Stella oliò le giunturearrugginite delle valvole, poi le osservò con le mani nei fianchi.
«Grecale,Libeccio e Borea» declamò ad alta voce.
Afferrò decisa la valvolasuperiore e fece pressione emettendo gemiti animaleschi. Il cigoliofu assordante, ma il meccanismo sembrò sbloccarsi. Stella si limitòa far ruotare la valvola di cinque centimetri, poi si fermò eriprese fiato. Thomas assisteva senza porre domande. La ragazzaimpugnò la seconda valvola e le fece compiere poco più di mezzogiro. Ruotò invece la terza di un giro completo. Si udì uno scattoterribile.
Ansimando per la fatica,Stella si voltò verso lo spettatore allibito.
«Grecaleda nord-Est, libeccio da sud-Ovest, borea da nord».
Sorrise, paga della suaimpresa. Thomas si concesse due istanti per metabolizzare, poiprocedette. La porta era pesantissima e con i cardini incrostati allostipite. Dovettero oliare anche quelli. Poi tirarono verso di loroservendosi di una specie di maniglia laterale, e si aprirono un varcosufficiente a intrufolarsi dentro.
Un nuovo corridoio liaccolse. In fondo, una decina di metri più avanti, qualcosa eraincassato nel muro. Avvicinandosi sentirono crescere lo sgomento.Illuminarono la parete con le torce: quello che videro li sconvolse.
La bambina era stata unasola volta a casa del vecchio. Lui aveva in programma un repulistigenerale e le aveva promesso dei regali.
La sua casa era zeppa dioggetti curiosi. Astrolabi, scacciaspiriti, acchiappasogni, tastieremusicali, sitar, marchingegni metallici, gatti di peluche, cuscini aforma di gatto, suppellettili a forma di gatto, penne a forma digatto. Una mezza dozzina di gatti (veri) razzolava indisturbata perle stanze. Ovunque troneggiavano enormi lampadari con pendenti dicristallo che gettavano iridi sulle pareti, e c'era anche unpiccolo passaggio (da lui chiamato "segreto") nel muro tra ilsalotto e la camera da letto, che permetteva di accorciare la strada.Ma era chiuso.
«È inutile che frigni;scoprilo da sola come si apre!» le disse l'uomo.
Lei tentò in tutti imodi: spingendo, tirando calci, pronunciando parole magiche.
«Sbagli, marmocchietta.Le uniche cose magiche in grado di farti passare da una dimensioneall'altra sono gli oggetti che riflettono la tua immagine. Laghi,fiumi, catini pieni d'acqua... Ma devono avere almeno qualcosa dicolorato. Il colore degli stagni di montagna, quelli con il muschioche ricopre i sassi del fondale...»
La bambina fissò ilvecchio imbambolata. Pensò che fosse posseduto dagli spiriti.
Allora si mise a spiarenei suoi cassetti. Una vicina di casa, una volta, le aveva detto cheera curiosa come il diavolo. I cassetti erano stracolmiall'inverosimile, c'era da chiedersi come avrebbe fatto ilvecchio a trovare qualsiasi cosa al bisogno, tra tutto quel ciarpame.
Ma in realtà l'interacasa era immersa, in quel momento, in un putiferio indicibile; in unangolo c'era perfino un vecchio pianoforte fatto a pezzi. Lacarcassa nera e impolverata giaceva di traverso appoggiata al muro,la tastiera ingiallita dava l'idea di una persiana divelta. Non eraun giallino uniforme, bensì un ocra screziato di venature brune.
La bambina,impressionata, si soffermò a osservare i resti del pianoforte. Sì,quei tasti giallognoli e rotti facevano impressione. Esalavanoqualcosa di indecifrabile, di stantio. Le apparve l'immagine di unpianoforte ricomposto che suonava da sé, ma con quegli stessi tastigialli. Il solo pensiero la fece inorridire. E la musica non eramelodica, ma una serie di effetti acustici cacofonici, come se ungatto saltasse qua e là sulla tastiera.
Poi un'altra immaginele si parò davanti. Questa doveva averla già vista da qualcheparte. Un uomo, in piedi su uno sgabello, distruggeva la tastiera conun martello pneumatico. I tasti giallastri saltavano via di qua e dilà e il pianoforte emetteva degli strilli sonori. Perché tuttoquesto?
La bambina si voltò discatto.
«Non buttarlo via, tiprego!»
«Ma io non butto via mainiente» la rassicurò il vecchio, sorridendo. «Io riciclo tutto».
Ed ecco dov'era finita latastiera di quel pianoforte.
«Vuoi unchewinggum?»
Timidamente, Monica tese aChristian un pacchetto di sigarette.
«Non mi dire. Anche tu conquella roba?»
Ad ogni modo il ragazzo nesfilò una e rimosse l'ingannevole involucro.
«Perché continui acamminare avanti e indietro? Mi sembri... agitato» osservò Monica.Christian la guardò appena.
«Non ci sono i pazzoidiubriachi e drogati oggi?»
«No... Qualcosa deve averlitrattenuti».
«Sì, la festa dei malatidi mente».
Monica si limitò ascacciare l'insinuazione con una mano.
«Dov'è Laura?» chieseChristian, con malcelata indifferenza. Era la prima volta che Monicalo sentiva pronunciare un nome proprio.
«Sua nonna ha avuto unmalore. Penso tornerà più tardi».
«Ah». Christian riprese apasseggiare fra l'erba. «Si fa lunga la faccenda» disse.
«Già».
«Comincio a pensare che siauna bufala».
«Perché?»
«Non lo so... magari quelpazzo ha deciso di inventarsi una caccia al tesoro per divertire ibambini. E al traguardo ci aspetterà un bel biglietto: "Haivinto!"»
«Secondo me c'èqualcosa». Monica volse lo sguardo verso la botola e parlò in tonoenigmatico. «Sì, una specie di eredità. Non dico un tesoro dimiliardi, ma almeno qualcosa di valore».
«Dici?» Christian parveinteressato.
«Sì. I miei sostengono cheJacob aveva un sacco di soldi e oggetti preziosi. Alla sua morte hadato il denaro in beneficenza, ma tutto il resto? Certo, ha regalatoqualche mobile agli inquilini del palazzo, ma il suo patrimonio nonera soltanto quello».
«Uhm...»
Monica si sentì pervasa daun soffio di adrenalina.
«Là sotto ci deve esserequalche segreto che non possiamo neanche immaginare...»
Seguirono interminabiliminuti di silenzio. La brezza spettinava l'erba del campo e icapelli dei ragazzi. La botola era aperta e silenziosa, parevareticente nel raccontare cosa stesse succedendo nelle sue profondità.
Poi Monica cominciò aguardarsi attorno.
«Che c'è?» chieseChristian con voce sardonica. «Qualche altro segreto che nonpossiamo immaginare?»
«No. Dov'è Diana?»
«Chi?»
«La sorella di Stella.Diana! Diceva che voleva farsi un giro...»
«Ah, ho capito. Come ilfratello...»
«Non scherzare. Comunquel'ho vista un po' triste oggi. Non vorrei che si cacciasse inqualche guaio».
«Perché, è già successo?Ah, che domande, ma certo che sì, considerando il tipo di sorellache si ritrova».
Monica gli rivolseun'occhiata di rimprovero.
«Una volta si slogò unacaviglia cadendo da un albero. Si era arrampicata perché eraarrabbiata».
«... O perché volevaimitare la sorella...»
Monica emise un profondosospiro e si alzò per avere una visuale più ampia. Anche Christiansospirò, poi si guardò attorno con aria indolente. Ad un tratto ilsuo viso si contrasse in una smorfia di disappunto, mentre con gliocchi tentava di focalizzare un punto indefinito verso il cielo.
«Oh oh».
«Che c'è?»
«Quella lassù sul tetto...non è la marmocchia?»
Monica seguì il suosguardo. Nel cielo azzurro completamente terso, sopra le tegole, sistagliava una figurina bianca e rossa.
Quattro piani erano davverotroppi da fare a piedi.
«Perché quel maledetto hapreso l'ascensore?» imprecò Christian tra gli ansimi.
«Corri, corri!» incitavaMonica, isterica.
La porta bianca erasocchiusa. Christian entrò titubante nel locale umido con labirintidi panni stesi. In mezzo alla stanza pioveva un fascio di luce: unlucernario era aperto, e una scaletta pendeva di sotto. Monicaansimava, ma si arrampicò senza indugi; Christian ritenne che nonfosse il caso.
D'altronde da lì godevadi un'ottima visuale del suo sedere, chiuso in un paio di jeanselastici... Non erano il tipo di pantaloni attillati indossati delleragazze alla moda, ma offrivano comunque un discreto spettacolo.
«Diana, cosa fai lì? Èpericoloso!» esclamò Monica.
La risposta fu inudibile.Monica riprovò, ma senza successo; così, con movimenti riluttanti,fece leva con le braccia e si issò sul tetto. Christian si affrettòa seguirla. Quando sbucò dalla finestrella ebbe un moto divertigine. Nella sua mente si formò una frase già sentita, "invetta al mondo". Il cielo era di un azzurro intenso e omogeneo,soffiava un vento quasi alpestre, i prati erano lontanissimi.
Era tutto spaventosamentevasto.
Comprendeva Monica, che siappiattiva contro le tegole fissando il vuoto, terrorizzata. Labambina invece sedeva tranquilla più in là, le ginocchia contro ilpetto e lo sguardo malinconico intento a scrutare l'orizzonte.
«Non vorrai mica buttartida qui!» fu tutto quello che Monica seppe dire.
"Delicata,la ragazza..." pensò Christian alzando gli occhi al cielo.
«Ma che dici?» replicòDiana senza degnarla di uno sguardo.
«Lo sai che è pericoloso?»
«È bellissimo».
"Nonc'è dubbio, ha preso dalla sorella."
Monica si rivolse aChristian, che osservava la scena incuriosito.
«Fammi un favore, salianche tu e reggimi, così mi avvicino.»
«De-devo proprio?»
«Hai paura?»
«Ma certo che no!»
E s'issòspavaldo. Le tegole erano ruvide e calde, e traballavano cozzando traloro. Lo sguardo gli cadde sul prato, un lago verde che parevalontano mille miglia. Era una scena mozzafiato. Anche troppo.
Esibì a Monica un pallidosorriso e la resse per un braccio mentre lei, ancora insicura,strisciava il fondoschiena sulle tegole. Il vento sferzava la suachioma scura e liscia e portava a Christian effluvi di balsamo. Eraun profumo particolare, non dolce e prepotente come quello di Lisa edi Laura, ma sobrio, delicato, floreale.
«Diana, dammi la mano etorniamo giù» ordinò Monica.
«No».
«Avanti, lo so che seitriste, ma è pericoloso stare qui. Non vuoi sapere cosa c'è infondo al tunnel?»
«Tanto io non ci possoentrare».
«Diana, per favore...»
Christian sbuffòspazientito.
"Maperché questa ridicola pantomima? Qui in piedi ci si può starebenissimo! Ora sistemo tutto io e ce ne andiamo."
E, a riprova della suaconvinzione, il ragazzo si alzò. Subito il tetto gli parve inclinatoa dismisura e il vuoto alla sua sinistra troppo profondo: aveva persola cognizione dello spazio. Avanzò di un passo ma inciampò in unategola. Chissà dove l'avrebbe portato quella parabola, se una manonon avesse saldamente afferrato il suo braccio.
Due occhi grigi e moltograndi lo stavano fissando vicinissimi ai suoi, e qualcosa di ruvidogli premeva le braccia. Il suo cuore sembrava prossimo a un infarto.
Monica guardò in su. Tuttoquel che vedeva era il viso di Christian a due centimetri dal suo e,appena sopra, un azzurro cristallino e profondo, straordinariamentepulito. Si sentiva sospesa a chilometri e chilometri di altezza suuna piattaforma di cemento, con un vento stratosferico che soffiavaimpetuoso e un ragazzo che le stava sopra senza nemmeno sfiorarla.
Quasi all'unisono i due sivoltarono verso Diana. Li stava osservando indolente, come a dire:"Avete finito?"
La tastiera del vecchiopianoforte, annerita e a tratti scheggiata, era incassata in unanicchia nel muro. Un fitto groviglio di ragnatele foderava l'interacavità.
Stella era rimasta a boccaaperta. Quella carcassa brunita le ricordava una dentiera marciatutta storta, le parlava di musiche spettrali e di cadaveriputrefatti. Era lugubre e affascinante allo stesso tempo.
«Cazzo»disse Thomas facendola trasalire. «Mi sembra di essere nel film deiGoonies.Il tuo amico Jacob avrà preso spunto da quel film per architettaretutta questa messinscena. Gli piaceva il genere, eh?»
Come di consueto Stella nonrispose, ma raccolse un sasso da terra e squarciò la cortinaispessita che veleggiava sopra alla tastiera, brulicante di ragni.Thomas rabbrividì. Poi disse, come per infrangere quella macabratensione:
«Non oso immaginare qualerumore producano quei tasti, così conciati».
Stella credette di udirlonelle sue orecchie: il suono cavernoso di un pianoforte scordato, letetre note di un organo da funerale scarico, oppure il sospirospettrale di un cimitero senza voce.
Invece premette un tasto enon si sentì nulla.
«Che scherzo è maiquesto?» fece Stella. Ma Thomas la interruppe bruscamente.
«Zitta!»
Il silenzio calò nellacatacomba. Restò soltanto un tenue gocciolio inquietante e, atratti, un sinistro strisciare negli angoli.
«Thomas, sono i ra...»
«Sssst!»
Stella avvertì la mano diThomas avvinghiarsi al suo braccio. Il ragazzo aveva gli occhisbarrati, tanto che le orbite brillavano nel buio.
Poi sentì anche lei.
Erano dei colpi cheriecheggiavano in una stanza lontana. Durarono poco, poi non si udìpiù nulla. Stella appiccicò la sua bocca all'orecchio di Thomas.
«Qualcuno vuole farci unoscherzo».
«Bene. Che facciamo? Nonc'è nemmeno un posto in cui nascondersi.»
Stella illuminò a fondo lepareti. Il raggio della torcia incontrò un luccichio.
«Guarda, una grata! Come alsolito non ce ne siamo accorti».
Thomasnon la ascoltava più. L'idea che qualcuno s'introducesse lìdentro oltre a loro lo inquietava: quello era un vicolo cieco.
«Su, chi vuoi che sia?»Stella tentò di rassicurarlo. «Fuori ci sono Monica, Christian emia sorella. Quindi i casi sono due: o qualcuno di loro vuole farciuno scherzo, e conoscendo Christian e Diana non avrei dubbi inproposito, oppure è uno stramaledettissimo topo».
Thomas sospirò. L'avevaquasi convinto.
«Aspetta»esclamò Stella, infervorata. «Ora ho capito! Illago dei cigni!»
L'amico la osservò confuso.
«Qu-quale lago dei cigni,che cazzo stai farneticando?»
In estasi, Stella si diresseverso lo strumento fatiscente.
«Lui mi ha insegnatoapposta quella canzone perché la suonassi qui».
«Vorrestidirmi che se suoni quella canzone con questo rottame si apre unaporta?» Thomas scoppiò a ridere. «Tu sei completamente fuori ditesta! Quelloera un film, non ricordi?»
«Esatto. L'hai ammessoanche tu che prendeva spunto dai film».
«Ma come fai a suonare senemmeno si sente la musica?»
«Memoria» disse lei,sorridendo orgogliosa. Poi scostò dei brandelli di ragnatele ancoraappiccicati ai bordi della nicchia.
«È un marchingegnomeccanico. Vedi? Sotto questo coperchio arrugginito c'è unmeccanismo collegato ai tasti. Alla combinazione giusta fa scattarequalcosa, una leva, ad esempio. E qui sulla parete» disse, indicandoalla sua sinistra un pulsante di plastica inserito in un piccoloalloggiamento incrostato, «c'è un interruttore in grado diazzerare quello che hai appena composto».
Lo premette. Il pulsante,instabile, si inserì scricchiolando nella cavità e ne tornò fuorimezzo storto. Si udì uno scatto secco all'interno della calottametallica, situata all'attaccatura dei tasti. Stella esaminò ilpulsante, divenuto quasi inutilizzabile.
«Ehm... non so se potremousarlo ancora».
«Come sai tutte questecose?»
«Loimmagino. Jacob costruiva sempre queste diavolerie quand'eropiccola. Strumenti musicali magici, meccanismi per aprire passaggisegreti, cryptex...»
«Cryptex?»
«Esatto.Quelli de IlCodiceda Vinci,ricordi?»
«Gesù... ora ho capito dachi hai preso...»
Ma Stella, inspirando fiera,si sistemò davanti alla tastiera e sgranchì le dita come un grandepianista. Attorno era il silenzio più assoluto, cadenzato soltantodai rumori sotterranei: gocciolii, scricchiolii, lievi sfregamenti...
Stella aveva dato inizioalla sua sonata muta, mentre Thomas illuminava la tastiera conentrambe le torce. I tasti scendevano e risalivano producendo unagrottesca sinfonia mortuaria, come fossero fatti di ossa e falangi;dall'interno del coperchio, intanto, provenivano battiti metallici.Ma Stella riusciva a udire perfettamente la musica. Era l'anticosuono argentino di quel pianoforte, che lei non poté assaporaretanto tempo prima. La melodia era finalmente limpida e triste, comenon sarebbe mai stata sul suo organetto elettronico da quattro soldi.
Poi si udì uno scatto piùforte. Nella nicchia, sulla parete di fronte a loro, si era apertoqualcosa che prima era seminascosto dalle ragnatele. Stella e Thomassi guardarono eccitati, poi, con foga, strapparono i viluppi a maninude. Un piccolo anfratto si era creato nel muro, grazie alloscorrimento di una lastrina metallica simile a quella della botola ingiardino. Era incredibile. Talmente bello e assurdo che la luce, inquel luogo chiuso e tenebroso, parve amplificarsi e brillare comeun'apparizione divina.
Anche troppo.
Ebbero due secondi perchiedersi cosa diavolo stesse succedendo: quando si voltarono, unavisione spaventosa li paralizzò.