Lei non lo sa

By destroy_grace

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Come è stata la notte d'amore di Imma e Calogiuri all'agriturismo, di cui ci hanno privat* nella serie? Ho pr... More

Lei non lo sa

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"Andiamo avanti", fu quello che mi disse la dottoressa, poggiando la mano sulla mia. La strinse e lanciò un'occhiata di fuoco al mio indirizzo. Un fuoco che sentii ardere nel torace ed espandersi sotto la pelle. Era passione, desiderio -perché, diciamoci la verità, la dottoressa era la principale responsabile dei miei turbamenti erotici degli ultimi anni-, ma anche qualcosa di più profondo, un sentimento che nel tempo era cresciuto e che entrambi avevamo alimentato con consapevolezza. Era intesa, sincerità, rispetto, ma soprattutto, fiducia.

Quella pazzia era valsa la pena sebbene, a dire il vero, non ero proprio orgoglioso di come avevo ottenuto quel risultato. Quasi avevo sequestrato la dottoressa Tataranni, portandola via in macchina, contro la sua volontà. Non era da me fare follie del genere, ma ero stanco di quella situazione. Dopo settimane di silenzio, non sapevo più come fare per parlare con lei di quello che era successo. Volevo risposte, volevo che mi guardasse in faccia e mi dicesse cosa provava, cosa sentiva. Io non riuscivo a smettere di pensarci, di pensare a noi, a lei, alla voglia che avevo di assaporare di nuovo la sua bocca.

Alla fine, aveva accettato la mia proposta e ci stavamo dirigendo verso un agriturismo dove ero stato mesi addietro, per un'indagine con la D'Antonio.

Quando alla reception ci chiesero i documenti, qualche minuto prima di avviarci in camera, ebbi l'impressione che stesse per tirarsi indietro. Poi, infilò una mano nella borsa e dal portafoglio estrasse la carta d'identità, posandola sul bancone davanti a noi.

La ragazza bionda con gli occhiali che era di turno quella sera, registrò i nostri dati e mi tese la chiave della stanza. "Centoundici, primo piano", disse con un sorriso stanco. Erano le nove e mezza passate di un giovedì di bassa stagione e probabilmente voleva solo tornare a casa.

Afferrai la chiave e ci dirigemmo verso l'ascensore. Conoscevo già la strada e, nonostante fossi sicuro che quello era un posto discreto, sperai che nessuno mi riconoscesse. Non era mia abitudine portare le donne in albergo e, benché non vedessi l'ora di passare la notte con la dottoressa, non potei evitare di sentirmi in imbarazzo. Quest'ultima studiava con attenzione l'ambiente, come era solita fare durante i sopralluoghi. Deformazione professionale.

Prendemmo l'ascensore in silenzio, squadrandoci a vicenda. La vidi deglutire e abbassare lo sguardo verso la zip della mia giacca di pelle, che sfiorò con le dita. Avevo voglia di baciarla, non aspettavo altro da quel giorno alla Madonna delle Vergini. Feci un passo verso di lei, esitante e, nel momento in cui stavo per accarezzarle il viso, il suono dell'ascensore ci avvisò che eravamo arrivati al primo piano. La presi per mano e la condussi verso la fine del corridoio. La nostra stanza era l'ultima a sinistra.

Infilai la chiave nella serratura e lanciai un'occhiata verso di lei, per chiederle se fosse sicura di quello che stavamo facendo. Attraversare quella porta non significava soltanto entrare nella stanza di un agriturismo qualsiasi, ma anche oltrepassare il confine che, fino ad allora, ci aveva costretti a mantenere le distanze. Avremmo fatto l'amore. Avremmo sciolto la tensione sessuale che attanagliava entrambi da sempre e della quale eravamo più che coscienti. Lei abbassò le palpebre in segno affermativo e io girai immediatamente la chiave. Aprii la porta e davanti a noi apparve un ambiente in penombra, illuminato dalla luce fioca dei lampioni, che proveniva dalle vetrate del balcone sulla parete opposta.

Richiusi la porta alle nostre spalle e spinsi la dottoressa contro il muro. Sentivo il suo respiro contro il mio viso e avvicinai le mie labbra alle sue, sfiorandole. Mi eccitai all'istante. Non mi era mai successo, di solito ci mettevo un po' a carburare. E non mi era mai successo nemmeno di commettere una pazzia come quella che avevo fatto poco prima. Sarebbe potuta costarmi persino il posto nell'Arma, se la dottoressa avesse deciso di farmi rapporto. Almeno, era servita a qualcosa perché sapevo che, in fondo, mi desiderava. Era evidente a tutti l'elettricità che scorreva tra di noi, fluttuavamo in un campo magnetico, attirandoci a vicenda.

La baciai, prima con dolcezza, poi cercai la sua lingua tra le labbra schiuse. La sua bocca era calda e accogliente, e dal modo in cui ricambiò il bacio, capii che anche lei non vedeva l'ora di avermi.

Afferrai il bavero del suo cappottino animalier e glielo sfilai, lasciandolo cadere sul pavimento. Mi piaceva da matti il modo in cui si vestiva, criticato da tutti in procura. In PG le chiacchiere su di lei e sul suo aspetto erano all'ordine del giorno. Io la difendevo sempre, beccandomi le frecciatine dei colleghi che facevano stupide allusioni e che, in alcune occasioni, prendevano in giro anche me. Ma a me non interessava ciò che diceva la gente. Il suo stile la rendeva unica, affascinante, era una delle cose che mi avevano fatto perdere la testa.

Vidi uno scintillio nei suoi occhi scuri. Al buio, sembravano ancora più profondi e grandi, l'iride si confondeva con la pupilla.

Tolsi anche la mia giacca e avvicinai il mio bacino al suo, per farle sentire quanto la desideravo. Istintivamente, allargò le gambe e spinse il corpo verso di me, mentre mi accarezzava il viso. "Calogiuri...", sussurrò e con le mani mi afferrò la cintura, per slacciarla.

Poggiai i palmi sui suoi polsi. "Aspetta". Non volevo che fosse, di nuovo, veloce ed evanescente come la prima volta. Avevo bisogno di tempo per guardarla, per venerare il suo corpo nudo, per baciare e toccare la sua pelle.

Feci scivolare le labbra sul suo collo e lei emise un gemito lieve, grave. Continuai verso la spalla, fino a che la scollatura della maglia laminata me lo consentì, la stessa che indossava la mattina in cui il marito fu interrogato in procura. La ricordavo benissimo, io ricordo tutto di lei. Potevo vantarmi di conoscere il suo guardaroba a memoria, malgrado non fossi mai entrato in camera sua. Mi divertivo a immaginare come le avrei tolto ogni singolo capo e, ovviamente, immaginavo anche cosa ci fosse sotto.

Mi decisi a spogliarla. Il mio cuore prese a battere più forte, finalmente avrei visto dal vivo le curve che intravedevo da sotto i vestiti, dopo anni passati a fantasticare su come sarebbe stato quel momento. Pensavo spesso a lei, in particolare di notte. Appariva nei miei sogni e mi toccava, mi baciava, avvolgendomi con le sue mani calde e facendomi svegliare in un bagno di sudore.

Alzò le braccia per aiutarmi a toglierle la maglia e quando vidi il reggiseno, rimasi sorpreso. Era un push-up fucsia, con degli inserti di pizzo verde brillante. Non avevo mai visto della biancheria intima di quel colore, ma era proprio da lei possederne di quel tipo. Eravamo solo all'inizio e io non avevo la minima idea di come sarei arrivato fino alla fine. Mi chinai verso di lei e le baciai la clavicola, poi scesi più giù, fino ad arrivare al merletto del reggiseno. Infilai la lingua tra il tessuto e la pelle e lei fu attraversata da un fremito. Si abbassò le spalline, mentre io mi occupavo dei gancetti dietro la schiena. Gettai l'indumento da qualche parte, dietro di me e la visione del suo seno mi lasciò senza fiato.

Era perfetto, piccolo, sodo, sembrava fatto apposta per riempire le mie mani, che lo avvolsero, palpandolo. I capezzoli turgidi e scuri, circondati da aureole perfette. Ne strinsi uno tra i denti, lo mordicchiai, fino a provocarle il giusto dolore e, infine, lo succhiai. La dottoressa aveva il respiro corto, affondava le dita nei miei capelli facendomi quasi del male. Mi spostai sull'altro capezzolo e ripetei il procedimento, quasi fosse un rituale, cosa che le fece trattenere a stento i gemiti.

Tornai verso la bocca e la baciai ancora, stavolta con più avidità.

Nel tentativo di sbottonarmi la camicia, mi fece saltare un bottone. Le sorrisi e lei ricambiò con un'espressione maliziosa.

Rimasi a petto nudo e la vidi deglutire nuovamente, come poco prima in ascensore. Con lo sguardo, esplorò il mio torace, soffermandosi sulla cicatrice dell'attentato. Ci posò un bacio, poi mi abbracciò, poggiando la testa sulla mia spalla.

"Che c'è?", domandai, temendo che qualcosa l'avesse scossa, ma non mi diede neanche il tempo di finire la frase, che mi stava già baciando il collo, facendomi il solletico.

"Sei... sei perfetto, Calogiuri", sussurrò tra un bacio e l'altro. La sua lingua tracciò un percorso fino ai pettorali, intanto che mi toccava attraverso il tessuto dei jeans. Respiravo a fatica e no, non ero perfetto come mi vedeva lei. Ero solo un giovane uomo che voleva fare l'amore con una donna più grande.

Mi slacciò la cintura e sentì il calore della sua mano nei boxer. Rimasi a bocca aperta, ero immobilizzato dal piacere e cercai di avvicinarmi con lei al letto, ma nel mentre, avvistai una poltrona nell'angolo della stanza, accanto alla finestra e mi venne un'idea.

La feci sedere e rimasi in piedi davanti a lei, che mi scrutava in attesa della mia prossima mossa. Finii di spogliarmi e lei spostò subito l'attenzione verso il mio bacino.

"Hai visto cosa mi fai, dottoressa?", la interpellai, accarezzandomi. Lei si morse il labbro, divertita. "Non sai da quanto aspettavo questo momento", continuai, inginocchiandomi davanti a lei. Le sfiorai le cosce, intrufolando le dita sotto l'orlo della gonna. Afferrai uno dei due polpacci e tirai via lo stivale. Feci lo stesso con l'altro e percorsi l'intera lunghezza delle sue gambe con le mani, per arrivare in cima, all'altezza dei fianchi. L'aiutai ad alzare il bacino e tirai giù gonna, collant e slip in un solo gesto.

La vidi esitare, con le braccia cercò di nascondere la sua nudità. Si vergognava a farsi vedere da me?

"Tutto bene?".

"Sì, è che...". Si voltò dall'altra parte. Per un attimo, credetti che ci avesse ripensato e mi crollò il mondo addosso. Prese un bel respiro e tornò a guardarmi. "Io non posso piacerti, Calogiuri. Non tengo il corpo di una ventenne, c'ho quasi cinquant'anni. Io...". Per la prima volta, si mostrò insicura nei miei confronti, vulnerabile. Si era completamente spogliata, non solo dei suoi abiti ed era lì, davanti a me, temendo che io notassi qualcosa che la rendesse brutta ai miei occhi. Capii che, poco prima, aveva tentato di arrivare al sodo in fretta, perché non voleva farsi vedere nuda.

"Ma che dici?!". Le afferrai il mento con le dita. "Tu mi piaci da morire. Mi piacevi prima, quando non sapevo cosa ci fosse sotto i tuoi vestiti e adesso ti desidero ancora di più", la rassicurai. Intrecciai le mie dita con le sue e lei sfiorai i dorsi di entrambe le mani con un bacio. "Ti fidi di me?".

Lei annuì, senza indugiare.

"E allora, lasciati andare, Imma". Mi emozionai nel pronunciare quelle due sillabe. Adesso potevo, finalmente, chiamarla per nome.

Cominciai a baciarle le cosce, separandole per farmi spazio e avvicinarmi a lei. Mi parve che stesse tremando, ma io volevo solo che fosse tranquilla. "Se non ti va, mi fermo".

"No. Continua".

Obbedì e mi ritrovai con il viso a pochi centimetri dal suo centro. Alzai lo sguardo e lei abbozzò un sorriso, avvicinando il bacino al mio volto. Con la lingua sfiorai le labbra dall'esterno, per poi spostarmi verso la fessura, sulla quale posai un bacio. Notai che i suoi muscoli si rilassavano progressivamente a ogni mio tocco. Le sollevai le gambe e cercai il suo clitoride. Sussultò e io continuai a muovermi, succhiando e leccando la sua pelle umida. Era così bagnata, che il mio dito indice scivolò al suo interno senza difficoltà.

Lo feci entrare e uscire piano e lei emise un gridolino di piacere, mentre affondava le unghie nei braccioli della poltrona. Era bellissima, come poteva pensare di non piacermi?

A quel punto, decisi di inserire anche il medio, per stuzzicarla meglio e lei, di riflesso, inarcò la schiena. Stavo facendo bene, quindi continuai a sfiorare con i polpastrelli lo stesso punto, tenendo le dita incurvate.

I suoi occhi si agganciarono ai miei e aumentai la velocità, fino a quando sentì le sue gambe stringersi intorno al mio viso e i suoi muscoli contrarsi sulle mie falangi. Si abbandonò sullo schienale della poltrona e mi accarezzò capelli. L'avevo fatta venire e i suoi mugolii di piacere, mi avevano fatto eccitare ancora di più.

Le sfiorai la pancia con le labbra, prima di riavvicinarmi alla sua bocca. Il suo sapore si mischiò alla nostra saliva in un bacio lento e lungo che mi tolse il fiato. Ma fu anche altro a bloccarmi il respiro: mi stava toccando di nuovo. La sua presa salda, ma delicata, i suoi palmi a percorrere l'intera lunghezza del mio membro, dalla punta fino alla base. Ero completamente in estasi e lei era così sexy, con i capelli arruffati e le guance arrossate.

"Che intenzioni hai, dottoressa?".

Lei non rispose, ma teneva lo sguardo diabolico fisso sui miei occhi.

Le cinsi la vita con le braccia e la sollevai, per spostarla sul letto. La poggiai con cura sul materasso e mi strusciai contro il suo inguine. Non resistevo, avevo il bisogno fisico di unirmi a lei, così le feci un cenno con il capo, come a chiederle il permesso. La dottoressa fece segno di sì con la testa, mi voleva. Mi voleva di nuovo e il solo pensiero di essere l'oggetto dei suoi desideri, mi fece sentire l'uomo più fortunato dell'universo.

Mi aiutai con le dita e, finalmente, mi spinsi dentro di lei, ma sul suo viso si disegnò una smorfia di dolore.

"Faccio male?", domandai preoccupato. Provocarle dolore era l'ultima cosa che volevo.

Lei sorrise, prendendomi il viso tra le mani. "Tu non mi fai mai male, Calogiù. Non ne saresti capace".

Quel suo lato dolce, che lasciava intravedere soltanto a pochi eletti, mi fece capire che almeno un angolino del suo cuore l'avevo conquistato. A fatica, però ce l'avevo fatta. Lentamente, diedi un'altra piccola spinta. Cercavo di essere il più delicato possibile, anche se il mio ventre pulsava di desiderio ed ero sul punto di non ritorno.

"È che qua hai sfoderato l'artiglieria pesante e io non sono abituata". Non si faceva mai mancare le battutine, nemmeno nell'intimità. Mi venne da ridere, ma cercai di rimanere concentrato e ripensai a prima, quando mi stava fissando proprio lì.

"Per questo mi guardavi, poco fa?".

"Touché".

Mi chinai e le baciai il collo, muovendomi con delicatezza, fino ad affondare completamente in lei. Volevo che il suo corpo si abituasse a me, senza forzature. La dottoressa strinse le gambe attorno alla mia schiena e intuii che potevo aumentare il ritmo. A ogni spinta, avevo la consapevolezza che mancasse sempre meno. Stavo per venire. Dentro di lei. Una scarica elettrica mi attraversò la spina dorsale, scuotendomi con violenza e facendo pulsare ogni angolo del mio essere. Avevo i brividi e tremavo, tanto fu forte l'orgasmo. Mi accasciai sul suo seno e chiusi gli occhi. Avrei tanto voluto dirle che l'amavo, ma avevo il terrore di spaventarla, cosicché rimasi in silenzio, ad aspettare che il mio battito tornasse regolare. Lei mi abbracciò e mi diede un dolce bacio.

La sua tenerezza era per me terreno inesplorato. Io la conoscevo soltanto come la piemme di ferro che si batteva per arrivare alla verità, non eravamo mai usciti insieme, tranne quella volta a Roma e non sapevo come si comportasse nella sfera privata. Eravamo finiti a letto, prima di frequentarci, eppure ci conoscevamo in profondità perché tra noi, sin dall'inizio, c'era stato un legame che andava al di là del rapporto lavorativo. Un legame unico, speciale, che non aveva nome o etichetta, era semplicemente il nostro mondo, assurdo e inconcepibile per alcuni, a causa della differenza d'età e dei ruoli che ricoprivamo.

A me non interessava quanti anni avesse, mi ero innamorato della sua bellezza fuori dal comune, della sua intelligenza e della sua lingua tagliente. Imma era brillante, arguta e sotto la corazza che indossava per mostrarsi agli altri, c'era la donna fragile e sensibile che io ero riuscito a vedere. Ma non avevo intenzione di fermarmi a questo, volevo sapere tutto di lei. Volevo ascoltarla, scoprire quali fossero le sue paure, i suoi sogni... e, insieme a quella voglia, tornava prepotente il timore di perderla nuovamente.

Mi staccai e mi stesi accanto a lei su un fianco. Rimanemmo a osservarci, senza dire una parola per qualche istante, poi, giocherellando con le dita sul mio petto, mi confessò che non si era mai sentita in quel modo.

"Che vuoi dire?", chiesi, curioso.

Sospirò e distolse lo sguardo. "Non lo so, sto bene".

"Hai ancora intenzione di sbattermi in galera?".

"Sí, ma non per gli stessi motivi di prima". Fece una pausa. "Dovrebbe essere illegale andare in giro col fondoschiena che ti ritrovi, lo sai Calogiuri?".

Scoppiai a ridere.

"Mo dormiamo, sono stanca. Mi hai fatto fare gli straordinari tu a me, stasera". Si girò dall'altra parte, dandomi le spalle.

Anche se non vedevo la sua faccia, sapevo che stava ridendo pure lei. Poggiai la testa sul cuscino e provai ad addormentarmi con la visione delle sue scapole coperte a metà dal lenzuolo bianco. Ogni tanto, mi veniva voglia di toccarle. Allungavo una mano, fermandola a mezz'aria e, infine, la tiravo indietro. Cretino, ci hai appena fatto l'amore e mo ti metti paura di toccarla? Ma si' tutto scemo?

Era sempre così con la dottoressa. Nonostante avessimo abbattuto un muro ingombrante, nutrivo comunque un timore reverenziale nei suoi confronti e mi chiesi se sarei riuscito a sciogliere del tutto quella sorta di imbarazzo.

A un certo punto, udì la sua voce rompere la quiete della stanza. "Calogiuri".

"Che c'è?".

"Perché mi stai fissando?". Si voltò, stendendosi di schiena e tappandosi bene col lenzuolo.

Se n'era accorta, era proprio vero che aveva occhi e orecchie ovunque. "No, niente. Ero sovrappensiero".

Mi lanciò un'occhiata furtiva e si spostò, titubante, verso di me. Si aggiustò il cuscino sotto la testa e mi minacciò: "Non ti azzardare ad abbracciarmi".

"Va bene", sussurrai, sorridendo. Era così vicina che potevo respirare il suo profumo a pieni polmoni. La dottoressa Tataranni stava dormendo appiccicata a me.

Quella notte, il mio sonno fu disturbato da un'inquietudine che non mi permise di riposare come si deve. Mi svegliai due volte e la osservai mentre dormiva. Una parte di me temeva che potesse abbandonare quel letto e lasciarmi lì da solo.

Finalmente, quando riaprì gli occhi per la terza volta, il sole era già alto nel cielo. Mi alzai e recuperai il telefono dalla giacca abbandonata sul pavimento accanto alla porta d'ingresso e guardai l'ora. Erano le sette. Mi rimisi a letto, Imma non c'era ma udivo lo scroscio dell'acqua della doccia, provenire dal bagno. Uscì qualche minuto dopo, il corpo esile e longilineo avvolto in un asciugamano e mi rivolse un sorriso. Impiegai un attimo a farmi mille film mentali e a spogliarla con la mente, ma non volevo sembrarle uno che pensa solo al sesso. Anche se, di fatto, stavo pensando proprio a quello!

Si sedette accanto a me e mi diede il buongiorno con un bacio a stampo. "Già stiamo al lavoro qua, eh Calogiù?", scherzò, puntando le pupille verso il rigonfiamento che spuntava attraverso i boxer.

Risi imbarazzato. "Lo sai com'è, al mattino noi uomini...".

Mi sfiorò il torace con i polpastrelli, tracciò meticolosamente i contorni degli addominali, un pizzico sul capezzolo e un risolino diabolico. Mi faceva impazzire con poco, perché era lei, era la donna che più avevo desiderato in vita mia e la sua sola vicinanza mi provocava un'eccitazione difficile da placare.

Infilò le dita nell'elastico degli slip e mi fece trasalire. D'istinto, le toccai un fianco e le palpai il sedere, sollevando l'asciugamano. Lei iniziò a massaggiarmi, avvolgendomi con una mano, poi con l'altra, su e giù lentamente, ma con destrezza. Chiusi le palpebre, perdendomi nell'estasi di quelle carezze e avvertì un movimento attorno a me. Quando le riaprì, lei mi stava fissando dal basso, mentre la sua lingua toccava la mia pelle. Il sogno erotico che mi perseguitava da anni e di cui lei era l'assoluta la protagonista, era appena diventato realtà. La dottoressa Tataranni in persona mi stava accogliendo tra le sue labbra e io avevo perso la facoltà di ragionamento. Ero immobilizzato dal piacere, ma riuscì comunque ad affondare una mano tra i suoi ricci e ad accarezzarle il viso, assecondando i movimenti della sua testa.

Venni quasi subito e un po' me ne vergognai, perché non ero durato niente, ma lei sembrò non badarci. Anzi, si mostrò soddisfatta e la sua mano continuò a massaggiarmi con dolcezza. Si sfiorò le labbra arrossate con la punta delle dita e io rimasi imbambolato dinanzi a quella scena di inconsapevole sensualità.

Mi baciò, succhiandomi e mordenomi il labbro inferiore, poi si stese su di me e si abbandonò al mio abbraccio.

Avrei voluto congelare quel momento e marcarlo a fuoco nella mente, sulla pelle. La strinsi forte, sperando che quel gesto mi aiutasse a tenerla con me per sempre. Ero sicuro di volermi svegliare accanto a lei fino alla fine dei miei giorni.

"Va' a prendere la colazione", ordinò. "Ho fame".

E io, naturalmente, obbedì senza fiatare, perché sebbene non mi piacesse ammetterlo, era vero che la dottoressa aveva l'abitudine di comandarmi bacchetta. Ma chi ero io per tirarmi indietro?

Tornai su in camera percorrendo le scale che davano sul balcone, con un vassoio colmo di caffè, frutta, succo e biscotti. Lei mi aspettava seduta al tavolino con il suo cappottino animalier sulle spalle, per ripararsi dall'aria fresca del mattino.

Posai il vassoio e mi chinai per baciarla, poi mi sedetti di fronte a lei e mi feci coraggio. Le dissi che da tempo desideravo svegliarmi insieme a lei. Dalla sua espressione beata, percepì che per lei era lo stesso. C'era qualcosa nei suoi occhi, una luce che non le avevo mai visto e sapere che la ragione di quella scintilla fossi io, mi donava un senso di felicità e di leggerezza che avrei voluto non mi abbandonassero mai.

Per sempre. Quelle due parole mi ronzavano in continuazione nella testa, la felicità si mischiò alla tristezza, perché pensavo che prima o poi sarebbe finito tutto e avremmo dovuto fingere di non aver passato una notte di fuoco in quell'agriturismo. Ci toccava tornare a essere la dottoressa Tataranni e il maresciallo Calogiuri.

Allungò una mano sul tavolo e intrecciò le dita con le mie. "Sto bene con te, Calogiuri", disse timidamente. Abbassò gli occhi, poi li posò di nuovo su di me.

"Pure io sto bene con voi, dottoressa".

"Che fai, mi dai del voi?", mi domandò con tono canzonatorio. "Dopo che mi hai visto nuda e che abbiamo dormito nello stesso letto?".

Che stupido. A causa dell'emozione, la testa mi giocava brutti scherzi. "Non abbiamo solo dormito", ci tenni a precisare.

"Appunto! Puoi darmi del tu, quando siamo soli". Mi fece l'occhiolino. "La prossima volta, la colazione ce la facciamo portare in camera, così rimaniamo a letto. Che dici?".

La prossima volta...

Tornammo il weekend successivo e pure quello dopo. Poi, smettemmo di andare all'agriturismo, perché la portai a casa mia e, finalmente, facemmo l'amore nel mio letto. La mattina le preparavo la colazione e il caffè con tre cucchiaini di zucchero, come piaceva a lei. Di notte, rimanevo a guardarla mentre dormiva, ascoltavo il suo respiro riempire la quiete della stanza. Non era un sogno, era la realtà, la nostra realtà.

E, guardarla mentre dorme, è quello che più mi piace fare ancora oggi, anche a distanza di anni. Osservo le sue ciglia scure e lunghe, la bocca semiaperta, le scapole bianche e lisce, sulle quali ora faccio scorrere un dito senza timore.

È il mio segreto e lei non lo sa.

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