guai, mi dissi.
Allungai invece la mano verso la sua e gliela strinsi delicatamente, come se avessi un petalo tra le dita.
<<Me la caverò.>>, le dissi rassicurandola e trattenendo ancora la sua mano.
<<Finalmente siete arrivati!>>. Una voce squillante proveniente da dietro di noi ci ridestò. Ellen tolse immediatamente la mano dalla mia ed uscì in fretta dalla macchina, costringendomi a fare lo stesso.
<<Nonna! Come stai?>>. Ellen abbracciò nonna Jane e le diede un bacio sulla fronte, come ad una vecchia bambina.
<<Ellen, mi soffochi! Su, su, tesoro. Devo anche salutare il tuo amichetto.>>, e divincolandosi dall'abbraccio si avvicinò a me che nel frattempo mi ero avvicinato a loro.
Una vecchietta dall'aria sveglia e allegra mi tendeva la mano che strinsi. Indossava una casacca blu a mezze maniche che si intonava al colore dei suoi occhi, un tempo più accesi di quanto fossero ora. La luce del sole si rifletteva sui capelli bianchi e ricci che la leggera brezza dell'Hampshire scuoteva delicatamente, dando l'impressione che delle onde, non capelli, ricoprissero la testa della signora Campbell.
<<Ellen, non mi avevi detto che era così bello.>>. Un sorriso imbarazzato mi sfuggì imprevedibilmente. Ellen invece aveva iniziato a scuotere la testa. Probabilmente pensava che sua nonna era incorreggibile. <<Sì, mi aveva detto che eri bello, ma hai davvero superato le mie aspettative, giovanotto.>>, continuò stavolta parlando direttamente con me. Ellen si era voltata a guardare il mare, ma potevo immaginare il rossore tingere le sue guance.
<<La ringrazio Signora Campbell, e la ringrazio anche per l'ospitalità. Questo è per lei.>>. Sfoggiai uno dei miei sorrisi più seducenti e le porsi una bottiglia di Bollinger Vieilles Vignes Françaises, uno dei tanti costosi champagne che mi avevano regalato.
<<Oh, Raymond! Ma sei impazzito? Questo champagne ti sarà costato un occhio della testa! Non dovevi proprio ragazzo.>>, disse stingendomi la mano. <<Vorrà dire che lo berremo insieme! Sei stato gentilissimo, grazie. Ma ti ricordo che per te io sono Jane, non Signora Campbell.>>, e voltandosi, ci fece segno di seguirla verso quella che sarebbe stata la mia casa per le prossime due settimane e che avrei condiviso con la prima e unica persona dopo tanto tempo che era in grado di tranquillizzarmi e farmi agitare contemporaneamente.
Chissà quanto resisterò, pensai.
Non molto, mi risposi guardando Ellen prendere a braccetto sua nonna.