Matrimonio a Beverly Hills

By aurasbooks

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Bianca si trasferisce con la madre a Beverly Hills convinta che il peggio sia adattarsi a una nuova vita e a... More

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𝑣𝑒𝑛𝑑𝑖𝑠𝑒𝑑𝑑𝑒

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By aurasbooks

se vi va, lasciate una stellina
mi farebbe tanto piacere :)

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Bianca
19 giugno.
Mancano sette giorni al ritorno di Noah e Claire e sembra quasi che le mansioni da portare a termine, invece di diminuire, si moltiplichino.

Ho la testa che scoppia. Un vortice di pensieri che non mi dà tregua: da una parte il matrimonio da organizzare e tutte le cose a cui devo pensare, dall'altra il casino sempre più grande che sto combinando con Ander. Perché, Bianca? Perché ieri lo hai baciato di nuovo? Che razza di idea brillante ti è sembrata, eh?

Sono una stupida, ma come cavolo si fa a stargli lontano? È come se tra noi ci fosse una specie di calamita, una forza invisibile che ci trascina l'uno verso l'altra anche quando cerchiamo di allontanarci.

Ho bisogno di parlarne con qualcuno e alleggerire almeno di un minimo questo peso che mi porto addosso da ore.
Visto che oggi ho deciso di passare al Fable & Fern a dare una mano e Nora è qui davanti a me a sistemare una pila di romanzi in equilibrio precario, decido di approfittarne e sfogarmi con lei.

Nora non è il tipo di persona che giudica le scelte altrui, né quello che corre a spifferare segreti in giro. È più un porto sicuro: discreta, affidabile, calma e sincera nel modo giusto.
Così tra uno scaffale e l'altro, mentre lei si arrampica su una scaletta per mettere in ordine i classici, io prendo un bel respiro e butto fuori tutto.

«Nora... posso parlarti di una cosa?Una cosa grossa.»

Lei scende lentamente dalla scaletta con un libro in mano e un sopracciglio alzato. «Okay, ora sono curiosa. Spara.»

Raccontare a qualcuno quello che è successo con Ander mi sembra quasi liberatorio. Una volta che inizio, non riesco più a fermarmi. Le dico tutto, letteralmente tutto, dall'inizio alla fine e senza perdermi neanche un dettaglio.

Parto dal giro in moto a Malibu, poi il fast food e anche il bacio sul muretto. Quel momento ancora mi fa bruciare le guance ogni volta che ci penso.

Non salto nulla, neanche i particolari che mi fanno vergognare. Le parlo persino del bacio di ieri, nel camerino della boutique, e di tutto il discorso che Ander mi ha fatto lì dento.

Mentre lo dico a voce alta, mi rendo conto di quanto sia diventata grande questa cosa. Non è più un episodio isolato o un semplice errore, è un filo che continua a tirarmi verso di lui, sempre più forte, e io non so proprio come fare a spezzarlo.

Una volta terminata la storia della mia vita, invito Nora a dirmi la sua opinione.
«Pensi che io sia una stupida?»
Questo è il massimo che riesco a chiederle.

Lei resta in silenzio per qualche secondo, senza togliermi mai lo sguardo di dosso, ma non mi fa sentire a disagio o sotto esame. È questo che amo di lei: la sua capacità di farmi sentire al sicuro, anche quando le sto consegnando i pezzi più complicati di me.

«Non è una situazione facile e non voglio farti credere che lo sia. Anzi, è normale che tu ti senta confusa e anche un po' scossa. Alla fine queste sono emozioni che non avevi mai provato per nessuno prima di ora. È la prima volta che ti succede e ti è capitato proprio con lui, che... beh, è la persona più sbagliata con cui poteva succedere.»

La sento dire "sbagliata" e mi viene un nodo in gola, ma Nora stringe subito le labbra in un sorriso gentile per rassicurarmi.
«Ma non penso assolutamente che tu sia stupida, nè sbagliata. Non sei niente di tutto questo. È normale sentirsi così ed è ancora più normale che tu non sappia bene cosa fare adesso.»

Abbasso lo sguardo un po' imbarazzata, ma lei lo prende come un segnale per continuare.

«Io penso che trattenersi, costringersi a non fare qualcosa che in realtà si desidera da morire... non ti porta da nessuna parte. Nella testa lo sai: sì, sarebbe la cosa giusta da fare. Ma intanto dentro di te, nel cuore, nel corpo, ovunque... soffriresti lo stesso, perché non è quello che vuoi davvero e lo sai. Sarebbe come punirti da sola.»

Nora sospira appena e mi prende una mano tra le sue, stringendola piano.
«Dall'altra parte, se invece segui quello che senti, lo so, rischi di fare un grande errore. Ma almeno... avresti un piccolo frammento di gioia, un momento di felicità. Non ti sto dicendo di buttarti a capofitto in qualcosa che può complicarti la vita ancora di più, non fraintendermi. Ti sto solo dicendo di prenderti del tempo per capire davvero cosa vuoi. Non cosa dovresti volere, ma cosa vuoi tu. E poi sta a te decidere se vale la pena o no correre questo guaio.»

Il suo sorriso si addolcisce ancora di più ed è impossibile non sentirsi capita in questo momento.
«Non avere paura di quello che provi, Bianca. Non ti rende cattiva, né stupida. Ti rende semplicemente... umana.»

«Grazie, Nora. Davvero, grazie.»

Non trovo altre parole. Le mie escono un po' spezzate, ma è perché mi tremano tutte dentro. Lei sorride come fa sempre e io non resisto, così mi sporgo e la abbraccio forte.
Lei ricambia subito, stringendomi piano, e mi sento già più leggera. Non è che adesso io abbia tutte le risposte, anzi, forse ne ho ancora meno di prima... ma almeno non mi sento più sola e un po' più capita.

Dopo qualche secondo ci sciogliamo dall'abbraccio. «Dai, torniamo al lavoro, che qui i libri non si sistemano da soli.»
Annuisco e la seguo tra gli scaffali.

Passo una mano sui dorsi dei romanzi e mi metto a riordinare con lei, spostando le copie doppie, riallineando quelle storte e mettendo a posto i segnalibri caduti.
Dopo un paio di minuti entra una cliente: una signora sulla quarantina con un vestito a fiori e gli occhiali da lettura già calati sul naso. Si avvicina a me e mi chiede se posso consigliarle un libro "leggero, ma non banale, qualcosa che faccia pensare senza appesantire troppo".

Sorrido subito perché queste richieste sono la parte che più preferisco del lavorare qui in libreria. Le parlo di un romanzo che ho letto l'anno scorso e che mi sembra perfetto per la richiesta che mi ha appena fatto. Lei mi ascolta con attenzione, annuisce, e alla fine accetta il mio consiglio con un sorriso soddisfatto. La guardo uscire con il libro stretto al petto e mi sento soddisfatta.

È strano, ma in mezzo a tutto questo caos che ho dentro, sistemare scaffali e parlare di libri mi riporta a terra.

Continuai a sistemare gli scaffali per tutto il pomeriggio, e proprio mentre spostavo un mucchio di romanzi sul ripiano più alto, sentii il tintinnio della porta. Non ci feci caso subito, troppo intenta ad allineare le copertine, ma poi la voce di Nora catturò ufficialmente la mia attenzione
«Ehi, Logan! Ciao!»

Logan?

Abbassai lentamente il libro che avevo in mano e mi voltai verso l'ingresso. In quel preciso istante vidi entrare un ragazzo che non avevo mai visto prima.

Capelli scuri, un castano quasi nero che si arricciava leggermente sopra la fronte e occhi altrettanto scuri. Era alto, molto alto, con spalle larghe e un fisico muscoloso che si notava anche attraverso la maglietta che indossava. I tatuaggi si arrampicavano lungo il braccio destro e ne spuntava uno anche sul collo, accennato appena dal colletto.

Non c'erano dubbi: questo Logan era davvero un gran bel ragazzo.

Rimasi lì a osservarlo per qualche secondo, un po' sorpresa dal modo in cui Nora lo salutava, fino a quando incuriosita decisi di avvicinarmi a loro.

Nora mi notò subito e mi fece cenno con la mano. «Bianca, vieni. Voglio presentarti Logan.»

A quanto pare sono l'unica a non conoscere questo Logan.

Si girò verso di lui con un sorriso. «Lavora qui da qualche giorno, ma tu non l'hai ancora incontrato perché non eri presente il giorno in cui è arrivato.»

Tutto spiegato.

«Ah...» annuii, finalmente capendo.

«Piacere,» disse lui tendendomi la mano.«Sono Logan.»

Strinsi la sua mano e accennai un sorriso. «Bianca.»

Lui ricambiò con un sorriso appena accennato delle labbra. Enigmatico è davvero la parola giusta per definirlo.

Ripresi posto nel mio reparto, piegata a sistemare una pila di romanzi fantasy che sembravano non voler stare mai in equilibrio. Dannazione.
Cercavo di concentrarmi solo su quello, ma la presenza di Logan aleggiava ancora nell'aria. Infatti non passò molto prima che lo vedessi comparire al mio fianco.

«Allora,» disse rompendo il silenzio. «da quanto tempo lavori qui?»

«Ehm...» strinsi un libro più del dovuto, cercando di non sembrare impacciata. «Da poco, in realtà. Mi sono trasferita qui recentemente.»

Sono a disagio e spero non si noti troppo.

Lui inarcò un sopracciglio, curioso. «E come mai?»

Perché gli importa saperlo?

«Beh... diciamo che mia madre ha deciso di sposare il suo compagno, quindi ci siamo trasferite da lui e adesso vivo con lui e il figlio, nonché il mio fratellastro...»

Un sorrisetto gli incurvò le labbra. «Mh, suona come una storia interessante. Forse anche divertente.»

Scrollai le spalle, trattenendo un sorriso imbarazzato. «Diciamo... intrigante.»

«Intrigante.» ripetè la parola come se gli piacesse il suono.

Parlammo ancora un po' di cose superflue e leggere, tipo del fatto che questi libri non volessero proprio stare al loro posto. Fortunatamente smisi di sentirmi in imbarazzo.

Logan mi raccontò di essersi trasferito in città per cambiare aria e per ricominciare da capo. Non entrò nei dettagli, ma il modo in cui lo disse rese tutto automaticamente più affascinante.

Io annuii, cercando di non sembrare troppo persa, ma la verità era che la sua presenza aveva un effetto strano su di me.
Era così alto che quando mi parlava mi sentivo più piccola del solito. I suoi tatuaggi catturavano il mio sguardo anche senza volerlo, e la sua voce aveva quel tono basso e sicuro che ti obbligava a dargli ascolto.
Sì, ero ancora un pochino a disagio.
Forse perché Logan era davvero di una bellezza travolgente e accorgermene così chiaramente mi faceva quasi sentire in difetto.

Ma contro ogni previsione, riuscii a reggere il confronto. Non scappai e non mi persi del tutto nelle sue parole. Risposi, replicai, a volte anche con un sorriso.
Dentro però ero consapevole che non era facile restare indifferenti davanti a un ragazzo come lui.

Il turno finì quasi senza che me ne accorgessi. Sistemai l'ultimo libro sullo scaffale, salutai Nora e mi avviai verso l'uscita, pronta a prendere la mia bici e tornare a casa. Ma proprio mentre allungavo la mano per il manubrio, mi sentii chiamare da dietro.
«Ehi»
Mi girai e trovai Logan.

«Ehi» risposi.

«Prendi sempre la bici per tornare a casa?» mi chiese, notando che avevo già una mano sul manubrio.

«Sì, è il mio mezzo ufficiale.» sorrisi.

«E dove abiti, se non sono indiscreto?»

Gli dissi il nome della via e lui sollevò le sopracciglia, sorpreso. «Sul serio? Io sto due strade più in là. Se ti va possiamo tornare a casa insieme.»

Non so perché, ma l'idea mi fece sorridere più del dovuto. Alla fine decisi di non salire subito sulla bici e di camminare insieme a lui, portandola accanto a me. Era strano quanto sembrasse naturale.

Durante il tragitto Logan iniziò a raccontarmi di sé. Amava i libri, proprio come me, e subito sentii un briciolo di affinità in più. Poi mi parlò dell'arte, di come passava ore a dipingere, e di quanto si sentisse libero solo con un pennello in mano. Io lo ascoltavo rapita, immaginandolo già davanti a una tela sporca di colori.

«E la musica? Ti piace?» gli chiesi a un certo punto.

«Indispensabile, mi accompagna sempre» rispose senza pensarci.

Poi raccontò del calcio, che seguiva e praticava, e della palestra, dove andava spesso per tenersi in forma. Ecco, quello non c'era neanche bisogno di dirlo: bastava guardarlo. I muscoli sotto la felpa parlavano da soli e mi ritrovai ad arrossire un po' per averlo notato per l'ennesima volta.
Non so che mi prende, di solito non noto queste cose nei ragazzi. Anzi, non li guardo proprio.

Ma più di ogni altra cosa mi colpì il suo sorriso. Continuava a comparire sulle sue labbra, quasi contagioso. Ogni volta che sorrideva mi accorgevo che lo stavo facendo anch'io, senza neanche rendermene conto.
Sembrava un ragazzo davvero interessante e con un mondo pieno di cose da raccontare. Per un attimo mi chiesi come fosse possibile che lo avessi incontrato solo ora.

Arrivammo davanti a casa mia e Logan si fermò un attimo, indicando con il mento la via più avanti.

«Io abito di là, due isolati più giù.» disse con tono semplice.

«Ah, quindi siamo davvero vicini.» sorrisi, fermandomi davanti al vialetto. «Grazie per avermi fatto compagnia. È stato... piacevole.»

«Il piacere è stato mio.»
Poi infilò la mano nella tasca dei jeans e tirò fuori il telefono. «Ti va di scambiarci i numeri? Così... se ti serve qualcosa o anche solo per fare due chiacchiere.»

Rimasi un attimo sorpresa, ma annuii subito. «Certo.»

Ci scambiammo i contatti in fretta e quando vidi comparire "Logan" tra i miei numeri mi scappò un piccolo sorriso.

«Perfetto.» disse, rimettendosi il telefono in tasca. «Allora ci sentiamo, a presto Bianca.»

«A presto.» risposi, prima di salutarlo con la mano e guardarlo allontanarsi verso la sua strada. Solo dopo averlo visto sparire dietro l'angolo mi decisi ad avviarmi verso l'ingresso di casa.

Arrivai davanti al cancello con la bici a fianco e la testa china mentre frugavo nel mazzo di chiavi.

«Ma perché ci sono sempre mille chiavi tutte uguali...» borbottai da sola, stringendo gli occhi per distinguere la giusta sotto la luce fioca del lampione.

«Chi è?»

La voce bassa e improvvisa di Ander mi fece letteralmente sobbalzare di un metro. «Ah!» mi uscì uno strillo strozzato mentre mi portavo la mano al petto. «Ma sei scemo?! Mi hai fatto prendere un infarto!»

Alzai lo sguardo e lo trovai lì, immobile, appoggiato al cancello con le braccia incrociate e un'aria indifferente che mi faceva innervosire ancora di più.
«Quindi?»
«Quindi cosa?»
«Chi è quel tipo?»
«È Logan.»

«E chi è "Logan"?» fece le virgolette con le dita.

Deglutii e provai a sembrare il più naturale possibile. «Un ragazzo che lavora con me al Fable & Fern.»

Lui mi fissò un secondo di troppo «Ah, un collega.»

«Esatto. Un collega.» ripetei, sottolineando la parola collega. Poi sbuffando mi voltai verso il cancello ancora chiuso. «Ora, per favore, potresti gentilmente farmi entrare in casa? O pensi di tenermi qui tutta la notte?»

Ander sollevò appena un angolo della bocca, ma poi si spostò di lato. «Prego, signorina.»

Spinsi il cancello e passai, cercando di ignorarlo, ma ovviamente lui non ebbe la minima intenzione di restare fuori. Lo sentii dietro di me, mentre i suoi passi mi seguivano fin dentro l'ingresso.

«Non ti hanno insegnato a rispettare la privacy?» dissi cercando di sembrare seria mentre appoggiavo la bici al muro.

«Privacy?» replicò con finto stupore, seguendomi fino in cucina. «Non so di cosa parli. Io vivo qui.»

Appoggiai la borsa sul tavolo e tirai fuori dal frigo un paio di ingredienti alla rinfusa. Pasta, verdure, qualcosa che potesse sembrare una cena senza troppo impegno. Stavo letteralmente morendo di fame.
Accesi il fornello, cercando di ignorare il fatto che dietro di me sentivo ancora la presenza di Ander perseguitarmi.

Quando mi voltai, eccolo lì: era appoggiato al bancone della cucina a braccia incrociate e con lo sguardo fisso su di me.

«Che vuoi?» chiesi alzando un sopracciglio mentre iniziavo a tagliare una zucchina.

Lui inclinò la testa di lato. «Stasera Madison fa una festa a casa sua. I suoi sono partiti questa mattina. Ci sarà mezzo quartiere.»

Mi fermai un attimo col coltello a mezz'aria. «Wow, forte.» dissi ironica.

Ander sorrise e si staccò dal bancone, facendo qualche passo verso di me. «Vieni con me.»

Alzai lo sguardo su di lui, incredula. «Io? A una festa con mezzo quartiere? Non mi sembra proprio il mio habitat naturale e sappiamo bene entrambi com'è andata a finire l'ultima festa in cui ho deciso di mettere piede.»

«Non voglio che resti qui da sola.» ribatté, serio, come se fosse una questione di vita o di morte. «Non è sicuro.»

Questa volta fui io a scuotere la testa, sbuffando. «Ander, non è sicuro nemmeno buttarmi in mezzo a gente ubriaca che non conosco. Ti pare?»

Lui si avvicinò ancora, accorciando la distanza fino a posarsi di nuovo al bancone, questa volta a pochi centimetri da me.
«Lì sarai al sicuro perché ci sono io, mentre qui no. E non sto tranquillo se so che sei qui sola.»

«Allora resta qui a casa con me.» lo provocai.

«Non funziona così, principessa.»

Rimasi con il mestolo in mano, a fissarlo. Lui sembrava davvero convinto di quello che stava dicendo, e questo, in qualche modo, mi spiazzava più di ogni altra cosa.

Alzai gli occhi al cielo, cercando di soffocare un sorriso che non volevo mostrargli.

«Non ci vengo.» risposi secca, buttando la pasta nell'acqua bollente.

«Sì.» ribatté lui.

«No.» ripetei, incrociando le braccia.

«Sì.» fece di nuovo.

«Ander, non sono una bambina. Posso tranquillamente restare a casa da sola.»

«Nah, sei troppo piccola per restare qui da sola e hai paura pure della tua ombra.»

Mi girai di scatto con il mestolo puntato contro di lui. «Piccola a chi?»

«A te, cretina» rispose, ridendo sotto i baffi. «Dai, non vorrai mica passare la serata a tagliare zucchine.»

«Preferisco le mie zucchine alla gente che vomita sui tappeti.»

«Non è vero.» scosse la testa, avvicinandosi di nuovo. «Preferisci la gente che ti fa divertire e ballare.»

«Non so ballare.» ribattei.

«Nemmeno io.» rise. «Potremmo fare una figura di merda insieme.»

Stava seriamente mettendo a dura prova la mia pazienza. «Ander, ho detto no. Fine della discussione.»

«Questa non è una discussione.» abbassò la voce. «È un invito.»

Lo fissai, sentendo il cuore che faceva quell'odioso salto che non riuscivo mai a controllare. Lui ovviamente lo notò subito e sorrise. Maledettamente sicuro di sé.

«Allora?» insistette.

Alzai gli occhi al cielo. «Sei insopportabile.»

«È un "sì, vengo?"» rispose.

Mi strappò una risata, accidenti a lui. Scossi la testa arrendendomi. «Va bene, verrò con te a questa stupidissima festa.»

Ander sorrise.
«Ottimo, fatti bella ma non troppo.»
«Altrimenti?»
«Altrimenti mi toccherà picchiare mezzo quartiere.» replicò con una calma spiazzante.

Poi come se nulla fosse immerse la punta del dito nell'acqua bollente della pasta e lo succhiò senza scomporsi minimamente. «Manca sale.»

Lo guardai indignata. «Ma sei normale?»

Lui mi spostò una ciocca che mi ricadeva sul viso, obbligandomi ad abbassare lo sguardo. «Inutile che abbassi lo sguardo, riesco a vedere lo stesso le tue guance arrossire.»

Lo odio.

Alla fine cenammo insieme, uno di fronte all'altra. Io giravo piano la forchetta nella pasta come se fosse l'attività più interessante del mondo, mentre lui mi osservava mangiando tranquillo.

Appena sparecchiata la tavola, ci dividemmo senza troppe chiacchiere ognuno nella propria stanza, pronti a prepararci per la mitica festa.

Chiusi la porta della mia stanza e mi appoggiai con la schiena contro lo specchio, lasciando andare un sospiro lungo e pesante. Davvero stavo per andare a quella festa? Io, che alle feste di solito ero quella che si nascondeva vicino al tavolo del buffet o che fingeva di rispondere a messaggi inesistenti sul telefono. Non avevo idea di cosa mi aspettasse, ma ormai, grazie ad Ander, ero dentro fino al collo.

Mi avvicinai allo specchio e osservai il mio viso: niente di paragonabile alle ragazze che sapevo avrei trovato lì dentro, perfette, truccate e sicure di sé.
Per la prima volta decisi di provarci.
Presi il mascara e lo passai piano sulle ciglia. Non fece miracoli, certo, ma almeno diede un po' di vita al mio sguardo stanco. Poi tirai fuori un rossetto rosso che non avevo mai avuto il coraggio di mettere. Me lo aveva regalato Eden l'anno scorso, dicendo testuali parole: scommetto che un giorno, quando meno te lo aspetti, lo indosserai e penserai e me. Ti guarderai allo specchio e dirai "cavolo, eden aveva ragione, mi sta proprio bene il rosso."

Lo passai sulle labbra e subito mi sentii... diversa. Non ero abituata a vedermi così, eppure non era così male.
Eden non mentiva.

Non è che mi piacesse particolarmente truccarmi, anzi, ma l'idea di arrivare a una festa piena di ragazze bellissime e scintillanti ed essere l'unica "strana" senza un filo di make up... no, quello non lo volevo. Forse non sarei mai stata come loro, ma almeno un pochino simile sì. credo.

Aprii l'armadio e rimasi qualche secondo a fissarlo, in cerca di un'illuminazione che non sarebbe mai e poi mai arrivata. Alla fine scelsi una canottiera bianca semplice, infilata dentro a una gonna nera corta. Niente di speciale, ma messo insieme non stava neanche troppo male. Ai piedi? Tacchi neri rubati senza troppi rimorsi dall'armadio di mamma. Tanto era a Parigi e non lo avrebbe mai scoperto.

L'ultima parte fu la più azzardata. Per la prima volta presi in mano il ferro arricciacapelli, sempre gentilmente offerto da mamma, e lasciai che le ciocche bionde cadessero in morbidi boccoli sulle spalle. Mi osservai nello specchio e quasi non mi riconobbi. Non ero la solita Bianca acqua e sapone, ero una versione nuova di me un po' più audace e adulta, se così si può dire.
Mi giravo e rigiravo su me stessa, fingendo sicurezza, ma la solita vocina dentro di me cominciò a tormentarmi: E se poi non bastasse? Se non fosse sufficiente a farmi sentire all'altezza agli occhi degli altri?

Scacciai via i pensieri che mi stavano riempiendo la testa e presi un bel respiro. Non aveva senso continuare a torturarmi davanti allo specchio, ormai ero pronta. Così afferrai la borsetta minuscola che avevo trovato in fondo a un cassetto e mi avviai giù per le scale.

Quando arrivai in salotto trovai Ander vestito di nero dalla testa ai piedi. Jeans neri, sneakers nere e quella maglietta aderente, altrettanto nera, che lasciava poco spazio all'immaginazione e faceva risaltare ogni linea dei suoi muscoli. I capelli erano ancora leggermente umidi, segno della doccia fresca, e il suo buonissimo profumo aveva ormai invaso tutto il salotto.
Compreso le mie narici.

Appena i suoi occhi si posarono su di me, Ander si portò una mano al petto con un'espressione drammatica. «Oddio...» sospirò mentre fingeva di barcollare.

Arrossii all'istante e abbassai lo sguardo ridendo nervosamente. «Smettila, idiota.»

«Giuro che mi stai facendo venire un infarto.» finse persino di appoggiarsi allo schienale del divano come se stesse davvero per cadere.

Scossi la testa, cercando di trattenere la risata, ma non ci riuscii. Era impossibile restare seria con lui che recitava quella parte. Mi stava però aiutando.

Ander si raddrizzò e infine mi si avvicinò per prendermi sotto braccio con naturalezza. «Andiamo»

Chiuse la porta alle nostre spalle e senza dire altro mi guidò fino al vialetto in cui si trovava la sua moto. Si chinò a prendere i due caschi e me ne sistemò uno sulla testa in modo premuroso.

«Tienilo stretto.» disse abbassandomi la visiera. Poi si infilò il suo e con un cenno della mano mi invitò a salire. «Dai, vieni.»

Appoggiai le mani alla sua spalla per non inciampare mentre mi facevo aiutare a salire. Una volta sistemata, lo guardai da sopra il casco e lui si voltò appena verso di me.

«Pronta?» era chiaro non stesse parlando della moto ma della festa e di tutto quello che mi aspettava.

«Credo.» mormorai, poco convinta.

Ander sbuffò e scosse la testa. «No, così non ci siamo. Rifacciamo.»

Prima che potessi chiedere spiegazioni, scese un attimo dalla moto, mi prese di nuovo la mano e, con una pazienza sorprendente per uno come lui, mi riaggiustò il casco come se fosse la prima volta. Poi mi fissò negli occhi, serio.

«Pronta?» ripeté.

Deglutii e annuii. «Sì.»

Un accenno di sorriso gli incurvò le labbra. «Ecco, molto meglio.»

Si sistemò di nuovo sul sellino davanti a me, ma non accese subito il motore. Rimase lì con il capo leggermente girato verso di me come se volesse assicurarsi al cento per cento che avessi recepito il messaggio.

«Tu ti vedi insicura e pensi che lo notino solo gli altri, ma la verità è che lo amplifichi tu stessa. Più ti nascondi, più ti notano. È un paradosso, ma funziona così. Se ti mostrerai insicura agli occhi degli altri, lo sarai per davvero. Sta a te decidere come vuoi che la gente ti veda. Se ti mostrerai sicura di te, gli altri ti tratteranno come tale. Ma se invece lascerai intravedere le tue paure, non ci penseranno due volte a usarle contro di te. Le persone predano le debolezze, ma tu non sei debole, Bianca. Tu hai solo paura di esserlo.»

Mi si strinse lo stomaco, ma non riuscivo a distogliere lo sguardo dai suoi occhi. Ogni parola mi arrivava addosso come uno specchio che non volevo guardare, ma che sapevo bene avesse ragione. Ander aveva spiegato a parole ciò che io mai sarei riuscita a spiegare, a parole.

Sorrisi piano e strinsi un po' la mano che mi teneva ancora tra le sue. «Grazie.»

Lui scrollò le spalle, come se non avesse detto nulla di importante, e tornò a sistemarsi davanti alla moto. «Non c'è di che, principessa. Ora però tieniti forte, non vorrei dover spiegare a Claire che ho perso sua figlia lungo la strada.»

Gli diedi un pugnetto sulla spalla e lui rise.

author's corner
ciao amici 🤍
voglio sapere la vostra personale opinione su logan :) che tipo vi sembra?

avete anche teorie per la festa?
vi leggo tutti ♡ a prestooo

bacini;
aura

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