The Last Key

De ivyhalston

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Una ragazza morta. Un omicidio costruito alla perfezione. E una sola persona destinata a diventare la princip... Mais

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Prologo

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De ivyhalston

Avevo sedici anni quando mio padre sparì dalla nostra vita, ma prima di andarsene lasciò dietro di sé una notte che ancora oggi riesco a ricordare nei minimi dettagli, come se il tempo non fosse mai riuscito a portarsi via davvero quello che accadde. Ricordo il temporale contro i vetri, l'odore del caffè rimasto sul fondo della tazza di mia madre, la luce gialla della cucina che arrivava fino al corridoio e il rumore delle sue dita che tamburellavano sul tavolo mentre cercava di convincermi che non c'era niente di cui preoccuparsi. Mia madre aveva scoperto da poco di essere malata e, nonostante fosse ancora abbastanza forte da fare praticamente tutto da sola, aveva iniziato ad avere giornate in cui il corpo sembrava improvvisamente ricordarle che qualcosa non andava. Lei, però, odiava essere trattata come una persona fragile. Se mio padre le chiedeva di riposarsi, gli lanciava uno sguardo seccato e continuava quello che stava facendo, mentre a me ripeteva che una diagnosi non avrebbe deciso chi sarebbe diventata. Quella sera aveva persino scherzato sulla sua situazione, dicendo che se avesse dovuto morire almeno avrebbe preteso una casa pulita prima di farlo, e io avevo riso nonostante sapessi che quella battuta nascondeva la paura che nessuno di noi voleva nominare.

Mio padre, invece, non aveva riso.

Era seduto di fronte a lei, con una mano intorno alla tazza e gli occhi fissi sulla finestra. Da qualche settimana era diventato così, sempre attento ai rumori del pianerottolo, alle macchine che passavano davanti a casa, alle telefonate senza risposta e soprattutto alle persone che non conoscevamo. Avevo notato il cambiamento, naturalmente, ma non gli avevo fatto troppe domande. Ero cresciuta con lui, sapevo riconoscere il momento in cui voleva parlare e quello in cui era meglio lasciarlo stare. Inoltre, non ero completamente estranea a quel mondo: mio padre mi aveva insegnato a sparare molto prima che compissi sedici anni e avevo imparato a difendermi abbastanza bene da non aver bisogno che qualcuno mi tenesse per mano ogni volta che qualcosa andava storto. Non ero ingenua. Sapevo che mio padre aveva nemici. Quello che non sapevo era che quella sera uno di loro aveva finalmente trovato la nostra casa.

Il primo rumore fu così forte che pensai fosse esploso qualcosa.

Mia madre si alzò di scatto dalla sedia e la tazza le scivolò dalle dita, schiantandosi sul pavimento. Mio padre non si mosse per qualche secondo, ma lo vidi cambiare espressione, come se avesse appena ricevuto una conferma che aspettava da settimane. Mi alzai anch'io.

«Roxana, camera tua.»

«Che è successo?»

«Adesso.»

Non avevo mai sentito quella voce uscire dalla sua bocca.

Non era un ordine normale. Era paura trasformata in comando.

Mia madre, invece, non si mosse. Guardò mio padre e capì prima di me.

«Sono loro?» domandò.

Lui non rispose.

«Leonardo.»

«Prendi il telefono.»

«Non mi serve il telefono.»

«Prendilo.»

«E tu?»

Mio padre si alzò.

«Io li fermo.»

La porta d'ingresso esplose verso l'interno.

Il rumore mi fece arretrare di un passo, mentre schegge di legno attraversavano l'ingresso e una figura entrava nella casa con il volto coperto. Dietro di lui ne comparvero altre due. Mio padre mi spinse istintivamente dietro il muro proprio mentre partiva il primo colpo e il proiettile attraversava la lampada sopra il tavolo, facendoci precipitare per un istante nel buio.

Mia madre mi afferrò per il polso.

«In camera. Subito.»

«No.»

Lei mi guardò negli occhi.

«Roxana, non discutere con me adesso.»

«So sparare.»

«Lo so benissimo.»

Fu quello il problema.

Non voleva che combattessi.

Voleva che sopravvivessi.

Mio padre sparò per primo e uno degli uomini si abbassò dietro il mobile dell'ingresso. Un altro avanzò verso il soggiorno e io riconobbi immediatamente il modo in cui teneva l'arma: non era lì per spaventare qualcuno. Sapeva esattamente cosa stava facendo.

Afferrai la pistola che mio padre teneva nascosta nel cassetto della credenza e mi spostai dietro il muro.

«Roxana!» gridò mio padre.

Non gli risposi.

Aspettai che l'uomo uscisse dalla copertura e sparai.

Il colpo lo costrinse a indietreggiare e si portò una mano alla spalla. Non rimasi a guardare. Mi spostai immediatamente prima che potesse reagire, sentendo un proiettile colpire il muro accanto alla mia testa.

Mia madre mi afferrò da dietro e mi trascinò verso la cucina.

«Sei impazzita?»

«Era armato.»

«Anch'io lo vedo.»

«Allora lasciami fare.»

«Non voglio vederti morire per questa famiglia.»

La frase mi colpì più del rumore degli spari.

«Non morirò.»

Mia madre mi guardò per un istante, poi prese un coltello dal cassetto e si mise accanto a me.

«Bene. Allora cerca di non farmi cambiare idea.»

Era sempre stata così.

Anche malata, anche spaventata, anche quando le mani le tremavano, non aveva mai permesso a nessuno di considerarla debole.

Dal soggiorno arrivò un urlo, seguito dal rumore di qualcosa che si rompeva. Mio padre aveva afferrato uno degli uomini e lo aveva scaraventato contro il tavolo. L'altro cercò di raggiungerlo, ma io gli sparai alla gamba prima che potesse puntargli l'arma contro.

Cadde.

Mio padre si voltò verso di me.

Per un secondo sembrò quasi arrabbiato.

Poi vide mia madre dietro di me e il suo volto cambiò.

«Portala di sopra.»

«Non ha bisogno di essere portata da nessuna parte», disse mia madre. «Posso camminare.»

«Emma, per favore.»

«Non chiamarmi per nome come se stessi morendo.»

Mio padre la fissò.

Lei gli restituì lo sguardo senza abbassare gli occhi.

«Non morirò stasera.»

Un rumore proveniente dall'ingresso ci fece voltare tutti.

Non erano più tre.

Ne arrivavano altri.

Mio padre lo capì immediatamente.

«Dobbiamo andare.»

«Dove?» chiesi.

«Fuori.»

«Con loro davanti alla porta?»

«C'è un'uscita sul retro.»

Mia madre prese la mia mano e corremmo verso la cucina, ma prima di raggiungere la porta posteriore un uomo comparve dall'altra parte della stanza. Puntò l'arma verso di noi.

Non pensai.

Sparai.

Il colpo lo fece cadere all'indietro e mio padre mi afferrò per la spalla, trascinandomi via mentre altri proiettili attraversavano la parete.

«Muoviti!»

Corremmo nel giardino sotto la pioggia.

Mia madre respirava affannosamente, ma continuava a camminare. Mio padre la sosteneva con un braccio mentre con l'altra mano teneva l'arma puntata verso la casa.

«La macchina è a cinquanta metri», disse.

«Non ce la faccio», disse mia madre.

«Sì che ce la fai.»

«Leonardo, ascoltami.»

Lui si fermò.

«Non ce la faccio.»

Mio padre la guardò e per la prima volta quella notte vidi il terrore attraversargli il viso.

Mia madre gli prese il viso tra le mani.

«Non puoi continuare a fingere che questa cosa finirà se scappi.»

«Se rimango, vi uccideranno.»

«E se vai via?»

Lui non rispose.

Mia madre guardò me.

«Roxana, vieni qui.»

Mi avvicinai.

«Qualunque cosa succeda, non seguirlo.»

«Cosa?»

«Tuo padre deve andare.»

«No.»

Mio padre mi guardò.

«Sì.»

«Non puoi semplicemente lasciarci.»

«Se resto, torneranno.»

«E allora combattiamo.»

«Non è così semplice.»

«Lo è per me.»

«No, Roxana. Non lo è.»

Avevo sedici anni e sapevo già usare un'arma, sapevo riconoscere quando qualcuno stava mentendo e sapevo che gli uomini che avevano appena invaso casa nostra non erano venuti per spaventarci. Ma non riuscivo ad accettare una cosa molto più semplice: mio padre aveva deciso che la soluzione era sparire.

«Chi sono?» chiesi.

«Persone che ho conosciuto quando ero più giovane.»

«E cosa vogliono?»

Mio padre abbassò lo sguardo.

«Me.»

«Perché?»

«Perché ho tradito qualcuno.»

La risposta mi lasciò senza parole.

Mia madre chiuse gli occhi per un istante, come se quella fosse la conferma di qualcosa che sospettava già.

«Tu lo sapevi?» le chiesi.

Lei mi guardò.

«Non tutto.»

«Da quanto?»

«Abbastanza.»

Mi sentii tradita da entrambi.

«Quindi ero l'unica a non sapere niente.»

Mia madre cercò di avvicinarsi, ma mi allontanai.

«Non abbiamo cercato di escluderti», disse.

«No, avete solo deciso che ero troppo stupida per capire.»

«Non sei stupida.»

«Allora perché non mi avete detto niente?»

Mio padre guardò verso la casa.

«Perché volevo che avessi ancora una vita normale.»

Mi uscì una risata amara.

«Normale? Dopo avermi insegnato a sparare?»

Non rispose.

In lontananza si sentì un'altra macchina.

Mio padre guardò la strada e capì che non avevamo più tempo.

Mi prese per le spalle.

«Ascoltami bene. Da questa notte io non esisto più.»

«Non dirlo.»

«Se qualcuno viene a chiederti dove sono, non lo sai.»

«Papà.»

«Se ti seguono, non tornare a casa.»

«Smettila.»

«Se trovi qualcuno che conosce il mio nome, non fidarti.»

«Basta.»

«E soprattutto, Roxana, non cercarmi.»

Lo spinsi via.

«Non puoi chiedermi questo.»

«Devo.»

«No, devi restare.»

Mi guardò.

«Se resto, morirai.»

Quelle parole mi tolsero ogni risposta.

Mia madre mi raggiunse e mi mise una mano sulla spalla.

«Lascialo andare.»

La guardai incredula.

«Tu vuoi che se ne vada?»

Lei aveva gli occhi pieni di lacrime, ma la voce era ferma.

«No. Voglio che torni vivo.»

Mio padre ci guardò entrambe per qualche secondo, poi mi strinse.

Io rimasi rigida tra le sue braccia, troppo arrabbiata per piangere e troppo spaventata per fingere di non avere paura.

«Ti odio», sussurrai.

Lui mi baciò sulla fronte.

«Lo so.»

Poi si allontanò.

Non si voltò quando raggiunse la macchina.

Io invece rimasi a guardarlo fino a quando i fari scomparvero oltre la strada.

Dietro di noi, la nostra casa era devastata, la porta d'ingresso non esisteva più, il sangue macchiava il pavimento e sul tavolo della cucina c'erano ancora i frammenti della tazza che mia madre aveva lasciato cadere qualche minuto prima.

Quella fu l'ultima notte in cui vidi mio padre.

Per anni pensai che mi avesse abbandonata.

Poi scoprii che non era fuggito perché non ci amava abbastanza.

Era fuggito perché aveva tradito le persone sbagliate, e quelle persone avevano scoperto dove vivevamo.

Mio padre credeva che sparire sarebbe bastato a salvarci.

Si sbagliava.

Perché quella notte non avevano soltanto trovato la nostra casa.

Avevano trovato me.

E qualche anno dopo, quando mia madre avrebbe avuto bisogno di soldi che non avevamo più e io avrei fatto qualsiasi cosa pur di procurarglieli, avrei scoperto quanto era profondo il mondo da cui mio padre aveva cercato di tenermi lontana.

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