Joseph's pov
Finalmente, mi trovo su questo lettino, pronto, prontissimo.
E pensare che, fino a due settimane fa, ero un uomo morto, finito, senza speranze.
I medici mi avevano dato massimo altri tre mesi, fin quando una chiamata ha cambiato la mia vita.
"Abbiamo un individuo compatibile, tra dieci giorni ha la donazione, tra quindici ci sarà il trapianto, tieniti pronto" - mi disse al telefono una voce maschile soave, angelica, rassicurante.
Sto sorridendo, non posso fare altro. Mi chiedo chi è quel miracolo che mi sta salvando la vita. Voglio sapere chi è, purtroppo, però, non si può per ora. Tempo al tempo.
Penso alle persone che credevo di lasciare, ma non succederà niente di tutto questo. Penso alla mia mamma, che tanto era felice quando gliel'ho comunicato; penso alle mie sorelle, sparse per il mondo; penso al mio fratellino, l'unico maschietto che ho in una famiglia di bellissime donne; penso a mio padre, l'uomo che mi ha accudito e cresciuto come se fossi davvero suo figlio; penso ai miei amici, che ora sono sicuramente a casa ad aspettare una mia telefonata seduti sul divano; e, infine, penso alle mie fan, le mie ragazze, come piace loro essere chiamate, quelle che non mi hanno abbandonato mai un secondo.
Sento dei passi da dietro, passi pesanti. Non posso girarmi. Passi più delicati accompagnano.
Tre figure mi si avvicinano: una di loro ha i capelli castani e gli occhi azzurri: non è molto alto, ma in compenso posso dire che è un bell'uomo; insieme c'è una donna dai capelli neri: si vede che è un'infermiera, perché anche la mia mamma lo è, e ho imparato a riconoscerle; l'ultimo è un uomo con i capelli biondo cenere e gli occhi davvero tanto chiari, di un grigio trasparente.
"Quindi, tu sei il famoso Joseph Smith, giusto?" - disse il primo.
"Giustissimo".
"Bene, io sono il dottor Brown, colui che ti farà il trapianto. Lei è Charlotte, l'infermiera che si occuperà dell'anestesia e lui è il mio collega Knight".
"Piacere, lieto di conoscervi".
Vedo che il terzo uomo dice qualcosa al primo, anche se non penso riguardi me perché poi se ne va, lanciandomi un'occhiata e un lieve "buona fortuna".
Gli rispondo sorridendo.
"Nella tua sfortuna, sei stato fortunato, direi" - mi dice la donna commossa, mentre prepara il materiale.
"Sì, credo di essere entrambi".
"Eh, e se sapessi chi ha donato per te..." -risponde, senza voler essere sentita.
"Cosa? In che senso?"
"No, nulla, pensavo ad alta voce". Mi sorride.
Il dottore, che intanto si è allontanato, la invita ad andare a prendere uno dei loro strani oggetti dall'altra stanza. Capisco che vuole parlarmi in privato.
L'infermiera esce e lui si avvicina, dicendomi: "Sai, Joseph, c'è una cosa che voglio dirti perché so che a lei farebbe piacere. La ragazza che ha donato per te ha diciotto anni, in passato ha avuto un ictus e ha rischiato la vita per te, non per chi avrebbe salvato".
"Non capisco..." - ribatto.
"Nel senso che non sapeva che avrebbe salvato te, ma il tuo nome l'è comparso in sogno la notte prima di sentirla dire che ne valeva la pena rischiare di morire. Prima della donazione, quando era stesa sul lettino, come te ora, mi ha detto che decise di donare il midollo quando ha scoperto che tu hai la leucemia. Quell'episodio le ha fatto capire che salvare una vita poteva essere fondamentale perché voleva che qualcuno salvasse la tua, lei o non lei" - risponde.
"Ma, ma, ma la conosco, quindi?"
"No, non la conosci, però lei conosce te. E ti ama, lo si leggeva negli occhi. Insomma, non tutti donano rischiando la vita sperando che dall'altra parte ci sia la persona che si vorrebbe salvare".
Non so che dire, sono senza parole. Inizio a guardare l'uomo, con le lacrime agli occhi e la parola "wow" in testa.
Incredibile. In questo momento, mi pento di aver accettato questo trapianto. Una ragazza, una mia fan probabilmente, ha rischiato di morire per me, e non so neanche come stia ora.
"Ma ora come sta? Ce l'ha fatta?"
"Non posso dirti come sta, ma ti dico solo che non è andata come tutti pensavamo" - dice, allontanandosi dal lettino, a testa bassa.
Vorrei andare da lei e vederla dormire, prenderle la mano e dirle "grazie".
Chiudo gli occhi, aspettando l'infermiera con l'anestesia.
Neanche il tempo di finire la frase che arriva e mi si avvicinano entrambi, con mascherina e cappellino.
"Sei pronto?" - mi chiede lei.
"Sì".
Un'ultima occhiata al dottore e via nel sonno.
...
Buio.
Qualche ora dopo, apro gli occhi e vedo una piccola luce.
"Il sole!" penso all'istante nella mia ingenuità, ma no, non è il sole, è una piccola lampadina che vuole illuminare la stanza dove mi trovo.
A quanto pare, è sera, la finestra è aperta e si vede Londra illuminata. Non potevo avere risveglio migliore per oggi.
"Si sente bene?" - sento provenire dalla porta.
"Sì, mi sen-, chi è lei?" - chiedo, assonnato e confuso.
"Sono l'infermiera di reparto che si occuperà di te. Puoi chiamarmi Camille" - mi risponde, avvicinandosi e porgendomi la mano.
Non è il posto dove preferisco fare incontri, però va bene, presentiamoci a questa infermiera carina di nome Camille. Ha i capelli rossi, credo tinti perché ho sempre pensato che tutte le rosse naturali debbano avere anche le lentiggini, e lei non ne ha traccia. I suoi occhi sono verdi, le sue labbra sono carnose colorate di un rossetto scuro e sulle ciglia ha del mascara spalmato come marmellata, decisamente troppo.
"E l'altra infermiera? Dov'è finita?"
"L'infermiera Charlotte? No, lei si deve occupare di una ragazza nel reparto di terapia intensiva. Si è sottoposta a un grave intervento e ora ha bisogno della sua assistenza".
A queste parole, sento che un brivido percorre la mia schiena. I miei occhi si spalancano e fissano immobili l'armadietto pieno di nomi e date scritti con un pennarello rosso di fronte.
"Scusi, ma sa, per caso, come si chiama questa ragazza? O magari a che intervento è stata sottoposta?" -chiedo, spostando lo sguardo verso lei, che, intanto, si allontana dalla camera ospedaliera.
"Sull'intervento, non posso dire nulla. Ma su di lei, ho sentito che si chiama Mary forse, una cosa simile, sì".
Mary. "Che bel nome", penso mentre mi chiedo se è lei la ragazza di cui parlava il dottor Brown.
E se è lei per davvero? E se è finita in quel reparto per colpa mia? Per salvare me? E se perde la vita? Ha detto che è giovane. Non è giusto che perda la vita. Non lo è per nulla.
Mi sento così in colpa, anche se, di colpe, non ne ho nemmeno una. Tuttavia, se dovesse morire, probabilmente, non me lo perdonerei mai. Non la conosco, non so chi sia, ma ho bisogno di vederla. Ora, o mai più.
Cerco di alzare la schiena: steso non posso cambiare le cose. Mi fa male, davvero tanto male, il busto, per intero. Ho un nuovo midollo ora, però non è il momento adatto per festeggiare. Butto le gambe giù dal letto, voglio alzarmi e vedere cosa c'è lì fuori. I dolori atroci non mi fermeranno, così come non l'hanno mai fatto, anche nelle situazioni più gravi.
Questa volta sono al limite, ma c'è una persona che potrebbe esserlo letteralmente. E ciò non deve accadere. Provo a muovermi, a fare dei passi, nel più triste dei miei pigiama grigio cielo. E così, scalzo, cerco di avviarmi verso la porta, dove una voce, poco dopo, mi chiede dove voglia io andare, perché ho ospiti.
"Ospiti? Ma, ma, devo andare".
Esco in corridoio e vedo la mia famiglia, che nasconde i miei più cari amici: c'è mia madre, mio padre, mio fratello, il mio amico d'infanzia, e poi ci sono ancora le mie sorelle, i miei compagni di vita, i miei nonni. Ci sono proprio tutti.
"Scusatemi, perdonatemi, devo scappare, devo scappare..."
Ho gli occhi lucidi per la commozione di rivedere le persone più importanti della mia vita, e il cuore a mille per la paura. Imbarazzato, inizio a camminare veloce, poi corro, piangendo. Mi fa male tutto il corpo. Da dietro, l'infermiera mi grida di fermarmi e, in pochi secondi, si crea un gruppo di gente che insegue un ragazzo disperato.
Terapia intensiva, terapia intensiva, terapia intensiva, no, nessuna terapia intensiva. Trovo finalmente un cartello con tutti i reparti e le direzioni. Pediatria, ginecologia, altre parole che finiscono con "ia" e infine terapia intensiva. Quarto piano. Ed ecco l'ascensore.
Camille non si arrende a gridare, però riesce a raggiungermi solo quando le porte automatiche si chiudono e io salgo su per il piano quattro.
La porta si apre e, ancora agitato, mi ritrovo davanti a un corridoio lungo quanto silenzioso. Non vola un urlo qui, ma, in fondo, siamo in terapia intensiva. Chi volete che gridi in terapia intensiva? Perfino le siede sono vuote, non cammina nessuno.
Esco dall'ascensore con passo cauto, non voglio far rumore, e guardo nelle stanze.
Oh, ecco una donna, credo sia un'altra infermiera, ora le chiedo di uscire un attimo per me.
"Dove, dove" – inghiottisco - "dove posso trovare una ragazza di nome Mary, o roba simile?"
Si mette a leggere su una cartellina che aveva già in mano.
"Si trova nella stanza con l'infermiera Charlotte" - aggiungo.
A quel nome, si paralizza e mi guarda negli occhi.
"Joseph, che ci fai qui?". Una voce che conosco pronuncia queste parole. Charlotte, è lei che ora mi sta guardando con gli occhi spalancati, in fondo al corridoio.
Le corro incontro, lei allunga le mani per farmi segno di non avvicinarmi.
"Devo vederla, devo vederla, dove sta? Qui? Dov'è?". Ho il fiatone per la corsa, ho il fiatone per l'ansia.
"Non puoi, calmati Joseph, non puoi vederla".
"Ditemi come sta, almeno".
"Sei nel reparto di terapia intensiva, come credi che stia?" - mi risponde.
Mi accovaccio a terra, in un angolo appoggiato al muro. A piangere.
"Alzati, sei un uomo, non puoi piangere qui, vicino a lei. Credi che ti voglia sentire piangere?" - mi dice, guardandomi dall'alto con le braccia conserte.
Poi, rivolge lo sguardo verso la stanza a destra. C'è una ragazza dentro, è stesa su un letto, sembra dormire. Ha i capelli di un biondo scuro, molto mossi. Mi dispiace non poter vedere di che colore sono i suoi occhi, ma son sicuro che saranno belli almeno la metà di quanto lo è così, tranquilla.
"Un angelo" - esclamo, con voce calma.
"Il tuo angelo custode, Joseph" - risponde. Ha ragione, lo è.
"Posso entrare? Per favore".
"Vieni, stai dietro di me".
La tachicardia mi accompagna mentre entro in quella stanza dipinta di rosa, di un rosa pallido, come la sua pelle, così candida.
Charlotte mi pone una sedia, dove posso sedermi per parlarle vicino.
"Trattala bene, ti sente" - mi dice, mentre lascia la camera.
Ora siamo solo io e lei, la mia salvezza, che, finalmente, ha un nome.