Sono Charlotte Anne Harrington.
Sono nata nel posto giusto, nella famiglia giusta, con il cognome giusto. Da bambina pensavo che fosse sufficiente.
Avevo una casa enorme nell'Upper East Side; un'enorme stanza tutta per me; una scuola privata e un armadio che mia madre continuava a riempire di vestiti che spesso non avevo scelto e che neppure mi piacevano.
Mio padre era un uomo importante, uno di quelli che finivano sui giornali e che tutti sembravano conoscere e poter giudicare. Mia madre, invece, era un'avvocata brillante, elegante e sempre impeccabile.
Passavamo le estati negli Hamptons o in Europa; durante il fine settimana partecipavamo ai più sfarzosi eventi mondani e ogni domenica ci aspettava un brunch in una casa diversa. Ci vestivamo di tutto punto, ci tenevamo per mano e con grandi sorrisi sui volti apparivamo il ritratto della famiglia felice, della famiglia perfetta.
Ho imparato molto presto e a mie spese, che quella felicità non era reale, quella felicità era imposta. Finta. Quando avevo dieci anni ho sorpreso i miei genitori litigare e discutere sul futuro della nostra famiglia. Mia madre piangeva e non riusciva a capacitarsi di come mio padre la avesse tradita con la sua segretaria più giovane creando uno scandalo di cui l'élite di Manhattan si è nutrito per settimane.
Qualche giorno dopo mio padre aveva preparato le sue valigie e si era trasferito in un altro appartamento con la sua giovane amante. Ricordo ancora quella sera. Ricordo di avergli chiesto quando sarebbe tornato. Mi disse presto, ma non tornò. Ciononostante ha sempre trovato il modo di essere presente, perlomeno economicamente.
Da quel momento mia madre cambiò. Non diventò cattiva. Almeno, non credo. Diventò semplicemente diversa. Più fredda. Più rigida. Più ossessionata dal lavoro, dal suo aspetto e da tutto ciò che poteva ancora controllare.
Forse fu allora che, spinta dalle pressioni di mia madre, imparai anch'io a farlo: controllare.
Controllare il mio corpo e la mia immagine fino all'ossessione. Controllare le mie emozioni e le mie relazioni sociali. Controllare e pianificare ogni passo della mia vita.
Mio fratello Charles, invece, trovò il suo modo di affrontare tutto questo. Sport, amici, allenamenti e una vita in cui io sembravo occupare uno spazio piuttosto piccolo. Non gliene ho mai fatto davvero una colpa. Eravamo semplicemente cresciuti così. Ognuno per conto proprio.
Avevo poi tredici anni quando io e Conrad ci siamo messi insieme. Ci eravamo conosciuti in estate ad una cena tra soci in affari. Nell'autunno avevamo scoperto di frequentare la stessa scuola e da lì si è creato un legame che sembrava rendere felici tutti, soprattutto le nostre famiglie. Eravamo compatibili, siamo stati cresciuti con la stessa forma mentis e con gli stessi obiettivi. Eravamo belli insieme e avevamo i cognomi giusti: era tutto perfetto. Tutto come programmato.
Per molto tempo ho pensato che quella sarebbe stata davvero la mia vita.
Poi sono cresciuta. Ho passato l'adolescenza nello studio della mia psicologa di fiducia. Ci andavo ogni giovedì, uscivo da lì con le idee chiare, felice e convinta di aver risolto i miei traumi e i miei problemi. Ma ogni fine settimana, puntualmente, finivo ubriaca a qualche evento sociale o a qualche festa con la mia cerchia di amici. Anche le loro vite sembravano perfette all'apparenza ma anche loro, esattamente come me, avevano traumi irrisolti e vuoti affettivi che provavano a colmare con l'alcol, con il divertimento, il sesso e i pettegolezzi.
Nell'Upper East Side non serve fare qualcosa di veramente grave per diventare uno scandalo. A volte basta essere nel posto sbagliato con le persone sbagliate. Ed io ci sono stata spesso.
Con il tempo ho imparato ad assumere quell'atteggiamento che avevo sempre visto assumere da mia madre. Ho imparato a sorridere quando ero nervosa. A dire che stavo bene quando non era vero. A fare finta che il controllo fosse ancora nelle mie mani. E mentre tutti continuavano a vedere la ragazza che avevo imparato a mostrare, io cominciavo a non riconoscere più quella che ero davvero. A diciannove anni, però, avevo ancora tutto ciò che mi era stato promesso: ero entrata in un college della Ivy League, alla Columbia, facoltà di Economia, con la mia migliore amica Amelia. Conrad si era trasferito a Princeton alla facoltà di Scienze dell'Amministrazione. Sarebbe venuto a trovarmi tutti i fine settimana e, dopo la laurea, avremmo lavorato nella società dei nostri genitori.
Un futuro già scritto. Era questo che mi avevano insegnato a desiderare.
Ed era questo che credevo di volere. Non sapevo che la mia vita stava per cambiare. Non sapevo che, tra tutte le persone che avrei potuto incontrare a New York, sarebbe arrivata proprio quella che non avrei mai dovuto incontrare.
Contro il mio buon senso.