Madness || Larry

By almightyzay

4.1K 334 43

« Nulla di che, ero solo un ragazzino che aveva visto la morte da vicino troppo presto. Chi non ne rimarrebbe... More

One
Two
Three
Five
Six
Seven
Eight
Nine
Ten
Eleven
Twelve
Thirteen
Fourteen
Fifteen
Sixteen
Seventeen

Four

269 25 1
By almightyzay

Harry
Quando esco dal bagno, Zachary mi osserva, gli occhi leggermente strabuzzati e il libro stretto tra le mani. Non lo biasimo: sono in boxer, ho i capelli bagnati e gli occhi iniettati di sangue. Non devo essere un bello spettacolo.
Striscio i piedi fino al borsone di mio padre, tiro fuori la camicia e un paio di jeans chiari strappati sulle ginocchia e ritorno in silenzio in bagno.
Dopo essermi vestito e lavato i denti, mi lego i capelli in un codino, poi ritorno in camera come se non fosse successo nulla.
"È tutto ok?" mi domanda il mio compagno, parlando solo per la seconda volta quella mattina. Mi chiedo cosa abbia sentito del mio sfogo.
Rispondo con un veloce "sì, grazie" mentre mi infilo le scarpe per dirigermi all'incontro con la psicologa. Non l'ho mai vista prima, non conosco neanche il suo nome, ma so cosa aspettarmi: gli strizza cervelli hanno fatto parte della mia vita per abbastanza tempo da permettermi di prepararmi a un lungo interrogatorio sui miei problemi.
Lascio la stanza, abbandonando Zachary a se stesso e alle sue parole che per lui hanno un grande significato, mentre per me non valgono nulla.
Il corridoio è piuttosto affollato per essere così presto. Lancio uno sguardo a un orologio appeso al muro bianco: la lancetta più corta indica le 8 in punto.
Vorrei fermare un infermiere per chiedergli dove posso trovare l'ufficio della psicologa, ma il solo pensiero di dover parlare con qualcuno dentro questo ospedale mi fa venire la nausea.
Mi lascio cadere su una delle sedie in plastica appese al muro, a pochi posti da una signora che, con un giornale in mano, sta probabilmente aspettando qualcuno.
Appoggio i gomiti sulle ginocchia, abbandonando il viso nei palmi delle mani e scuotendo la testa.
La verità mi è caduta addosso come un macigno. Heather ha ragione. Sono un pazzo, parlo con i fantasmi, picchio le persone. Sono un pazzo.
Non riesco più a biasimare i miei genitori, non riesco più a odiare mio padre. Chiunque vorrebbe liberarsi di una persona mentalmente  instabile, anche io mi libererei di me, se ne avessi la possibilità. E non dico di averlo escluso.
Dopo la scomparsa di Heather da quel bagno, dopo la sua rivelazione, se così vogliamo chiamarla, l'unica mia volontà era quella di riuscire a fuggire da tutto questo, in un modo o nell'altro. Non ho idea del perché alla fine abbia deciso di uscire da quel bagno, anziché rimanere lì per sempre, chiudermi dentro e sparire. Non so dove ho trovato la forza di alzarmi e asciugarmi le lacrime, forse voglio semplicemente dimostrare loro che si sbagliano. Forse so che posso combattere, perché abbandonare tutto e non provarci neanche non è mai stato nel mio carattere.
"Ciao, va tutto bene?" Una voce leggermente stridula attira la mia attenzione.
Mi asciugo velocemente con i palmi delle mani le lacrime che hanno iniziato ad inumidirmi gli occhi, poi alzo lo sguardo, tirando leggermente su con il naso.
"Eh?" domando, disorientato. I miei occhi incontrano un paio di iridi azzurre.
"Ho chiesto se va tutto bene" ripete il ragazzo davanti a me, rivolgendomi un sorriso amichevole con le labbra sottili.
"Oh, si" rispondo alzandomi "grazie mille". Gli rivolgo un sorriso flebile e faccio qualche passo, allontanandomi da lui. Mi ricordo poi che non so dove si trovi la mia meta.
Mi volto di nuovo, e il ragazzo dai capelli castani è ancora lì. Esito, poi mi riavvicino.
"Posso chiederti una cosa?" domando, titubante. Lui annuisce, le mani affondate nelle tasche dell'enorme felpa nera che indossa.
"Sai per caso dove si trova l'ufficio della psicologa?"
Lui sembra ragionarci su, poi mi domanda di quale psicologa parli.
"Quella dell'ospedale" dico, abbandonando già inconsciamente la conversazione. Deve essere un altro ragazzo ricoverato qui, meglio se fermo un infermiere e chiedo.
"Ci saranno una decina di psicologi qui dentro" risponde lui divertito. Esito: non ero preparato a questo.
Per fortuna, un uomo con una leggera barba bianca ci raggiunge.
"Ciao, Louis" l'uomo saluta il ragazzo che, da quanto ho appena appreso, si chiama Louis, poi si gira verso di me: "Harry, vero? La psicologa ti sta aspettando da dieci minuti." Sembra stizzito.
Mi scuso a bassa voce, dicendo che non sapevo dove potesse trovarsi l'ufficio. L'uomo mi invita a seguirlo e così faccio, salutando velocemente Louis e concentrandomi sul camice svolazzante del medico.
Dopo circa cinque minuti, arrivo davanti a una porta di legno chiaro. La apro, seguendo le istruzioni dell'uomo, e mi ritrovo in un'ampia stanza dalle pareti color crema.
Una donna con i capelli corvini sta seduta dietro a una scrivania al centro della camera.
Quando entro, mi osserva da dietro la montatura rettangolare degli occhiali da vista, poi mi sorride cordiale.
"Ciao, Harry!" mi saluta con entusiasmo, come se fossimo amici di vecchia data "Entra pure e accomodati sul lettino" mi intima.
Faccio come dice, sedendomi sul cuscino morbido e seguendo la sua silhouette non appena si alza dalla scrivania. È una bella donna, alta e con le gambe scoperte dal vestito nero che ha indosso. Per certi versi mi ricorda mia madre.
Scuoto la testa, distraendomi da quel pensiero.
"Io sono la dottoressa Owen, ma puoi chiamarmi Lucille" dice, prendendo posto sulla sedia accanto al lettino e squadrandomi "Allora, perché non mi parli un po' di te?" continua il discorso, accavallando le gambe.
Esito: cosa dovrei dire? Sembra sapere già tutto di me.
"Mi chiamo Harry Styles, ho ventitré anni e abito a qualche chilometro da qui, in un paese molto piccolo: non penso lo conoscerà" incomincio, non del tutto convinto di star facendo un buon lavoro. Lei annuisce, e io mi sento autorizzato ad andare avanti.
"Ho studiato fino all'anno scorso matematica, ma poi ho deciso di abbandonare l'università: gli studi non sono mai stati la mia passione. Giocavo a basket, ero un vero patito dei Lakers, ma non sono mai andato a una loro partita. Avevo anche una sorella, ma è morta quando avevo quattordici anni." La mia voce si abbassa gradualmente, fino a ridursi a un sussurro.
Lucille annuisce, annotando sul suo quadernino il mio nome, la mia età, la mia famiglia. Poi alza di nuovo lo sguardo su di me.
"Magari vuoi iniziare a parlarmi dei tuoi genitori?" mi intima, con un sorriso appena accennato sulle labbra rosse.
"Certo" annuisco, iniziando a raccontare della mia vita a una perfetta sconosciuta. Parto da mia madre, parlando di lei e del suo lavoro da babysitter. È sempre stata magnifica con i bambini: ricordo come da piccolo mi mettesse sulle ginocchia e mi facesse saltare, intonando una melodia che ricordava vagamente il trotto di un cavallo. La sua risata mi si manifesta in mente. È da lei che ho preso le fossette, così come gli occhi verdi, con l'unica differenza che i suoi li ho sempre visti contornati da una leggera linea di matita nera.
Ricordo come mi preparasse sempre la cioccolata calda in inverno, all'insaputa di papà, quando fuori nevicava e non potevo andare a giocare con i miei amici in giardino.
Ricordo anche delle fiabe sussurrate con un fil di voce, nella luce fioca della mia cameretta, mentre io stavo per addormentarmi, ma volevo sapere se il cavaliere avesse o no sconfitto il drago, quindi lottavo contro il sonno per tenere i piccoli occhi aperti.
Poi ricordo le braccia di Morfeo che mi attiravano a sé, mentre mia madre, con le labbra appena socchiuse, mi lasciava un bacio leggero sulla fronte e mi stringeva nel mio piumone con la stampa dei supereroi.
"Mio padre invece è sempre stato il mio eroe. Ricordo di avergli detto molte volte che da grande sarei diventato come lui" continuo, focalizzando la mia attenzione su mio padre.
Non era un uomo di grande importanza: un modesto lavoro in ufficio, più persone sopra di lui che sotto e uno stipendio appena sufficiente a mantenere la famiglia e a darci qualche piccolo vizio di tanto in tanto.
I regali da parte sua non sono mai mancati. Ha sempre voluto diventassi un giocatore di baseball, per quanto io avessi sempre amato il basket. Il primo dono che ho ricevuto da lui è stata una mazza da baseball: direi che è sempre stato un uomo abbastanza diretto.
Vedo Lucille che mi segue con occhi interessati mentre le racconto della mia famiglia, senza però toccare il discorso "Heather", e in fondo lei non sembra nemmeno volerlo sentire, anche se ne dubito: sono sicuro, anzi, che stia evitando quella domanda proprio perché sa come mi sento a parlarne.

Dopo circa un'ora di racconto, saluto la dottoressa Owen con una stretta di mano e lascio il suo ufficio, sentendomi per metà turbato, ma per metà più leggero: ho raccontato della mia vita a una donna che ho appena incontrato, che non conosco e che probabilmente mi sta usando per i suoi studi sulla psicologia; dall'altra parte, però, sono felice di aver avuto la possibilità di sfogarmi con qualcuno che, in fondo lo so, è pronto ad ascoltarmi e ad aiutarmi.
Rispetto a prima, il corridoio è più silenzioso: ci sono solo infermieri che camminano avanti e indietro, trainando dei carrelli con sopra siringhe e medicinali vari.
È osservando un barattolo bianco che mi ricordo di aver dimenticato le pastiglie quella mattina. Faccio per avviarmi verso la mia stanza, sperando di non perdermi in quel labirinto di corridoi bianchi che odorano di disinfettante, quando sento la voce del ragazzo che quella mattina mi ha chiesto se andasse tutto bene.
Mi volto e noto che è dentro una delle stanze in cui si trovano i ricoverati. La porta è aperta, quindi mi permetto di avvicinarmi un po' per sentire la discussione che sta intrattenendo con un signore anziano, coricato sotto le coperte lattee dell'ospedale.
Dovrei farmi i fatti miei, dovrei tornare in camera mia o per lo meno allontanarmi da quella che sembra una riunione di famiglia cui, ovviamente, io non sono invitato. Dovrei, ma per qualche motivo sono curioso di sentire la discussione tra ragazzo e l'uomo.
Mi appoggio allo stipite della porta, nascosto dal muro, e la voce nasale di Louis mi giunge alle orecchie. Il suo tono è molto premuroso e lui continua a porgere domande al signore, il quale però non risponde.
Gli chiede come sta, se ha preso le pastiglie quella mattina, se ha fatto colazione e se ha già letto il giornale, per poi accarezzargli i capelli radi con mano leggera. L'espressione dell'uomo, il quale identifico come suo nonno, è però disorientata, come se non capisse le domande che gli sono state rivolte.
Una voce flebile esce dalle sue labbra e faccio fatica a cogliere le parole dell'uomo anziano.
"Ma tu chi sei?" Un'unica domanda,  che sembra però sconfortare Louis, il quale, probabilmente, aveva sperato il un miglioramento delle condizioni dell'uomo.
Il ragazzo sospira, per rispondere poi, arrendevole, con un "Sono tuo nipote."
Mi sento immediatamente in colpa di aver origliato quella conversazione e faccio per allontanarmi.
Sono a metà del corridoio, quando un "Ehi!" mi giunge alle orecchie. Sono sicuro che Louis stia chiamando me, ma vado avanti comunque, sperando di sbagliarmi. Lui mi raggiunge con una breve corsa, per poi battermi con un dito sulla spalla.
Mi volto, una falsa espressione interrogativa sul viso.
"Si?" domando, come se la sua apparizione fosse stata una sorpresa.
"Tu sei Harry, vero?" chiede, in cerca di una conferma. Annuisco, e lui riprende.
"Lo sai vero che è maleducazione origliare le conversazioni degli altri?" Non sembra stizzito, anzi ha un piccolo sorriso sul volto, ma mi sento comunque rimproverato.
"Non so di cosa tu stia parlando" mi difendo, assumendo un'aria burbera. Lui alza le mani in segno di resa e mi guarda divertito.
"Va bene, facciamo finta che tu non abbia sentito la discussione tra me e mio nonno, basta che non mi picchi. Ti va un caffè?"
Lo guardo, piegando la testa leggermente di lato.
"Perché dovrebbe?" chiedo pungente, quando in realtà accetterei volentieri.  E' più basso di me di qualche centimetro ed è costretto a tenere la testa piegata leggermente indietro per guardarmi negli occhi.
"Perché il caffè qui dentro è la cosa più buona al mondo. So che sembrerà strano, visto lo standard del cibo, ma il caffè qui è niente male" mi sussurra, come se mi stesse rivelando un segreto.
Sorrido, scuotendo la testa, ma lui insiste. Mi domando come faccia a sapere che potrei starci, ma poi faccio spallucce, accettando infine la sua offerta.

È così che scopro che, lì dentro, il caffè è davvero la cosa più buona al mondo.
Mi chiedo come mai ai visitatori sia consentito prenderlo mentre io, quando quella mattina ho chiesto a Jocelyn di averne un po', sono stato deriso.
"Comunque io sono Louis" dice lui dopo che ci siamo seduti a un tavolo, con un bicchiere di pura caffeina tra le mani. Non sono sicuro di poter andare in giro così liberamente, ma dopo l'incontro con la psicologa mi sento tranquillo e non temo l'arrivo di un'altra crisi.
"Lo so" annuisco, bruciandomi la lingua con la bevanda. Rimango di nuovo in silenzio, esprimendo poi i miei dubbi.
"Quindi quello era tuo nonno?" domando, ammettendo di conseguenza le mie colpe. Lui annuisce e un ombra gli attraversa gli occhi.
"È qui da tre anni. Lo vengo a trovare ogni settimana" dice, rispondendo alla mia muta domanda "e ancora non è in grado di riconoscermi." Soffia sul suo caffè, cercando di raffreddarlo. Annuisco, non sapendo bene cosa dire. È lui a continuare.
"Spero sempre in un suo miglioramento, ma i dottori dicono che è difficile che la malattia svanisca: se le medicine non hanno fatto effetto fin ora, è improbabile che lui guarisca" sussurra.
"Io sono qui da due giorni" dico dopo un attimo di silenzio, cercando di distrarlo dal pensiero di suo nonno.
"Posso chiederti perché?" domanda con cautela. Scuoto la testa, non ancora abituato alla scoperta fatta poche ore prima. Penso di averlo sempre saputo, in fondo, ma non avevo mai accettato la verità. Adesso che lo so, però, mi è difficile parlarne con gli altri.
"Questo weekend tornerai a casa?" Louis cambia domanda, cercando di farmi stare meglio ma peggiorando, a sua insaputa, la situazione.
"Il weekend si può tornare a casa?" chiedo, stupito. Mi sembra assurdo, ma evidentemente è così.
"Solo i pazienti che non sono particolarmente gravi, e a me sembra che tu stia abbastanza bene."
Si, se non consideri gli attacchi d'ira e le allucinazioni, rispondo sarcasticamente nella mia testa.
Scuoto il capo, rispondendo alla sua domanda precedente.
"I miei non vogliono un pazzo in casa" rispondo, stringendo con un po' troppa forza il bicchiere in carta, che si accartoccia leggermente. Lui sposta lo sguardo sulla mia mano e poi di nuovo su di me, poi annuisce.
"È tardi, io devo andare" esclama poi, dopo aver lanciato uno sguardo al suo orologio da polso "devo consegnare un lavoro all'università e il mio professore è un maniaco della puntualità" continua poi con un sorriso divertito che io ricambio.
Si alza, abbandonando il bicchiere del caffè sul tavolino.
Faccio ancora in tempo a chiedergli che cosa studi.
"Arte" risponde lui con gli occhi illuminati. "Alla prossima settimana!" mi urla poi quando arriva all'uscita della caffetteria.
Scuoto la mano e sorrido leggermente. Chissà se disegna bene.

NdA
Lo so, lo so, la fine di questo capitolo fa schifo.
Chiedo umilmente venia, ma vista la mole di studio che mi ritrovo questo weekend è un miracolo che io sia riuscita anche solo ad aggiornare.
E niente, finalmente Harry ha incontrato Louis!
Fatemi sapere cosa pensate del capitolo se vi va :)
Alla prossima x

Continue Reading

You'll Also Like

229K 8K 75
Louis è la timidezza fatta a persona, ha solo 18 anni e sta già cercando una casa in cui vivere. Harry, di anni ne ha 26 e oltre a qualche problema d...
18.9K 1.3K 23
Louis Tomlinson è un'uomo di ventiquattr'anni, il quale apparentemente ha tutto ciò che una persone della sua età possa desiderare. Abita a Londra, h...
21.9K 928 17
Louis e Harry, inseparabili fin da ragazzi, con una vita difficile da vivere e da accettare, con un presente fatto di amore e dolore, di gioie e di s...
47.9K 1.4K 11
Harry Styles,un giovane ragazzo di Holmes Chapel,figlio di due tossicodipendenti, è costretto fin da piccolo a badare a se stesso. All'età di sette a...
Wattpad App - Unlock exclusive features