II
*Harry'sPOV*
"Sei stato in coma farmacologico per due settimane, tesoro. Avevi un'emorragia così estesa nella parte frontale del cervello che i dottori hanno preferito non operarti perché temevano un ictus.. L'incidente è avvenuto a Londra, nei pressi diKing'sCross, tu non indossavi la cintura, amore. Alla guida c'era Xander, il tuo ragazzo.. Credo voleste prendere il treno alla stazione per andare chissà dove, non lo so. Non ho avuto modo di parlare con lui nel mentre che era in ospedale, aveva detto esplicitamente di non voler ricevere visite da parte di nessuno e quando poi è stato dimesso è come scomparso. Credo sia tornato a Manchester dai suoi familiari. Comunque al contrario, tu sei rimasto qui in ospedale.. Dopo l'urto contro il lampione che avete preso, tu sei stato come catapultato fuori dal parabrezza per l'urto e i pompieri ci hanno messo quasi mezz'ora a tirarti fuori senza muoverti troppo, eri già svenuto da quando l'auto batté dicono i dottori.. Quando sono arrivata in ospedale e ti ho visto sembravi così fragile nel tuo letto.. C'era così tanto sangue,Har, non riuscivo a riconoscere il tuo viso, i capelli erano completamente tinti di rosso, non si riconosceva il castano...Ti hanno tenuto per due giorni sotto sedativi perché da quando ti eri risvegliato soffrivi troppo per le contusioni e in più ti eri fratturato il polso, infatti è ancora fasciato e poi ti hanno messo in coma farmacologico per farti passar via l'emorragia e io avevo così paura non ti risvegliassi più amore mio, ero così spaventata.."
Il suono della voce di Anne, mia madre, ancora mi ronza nelle orecchie, cantilenando in ripetizione questo discorso che però, ancora non sento mio. Non riesco a capacitarmi di come tutto ciò mi sia potuto accadere. Come posso stare con un ragazzo che, dopo un incidente così grave, non viene nemmeno a trovarmi per accertarsi che quanto meno sia vivo? Perché c'è solo mia madre qui in ospedale?
Anne sembra così buona, così fragile. Mi chiedo come sia stato con lei in tutti questi anni, il perché adesso mi guardi come se fossi un neonato e non un ragazzo quasi adulto.
Almeno sulle ferite però, sembra avermi descritto alla perfezione. La mano sinistra è fasciata all'altezza del polso, ho una benda che mi avvolge tutto il ventre e la parte inferiore dell'addome, non c'è punto della mia pelle che non sia livido. A dirla tutta sembro una mela in procinto di passare al putrefazione, con macchie tendenti al giallo ocra per arrivare poi sino al viola più intenso e scuro. Di quelle tinte che a pensarci, credo di aver visto indosso solo a quelle ragazze più eccentriche e forse solitarie, le quali si coprono le labbra di questo colore scuro, accentuando così la loro carnagione bianco latte.
"Dio, ma perché ricordo queste maledette cose e non chi sono?!" Mi domando retorico a denti stretti, la frustrazione e la tristezza ormai pronte, come sempre,a opprimermi il petto e farmi respirare a malapena.
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La camera d'ospedale nella quale mi trovo è scarna, priva di qualsiasi intento da parte di chi l'ha disegnata di dare un minimo di senso d'accoglienza. Le pareti sono tinte per metà di un giallo spento e per l'altra di quello che un tempo doveva essere un bianco accecante e che ora, con il passare degli anni, è sbiadito, perdendo quel suo tocco di luce.
La terapia intensiva faceva proprio schifo a livello d'estetica, ma ovviamente doveva esser funzionale e non bella, per questo non avevo di che lamentarmi. Mi sentivo come protetto dal mio letto completo di telecomando per chiamare le infermiere e macchinari che mi aiutavano sia nella respirazione sia nel ricircolo del sangue.
A breve sarebbe stato il momento di poter gustare per la prima volta dopo settimane un pasto solido e finirla dunque di sopravvivere grazie a flebo di alimenti liquidi. Anne era andata a comprare qualcosa da mangiare al piano terra, su invito del dottore, il quale aveva assicurato che mangiare i miei cibi preferiti mi avrebbe aiutato a riprendere una sana alimentazione nel migliore dei modi.
Il problema è che non ricordo alcun piatto che possa definire come "preferito". Il mio cervello si deve proprio star divertendo a lasciarmi vivere con solo ricordi insulsi, privandomi di tutto ciò che mi caratterizza e definisce.
Ben presto abbandono tutte quelle voci che si accavallano confare convulso all'interno del mio cranio per avere voce in capitolo e sorrido nel rivedere l'unico volto che conosco varcare la soglia della mia camera con una busta contente il mio pranzo.
Le lascio il tempo di accomodarsi sulla poltrona dove credo abbia passato le ultime due settimane e in quel momento cerco nel migliore dei modi di mettermi seduto sul mio letto,provando a nasconderle le diverse smorfie di dolore dovute alla frattura delle ultime due costole.
"Come ti senti oggi, tesoro?" Mi chiede per forse la ventesima volta nell'arco della mattinata, ma la cosa non fa altro che farmi sorridere. Sembra così premurosa come madre e così gentile.
"Credo meglio, sto bene. Vorrei tanto andare a casa, Anne" Le confesso, adesso un po' titubante per come l'avevo chiamata. Aveva insisto così tanto per farsi chiamare mamma, eppure io, forse nella mia innocenza, non riuscivo proprio a farlo.
"Volevo dire mamma, scusami.." Aggiungo completamente rosso in viso, lo sguardo puntato sulla busta di cibo per non incontrare il suo sguardo. Al contrario delle mie aspettative sento un suono dolce e caldo trasformarsi in una risata così leggera da scaldarmi il corpo più di quanto le coperte non facessero già, alzando dunque lo sguardo verso di lei per potermi godere quello spettacolo così puro.
La testa di Anne era leggermente china indietro e una mano le copre leggermente la bocca, donandole una freschezza e una dolcezza degna di una bambina. I capelli scomposti e il trucco appena sfatto della sera precedente non fanno altro che donarle un aspetto ancor più caratteristico,caricandola di una bellezza unica.
Contagiato dal suono di quella risata così spontanea, mi ritrovo ben presto a ridacchiare anch'io anche se poco dopo, preso dalla vorace stretta allo stomaco dovuta al desiderio di mangiare tanto a lungo tenuto a freno e represso, finisco con il rimanere in silenzio con gli occhi puntati sul cibo.
Non c'è bisogno di aggiungere che questo suscitò ad Anne una seconda risata e un nuovo motivo per me per colorare le mie gote di un color pesca tendente al rosso vivo. La donna è così benevola però da evitare battute varie e con premura tipica di solo chi è mamma può avere, fa scivolar via l'involucro plastico dal recipiente contenente il mio pasto per poi riporlo sul tavolino posto davanti a me, aggiungendoci poi delle posate anch'esse in plastica che possano permettermi di mangiare senza difficoltà.
Le rivolgo un veloce sguardo carico di gratitudine e il momento successivo lascio che il mio spirito famelico si appropinqua divorare tutto il riso contenuto dal piccolo recipiente, non curandomi nemmeno del fatto che la donna stia lì a guardarmi con sguardo carico di apprensione nei miei confronti, adesso seduta accanto a me sul bordo del letto ospedaliero, senza che, al mio contrario, decida anche lei di soddisfare il bisogno naturale di nutrirsi.
"Stasera ti dimettono,Har. Il medico ha detto che ti farà bene tornare nel tuo ambiente familiare, quindi io e te ce ne torniamo a casa, okay?" Anne usa un tono caldo e dolce nel pronunciare quelle parole e non manca di accarezzarmi i capelli per rassicurarmi e aiutarmi a capire che quella è una notizia positiva.
M'interrompo dal mangiare per voltarmi a guardarla con uno sguardo carico di terrore.Sebbene poco prima abbia espresso il desiderio di tornare alla mia dimora, l'ospedale è un posto sicuro e negli ultimi tre giorni passati qui come paziente sveglio e cosciente mi sono sentito sempre meglio. Cosa mi assicura che tornare in un'abitazione di cui non so nulla e non ricordo assolutamente niente possa aiutarmi?
Con lo stomaco adesso attorcigliato e sofferente come se fosse stato punto da un numero infinito di spilli, lascio perdere il mio pasto e lentamente mi abbandono fra le braccia della donna, annuendo inesorabilmente a quella scelta ormai già presa alla quale proprio non potevo oppormi in alcun modo.
"Magari Xander mi starà aspettando a casa. Magari ci sarà qualcuno che conosco." Pensai alla fine, cercando in questo modo di tenere a bada il ruggire dell'ansia che ormai si era liberata dalle catene che la imprigionava nel punto più profondo del mio torace e si apprestava a circolare libera nel mio corpo così come il sangue abitualmente circola quando si è in vita.
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Al di fuori dell'ospedale l'aria era a dir poco pungente. Non che fosse poi una grande sorpresa. L'Inghilterra non è mai stato un luogo famoso per il suo clima tropicale. Almeno questo lo ricordavo. M'incanto un momento a guardare,tuttavia, il meraviglioso tramonto stagliarmisi davanti. I colori tendenti all'indaco trasformarsi in un rosa pesca o in un arancione acceso, arrivando poi a sfumare in un leggiadro lilla con base rosata, dipingendo le nuvole di tinte color pastello,sono degne di un quadro di miglior spicco dell'epoca impressionista.
Questo doveva rientrare in quella lista di cose che amavo e che sapevo godermi appieno.
"Dovrei fare una lista di ciò che mi piace" Penso di colpo come illuminato da quest'idea folgorante, iniziando di fatto a incurvare le labbra in un sorriso sempre più evidente, portando infatti Anne a guardarmi con sguardo interrogativo, le sue labbra color ciliegia leggermente schiuse, pronte a formulare una domanda che però non supera la soglia delle corde vocali, tornando piuttosto a crogiolarsi all'interno della sua mente. Adesso sembra molto più serena, direi compiaciuta, a giudicare dal suo sguardo così carico d'energia. Deve aver pensato che il mio sorriso sia dovuto al fatto che non sono più ricoverato.
Le sorrido di rimando, non volendole spiegare in quel momento che il mio entusiasmo era dovuto a tutt'altro, volendole regalare quel piccolo momento di gioia nel pensare che il suo istinto di madre ancora funziona anche se il proprio figlio è affetto da perdita di memoria completa e la seguo così all'interno del taxi pronto a scortarci a destinazione già da un paio di minuti.
Tutto al di fuori del finestrino mi sembra così nuovo quanto familiare. Come se stessi visitando un posto del quale fino a quel momento avevo potuto scrutare solo in foto o della quale avevo potuto solo sentire storie a riguardo. Sento le dita di mia madre tornare ad accarezzarmi delicatamente i capelli, lasciando che i ricci lavati la mattina stessa le scorressero fra le dita, tirandosi momentaneamente per poi ritornare alla loro forma originaria.
"Che tipo di persona ero?" Quella leggera fiamma di coraggio che mi ha concesso di porre quella domanda non so da dove provenga e sento il corpo interrompersi per un momento dal vivere, quando percepisco chiaramente la mano di mia madre bloccarsi a metà della mia nuca. Lentamente abbandono il panorama offertomi al di fuori del finestrino per andare ad incontrare quei due iceberg composti di puro ghiaccio che mia madre possiede al posto degli occhi.
Il suo sguardo è torvo, attonito, indecifrabile. Sembra come se al di là di questi vi si stia proiettato un film cui unica spettatrice poteva esser solo lei. Con mano tremante mi sporgo a cercare un contatto con lei, andando a stringere l'altra sua mano, risvegliandola in quel momento dal suo stato di trance. Le sorrido debolmente, temendo adesso le sue parole. C'è come un serpente intento ad attuare la sua stretta mortale alla bocca del mio stomaco per l'ansia che adesso mi divora e sento gli occhi farsi lucidi, non potendo sopportare l'idea di poter aver creato problemi a una donna così genuina e buona come lei,percependo di sottofondo l'inesorabile verità farsi sempre più vicina e sempre più pericolosa. Fortunatamente il viaggio per Doncaster si presentava come un viaggio di quasi due ore, per cui avremmo avuto tutto il tempo per parlare.
Anne sembra voler catturare tutto l'ossigeno che i suoi alveoli all'interno dei polmoni le permettono di imprigionare e conservare e poi mi sorride dolcemente con quello che per ora avevo denominato come suo solito modo di approcciarsi. Lo sguardo è ancora indecifrabile, ma l'amore nei miei confronti sembra non abbandonarle mai lo sguardo, il che al momento mi rassicura e tiene a bada i miei incubi peggiori.
"Vedi Har, quando sei nato eri un piccolo batuffolo di appena 3,2kg il viso tondo, i capelli di un biondo che il sole sembrava averti baciato e lasciato il segno, le labbra soffici e rosee tirate sempre in un sorriso che già dal giorno della tua nascita formavano quelle piccole fossette che contornano le tue guance e poi avevi questi due smeraldi vispi al posto degli occhi che scrutavano il mondo esterno con un'innocenza tale da sembrare l'incarnazione di uno dei dipinti di Raffaello o Leonardo. Crescendo sei sempre stato un bambino curioso del mondo ed altruista. C'è stata una fase tra i sei e i sette anni in cui andavi a regalare margherite colte dal prato a tutti i bambini del parco dove ti portavo ogni pomeriggio, perché a detta del piccolo te, una persona felice rende un giorno felice. Eri un piccolo filosofo della vita già da bambino!" Alzo appena le sopracciglia sorpreso da quella prima descrizione del piccolo me, ritrovandomi a ridacchiare ai vari aneddoti da lei raccontati, accompagnato dal soave suono della sua di risata e della sua stretta sempre più sicura e dolce a cullare la mia mano livida.
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"Poi piccolo mio, arrivato al liceo hai avuto i primi problemi.. Eri un bambino troppo innocente, troppo buono e se per te l'amare persone dello stesso sesso sembrava una cosa altrettanto naturale come il semplice respirare, per i tuoi compagni non era così e per un periodo siamo stati costretti a prenderti un tutor per seguire le lezioni a casa e far sì che le acque si calmassero.. Dio, eri così innocente e soffrivi così tanto..." Nel raccontare la voce di Anne si trasforma man mano sempre più in un singhiozzo e ben presto la donna si ritrova a versare lacrime sulla spalla del figlio e quest'ultimo, osservandola in quelle condizioni non ha il coraggio di chiederle di continuare, nonostante milioni di pensieri, ma soprattutto i milioni di interrogativi che stanno combattendo all'ultimo sangue nella propria mente per poter così venire allo scoperto.
Harry porta lentamente le braccia a stringere la madre,ignorando il dolore provato nel compiere quel movimento e iniziando così ad accarezzarle i capelli e cullarla per tranquillizzarla. Sebbene fosse il figlio e al momento sia privo di ricordi se non quelli appena condivisi dalla madre, Harry sente nel profondo del suo animo di dover proteggere quella figura adesso così minuta e fragile fra le proprie braccia. Dopo aver posato il mento sulla spalla di quest'ultima, il riccio senza fermarsi dal regalarle piccole attenzioni, torna a guardare oltre il finestrino, lasciando che il paesaggio adesso uniforme e piatto lo porti in un torpore sempre più confortevole in grado di zittire le urla dei propri pensieri, tanto da farlo crollare in un sonno privo di alcuna forma di sogno.
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2:00 AM, Doncaster
La voce di mia madre sembra provenire da lontano e tutto intorno a me sembra come essere ovattato, come se mi trovassi in una bolla di sapone dove nessuno al di fuori di me poteva entrare. Lentamente però realizzai che dovevo essermi addormentato e di aver riposato per tutto il resto del viaggio. Apro lentamente le palpebre e porto una mano sul viso nel tentativo di cacciar via quel poco di sonnolenza che ancora tardava a staccarsi dal mio corpo. Notai lo sguardo di Anne scrutarmi con curiosità e divertimento dall'alto verso il basso, cercando di trattenere una risata che però le scappa a piccoli sbuffi.
"Tesoro, siamo arrivati, potresti, uhm- potresti alzarti dalle mie gambe?" Non c'è da dire che il mio volto si è subito colorato di un rosso paonazzo, non lasciando libero nemmeno un millimetro di pelle al suo colore naturale e che subito alzai la testa dalle sue gambe, anche se in modo scomposto e pentendomene subito in quanto la mia sregolatezza, mi porta non poche fitte di dolore all'addome.
Mi maledico sonoramente per la mia stupidità, ma non appena torno alla posizione composta che si dovrebbe sempre tenere in un veicolo, tutta la mia attenzione si concentra sul piccolo vialetto illuminato e sulla veranda di quella che doveva per forza essere casa mia. Le luci in tutta l'abitazione sono spente, ma niente mi assicura che in quell'edificio non ci sia nessuno. Data l'ora le persone al loro interno potrebbero star dormendo.
Lancio furtivo uno sguardo ad Anne che nel mentre, dopo avermi scrutato ed essersi accertata che non mi sia fatto davvero del male, sta uscendo dal veicolo, aiutata dalla gentile mano del tassista. Non mi resta che far lo stesso ed ecco che in una frazione di secondo mi ritrovo nuovamente faccia a faccia con il freddo tagliante del Regno Unito, osservando come incantato il viale, gli occhi ridotti a due fessure nel tentativo di cogliere ogni dettaglio nonostante il buio opprimente dato dalla notte.
Sotto invito della mano di Anne, delicatamente poggiata alla base della mia schiena, la seguo nel percorre quella piccola distanza dal marciapiede fino alla porta d'ingresso. Quest'ultima è in legno massiccio ed intagliata da piccoli gigli pronti a decorare tutto il perimetro. Il profumo d'erba bagnata mi suggerisce che in giornata deve aver piovuto qui e tutto intorno sembra dormire, fatta eccezione per noi, che al momento diamo l'unico segnale di vita attiva nella strada.
Osservo Anne cercare di recuperare da sopra il cornicione della porta una chiave, probabilmente quella di riserva dell'abitazione e abbandono presto il mio ridere innocente per la sua statura per recuperare l'oggetto metallico al posto suo, in modo tale da poter aprire la porta ed osservare così per primo il piccolo ingresso dall'arredamento rustico, ma in contrasto allo stesso tempo elegante che la casa mi offre.
La donna rimane in silenzio, non volendo intralciare con il macchinare della mia mente e dopo essersi pronunciata però in un sonoro sbadiglio, anticipa la mia entrata in casa, lasciando la sua borsa appesa all'attaccapanni posto al lato della porta e rivolgendomi uno sguardo d'attesa, volendo sicuramente che la segua.
"Har, domani farai un giro e avrai modo di osservare tutto, promesso. Ora però è notte fonda, devi venire a dormire." Il suo tono è pacato tanto quanto autoritario. Non sembra voler accettare alcun tipo di no come risposta e non sono di certo nelle condizioni di poter sfidare la sorte ed oppormi. Dopo aver annuito in assenso alle parole da lei pronunciate, faccio un passo avanti e vado a chiudermi la porta alle spalle, raggiungendola così alla base delle scale. Lei mi tende la mano e io subito la vado a stringere, sentendo il bisogno di essere rassicurato dato che quel posto mi sembra così sconosciuto e nuovo. Percorriamo mano nella mano i diversi gradini fino a raggiungere il piano superiore e cerco di tenere gli occhi puntati sul pavimento per evitare così di dover scorgere cose alla quale poi non potrei resistere dal formulare domande.
Non posso far a meno però di notare che davanti a noi adesso si staglia un lungo corridoio e che Anne sembra più che in tenta di percorrerlo fino alla sua fine. "La mia camera deve essere quella in fondo" penso alla svelta e di fatto, così è. Esattamente al termine del corridoio c'è una porta dall'aspetto classico e tinteggiata di bianco, con una piccola scritta in corsivo citare il mio nome, all'altezza della mia fronte. Sorrido incurante di quanto questo gesto possa sembrare stupido, nel pensare che quello deve esser stato proprio un qualcosa che devo aver fatto io, sentendolo mio.
Lascio in quel momento la mano di Anne, sentendomi abbastanza sicuro da poter proseguire da solo, volendo vivere quel momento nella mia più completa intimità.
"Grazie mamma, credo di poter proseguire da solo adesso, buonanotte." Rimango appena sorpreso di come il mio tono di voce sia risultato tanto stanco quanto dolce, ed arrossisco nuovamente nel notare i suoi occhi lucidi e colmi di apprensione nei miei confronti osservarmi in volto per qualche istante prima di sentire le sue labbra accarezzarmi la guancia e la sua voce augurarmi un buon riposo. La osservo dunque voltarsi e tornare verso il centro del corridoio dove, adesso so, alla sua sinistra c'è la porta conducente alla sua camera.
Ormai solo non esito un momento di più e con un sospiro d'incoraggiamento e un'ultima occhiata al mio nome impresso sul legno bianco della porta, giro la maniglia verso sinistra e varco così la porta della mia camera, alzando le sopracciglia e schiudendo le labbra in un'espressione di completo stupore nell'osservare, adesso con la luce accesa, quanto essa sia piena di ritratti e dipinti. Che siano a tempere o a carboncino o a matita, le pareti della mia stanza ne sono completamente invase. Lentamente mi chiudo la porta alle spalle e giungo fino al letto, accendendo la piccola lampada del comodino per poter così spegnere il lampadario. La curiosità di scoprire qualcosa di più di me stesso in quell'ambiente così caotico, ma ordinato nel suo insieme, purtroppo non riesce a superare la stanchezza che affligge il mio corpo e senza ulteriori riflessioni, ancor prima di sedermi sulle morbide lenzuola coprenti il mio letto, mi tolgo le scarpe, i pantaloni e poi il maglione indossati per uscire dall'ospedale e rimanendo con indosso solo l'intimo, vado a farmi avvolgere dal torpore del letto che sembra invitarmi ad assaporare dal primo momento in cui ho varcato la soglia della camera. Dopo aver dato un ultimo sguardo alla parete opposta alla testiera del mio letto, non devo aspettar molto prima che Morfeo mi catturi nelle sue dolci braccia, cullandomi così in un sonno profondo, privo anche stavolta di qualsiasi sogno. Dominato solo dal buio dato dalla mia memoria adesso vuota.
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Il mattino seguente una luce accecante mi costringe a riportare la mia mente al livello della coscienza e dunque a svegliarmi, mugugnando un qualcosa in segno di dissenso per tutta quella luminosità che sta invadendo la mia camera. L'idea di rintanarmi al di sotto delle coperte purtroppo non riesce a portarmi nuovamente al sonno della quale mi stavo beando fino a qualche momento fa e sofferente mi costringo a socchiudere quanto meno le palpebre in cerca di qualche punto di riferimento per poter nuovamente far mente locale su chi sono e dove mi trovo. Dopo esser riuscito a rispondere con pressappoco sufficiente positività ai quesiti posti, cerco di mettermi seduto sul materasso, portando subito la schiena a posare contro il velluto violaceo della testiera del letto, notando in quel momento che sul cuscino accanto al mio vi era un biglietto dalla calligrafia sorprendentemente elegante e femminile.
Tesoro, sono la mamma. C'è stato un problema al centro estetico dove lavoro, per favore puoi raggiungermi appena ti svegli? Non puoi sbagliarti, devi solo uscire di casa e percorrere la via fino in fondo verso sinistra e poi svoltare a destra sullo stesso lato del marciapiede dove ti trovi. Il negozio ha un'insegna rosa e fa da angolo in quel punto. Ti aspetto e buongiorno xx.
"Bene. Qualcosa da fare almeno ce l'ho oggi" Pensai sarcastico con una risata che aveva tutto l'intento di celare la grande paura che avevo di uscire dal letto e cimentarmi da solo nel mondo esterno. Anche stavolta, però, non avevo granché scelta e mi ritrovavo nuovamente obbligato a dover seguire "gli inviti" posti da mia madre a raggiungerla. Fortunatamente dopo le tante ore di sonno, i vari dolori all'addome e alle braccia sembravano essere meno opprimenti e mi sentivo in grado di camminare senza piagnucolare dal dolore ad ogni passo. Con un pizzico di coraggio, riesco a scendere dal letto e liberarmi dal dolce e avvolgente calore delle lenzuola per riuscire a recarmi all'unica porta presente nella mia camera oltre a quella dalla quale la sera precedente ero entrato, sicuro di potervi trovare un bagno dall'altro lato. Di fatto le mie ipotesi si rivelano vere e mi concedo una lunga e calda doccia prima di lavarmi e tornare a vestire con gli stessi indumenti indossati la sera precedente, pronto così ad uscire. Anche stavolta evito con particolare agilità di guardarmi troppo in giro e pormi troppe domande, per percorrere così a ritroso la strada fatta la sera prima e giungere nuovamente alla porta d'ingresso, adesso molto più luminosa grazie alla luce del giorno.
La sola idea di poter ingurgitare qualcosa in quel momento per poter soddisfare l'imposizione sociale di consumare la colazione mi ripugna a tal punto da prendere alla svelta la giacca ed uscire dalla porta principale, chiudendomela alla svelta alle spalle. Con la schiena ancora pressata contro il legno freddo della porta, mi guardo un momento intorno, cercando di ricordare le indicazioni scritte sul biglietto. Sebbene ancora un po' insicuro sul quanto stia andando nella direzione giusta, mi appropinquo a superare il viale della casa e svoltare a sinistrasul marciapiede, iniziando così a passeggiare. Tutte le case sembravano uguali, come se i costruttori avessero preso e fatto copia incolla dello stesso edificio per decine e decine di volte. Tutta quell'uguaglianza mi disorienta a tal punto da non riconoscere più quante case abbia superato e quale sia la mia.
"Ecco Harry, cazzo bravo, passa il tempo a guardare le case mi raccomando, non guardare che strada stai percorrendo!" La cattiveria e la schiettezza della mia coscienza a volte è talmente potente da sconcertarmi e portarmi in uno stato di completo stupore e disorientamento. Cerco di guardarmi intorno, di riconoscere qualche dettaglio che possa ricondurmi quanto meno alla mia abitazione, ma tutto sembra così uguale da procurarmi le vertigini e un attacco di panico. Sono costretto a sedermi ai piedi del marciapiede, le gambe leggermente divaricate e le orecchie strette dalle mie ginocchia. Il respiro affannoso dovuto all'ansia e alla paura, tutto sembra farsi sempre più scuro, la vista è appannata. Non conosco nemmeno il mio cognome, come posso chiedere aiuto? Dire che sono divorato dalle mie stesse paure che in questo momento si stanno accanendo sul mio cuore e i miei polmoni, dandomi un senso di oppressione con tanta cattiveria quanto ne potrebbe avere uno stormo di avvoltoi contro una carcassa abbandonata nel deserto non può rendere abbastanza quel che sto provando.
Sento il terrore adesso pronto a fare la sua entrata in scena e farsi largo fra le emozioni come farebbe l'invitato d'onore alla propria festa di gala, ma qualcosa interrompe tutto questo turbinio d'emozione, spazzandole via come in un batter d'occhio. Un tocco leggero, cauto sulla mia spalla. La leggera pressione di una mano così minuta da destarmi così tanto stupore da alzare di scatto la testa in cerca di capire chi abbia avuto il coraggio di avvicinarsi alla propria persona.
"Hey, tutto okay?"
La sua voce del ragazzo a me sconosciuto alle mie orecchie suona come una ventata d'aria fresca e i suoi occhi sono esattamente come un faro nella notte, in grado di portare al porto sane e salve tutte le navi che si perdono nelle più profonde oscurità dell'oceano. Sfortunatamente per la donna incarnante il terrore all'interno del gala delle mie emozioni, questa volta non ci sarà nessun ingresso in grande stile da fare. La festa è finita. La calma torna a regnare.
//Eccoci qui! Capitolo secondo ufficialmente online!
C'è voluto un po' più di lavoro per questo capitolo perché è stato difficile conciliare le descrizioni, con le informazioni da dare, ma le altre da celare ahah però spero che la lettura possa essere ancora una volta soddisfacente :D
Vorrei ringraziare tutte quelle 55 persone che hanno avuto la pazienza e il coraggio di iniziare a leggere questa storia e coloro che hanno commentato e votato, siete fantastici!
Non voglio dilungarmi oltre, quindi vorrei solo dire che se volete potete cercarmi per messaggio o su twitter, il mio nick è harikigai! Sarei lieta di poter parlare e commentare con voi tutte le vostre idee e i vostri pensieri, siete bellissimi e io sono emozionata ahahah
Un bacio grande, buona lettura angioletti!