- 1 anno prima -
Il vento era tagliente quella sera, come delle lame invisibili che gli tagliuzzavano il viso.
Hyunjin camminava lento, teneva le mani in tasca, la giacca era aperta nonostante il freddo. I suoi passi rimbombavano lungo il ponte, come se il mondo si fosse zittito per lasciargli spazio. Si fermò sovrappensiero e guardò l'acqua sottostante che scorreva nera, indifferente.
Non c'erano parole. Solo un silenzio assordante dentro di sé, che esplose tutto d'un tratto in un gesto secco.
Colpì con forza la ringhiera di ferro, spaccandosi appena le nocche della mano destra. Il dolore salì fino al gomito ma non bastava per sovrastare la rabbia, quella era immensa e senza limite. Un respiro tremante gli uscì dalle labbra mentre andò a frugare disperatamente nella tasca del giubbotto, aveva bisogno di qualche appiglio che lo distraesse e finalmente trovò ciò che cercava. Prese il pacchetto di sigarette, che non si faceva mai mancare, e tirò fuori una sigaretta, la accese e inspirò a fondo.
Lo faceva ogni volta che si sentiva sconvolto, quando la mente viaggiava troppo e l'unico modo era farsi del male, lentamente, in modo silenzioso. Non gli importava di nulla, in quel frangente, ogni cosa aveva perso senso.
«Ti ho dato tutto... e che cos'hai fatto? Mi hai mentito, tradito, riso di me alle mie spalle..» sbuffò una risata mischiata a del fumo grigio e denso, con lo sguardo rivolto sull'anello di fidanzamento che portava ancora al dito. «Mi guardavi negli occhi mentre te la facevi con qualcun altro, e io, come un cretino... pensavo sarebbe bastato restare per riparare tutto..» si bloccò sentendo un groppo pesante in gola mentre pronunciava a vuoto quelle parole. «Che amarti sarebbe bastato per far andare tutto bene.. ma l'amore non basta e io sono un coglione.» concluse digrignando i denti per trattenere le emozioni.
La voce era roca, piena di risentimento. Parlava come se davanti a sé ci fosse ancora lei. La persona che più lo aveva deluso dopo i suoi genitori. Gli faceva ancora più male il pensiero di aver sperato in un "per sempre" proprio con colei che doveva proteggerlo, assicurarsi di stargli accanto nei momenti difficili e di farlo sentire amato. Si dava la colpa, per tutto. Per essere stato così cieco davanti all'evidenza, perché l'amore che provava nei suoi confronti era stato come un altissimo muro, dietro il quale non poteva vedere i suoi imbroglioni. Ogni bugia accumulata era stata scoperta e fu proprio questo a creare delle crepe irreversibili nel loro rapporto. Un rapporto che Hyunjin sperava con tutto sé stesso di preservare, curare e rimarginare.. ma come poteva?
Gli veniva la nausea al solo pensiero di Jimin. Era come se nella propria testa ci fosse solamente l'immagine di lei a letto con un altro e stavolta, non sarebbe bastato far finta di niente come le altre volte, era troppo grave. Capì proprio in quell'attimo quanto l'odio potesse essere più forte dell'amore.
Senza alcun rimpianto, si tolse l'anello e lo gettò via, il più lontano possibile nelle acque scure del fiume.
Ormai era finita.
Si passò una mano fra i capelli, in procinto di fare retromarcia e tornare a casa, il telefono però non gli diede tregua. Vibrò nella tasca della giacca e tra le dita del corvino che andarono ad afferrarlo. Il nome di Jimin illuminò lo schermo e per un attimo l'idea di frantumare il telefono al suolo gli parve l'unica opzione per liberarsi di lei. Strinse i bordi con le dita, facendoli diventare biancastri, poi fece un gran sospiro, nel tentativo di non dare in escandescenze.
Ci pensò qualche secondo, se rispondere o meno, poi lo fece, senza dire nulla.
«Hyunjin..» lo chiamò con una voce dolce, un po' forzata. «Ti prego, possiamo solo... parlare?» chiese sembrando sofferente e bisognosa, al contrario di quello che in realtà era. Sapeva fingere bene, le bastava davvero poco per farsi credere da chiunque. In fondo, nessuno dubiterebbe mai di una bella ragazza dall'aria innocente.
Il diretto interessato rimase in silenzio, con lo sguardo fisso nel vuoto, dando l'occasione a lei di continuare, stavolta in modo più deciso.
«Adesso sei arrabbiato, lo capisco, ma non puoi buttare via tutto. So per certo che dentro ti importa ancora di me, quindi è inutile allontanarmi se non è ciò che vuoi. È solo rabbia, passerà. Tutto passa, serve solo tempo. Ci invidiano tutti, conterà qualcosa, no?» lo interrogò, mascherando un tono decisamente annoiato.
Hyunjin deglutì a fatica. Sentì gli occhi improvvisamente lucidi, poi parlò, a voce bassa per non farla tremare, ma comunque carica di tensione.
«Ti importa solamente di apparire, non ti fai schifo?» disse con disprezzo. «Giochi con i sentimenti delle persone e.. mi hai preso per il culo, fin dall'inizio. Non ti è mai importato di me ma solo dei vantaggi che potevi ricevere.»
Ripensò a tutte le cose che avevano fatto assieme nell'arco del tempo, tutti i soldi spesi per ogni suo capriccio, la accontentava sempre pur di renderla felice e questo era stato il ringraziamento. Tradirlo per mesi con altre persone per noia, solamente perché lei voleva sentire il brivido. Quel brivido che l'amore, dopo i primi mesi, non ti dà più perché diventa prevedibile.
Lei rise piano nel sentire le sue parole, provò quasi compassione. «Ma no sciocchino, altrimenti perché perderei il mio tempo a telefonarti? Sai già quante persone mi vengono dietro, come insinui da sempre, ma tu sei il mio preferito. Lo sei sempre stato.» continuò sorridendo dall'altra parte del telefono. «Se davvero mi odiassi, non risponderesti nemmeno alle mie telefonate. Ho ragione amore?» domandò.
Sapeva come controllarlo, agiva di astuzia e furbizia. Era convinta di poterselo riprendere quando voleva, come voleva e se voleva. L'ostilità che mostrava Hyunjin non la spaventava. Conosceva ogni sua debolezza e avrebbe sfruttato ogni cosa a suo favore pur di riprenderselo. Non accettava di essere allontanata da lui, solo lei poteva decidere una cosa del genere. Per Jimin essere rifiutata equivaleva alla sconfitta. Non lo amava più, quella era l'unica verità che forse ammetteva persino a sé stessa, ma voleva avere lei il potere di lasciarlo, l'ego le sovrastata la ragione.
Non aveva senso riprenderselo se quel sentimento era sfumato via, eppure ogni volta che Hyunjin ricadeva nei suoi tranelli era una piccola vittoria che si metteva in tasca e la faceva sentire importante.
«No, Jimin. Basta, non c'è più nessun noi. Voglio dimenticarti. Sparisci dalla mia vita! Non mi importa più di te!» urlò con tutto il fiato che possedeva. Sì aggrappò alla ringhiera, sentendo le forze venire a mancare. Stare male psicologicamente gli toglieva ogni energia corporea, era esausto. L'amore non se lo immaginava così e promise a sé stesso di non innamorarsi mai più di qualcuno.
«Quanto sei drammatico. Ne parliamo di persona, dove sei?» chiese guardandosi intorno, scorgendo i passanti in lontananza per vedere dove fosse. Ormai conosceva i suoi posti preferiti, sicuramente lo avrebbe trovato lì, doveva solo cercare bene.
«Per fare cosa? Scopare e fare finta che tutto vada bene? Ti sei fatta un altro, di nuovo, lo capisci sì o no? Visto che tu riesci a cancellare tutto per del misero sesso, allora cancella anche me dalla tua vita. Non riesci a tenerti i vestiti addosso figuriamoci un fidanzato.» urlò sentendo la rabbia divorarlo dall'interno, come se tutto il rancore accumulato stesse per falciargli lo stomaco.
Jimin tacque un momento, poi affondò ancora di più il dito nella piaga.
«Ti stai raccontando bugie, Hyunjin. Non eri così freddo con me stamattina, ricordi? Eri tu quello che mi guardava come se fossi tutto il suo mondo. E ora... ora vuoi farmi credere che è sparito tutto solo perché l'hai scoperto? Può capitare, probabilmente è vero che io abbia sbagliato, questo non significa che io non ti ami. Abbiamo punti di vista differenti, tu ci fai più caso, io faccio ciò che mi dice l'istinto..non ho fatto nulla di sbagliato, altrimenti mi sentirei in colpa e invece sto molto bene. Tu non vuoi che io sia felice?»
Rimase in silenzio dopo quelle parole, facevano più male di una coltellata e non aveva la forza di risponderle, nemmeno di farle sentire quanto tremasse la propria voce. Soffocava un pianto di rabbia, perché si sapeva che, la rabbia una volta calmata, si sarebbe trasformata in tristezza.
«Ora non parliamone più, sono sciocchezze queste.» ridacchiò lei in modo infantile per alleggerire la situazione. «So che non sei andato tanto lontano.. dai dove sei? Ti raggiungo così torniamo a casa insieme. Sai, stasera sono sola, rimani a scaldarmi?» chiese con un tono appositamente malizioso.
Hyunjin si irrigidì immediatamente, non voleva essere trovato e Jimin lo stava cercando. Sapeva dove digerigersi e in quali posti, quindi se non se ne sarebbe andato al più presto lo avrebbe raggiunto. Strinse il telefono tra le mani, sbuffando un sospiro veloce mentre si guardava intorno stranito.
«Vai a farti fottere, Jimin» sussurrò chiudendo definitivamente la chiamata. Spense il telefono mentre si accasciava, con la schiena rivolta contro la ringhiera, nel tentativo di calmare il tremore dalla rabbia prima di andarsene.
Rimase fermo, con lo sguardo perso nel vuoto. Il fumo della sigaretta si alzava lento, confondendosi con la nebbia che saliva dal fiume. Tirò un altro tiro, inspirando a fondo, poi, con voce spezzata, delle parole lasciarono le sue labbra secche: «Dimenticala. Dimenticati tutto. Dimentica ogni maledetta cosa.» si mise le mani tra i capelli, tirandoli appena.
Il silenzio durò un istante, poi una voce dietro di lui, sottile ma chiara, lo fece trasalire.
«Attento a ciò che desideri.»
Hyunjin si voltò di scatto, prendendo paura. Un misto di imbarazzo e vergogna si impossessò di lui quando lo sguardo si posò sulla figura davanti a sé. Un'anziana donna, era lì che lo fissava. Era vestita con uno scialle consunto poggiato sulle spalle e portava un mazzo di fiori bianchi posati dentro un cesto che stringeva fra le mani. I suoi occhi erano due pozzi profondi, pieni di qualcosa che non riuscì a definire. Dall'aria sembrava provenire da un'altra epoca.
«Che...?» chiese confuso, poi scosse la testa, come se non gli importasse davvero di indagare oltre. «Non ho chiesto consigli.» continuò ruvido. «Non la conosco nemmeno, quindi mi lasci solo.» si rialzò da terra e si allontanò, o almeno cercò di farlo, poiché l'anziana parlò ancora, non si scompose dinanzi la sua maleducazione.
«A volte i consigli arrivano anche se non li cerchi.» lo ammonì, facendo qualche passo per raggiungerlo, poi stette accanto a lui, guardando lontano, in direzione della città.
Il corvino le guardò il profilo, osservano le sue rughe contornargli il viso. Sospirò, distogliendo lo sguardo e buttò la sigaretta. «E cosa vorrebbe consigliarmi di fare se non conosce nemmeno il contesto?» chiese poi, più per sfida che per curiosità. «Boh.. è assurdo davvero.» stanco, decise di allontanarsi di nuovo, stavolta a passo più veloce in modo da seminarla. Imprecò per tutto il tragitto sul ponte, borbottando incessantemente.
Ma quando alzò lo sguardo, si bloccò di colpo.
Davanti a lui, alla fine delle strada, c'era di nuovo lei. Immobile, in piedi come se fosse sempre stata lì. Lo fissava con gli stessi occhi profondi, troppo calmi per essere casuali. Il vento le agitava appena lo scialle.
Hyunjin sgranò gli occhi, rallentando il passo. Si guardò dietro, poi ai lati, cercando una spiegazione logica, ma non ce n'erano. La mente si rifiutava di accettare quello che stavano vedendo gli occhi.
«Ma che cazzo...?» mormorò. La sua voce era incrinata, incredula. Fece un passo indietro. «Chi sei?» domandò, stavolta con tono duro, come a volersi proteggere. «Come ha fatto ad arrivare qui prima di me?» continuò.
La donna non rispose alle sue parole, bensì le ignorò. Guardava il cielo pensierosa, poi tornò a fissarlo con uno sguardo che non vacillava.
«Il dolore che porti dentro... lo riconosco. E non perché ti conosco, ma perché un tempo era anche mio.»
Strinse le labbra, era turbato e anche perplesso.
«Se è un altro discorso da vecchia pazza che vuole farmi comprare i suoi fiori allora può anche andarsene.» sputò fuori, quasi con cattiveria.
Lei fece un passo verso di lui, scuotendo il capo lentamente. «Non sono qui per questo.» lo rassicurò.
«Vuoi dimenticare tutto, non è così? Anche se questo ti costasse l'unica cosa che ti rende umano.»
Il corvino sentì un brivido lungo tutta la schiena. Non avrebbe mai immaginato che quella serata si sarebbe stravolta in quel modo. Prima Jimin, ora l'anziana. Si chiedeva cos'altro sarebbe successo dopo, arrivato a quel punto tutto era possibile.
«Senta, io non voglio niente da lei. Volevo solo... un momento di pace e di silenzio. Tutto qui.» ammise, lasciando che le labbra sbuffassero un altro sospiro.
La donna sorrise. Ma non era un sorriso rassicurante. Era triste. Inevitabile.
«La pace non si trova nel silenzio. Si trova dopo il dolore, solo quando si ha il coraggio di attraversarlo.» Fece una pausa, il vento le muoveva i capelli grigi come fili d'argento. «Ti va di sentire una storia?» chiese in modo dolce, appoggiando la mano sul suo braccio, come ad invitarlo a sedersi sulla panchina poco distante da loro.
Il più alto non riuscì a dire di no, così fece come richiesto. Dentro sentiva ancora un senso di inadeguatezza per aver risposto male ad una donna anziana, quindi si affrettò a scusarsi, abbassando anche il capo. «Mi scusi per prima. Ora la ascolto.»
Lei apprezzò, lasciando che un sorrisino le alleggerì l'espressione.
«Da ragazza avevo un marito dispettoso. Faceva il militare e amava raccontare storie inventate sul momento. Mi chiese di sposarlo quando ero ancora molto piccola, eppure qualche anno dopo ci sposammo davvero. Avevo appena vent'anni, lui era sei anni più grande di me, ma andavamo d'amore e d'accordo. Era raro ai miei tempi avere accanto un marito rispettoso e buono.» ammise guardando un punto indefinito davanti a sé, sovrastata dai ricordi. «Però, dopo essersi arruolato, non avrei mai immaginato che la vita mi avrebbe portato via la mia unica certezza. Era solito spedirmi regolamente una lettera a settimana ed io mi sentivo fortunata nel riceverla. In allegato c'erano sempre dei fiori appassiti, bianchi e profumati.. i miei preferiti.. si sentiva attraverso l'odore della carta.» disse con un sorrise nostalgico. «Lo amo tutt'ora, anche se sono passati più di sessant'anni e lui non è qui con me. L'ultima lettera che leggerò, spero possa darmela lui, quando la mia anima incontrerà di nuovo la sua. Ho sempre saputo che eravamo destinati, anche se a volte il destino non gira sempre nella direzione giusta.» gli prese la mano, Hyunjin stava quasi per ritirarla per quanto la percepisse fredda ma come poteva dopo aver guardato i suoi occhi tristi?
«Per questo ti dico che.. hai il cuore troppo pieno per voler dimenticare.»
In risposta si voltò di nuovo verso il fiume, assottigliando lo sguardo in lontananza. «Forse, proprio perché è troppo pieno che voglio svuotarlo.» disse annegando lo sguardo sul panorama dinanzi a sé. «Perché mi ha raccontato di lui? Mmh..Non deve essere facile vivere la vecchiaia senza nessuno vicino.» se ne uscì senza pensarci, infatti si pentì quasi subito.
Con un tono che sembrava accarezzarlo e trafiggerlo allo stesso tempo l'anziana gli sorrise debolmente. «Hai ragione, la sua morte mi devastò, eppure non desidererei mai di dimenticare quello che c'è stato, nella buona e nella cattiva sorte. Ecco perché te ne ho parlato. Dopo la sua scomparsa ci sono stati solo momenti bui. Non capivo perché il suo ricordo mi facesse così male e bene allo stesso tempo. Non si trovava con me ma al solo pensiero mi sentivo meno sola. A volte la cura è invisibile solo quando non si accetta di vederla davvero.» L'anziana gli lasciò la mano e lo guardò, sembrava quasi più viva rispetto a prima.
Hyunjin rise amaramente, scuotendo la testa. «La cura?..No, si sbaglia, la cura non esiste. L'amore non è mai stata una cura. È un inganno.. E io voglio solo dimenticare. Mi dispiace per lei e suo marito ma ora credo di dover andare.» disse superandola, accelerando il passo per seminarla, non avendo alcuna intenzione di continuare quel discorso pesante. Aveva già tanto a cui pensare.
Jimin invece non aveva smesso di cercarlo, anzi, si era nascosta nella penombra, appena oltre l'ingresso del ponte. Lo aveva seguito senza farsi vedere, come un fantasma. Le bruciava ancora il tono delle sue parole e la verità che lui aveva scoperto. Non solo si era permesso di trattarla così, le aveva anche detto di farsi fottere e si sarebbe vendicata per questo.
Da lontano aveva visto tutto, senza capire cosa si stessero dicendo lui e la donna, e la cosa le dava a nervi. Le sue pupille si ridussero in due spilli, proprio come un serpente. Aguzzò la vista e vide il corvino allontanarsi, camminando con quell'aria distrutta e pericolosamente vuota, che la fece sorridere ma anche imbestialire.
Hyunjin non doveva assolutamente avere altre gatte da pelare, doveva pensare solo a lei, così si precipitò sul ponte come una furia.
«Hey vecchiaccia.» esclamò, con un tono che sembrava graffiare l'aria.
La donna si voltò lentamente, serena, quasi aspettasse quel momento.
«Lo sapevo che non eri normale. Mio padre me lo aveva detto. Sei una strega, una pazza da manicomio.» avanzò ancora di qualche passo, invadente e velenosa, come solo lei poteva sembrare.
«Vendi le tue magie e le tue stronzate ai poveracci che ci cascano. Spero non ti abbia dato nemmeno un centesimo per quegli orribili fiori.»
L'anziana non rispose. Si limitò a guardarla con uno sguardo antico e calmo. Troppo calmo per lei che era abituata a delle reazioni.
Quel silenzio bruciava più delle parole, così Jimin le si avvicinò ancora, fin quasi a sfiorarla con il petto, e le sputò ai piedi, con disprezzo.
«Cosa volevi da lui? Eh? Spillargli qualche spiccio?» insinuò. « Già è... fragile. Come uno di quei cretini che piangono per amore, figuriamoci se non gli fanno pena le vecchie bacucche per strada che chiedono l'elemosina.» strappò il cesto dalle mani della donna e lo buttò a terra, calciandolo via e calpestando ogni singolo fiore che giaceva sul cemento, fino a ridurlo a brandelli.
Fu allora che una voce dietro alle loro spalle si fece avanti, una voce carica di indignazione e rabbia.
«Basta!» esclamò raggiungendo le due, parandosi difronte all'anziana per proteggerla.
Lo guardò con un'occhiataccia omicida, riconoscendo immediatamente chi fosse. Il suo volto era arrossato, gli occhi erano lucidi, proprio come una persona che aveva appena pianto. Portava ancora la divisa scolastica, con una giacca sulle spalle e le mani serrate in pugni tremanti. «Yongbok» sibillò a denti stretti nel vederlo piazzarsi in modo coraggioso tra lei e l'anziana, come un muro.
«Se la tocchi ancora ti giuro che-» provò a dire ma fu interrotto proprio da colei che sputava veleno ogni volta che apriva bocca.
«Che fai? Ti metti a piangere implorando aiuto?» chiese Jimin, deridendolo con una risata forzata.
«Non sei capace di difendere te stesso e ti metti in mezzo? Vuoi proprio morire?» lo interrogò facendo trapelare una punta di fastidio nel tono.
Il moro non demorse. Guardò dritto negli occhi la corvina e con la voce rotta ma ferma, parlò.
«Sparisci Shin Jimin.» sibillò a denti stretti, provando una sensazione negativa nel guardarla.
Era proprio una persona maligna e si sentiva a pelle.
Distolse lo sguardo, non potendone più di quella situazione e si voltò verso l'anziana, con delicatezza. Le raccolse subito il cesto e qualche fiore rimasto anche se erano tutti completamente rovinati.
«Mi dispiace tanto per i suoi bellissimi fiori.. più avanti c'è un negozio, potremmo comprarne altri, mh?» provò a dirle, voltandosi poi verso Jimin. «Devi chiederle scusa e ricomprarle i fiori.» aggiunse facendo un passo avanti finché non si sentì prendere il braccio.
La corvina lo portò dietro alla sua schiena, con una forza tale da portarglielo spezzare in due se solo avesse voluto. Nessun urlo di dolore uscì dalle labbra del moro ma delle lamentele soffocate fecero preoccupare l'anziana.
«Da quando ti senti così importante da darmi ordini? Quello che ti ho fatto oggi non ti è bastato?» chiese leccandosi le labbra curvate in un sorriso. «Sì, tu vuoi proprio morire.» lo strattonò in avanti, facendolo cadere in ginocchio, proprio dinanzi la donna. «Un miserabile e una strega ambulante. Quasi quasi vi faccio una foto.» disse prendendo il telefono in mano, scattando subito una foto ricordo ai due. Dopodiché scoppiò a ridere, posando le mani sulle ginocchia per quanto li trovasse divertenti.
La donna posò una mano sulla spalla del moro per rassicurarlo e subito si voltò. Si rialzò in piedi un po' abbattuto anche se lo camuffò abbastanza bene. «Andiamo via, tanto lei è sempre così..» provò a dire sospirando. Non si sentiva sconfitto ma inutile, impotente. Voleva essere d'aiuto e invece non aveva il coraggio di fare nulla difronte a tanta cattiveria.
«Lo so. Il dolore ha molte forme. E chi lo ignora... ne diventa schiavo.» se ne uscì la donna, riportandolo alla realtà. Gli fece aggrottare le sopracciglia, confuso nel sentire quelle parole.
Jimin stava soffrendo? Ma se era lei stessa che recava caos e distruzione al prossimo..? Non aveva senso.
La diretta interessata smise di ridere non appena udì quella frase, rimase immobile, con i capelli corvini della frangia che le solleticavano i contorni del viso. Per la prima volta, qualcosa nei suoi occhi tremò ma lo nascose con una risata finta, molto forzata, come se non avesse voglia di cedere.
«Ma che cosa sta dicendo? Provi a ripeterlo se ne ha il coraggio, vecchia rimbambita.» la provocò urlando con tutto il fiato che possedeva. «Forza??»
Quelle parole le avevano trafitto il petto come delle spine appuntite, lacerando l'immagine che aveva cucito su di sé per non crollare.
Si sentiva vista, scoperta, come se quella vecchia e quel ragazzo fossero entrati dove nessuno doveva arrivare. Il cuore iniziò a batterle più forte, ma non era dolore: era rabbia.
Una rabbia pura, profonda ed incontrollabile.
«Non parlate come se sapeste qualcosa!» gridò con voce tremante e isterica. Con un gesto nervoso si sciolse i capelli, tirando via l'uncinetto che li teneva raccolti: sottile, metallico, con la punta acuminata.
Lo strinse tra le dita come un'arma.
«Voi non sapete niente di me! Niente!»
Hyunjin, che fino in quel momento si era andato a comprare un altro pacchetto di sigarette, in lontananza udì una voce familiare, qualcosa che attirò il suo sguardo.
Due figure si agitavano dall'altro capo del ponte, immerse nella nebbia e nella luce fioca dei lampioni. I movimenti erano concitati, disordinati. Sembravano discutere animatamente, forse spingersi.
Socchiuse gli occhi, distinguendo vagamente i contorni, forse fin troppo familiari.
Inarcò un sopracciglio e un'espressione di fastidio gli attraversò il volto.
«Che cazzo ci fanno qui quei due?» mormorò tra sé e sé. Non riusciva a sentirli, né a capire cosa stesse succedendo davvero.
Per un attimo restò immobile, incerto se avvicinarsi o meno ma tanto conosceva i due, litigavano sempre per lui.
Così scosse la testa e sbuffò.
«Problemi loro.»
Si voltò dall'altra parte, infastidito, stanco, pronto per tornarsene finalmente a casa.
«Non ho tempo né voglia di farmi coinvolgere in un'altra sceneggiata per colpa loro...» borbottò.
«Sempre a fare casino, e alla fine la colpa è sempre la mia. Che si scannino pure.»
concluse mettendo le mani in tasca, con le spalle leggermente curve e un'altra sigaretta appena accesa fra le labbra.
Hyunjin si incamminò verso la sua destinazione, inghiottito dalla notte.
Non si voltò neanche una volta, non sapendo che quello, un giorno, sarebbe stato un errore.
- Il giorno dopo -
Il cortile era pieno di studenti, la pausa pranzo concedeva a tutti di rilassarsi e godersi un pasto. Nell'aria c'erano risate, chiacchiere ed il rumore metallico delle lattine che si aprivano.
Sembrava un giorno qualunque. Almeno, per gli altri.
Hyunjin se ne stava in piedi, vicino al muro dell'ingresso principale, con la schiena appoggiata contro esso e lo sguardo fisso su un punto indefinito davanti a sé. Le cuffie penzolavano dal collo, spente. Era lì, ma sembrava altrove. Non aveva dormito. Non aveva mangiato. Aveva solo pensato e pensato. Poi smesso anche di farlo una volta raggiunto il limite.
Fu allora che lei arrivò.
Con passo sicuro, l'uniforme stirata alla perfezione e i capelli sciolti che ondeggiavano ad ogni passo, si fece avanti. Jimin attraversò il cortile come se stesse sfilando, come se tutti fossero lì solo per guardarla. E lo erano.
Si fermò a pochi passi da lui, con l'attenzione di tutti puntata addosso.
«Hyunjin.» disse piano, ma con un tono che bastava a far zittire chi era vicino per ascoltare.
Lui sollevò lo sguardo. Era vuoto. Non aveva più la forza di reagire.
Lei si schiarì la voce, poi fece un passo avanti, con un'espressione triste, ma studiata. Portò una mano al petto e disse con voce spezzata:
«Non ce la faccio più... ho provato a salvare questa relazione con tutta me stessa ma.. mi hai allontanata, giorno dopo giorno. Mi hai tradito sapendo quanto ti amassi e hai giocato con i miei sentimenti.» le sue parole fecero alzare mille mormorii e lo sguardo di Hyunjin si paralizzò immediatamente, assieme a tutto il corpo. «Se non riesci a tenerti i vestiti addosso come puoi pretendere di avere una fidanzata?..Io non posso continuare a sentirmi invisibile accanto a te mentre tu vai da altre solo per puro divertimento.. non ti fai schifo?»
Le prime teste si voltarono, le chiacchiere iniziarono a farsi sempre più rumorose.
«Visto che tu riesci a fare finta di niente, allora sai che ti dico, Hwang Hyunjin?» un sorriso velato e soddisfatto si dipinse sul suo viso, una sensazione appagante si propagò dentro al suo ego. «È finita.» dichiarò, con voce più forte. Una lacrima finta luccicò nell'occhio, sforzandosi di sbattere più velocemente le palpebre per farla scivolare sul viso. Poi si avvicinò ancora, sussurrandogli con voce velenosa solo per lui:
«Pensavi che bastasse un "vai a farti fottere" per liberarti di me? No, amore mio. Ti ho lasciato io. Ricordalo bene.»
Fece un passo indietro e si voltò con un sospiro teatrale. Iniziò a piangere scappando via con le sue amiche che prontamente la seguirono per consolarla, eccetto una.
Hyunjin non disse nulla. Teneva le mani in tasca, con le dita che tremavano. Il mondo intorno a lui sembrava essersi volatilizzato, come se tutto si fosse spento.
Restò lì, paralizzato, con lo sguardo fisso nel vuoto. Non perché non volesse reagire, ma perché quelle parole... erano le sue. Quelle stesse parole che le aveva urlato la sera prima, con tutta la rabbia che aveva in corpo, ora le uscivano dalla bocca di Jimin come un copione già letto, come se lei lo avesse previsto, strappato e riscritto a suo favore.
E quello... lo devastò.
Aveva perso il controllo della sua stessa verità. Lei gliel'aveva rubata, distorta, messa in scena davanti a tutti.
E la cosa peggiore? Che ci era riuscita.
Un'ondata di nausea gli salì dallo stomaco al petto. Sentì un nodo alla gola e per un attimo, non fu più sicuro di chi fosse davvero.
Quell'umiliazione silenziosa, quell'ultima pugnalata... aveva ucciso anche l'orgoglio che gli restava.
Fece per voltarsi, tornarsene dentro e sparire nei corridoi quando una voce, stavolta più bassa, più umana, lo fermò.
«Hyunjin...» lo chiamò la ragazza dinanzi a lui. Era Soojin. Era rimasta allibita anche lei. Ora se ne stava immobile dinanzi a lui. Conosceva bene il corvino, si poteva dire che erano amici. Non si aspettava tale crudeltà dalla sua migliore amica, l'aveva spiazzata, così come il resto degli studenti che man mano si stavano allontanando straniti.
Non aveva seguito il teatrino delle altre. Si era distaccata da loro, rimanendo schifata e delusa. Ora guardava Hyunjin con un'espressione sincera, quasi ferita al posto suo. «Non ci sono parole, mi dispiace tanto, davvero. So che non è giusto...» disse piano, senza voler forzare niente.
Fece un passo appena verso di lui, come se volesse restare vicina ma senza invadere completamente il suo spazio.
«Tu non meriti tutto questo schifo.»
In risposta la guardò, solo per un istante, Soojin non lo aveva mai visto così. Il più alto non parlò, si limitò ad annuire lentamente.
Quel gesto le bastò per posare la mano sulla sua spalla e lasciarlo ai suoi pensieri, fece un mezzo sorriso triste, abbassò lo sguardo e si voltò, lasciandolo di nuovo solo. Ma almeno, non completamente ignorato.
- la sera stessa -
La sera cadde lenta e gelida.
Hyunjin camminava da solo, con la testa bassa, il viso pallido, senza più la forza di sentire nulla.
I rumori della città gli rimbalzavano addosso, ogni cosa era diventata invisibile e silenziosa. Non aveva detto niente a nessuno. Nemmeno ai suoi amici più stretti, si vergognava troppo.
Senza nemmeno accorgersene si ritrovò lì, di nuovo, al ponte. In lontananza scorse nuovamente l'anziana, era seduta sulla stessa panchina, come se non si fosse mai mossa. Lei lo guardò con uno sguardo già consapevole, come se sapesse esattamente perché fosse nuovamente lì.
Dalle labbra del corvino uscì un lungo ed interminabile sospiro mentre si avvicinava a piccoli passi, dando quasi l'impressione di non volerla raggiungere davvero. Avanzava lentamente anche se l'esitazione era visibile.
La donna inclinò appena il capo. «Noto che non è cambiato nulla rispetto a ieri.» lo osservò più da vicino una volta che l'altro si mise seduto accanto a lei. «Come mai di nuovo qui?»
Hyunjin si passò una mano tra i capelli, stringendo le labbra.
Poi la guardò dritta negli occhi. Sì sentiva a proprio agio, stranamente. Era una signora accogliente, sembrava saperne molto più di lui. Confidarsi e sfogarsi con qualcuno non gli avrebbe fatto male, doveva solo avere il coraggio di buttare fuori quello che era successo in quei giorni.
«Voglio dimenticare.»
Fu un sussurro ma pesava come una condanna. Ci aveva ragionato strada facendo. Avrebbe fatto sicuramente qualche pazzia quella notte se nessuno gli avrebbe dato retta. Voleva assolutamente togliersi dentro quel peso che gli stava spaccando il torace.
Lei abbassò lo sguardo. Poi tornò a fissarlo, con calma. «Ne sei proprio sicuro?» chiese portando la mano sulla sua spalla.
Hyunjin annuì. Una sola volta.
Non aggiunse altro, anche se dentro di sé aveva tanto da dire, ma fallí.
La donna si alzò in piedi con lentezza.
Il vento intorno a loro si fece più gelido. Un odore leggero di fiori appassiti si diffuse nell’aria e
una nebbia sottile iniziò a salire dal fiume, come se qualcosa di mistico stesse per avere la meglio mentre nessuno osava guardare.
«Tu hai qualcosa che il dolore ha reso prezioso.. Il desiderio.» gli occhi le brillarono mentre ne parlava.
«Il desiderio?» ripeté lui, confuso mentre alzava il capo. Non capiva il nesso di tutto ciò, era ancora stordito, disorientato e faticava ad elaborare.
«Hai chiesto di dimenticare ma non si dimentica solo ciò che fa male. Spesso, insieme al veleno, si estirpa anche la cura.» lo avvertì lei, avvicinandosi di un passo. Era seria, più che mai, e questo lo si poteva intuire dal suo tono.
«Per favore..» pronunciò il corvino con un filo di voce, piazzando debolmente la mano difronte a lei, non volendo ascoltare altro.
La donna restò in silenzio per qualche secondo. Poi, con infinita calma, annuì.
«Ne sei proprio sicuro?» la domanda era dolce, quasi materna ma non era una provocazione: era un ultimo invito a ripensarci.
Il corvino chiuse gli occhi, come se il gesto stesso fosse già una risposta. Si coprì il viso con entrambe le mani e si morse l'interno guancia per trattenersi.
«Shh.. Non pensare a niente. Presto tutto si sistemerà da solo. Abbi pazienza.»
La sua voce sembrava lontana, ma il tono era dolce e premuroso, come sarebbe stato quello di una madre, se solo Hyunjin ne avesse avuta una che lo ascoltasse davvero.
Inspirò piano. Il mondo intorno a lui sembrò rallentare, come se il tempo stesso avesse deciso di prendere fiato.
L’aria si fece più densa. Un profumo lieve di fiori si diffuse, senza che ci fosse un solo petalo nei paraggi.
Gli parve persino di sentire un fievole miagolio. Da quel momento tutto gli sembrò distante, i palmi bagnati di lacrime e tutte le carezze che stava ricevendo sul capo. I capelli corvini fluttuavano col vento stesso mentre qualcosa di più grande di lui stava già prendendo forma.
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È stata davvero tosta scrivere questa parte, non ero nemmeno troppo convinta ma alla fine eccola qui.
Ogni cosa che ho scritto e ogni riferimento non è casuale, è tutto intrecciato. Ogni personaggio ha un suo ruolo, quindi spero si capiscano bene le dinamiche.
Sto ancora cercando la voglia di correggere i capitoli precendenti, quindi se l'avete vista da qualche parte avvisatemi, ha l'abitudine di nascondersi.
Ammetto che scrivere di notte non è il massimo e si vede dai mille errori ortografici che leggo nei capitoli precendenti.
Faccio disastri..
Adesso mi deleguo perché ho bisogno di spupazzarmi il gatto ಥ‿ಥ
Un abbraccione.