Dust Bones (Punk Harry Styles...

Oleh enedirectioner

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Lavorando per un leader mondiale della mafia, Harry sa come uccidere, come cercare le sue vittime, e come evi... Lebih Banyak

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065/Epilogo
Domande e Risposte
No Fury

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Oleh enedirectioner

C A T A L I N A

Sfoggiando macchie di sangue, terra e uno sguardo esausto, mi appoggiai finalmente a un muro di mattoni all'esterno di un bar. Inspirai profondamente, cercando di tener aperti i miei occhi pesanti. La strada era solitaria, specialmente di notte. Stavo vagando da ore, persa. Non sapevo cosa fare, ma sapevo che dovevo trovare un riparo e quello è esattamente ciò che avrei fatto. Mi ricordai specificamente della mafia che vagava per Los Angeles. Stare lì fuori non avrebbe portato a nulla di buono.

Per il momento, ero sicura di non aver perso niente. Mi rifiutai di credere che mio padre, mia sorella e mia madre fossero morti. Misi da parte qualsiasi dubbio sul fatto che Harry fosse vivo come aveva detto Liam. La mia preoccupazione non faceva altro che aumentare se continuavo a pensare, quindi spensi i miei pensieri per un momento. Mi spostai dal muro e continuai a percorrere il marciapiede in silenzio.

Ma la notte divenne giorno e non avevo nessun posto dove nascondermi. Dove correre. Mi ricordo di essermi addormentata dietro un cassonetto, pensando al fatto che non vedevo l'ora di fuggire da tutto. E con tutto intendo la mia vita... sempre limitata da certe cose. Avevo vissuto permettendo alle persone di prendere la mia vita nelle loro mani e mi mancava l'istinto che mi diceva di cavarmela da sola. Di difendermi.

Ed era così ironico che proprio in quel momento che non avevo quasi neanche un po' di tutto ciò, scoprii che volevo che tutto cambiasse. Quindi, anche se ero terribilmente sporca di sangue, le mie labbra erano screpolate, la mia gola era secca e mi facevano male le ossa, mi alzai. Afferrai la pistola che avevo usato per uccidere Roy e me ne andai. Conoscevo quei codici e qualunque fosse il loro scopo, non erano più affari miei. Li avevo dati via e a chiunque fossero arrivati, speravo per il meglio.

Camminai lungo il marciapiede e mi guardai intorno. Arrivai a un parcheggio, dove usai quella poca conoscenza che avevo sulle macchine per entrare in una e farla partire. Il mio coraggioso approccio a queste cose non era riconoscibile nella mia mente. Era solo che non riuscivo ancora a vedermi in quella posizione. Dopo aver guidato per ore ed essermi fermata lungo la strada per dormire, arrivai a un centro spaziale dove tenevano le cose rinchiuse interamente e anche se le persone mi lanciavano le loro occhiate, almeno conoscevo qualcosa di buono su mio padre. Cioè il fatto che la sua cassaforte contenesse una fortuna di soldi.

Nevada mi metteva a disagio. Ero stata lì molte volte, in diversi viaggi con mio padre. E incrociai le dita, sperando di non incontrare nessuno che conoscessi io o che conoscesse me. Iniziai ad avere dei dubbi però, quando aprii la cassaforte di mio padre e trovai la fortuna che teneva dentro. Sospirai, la tensione sulle mie spalle diminuì. Erano almeno un milione.

Non erano affari miei neanche dove mio padre prendeva i suoi soldi. Tendevo a fare finta di niente riguardo a questi argomenti. Mi limitai ad afferrare qualsiasi cosa ci fosse lì dentro e la gettai in uno zaino, che posai sulla spalla per poi richiudere la cassaforte. Premetti le labbra in una linea mentre lasciavo l'area frettolosamente, entrando nell'auto che dovevo abbandonare prima che venisse dichiarata rubata.

Andai al negozio più vicino e presi dei vestiti. Cose a caso, necessità. Fui veloce ad allontanarmi dal centro dell'attenzione. E come se il sonno non mi stesse già dando la ciaccia, durai molta fatica. Cercai di rimanere sveglia per guidare almeno fino a Boulder City, verso un hotel. Quasi mi addormentai alla guida prima che i dipendenti di quel posto mi aiutassero. Non fecero alcuna domanda sulle mie condizioni, ma erano a dir poco straniti.

"Per quanto tempo si fermerà qui?" Domandò educatamente la signora alla reception. Fissai un punto indefinito, incapace di rispondere dato che non l'avevo sentita. I miei pensieri facevano troppo rumore. "Signorina," mi richiamò con fermezza.

Posai di scatto lo sguardo su di lei e deglutii. "Um... mi dispiace, che ha detto?"

"Per quanto tempo si fermerà qui?"

"Non... non lo so. Mi addebiti per tutto il tempo che ci vorrà," le dissi e lei annuì lentamente. Picchiettai le dita contro il bancone di marmo, aspettando impazientemente che prendesse le chiavi. Mi ero registrata con il nome di Cata Holland, perché se avessi usato il mio vero nome, mi sarei fatta riconoscere. Sorrisi educatamente quando la donna mi lanciò finalmente le chiavi.

Scoprii che la mia camera si trovava proprio in cima e feci cadere tutto ciò che avevo sul letto. Resistetti all'impulso di piangere e basta quando andai a farmi una doccia, liberandomi finalmente di tutta la polvere e il disgusto sul mio corpo. Rimasi in piedi, lasciando che l'acqua cadesse sul mio corpo nel silenzio totale. Tornai a pensare a Harry e mi morsi l'interno della guancia quando percepii che stavo per piangere. Non potevo piangere. Non potevo e basta.

Secondo Liam, lui era vivo, ma come facevo a sapere che fosse vero? Ormai non ero sicura di sapere la verità su tutto ciò che mi avevano detto. Avrei dovuto tenermelo per me, fidarmi di me stessa. Se c'era una cosa che avevo imparato, era che probabilmente nella mia vita, nessuno poteva essere fidato. In teoria, le persone di cui mi fidavo se ne erano andate.

Non sapevo come fossi finita sul letto, con un asciugamano avvolto attorno a me e i capelli ormai asciutti sparsi sulle coperte bianche, ma mi svegliai in quella posizione. Guardai l'orologio e mi accorsi che avevo dormito per quasi tredici ore, era quasi mezzogiorno. Mi strofinai gli occhi e sbadigliai, afferrando l'asciugamano e togliendomelo.

Indossai dei pantaloni neri e una maglietta bianca che, sfortunatamente, era di una taglia più piccola. Afferrai la pistola che avevo posato sul comodino e controllai il numero di proiettili che aveva. Erano abbastanza per me, se ne avessi avuto bisogno.

La spinsi nel mio zaino, che misi sulle spalle prima di uscire. Guidai fino al negozio elettronico più vicino. Acquistai un telefono e una carta che mi avrebbe permesso di fare una chiamata, arricciai le labbra mentre guidavo verso un bar, per poi sedermi fuori. Prima che venissi servita, composi nervosamente un numero telefonico a me molto conosciuto.

"Pronto?" Rispose la sua voce dolce, non sapendo con chi stesse parlando.

Sorrisi e sussurrai, "Hey, nonna. Sono Catalina. Com'è l'Inghilterra? Come sta... Paige?"

"Catalina, tesoro!" Sussultò amorevolmente. "Ciao, oh mio Dio. Cara... va tutto bene. Tutto va alla grande. Paige sta bene. Ma tu... Catalina, come stai? Non chiami da una vita."

Il sollievo mi inondò e feci girare una cannuccia nera e sottile nel mio caffè caldo, un piccolo sorriso si formò sulle mie labbra. Paige era viva, questo voleva dire che quel figlio di puttana, Fray, mi aveva mentito. Su che cos'altro aveva mentito? "Sto... sto bene. Potrei stare meglio," risposi a bassa voce.

Lei sospirò e, con tono preoccupato, affermò, "Tesoro, puoi venire qui quando vuoi. Rimani qui con me... se tuo padre vuole, ovviamente. So com'è fatto. È così protettivo nei confronti della figlia più grande. Ma... puoi venire qui e rilassarti. Possiamo divertirci e so che a Paige... manca sua sua sorella. Riesco a vederlo, ma lei è una tosta. Non vuole mai sembrare emotiva."

Ridacchiai nel momento in cui il cameriere venne a portarmi il panino al tacchino preparato attentamente. Gli feci un cenno come per ringraziarlo mentre dicevo, "Nonna, questo è proprio ciò di cui ti volevo parlare. Penso che starò con te. In Inghilterra."

Riuscii a sentire il suo sussulto felice. "Davvero? È grandioso! Sappi solo che ti ospiterò volentieri e ci divertiremo. Sto provando a essere abbastanza alla moda per Paige... ma sembra che non stia funzionando."

Sorridendo, sbuffai, "Questo è perché nessuno è abbastanza alla moda per Paige."

"Guardati. Mi stai già difendendo," borbottò scherzosamente. "Comunque, qualche novità?"

Woo, se solo avesse saputo. "Uh... no, in realtà no. Volevo solo fare una chiamata per vedere come state. So che non sono molto brava a questo."

"Non preoccuparti, cara. Almeno ti sei presa del tempo. E quando verrai in Inghilterra?"

Esitai. "Oggi è l'otto settembre... e il venti novembre c'è quel piccolo show che papà attende a Las Vegas. E beh... c'è ancora qualcosa di cui devo occuparmi."

"Okay. Chiama quando verrai. Ho molto spazio."

"Grazie, nonna."

Infine, finii il mio cibo e salutai il cameriere. Lasciai una mancia generosa, poi continuai a guidare in giro, avanzando nel perimetro della città, finché fui circondata da numerosi negozi. Dato che sarei andata alla festa annuale dell'amico di mio padre, mi sarei dovuta vestire adeguatamente.

Vagai per i vari negozi di abiti di ogni colore, forma e stile finché, come previsto, presi quello che mi piacque di più. Le mie intenzioni alla festa erano quelle di rivelare una volta per tutte ciò che avevo sempre voluto dire a mio padre e di superare la cosa. Non volevo quella vita che mi soffocava sempre finché non potevo fare altro che lasciare che lo facesse. Non più. Non l'avrei più sopportata.

Infine, tornai all'hotel e tirai fuori l'abito che avevo comprato, dandogli un'occhiata prima di appenderlo nell'armadio. Per tutta la settimana, passai il tempo a cercare qualcosa da fare. Come iscrivermi a delle lezioni di kickboxing, spendere soldi su alcune necessità e un computer per fare delle ricerche. Per tutto il tempo, però, i miei pensieri su Harry non si placarono mai.

H A R R Y

Avevo passato numerose ore a cercare di trovarla. Analizzavo ogni piccolo dettaglio con stress e incertezza. Lo facevo ormai da settimane e potevo solo ammettere che non potevo arrendermi. Non mi importava delle occhiate compassionevoli che stavo iniziando a ricevere dal proprietario di un negozio di souvenir, che sapeva stessi cercando qualcosa di cui avevo bisogno e che non riuscivo a trovare.

"Ascolta, Harry," Savannah sospirò, sedendosi accanto a me su una panchina vicino a una caffetteria. Mi seguiva in giro, insistendo di voler aiutarmi, però sapevo che non le interessava veramente. Aveva una personalità trasparente e disprezzavo l'abilità di vedere il suo carattere. "È passato diverso tempo... e... non penso che --"

"Potresti stare zitta?" Sputai amaramente, serrando la mascella. "Non so perché insisti di voler aiutarmi. Sei un parassita così fastidioso, mi segui sempre." Non diedi peso alle mie parole e non mi importava.

Savannah inspirò profondamente. "Stavo solo cercando di aiutarti. Ma... questo non ci sta portando da nessuna parte."

"Niente lo farà," le dissi senza mezzi termini, posando i gomiti sulle ginocchia e coprendomi il viso con le mani per lo stress. "Ho solo bisogno di trovarla. Non mi importa di quanto ci vorrà. Ho bisogno di trovarla."

"Potrebbe essere morta," disse come se pensasse che non avrei reagito.

Ma lo feci. Spostai lo sguardo su di lei, sentendo il bisogno di farla sparire, ma non potevo farlo. Assottigliai gli occhi e senza curarmi delle persone in giro, sbottai, "Levati dal cazzo o farò qualcosa di cui mi pentirò."

"E pensi che io abbia paura di te?" Savannah ridacchiò. "Non sono come la tua fidanzatina morta. Non conto su nessuno per sopravvivere. Patetico, davvero."

Le mie narici si dilatarono e non riuscivo a credere la tensione che fece irrigidire il mio corpo e la rabbia che portò il mio viso a colorarsi di rosso. Ma prima che potessi scattare, se ne andò. Si limitò ad andare via, lasciandomi con la rabbia intrappolata dentro di me. Strinsi i miei pugni e presi un respiro profondo, guardando la strada con una quantità ancora più grande di stress.

Infine, tornai al grande perimetro che Louis definiva il suo alloggio temporaneo, prima di tornare a casa. Entrai, solo per sentire Louis gridare per le sue valigie e una in particolare che portava un regalo che aveva comprato a sua moglie. Un regalo molto delicato.

I suoi occhi blu incontrarono i miei dopo che ebbe finito di arrabbiarsi a tal punto che quasi sparò a uno dei suoi ragazzi. Si accigliò e chiese, "Qualche novità sulla tua ragazza?"

Scossi la testa silenziosamente.

Louis annuì. "Beh... io stasera torno in Inghilterra. Puoi... puoi tenere questo posto se vuoi."

"Hai un po' di generosità? È... inaccurato," commentai.

Lo psicopatico mi fissò con noncuranza per un secondo, premendo insieme le labbra prima di ricordarmi, "Potrei ucciderti. Generosità non è la parola giusta. Compassione lo è."

Serrai la mascella e poi mi ricordai immediatamente di chi fosse veramente. Un coglione spiritoso che, più che divertente, era crudele. Mi diressi verso il piano di sopra, ignorando la porta che fu chiusa e il silenzio che mi accolse. Louis stava tornando in Inghilterra con tutta la sua squadra e io mi trovavo lì da solo, già pronto a imbarcarmi su una strada solitaria. Destinata a me.

Rimasi sotto la doccia per ore, prima di stendermi inquietamente sul letto che era costituito da coperte fredde e cuscini. Non riuscivo ad addormentarmi neanche in una posizione dove mi sarei addormentato velocemente. Avevo iniziato a soffrire d'insonnia a causa del bisogno di trovare Cata. Ma, con mia grande sorpresa, dopo ore, iniziai a sentire i richiami della stanchezza e del sonno.

Nella mia coscienza addormentata, pensai a lei. Alla pressione che sentivo sulle mie gambe quando si sedeva su di me, dicendo qualcosa di completamente ridondante, però la ascoltavo e finivo per baciarla. Le sue labbra erano così morbide, che giuro che potevo sentirle sul mio collo. Le sue piccole mani toccarono il mio petto, succhiando teneramente la pelle sul mio collo e abbassando una delle sue mani. Finché raggiunse il cavallo dei miei pantaloni, facendo scivolare la mano sui miei boxer per stuzzicarmi.

Ma fu nel mio stato mezzo addormentato che rimasi sbalordito quando aprii i miei occhi stanchi per registrare il corpo sopra il mio. Savannah. Un grugnito pieno di rabbia lasciò le mie labbra, ma prima che potessi spingerla via, continuò a baciare il mio collo e mormorò, "Shh, rilassati e basta." La sua mano mi avvolse, il tessuto dei miei boxer era l'unica cosa in mezzo alla sua mano e al mio cazzo.

Era senza fiato mentre baciava la mia mascella e giusto prima che arrivasse alle mie labbra, strinse la mano intorno a me. Dischiusi la bocca e inspirai bruscamente, ma i miei istinti presero il sopravvento. Lei non era Cata.

Colpii fermamente il suo stomaco con il mio gomito e lei sussultò per lo shock a causa della forza che avevo usato. Le mie mani afferrarono le sue braccia, attaccandole al muro dove avevo trascinato entrambi. I suoi occhi marroni erano spalancati per lo shock, il suo petto si alzava e si abbassava rapidamente mentre il mio faceva lo stesso.

"Sei maledettamente fuori di testa?" Sbottai con voce profonda, stringendo la presa attorno alle sue braccia. Fece una smorfia come risultato. Incapace di parlare, deglutì e rimase in silenzio. "Esci." Sputai furiosamente. Le mie mani la lasciarono andare, ma lei non si mosse. "Esci!" Gridai questa volta.

Savannah ridusse gli occhi a due fessure e sussurrò, "Sei ossessionata da lei."

"Io la amo," sussurrai, serrando la mascella. "E questo significa che non voglio te o il tuo atteggiamento odioso e acido. Quindi... non farmelo ripetere... di nuovo."

Lei sbuffò e scosse la testa, uscendo dalla stanza. Sbattei la porta dietro di lei, sentendo il rumore forte che seguì. La chiusi a chiave ed emisi un lamento, facendo scorrere una mano attraverso i miei capelli. Mi mancava la mia piccola. Non era morta e lo sapevo. Era troppo intelligente per quello. Avevo bisogno di trovarla prima che fossi impazzito.

__________________

Ho passato tutto il giorno a tradurre.

Domanda:

Shippate Zayn e Gigi?

Ewewewewewewew.

Ew.

Ewew.

Domani e dopodomani a casa, farò di tutto pur di aggiornare presto. ☆

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| storia originale di @HarrysLatte_ | cover credits: @translatorITA | 📚 Harry Styles, un uomo non estraneo al mondo della violenza e leader del noto...
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