Imagine [C.H] #Wattys2016

By Hoodsway

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Sfogliando le ultime foto scattate, Harper notò il ricorrente volto del ragazzo con il mistero impresso nello... More

Prologo
-Capitolo 1
-Capitolo 2
-Capitolo 3
-Capitolo 4
-Capitolo 5
-Capitolo 6
-Capitolo 7
-Capitolo 8
-Capitolo 9
-Capitolo 10
-Capitolo 11
-Capitolo 12
-Capitolo 13
-Capitolo 14
-Capitolo 15
-Capitolo 16
-Capitolo 17
-Capitolo 18
-Capitolo 19
-Capitolo 20
-Capitolo 21
-Capitolo 22
-Capitolo 23
-Capitolo 24
-Capitolo 25
-Capitolo 26
-Capitolo 27
-Capitolo 28
-Capitolo 29
-Capitolo 30
-Capitolo 31
-Capitolo 32
-Capitolo 34
-Capitolo 35
-Capitolo 36
-Capitolo 37
-Capitolo 38
-Capitolo 39
-Capitolo 40
-Capitolo 41
-Capitolo 42
-Capitolo 43
-Capitolo 44
-Capitolo 45
-Capitolo 46
-Capitolo 47
-Capitolo 48
-Capitolo 49
-Capitolo 50
-Capitolo 51
-Capitolo 52
-Capitolo 53
-Capitolo 54
-Capitolo 55
-Capitolo 56
-Capitolo 57
-Capitolo 58
-Capitolo 59
-Capitolo 60
-Capitolo 61
-Capitolo 62
-Capitolo 63
-Capitolo 64
-Capitolo 65
-Capitolo 66
-Capitolo 67
-Capitolo 68
Epilogo
HERE I AM

-Capitolo 33

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By Hoodsway

CALUM

Non ci ero riuscito. Non avevo chiesto ad Harper di uscire. Non potevo, non dopo ció che era successo durante la giornata.

Il peso procuratomi dall'ansia dell'appuntamento mi aiutó a rendermi ancora più distratto del solito.
«Ehm.. Thomas?!» la mora agitó davanti a me una mano per incitarmi ad accendere il motore della moto e sfrecciare verso l'università.

Oltrepassai alcune auto, ma stetti attento a rispettare i limiti di velocità per evitarle ulteriore agitazione.

Harper scese e io la imitai. Le sganciai il casco e li riposi entrambi nei bauletti.

«Allora si ehm.. Insomma» cominciai a balbettare. Le mani sudavano tremendamente nonostante il freddo di dicembre, così le nascosi e presi a torturarmi le dita dietro la schiena.
«Io volevo chiederti se..»
«Ehi, non mangio mica eh» mi diede una pacca sulla spalla per tentare di calmarmi.
«Ah non mangi? Quindi non posso invitarti a cena. Niente lascia perdere» dissi tutto d'un fiato senza pensare alle stupidaggini appena proferite. Dovevo mettere il cervello in collegamento con la bocca il prima possibile.
Lei scoppió a ridere stringendo alcuni libri tra le braccia. «Mi piacerebbe molto» ammise poi, arrossendo leggermente.
«Lo so è stup.. Aspetta cosa?» dovevo riprendermi, sembravo un completo idiota.

«Se mi stavi invitando fuori a cena.. Beh mi farebbe piacere uscire con te»
il rossore sulle sue guance fece tutt'altro che diminuire. Sorrisi timidamente per poi risponderle «Passo da te per le 7.30pm».

Annuì lievemente e poi si girò, chiamata da Talìta e l'altra rossa.

Ho sorriso timidamente? Ho balbettato? Ero cosí nervoso? Ah, caro Calum, quella ragazza ti fotterà la testa.

Scossi il capo, tornando alla realtà, raccolsi la mia tracolla e mi diressi verso l'istituto aspettando l'inizio delle lezioni.

Dovevo seriamente tornare a concentrarmi. Già l'università non costa poco, in più se venissi rimandato ne farei la figura del fesso; ho sempre avuto voti nella media, a volte anche più e l'insufficienza in qualche materia non era prevista.

Decisi di annebbiare la mente con il fumo di una sigaretta; presi il pacchetto dalla tasca e nel giro di qualche secondo era gia tra le labbra.

«Ehi amico» la voce fastidiosa e irritante di Levy parlò alle mie spalle, ma non mi girai.
Continuai a fumare, lasciando che la cenere cadesse sull'asfalto.
«Mi manda il prof di letteratura, dice che vai da schifo e hai bisogno di ripetizioni» blaterò.
«Ha detto cosí?» ghignai
«In poche parole» disse. Mi voltai di scatto lasciando cadere il mozzicone detro un tombino.
«Cosa vuoi?» gli chiesi sistemandomi la tracolla e accellerando il passo verso l'aula.

«Aspettami. Volevo solo aiutarti, magari cosí diventeremo amici, sai qui non ne ho molti» era rimasto qualche passo dietro di me, ma azzerai con una sola falcata la distanza tra di noi.

Lo presi per il colletto e lo sbattei al muro. «Io e te non saremo mai amici, mh? Smettila di ostinarti a scoprire qualcosa di me, non saprai mai niente» la mia reazione fu esagerata, ma l'invadenza è sempre stata una delle cose che odio di più al mondo, oltre a me stesso. Tuttavia quel nerd aveva una media altissima in letteratura e un aiuto mi avrebbe fatto comodo.

«Comunuqe, Levy, l'aiuto lo accetto» mollai la presa su di lui e gli diedi qualche pacca sulla spalla.
Sorrise vittorioso e lo sentii sussurrare «Lunatico il ragazzo» mi scappò da ridere e corsi in classe.

HARPER

«Ci vediamo stasera» mi salutò Talíta dalla porta dell'istituto.
«Stasera non posso. Ti chiamo più tardi okay?» dissi io, ormai sulla soglia dei cancelli.
Lasciai ad Angel alcuni dei miei appunti quella mattina dopo le lezioni in modo che potesse ripassarsi alcuni argomenti.

Camminai fino alla stazione degli autobus lí accanto e mi sedetti sulla panchina. Erano un paio di giorni che l'asfalto non veniva bagnato né da neve né da pioggia, nonostante il cielo fosse coperto da grandi nuvoloni grigi. Presi la macchina fotografica dalla borsa e la puntai verso il cielo per catturare l'imbarazzo e la timidezza che riuscii ad interpretare dal meteo.

Presi posto dentro all'autobus e tentai in tutti i modi di deviare i miei pensieri dall'appuntamento che ci sarebbe stato la sera. Mi sentivo le gambe come gelatina, se solo ci pensavo.

Fallii miseramente il tentativo di non concentrarmi su Thomas, ma ormai era diventato qualcosa di inevitabile.

Feci tintinnare il campanello di Wordy's e notai una ragazza seduta al bancone, davanti a Cameron e a David, il nostro capo.
Mi ero completamente scordata dei colloqui per un nuovo barista; dopo l'episodio del giorno prima, questa scelta fu ovvia.

Sorrisi cordialmente a tutti e tre prima di rinchiudermi nello gabuzzino per prepararmi e sistemare i capelli.

Tornai in sala, mi diressi dietro al bancone e affiancai Cameron, chiedendogli se stesse bene. Quando lo vidi annuire, prestai attenzione alla mora davanti a noi che capii chiamarsi Lauren.

David le stava porgendo alcune domande di rito, per poi entrare nei particolari e avvisarla degli orari.

Intanto il locale cominciò ad affollarsi e fui costretta a lasciar perdere i colloqui e correre per il bar a prendere le varie ordinazioni.

«Tavolo 4» alzai la voce verso Cameron, poggiando il vassoio con le bevande sul bancone. Andai avanti cosí per tutto il turno, mentre un via vai di potenziali colleghi si faceva spazio tra i tavoli per parlare con il capo.

Servii alcuni ragazzi accanto alla libreria, e per poco non scivolai facendo cader tutto addosso a loro. Mi scusai per esser stata cosí maldestra e tornai al banco. Lavai, impiattai, preparai e portai di tutto quel pomeriggio, non mi stupisce che il moro abbia avuto quel calo di pressione, siamo sempre in continuo movimento.

A fine turno, David si sedette con noi sugli sgabelli e mi chiese di preparare una terza cioccolata per lui. Avevamo un buon rapporto, trattava me e Cameron come figli, e considerando che non avesse messo su famiglia nonostante i suoi cinquant'anni, noi lo trattavamo da padre.

«Ah, ragazzi miei, sarà dura scegliere un altro impiegato» scosse la testa, sfogliando i curricula dei vari candidati.

----

Avevo bisogno di un sostegno fisico. Le gambe molli e il cuore che mi tamburellava verso il centro del petto quasi mi fecero perdere l'equilibrio sui tacchi.

Un appuntamento con Thomas. Dove mi avrebbe portata? Avrei dovuto vestirmi elegante o casual? Vestito lungo o corto? E i capelli? Raccolti o sciolti? Ricci o lisci? Avevo bisogno di più informazioni.

Mi presi un momento per metabolizzare il tutto, e cominciai a ridere come un'ebete persa nei miei pensieri più fantastiosi.

Aprii l'armadio e mi ci tuffai dentro alla ricerca di qualcosa di adatto per l'occasione.
Una montagna di vestiti era cresciuta sulle coperte di quello che una volta era il mio letto, e finalmente trovai il potenziale capo.

Un vestito nero, stretto in vita da una cintura e un cardigan lungo erano le cose più normali e neutre che fui capace di trovare.

Optai per i capelli sciolti e leggermente arricciati alla fine, giusto per essere più carina. Dovetti usare tantissimo fondotinta per evitare che il rossore delle guance fosse cosí tanto evidente, ma tutti i miei tentativi si rivelarono vani. Sembravo un'adolescente al primo appuntamento.

Il citofono suonò e mi avvicinai saltellando per sistemare la scarpa «Sono io» disse la bassa e soave voce di Thomas.
«Scendo subito».

Tentennai a prendere la digitale, ma decisi di godermi a pieno questa serata sola. Sola con lui.

Abbottonai il cappotto, presi un profondo respiro e uscii dall'appartamento correndo per le scale, mentre con una mano mi risistemavo le ciocche ribelli.

Persi un battito e mi si mozzò il fiato nel vedere Thomas poggiato all'auto. Jeans seri e camicia bianca. Una Converse nera appoggiata allo sportello della macchina mentre giocherellava con le dita.

«Wow..» disse appena posò gli occhi su di me. Non sapendo come reagire, camminai verso di lui e gli baciai la guancia, sentendo un improvviso aumento della temperatura.
«Wow sei.. Wow» mi squadrò e io abbassai il capo in imbarazzo. «Anche tu sei wow» sorrisi e lui ricambiò. Mi aprí la portiera e mi accomodai sul sedile del passeggero.

«Ho chieso l'auto a Dylan. Immaginavo avresti messo un vestito, ma non immaginavo questo vestito»
Cercó di alleviare la tensione che gravava nell'abitacolo e poi uscí dal parcheggio del condominio e intraprese la trada principale.
Scostai una ciocca che mi cadde sulla fronte e tentai di richiudere le labbra dal sorriso che non riuscivo a trattenere.

Un imbarazzante silenzio regnó sovrano durante il tragitto verso il locale. Cominciai a fantasticare sulla serata e sulla piega che essa avrebbe preso, guardando fuori dal finestrino.
Nonostante mi sentissi a disagio, Thomas riusciva a mettermi a mio agio.

So che non ha senso, ma mi sentivo esattamente così: in continua confusione.

Thomas era la mia contraddizione. Continuamente in subbuglio, prima bianco e poi nero, mai grigio.

Parcheggió dopo una ventina di minuti in un posteggio di ghiaia e sentii un formicolìo pervadermi le gambe.

Scese rapidamente e fece il giro dell'auto per aprirmi la portiera. «Grazie» sussurrai e lo vidi sorridere timidamente.
Forse era la ventesima volta che entrambi sorridavamo imbarazzati, ci davamo un po' il turno.

Posò una mano sulla mia schiena e mi accompagnò all'ingresso del piccolo locale, accanto ad un grazioso laghetto.

Era un ristorante ben arredato, con soffitti molto alti ma con un tocco di rusticità che lo rendeva perfetto.
Un cameriere con uno strano papillon al collo ci condusse verso un tavolo appartato e prendemmo rapidamente posto.

Thomas era nervoso. Altrochè se lo era. Sentivo la sua scarpa avere un tic contro il parquet e mi venne da ridere, ma mi trattenni. Era davvero adorabile.
«Ehm allora cosa prendi?» chiesi fissando le varie portate.
«Oh ehm.. Non so io.. Quello che prendi tu, credo» balbettó e mi accorsi che ancora non aveva dato nessuna occhiata al menù.

Un cameriere con un sorriso smagliante e occhi vispi si avvicinó con un taccuino, pronto a prendere le nostre ordinazioni. Scelsi un piatto a caso, l'agitazione mi aveva divorato la fame, e il moro fece lo stesso.

«Sei bellissima» ribadí ormai per l'ennesima volta in quella serata. E come ogni singola volta mi fece contorcere lo stomaco dall'emozione.

«Grazie, mi metterai in imbarazzo se continuerai a ripeterlo» sorrisi, coprendomi le gambe con un tovagliolo.

«Uh.. Sono così pessimo? Scusa è che sono nervoso e agitato e ho fame e poi tu sei qui e sei fantastica e non..» cominció a divagare e non riuscii a trannerermi dal ridere.

«Sei tutt'altro che pessimo. Sei perfetto, e questa serata non potrebbe esserlo di più» arrossii ormai per la milionesima volta. Arrivarono i nostri piatti e cenammo in completo silezio.

Di tanto in tanto mi perdevo nei suoi occhi. Sembrava così libero da ogni preoccupazione in quel momento, che per qualche istante mi illusi di esserne la causa. A volte non riusciva a tagliare la pietanza nel piatto e si sforzava di non arrabbiarsi con il coltello, mantenendo una certa compostezza, e io avrei voluto prenderlo per un braccio e scappare di lì, in un qualsiasi posto dove non ci saremmo sentiti cosí obbligati a non essere noi stessi.

Finimmo entrambi la cena e poggiammo le posate sui piatti vuoti. Il cameriere ce li tolse dal tavolo e aspettammo il caffè.

«Sai, di solito non sono così impacciato» ammise divincolandosi sulla sedia.
«E come mai ora lo sei?»
«Sei tu. Mi rendi tremendamente nervoso» abbassó la testa e mi sentii raggelare.
Poi sentii la sua mano ricoprire la mia sul piano del tavolo e il mio cuore vece una capriola. Ogni muscolo si irrigidí in un primo momento, per poi rilassarsi sotto il calore della sua pelle.

«Mi piace. Adoro il modo in cui mi rendi così vulnerabile» puntó gli occhi dritti nei miei e mi sentii avvampare ancora.
Non risposi, alcuna parola sarebbe stata adeguata in quella situazione. Mi limitai ad abbozzare un sorriso con gli occhi e a stringergli la mano. Sperai capisse cosa intendevo.

Bevemmo il caffè, al quale aggiunsi due bustine di zucchero, come sempre, per poi alzarci e camminare lentamente verso la cassa.

Thomas mi precedette e pagó per entrambi l'intero pasto. Non insistetti, infondo era galanteria.

Uscimmo e ci dirigemmo verso il parcheggio per tornare a casa. Lo vidi ancora sotto pressione e lo trovai tenero, ma non volevo che la serata finisse così presto.

Mi fermai sul colpo e voltai la testa per ammirare il laghetto di fronte al ristorante, ben illuminato da piccoli lampioni posti tutt'intorno.

«Har, tutto bene?» chiese prendendomi per mano. Sussultai per il contatto cosí inaspettato, ma tanto voluto.

«Si. Ma.. Ti va se facciamo una passeggiata lí intorno? Solo qualche minuto» oscillai il braccio in cui la sua mano era stretta alla mia per convincerlo.

Un sorriso a trentadue denti si fece spazio sul suo dolce volto e cominciò a correre, trascinandomi con lui.

«Thomas aspetta!» gridai mentre i tacchi affondavano tra i sassi del piccolo sentiero e la sua risata prese il posto del silenzio del buio.

Sistemai il cardigan che mi era sceso sulle spalle e cercai di regolare il respiro alterato dalla corsa.
Non smise mai di tenermi la mano, anzi, finimmo per intrecciare le nostre dita, come giovani adolescenti. Mi piaceva tornare adolescente con lui.

«Ci sediamo?» chiese dopo aver rallentato il passo, indicando l'erba appena sopra al lago.

Annuii e ci sedemmo in riva a lanciare ciottoli per vedere chi faceva più rimbalzi. Sentii lentamente il suo respiro regolarizzarsi, e pure il mio si mise al passo con il suo.
Mi lamentai un paio di volte, perchè non ero capace a lanciare i sassolini come faceva lui, e alla fine mi arresi e finii col ammirarlo solamente.

«Harper» ad un certo punto si voltó, cogliendomi forse di sorpresa, incupì la voce e mi prese lentamente il volto tra le mani.

«Si?» mi si spezzó la voce per la vicinanza con il suo respiro.
«Sei stata bene? Ti ho fatta sentire bene?» chiese con la speranza nelle parole.
Le sue dita presero a tracciare lentamente il contorno del mio viso fino alla mandibola, e io chiusi gli occhi inconsciamente.

Sorrisi e staccai le sue mani dalle mie guance per stringerle nelle mie
«Non c'è altro posto in cui vorrei essere ora» sussurrai poggiandomi sulla sua spalla. Le nostre mani ancora segretamente congiunte.

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