"Alcune persone non impazziscono mai. Che vite davvero orribili devono condurre."
C. Bukowski
ERIC
Sono passati alcuni giorni da quando ho conosciuto Rebeca James e non si è ancora fatta viva. L'ho spaventata? Forse dovrei essere più delicato. Ma al diavolo, io sono fatto così. Il mondo è pieno di pappamolle, ma io non sono uno di loro. Ho un brutto carattere, lo so. Sono eccentrico, egoista, accentratore: vorrei che tutto il mondo fosse il mio personale palcoscenico.
Voglio che la mia vita sia una continua scossa elettrica che mi attraversa da capo a piedi. Comincio a pensare di soffrire di iperattività, ma non importa: non riesco a star fermo e ogni giorno corro almeno dieci chilometri. Ho bisogno di scaricare l'energia che mi brucia dentro. L'alternativa? Farmi più ragazze a settimana. Ma poi si affezionano, e tocca pure inventarsi un modo per allontanarle.
Che noia.
Sono quello che le mie ex chiamano il badboy di San Francisco. Mi lascio trascinare dal desiderio, dal sesso...
Scrollo i numeri in rubrica fino alla lettera R, ho fatto bene a chiederle il numero l'altra volta.
Quella ragazza è terrorizzata da ciò che siamo, glielo leggo negli occhi. Non ha la minima idea di quanto può essere grande il nostro potere, di quanto possa farci sentire indispensabili. È una sensazione bellissima se lasci che l'energia fluisca in te, se non la reprimi.
Immaginate di essere in un grande campo di grano, da soli ad occhi chiusi mentre il vento soffia forte contro il vostro corpo. Il viso rilassato contro cui impatta l'aria, i capelli che svolazzano incontrollati, le braccia aperte.
Questo potrebbe descrivere benissimo la sensazione che provo quando una persona che sta per morire, finalmente si lascia andare e trova la pace. Se ne va. Una folata di vento caldissimo che ti strattona e t'abbraccia allo stesso tempo.
Sei avvolto in un vortice che alla fine ti lascia solo tanta serenità e voglia di rifarlo altre mille volte.
Ci ho messo tanto tempo a concedermi il lusso di capire e di apprezzare ciò che mi succedeva intorno, non lo nego e capisco che gli altri ne siano spaventati, perché in realtà lo siamo tutti all'inizio, quando l'unica cosa che vedi è la morte che ti gira attorno e sembra accarezzarti.
La mia prima volta e no, non sto parlando di sesso purtroppo, è stata a quindici anni, il che l'ha resa ancora più spaventosa perché non credevo più da un mezzo alle storielle dell'uomo nero o il mostro nell'armadio. Perciò semplicemente ho visto una sagoma ai piedi del letto e ho urlato come se mi stessero strappando le braccia dal corpo.
A quindici anni sei abbastanza grande e cosciente da non raccontare agli altri ciò che vedi di notte o di giorno o in qualunque altro momento della giornata perché pensi che possano prenderti per matto e sedarti come un cavallo.
Le nostre storie, di noi del cerchio della vista o direi più del cerchio dei matti, come piace chiamarci, spesso si accomunano. Tutti impauriti da presenze invisibili agli occhi degli altri, tutte presenze che ci parlavano, ci chiedevano cose che non sapevamo, ci toccavano, a volte. Alcuni erano ancora vivi e poi si presentavano in forma di ombra sfocata al mio capezzale.
Altri erano già degli spiriti ben definiti e mi guardavano con occhi sgranati.
Da quello che ci siamo raccontati negli anni, le nostre prime volte eravamo tutti preoccupati di essere impazziti e sull'orlo di qualche esaurimento e invece eravamo solo incapaci di capire davvero chi eravamo.
Il cerchio della vista esiste da molto prima che nascessi e per un caso fortunato (per una volta nella vita), ne faceva parte il tabaccaio all'angolo della mia scuola superiore.
Ciak, il tabaccaio, in una mattina qualunque, tese una mano a una ragazza quasi morta e lei gliela strinse in segno di riconoscenza. Da quel momento iniziò la mia vera storia. La mia vera vita.
Quel giorno, Ciak non si era accorto di me che ero entrato silenziosamente per comprare delle caramelle da dividere con gli amici e quando li vidi, urlai.
«Ciak, ma che cazzo è quella cosa? La vedi anche tu?»
Ero sempre stato poco incline alla delicatezza, come potete ben notare.
La ragazza, si girò verso di me e poi abbassò la testa, dispiaciuta.
Ciak si avvicinò a lei e la accarezzò ancora. «Va tutto bene, lasciati andare» ed entrambi chiusero gli occhi, come se potessero plasmarsi a vicenda, solo che la ragazza scomparve nel nulla e lui tornò dietro al bancone per accendersi una sigaretta.
«Eric, non è il momento» disse seccato guardando la porta d'ingresso del negozio, ma anche incuriosito da questa rivelazione. Così mi voltai senza salutare e corsi via, passando l'intera giornata in un completo stato di fibrillazione.
Il giorno dopo non ebbi alcuna esitazione, andai di nuovo alla tabaccheria. Ciak fumava fuori dal suo negozio, appoggiato al muretto e, quando mi vide, mi lanciò uno sguardo di sfida.
«Sono sicuro che sarai un vero rompicoglioni, Eric»
«Verrò qui a darti fastidio ogni giorno, se non mi darai delle risposte» e detto fatto, lui capii che non avrei mollato mai. Ma come potevo? Finalmente c'era qualcuno che vedeva le stesse cose, sentiva le stesse cose.
«Siamo pazzi?» Sussurrai tutto d'un fiato.
«No Eric, siamo... veggenti, diciamo.»
«Parla, ti prego.» Sbuffando mi invitò a sedermi dentro la tabaccheria.
«Da quanto tempo li vedi, Eric?» Chiese prima che lo riempissi di domande. «Da qualche mese, li vedo di più di notte, ma non mi parlano.»
L'uomo annuì e disegnò su un foglietto un piccolo occhio dentro un cerchio deformato.
«Questo è il cerchio della vista.» Scrisse un numero di telefono sul retro del foglietto. «Chiama quando hai bisogno. Ti risponderà una signora che si chiama Eleonoir, è molto carina. Quando sarai pronto, potrai venirci a trovare.» Lo guardai senza capirci molto. «Cosa fate? Chi siete? Devi dirmi di più» ma la campanella della scuola stava per suonare e dovetti andar via. Misi il biglietto in tasca e dopo qualche ora, ovviamente, chiamai.
«Pronto?» la voce dolce di una donna mi accarezzò l'orecchio. «C...ciao, sono Eric e voglio un appuntamento» percepii la sua gentilezza sin dall'altro capo del telefono. «Sapevo che avresti chiamato subito. Va bene Eric, stasera alle 18, fatti trovare al negozio di Ciak, verrete insieme, ciao» e staccò la telefonata.
E se fosse una setta? Che ci provassero a uccidermi.
Pensai toccando il coltellino che portavo sempre con me nello zaino.
Ero decisamente stupido e incosciente a quell'età, perché avrebbero potuto ammazzarmi in un secondo e gettare le mie ossa in pasto ai cani, ma non avevo scelta e nemmeno una famiglia poi così attenta ai miei spostamenti. Per cui mi feci coraggio e alle 18 in punto fui proprio lì, al muretto dove la mattina avevo parlato con Ciak.
«Sei di nuovo qui, rompipalle» sorrise e abbassò la serranda del negozio, per poi farmi cenno di seguirlo in auto.
«Dove andiamo?»
«In un bosco qui vicino. Ci riuniamo lì e facciamo riti sacrificali. La carne fresca ci mancava» mi squadrò.
Rimasi pietrificato.
Ciak rise come un pazzo sbattendo le mani sul volante. «Sto scherzando! Ti sembro uno che mangia ragazzini?»
Boh, forse, ma capii che era meglio restare zitto.
«Stai tranquillo, una sera al mese facciamo un falò e ci scambiamo storie sui morti che abbiamo aiutato. È una tradizione per noi.»
Annuii.
«Sei il più giovane. Non avevamo mai trovato uno della tua età»
«Che fortuna» il mio tono ironico mi accompagnava sin da quando avevo avuto il dono della parola. «Troverai la tua strada» mi guardò per un attimo negli occhi, prima di tornare a fissare la stradina stretta in cui ci eravamo immessi.
Quando arrivammo, trovammo già venti persone, tutte grandi d'età come mi aveva già detto, che man mano si misero su degli enormi tronchi d'albero attorno al fuoco.
«Benvenuto!» un coro di voci diverse mi accolse. I loro occhi brillavano di curiosità per un ragazzino adolescente e sbarbato che stava per infilarsi in un nuovo mondo fatto di persone... come lui.
Una delle serate più emozionanti della mia vita, la ricordo ancora come se fosse ieri e ogni volta ho la pelle d'oca. Non ricordo di essermi mai sentito di appartenere a qualcuno come quella sera sono appartenuto a loro.
Loro che con carezze e abbracci hanno fatto di me l'uomo che sono oggi.
Beh lasciandomi i difetti che mi rendono fantastico, ovviamente.
Quella sera raccontarono le loro esperienze, piccoli sprazzi della loro infanzia che si specchiò perfettamente con quella di tutti e con la mia adolescenza, perché io, rispetto a loro, avevo avuto un'infanzia normale, senza "sintomi".
Furono amichevoli, si lasciarono andare a frasi d'affetto verso i compagni, pacche sulle spalle per qualche lacrima di troppo per qualcuno troppo giovane per meritarsi di morire.
«Grazie» sussurrai in un attimo di estremo silenzio, mentre eravamo ancora attorno al fuoco, tutti vicini, tutti grati per quelle serate. «Benvenuto nel cerchio della vista. O come la chiamiamo noi, il cerchio dei quasi matti» e risero tutti alla battuta di Eleonoir. Quella è diventata la mia seconda famiglia in pochissimo tempo. Passavo i pomeriggi con i figli di alcuni di loro che avevano la mia età. Passavo le serate attorno al fuoco caldo mentre continuavamo a raccontarci le nostre storie, le storie delle persone che aiutavamo.
Oggi, dopo tredici anni da quella prima volta, tanti sono morti e qualcuno ci è persino apparso prima di trovare la pace e io, il piccolo "di casa", come mi chiamavano sempre, ho tenuto in piedi man mano il cerchio.
Ero giovane, l'unico che presumibilmente sarebbe durato di più per cercarne altri, per mandare avanti un ciclo, per aiutare i servitori di Donn, il Dio della morte, così appena maggiorenne e con i risparmi di tutto il cerchio, ho aperto un'agenzia funebre.
Un'attività che ci ha permesso di aiutare molte più persone e di vederci alla luce del sole senza dover andare in mezzo al bosco, anche se quelle serate spesso continuiamo comunque a farle.
Vorrei che Rebeca vedesse ciò che abbiamo costruito negli anni.
Penso, mentre sono seduto alla mia scrivania di vetro e guardo dall'enorme vetrata il cielo di San Francisco. Una città che ci accomuna tutti, che ci ha regalato l'appartenenza a qualcosa che gli altri non possono vedere.
"È ora di organizzare un falò."
Scrivo un messaggio sul gruppo whatsapp in cui siamo tutti.
"Ci sto!"
Rispondono subito alcuni. Non si rinuncia mai al falò del cerchio.
Digito un altro messaggio, ma stavolta è per lei.
"Baby, ti aspetto avanti al portone del magnifico edificio dove lavoro. Ho una sorpresa per te."
Lascio la chat aperta e leggo "sta scrivendo...", ma ancora nessuna risposta.
"Non sai cosa rispondere, Rebeca?"
Incalzo.
"Rompi proprio le scatole, Eric. Ok, va bene, a che ora?"
Sorrido.
"La mia porta è sempre aperta, se vuoi sciogliere la tensione puoi venire anche prima"
"Alle 19 da te. Non fare il cazzone."
Mi lecco il labbro superiore in segno di sfida.
REBECA
Sono un vortice di tensione per quello che è accaduto all'Università l'altro ieri. Sento ancora addosso gli occhi di quel bambino e ho un mal di testa che non mi abbandona. Che mi sta succedendo? Non mi era mai capitato di stare così male. D
evo parlarne con Eric il prima possibile. Così, alle 18.50 sono già sotto al suo edificio, ma non gli scrivo, non vorrei si montasse troppo la testa e pensasse che non vedo l'ora di vederlo. E io che pensavo che Axel fosse un egocentrico, ma a quanto pare c'è qualcuno che lo batte.
Mi squilla il cellulare, un messaggio.
"Guarda che ti vedo dalle videocamere, sali su"
Lo dicevo che è insopportabile. Quando arrivo al piano giusto, lo trovo appoggiato allo stipite della porta con braccia incrociate al petto, che mi guarda con un sorriso malizioso.
«La gente dell'edificio non ha nemmeno un po' di privacy qui?» gli dico seccata. «Ho guardato solo perché sapevo che saresti arrivata» si volta e mi invita a seguirlo e sedermi su uno dei divani all'ingresso. Ovviamente si siede accanto a me, nonostante ci siano tanti posti liberi e lontani.
«Non mordo, Rebeca.»
«Sicuro? Non ho il vaccino contro la rabbia eh.» Scherzo.
«Sembra che tu già ce l'abbia.» Ha ragione, sono stata scortese senza motivo. «Mi dispiace» mi affretto a dire «Sono stati giorni strani. E ho un mal di testa che non mi molla un secondo»
Lui si alza, mi viene di fronte e si inginocchia per stare alla mia altezza o quasi. Senza chiedere il permesso preme le dita calde su entrambe le mie tempie e chiude gli occhi.
«Cosa... cosa stai facendo?» resto a bocca aperta per il contatto inaspettato.
«Sei così carica, Rebeca. Da quanto tempo non scopi?» apre gli occhi e mi inchioda con lo sguardo. Ha degli occhi da stronzo impertinente.
«Vaffanculo Eric» faccio per spostarlo e alzarmi, ma mi blocca i polsi, spingendomi leggermente.
«Devi scaricare la tensione o imploderai» mi dice serissimo. «Non è uno scherzo Rebeca, noi... abbiamo bisogno di liberarci di ciò che assorbiamo dagli altri»
Lo guardo visibilmente confusa. «Spiegati meglio senza fare il coglione, se ci riesci»
Mi lascia i polsi e si siede sul tavolino in modo da restarmi di fronte.
Le nostre gambe si incastrano come un puzzle e mi irrigidisco appena.
«Le persone che ancora devono morire hanno un'energia tutta loro che diventa irrimediabilmente tua nel momento in cui vanno dall'altra parte.» Devo avere un viso davvero buffo perché Eric si gratta il capo con una mano come se dovesse spiegare un argomento di fisica quantistica a una bambina di tre anni.
«Cosa devo fare per lasciarla andare?» rispondo. «Urlare aiuta tantissimo. E pure fare sport. E anche il sesso. Ho fatto una battuta prima, ma aiuta sul serio. Se sei vergine...» Alza le mani in segno di resa.
«Non sono vergine, idiota» mi accascio allo schienale del divano. interrompendo il nostro contatto.
«Quando vorrai, ti porterò in un posto in cui urlare non sarà un problema e no, non è la mia camera da letto. Giuro» lo guardo come se volessi sbranarlo, ma sembra sincero, così finisco solo per annuire per chiudere qui questa conversazione.
«Dai andiamo, gli altri ci aspettano. Ti piacerà» lo seguo fino alla sua auto. Un'audi bianca, pulitissima, sembra che sia stata appena lucidata «Questa è la mia bimba Polly» e accarezza la portiera in modo teatrale.
Alzo gli occhi al cielo senza dargli corda.
L'ho già detto che sto rivalutando Axel? È un angelo a confronto.
Smettila di paragonare le persone ad Axel Hill, cazzo.
Chissà che fine ha fatto. Sarò stata così molesta l'altra sera a cena che non vorrà vedermi o avrà trovato una decisamente più bella. Un classico.
Eric mi risveglia dai miei pensieri con un sonoro «Siamo arrivati!»
È entusiasta come se per lui fosse la prima volta e, appena mi volto, ne capisco il motivo. Un grande focolare è acceso in mezzo alla natura, incorniciato da pietre. Attorno ci sono vari tronchi davvero enormi su cui sono seduti alcuni uomini di diversa età e il bosco è immerso nel silenzio e buio più totali.
È un'atmosfera così intima da riscaldarmi subito il cuore. Eric se ne accorge, infatti mi prende la mano con fare affettuoso e mi tira verso gli altri. «Benvenuta nel cerchio, Rebeca.»
Sono sotto i riflettori, tutti mi guardano con dolcezza, come se fossi un povero animaletto indifeso che cerca il proprio posto nel mondo.
E forse questo può esserlo davvero.
«Ciao...» dico timidamente «Siediti con noi, avanti! Non capita spesso di avere una bella ragazza come te nella nostra banda di matti» afferma ridendo un signore di nome Frank. E così mi siedo accanto a Eric, che mi osserva sereno.
Finisco per raccontargli qualcosa della mia infanzia, della mia vita, di quando ho acquisito il mio "dono", come lo chiamano loro. Mai mi sono ritrovata a parlare con qualcuno così liberamente come con loro.
«È così strano parlarne, non sono abituata»
Loro annuiscono, sanno cosa vuol dire vivere una vita di segreti. E, quasi a fine serata, mi faccio coraggio e racconto di George, il bambino dagli occhi bellissimi e bagnati che ho aiutato l'altro giorno.
«Sei estremamente sensibile, Rebeca.» Sentenzia una delle pochissime donne presenti. «Capita a pochi eletti di avere una tale sensibilità da percepire il dolore fisico dei quasi morti. Scoprirai col tempo che il tuo potere, il nostro potere, si potenzia, ti plasma, cresce con te. Ognuno di noi ha qualcosa di unico.»
«Ho beccato il potenziamento sbagliato però.» Dico ironicamente e lei pare trafiggermi con lo sguardo.
«Più cerchi di combatterlo, peggio sarà.»
Non ne uscirò mai.
Non mi libererò mai da questa condanna.
Io non la voglio. Con tutta me stessa la cederei a chiunque volesse, perché proprio non ne posso più di sentire così tanto.
Ormai il fuoco è spento e siamo tutti pronti ad andare via.
«A domani» dicono in molti salendo nelle proprie auto.
«È stato bello» butto fuori, sincera.
«Lo so, abbiamo tutti questa sensazione, la nostra prima volta qui. È un luogo magico» mi accarezza con lo sguardo di chi ha capito perfettamente cosa sto provando.
E io ho bisogno di gente che capisca.
Dio, se ne ho bisogno.
💥💥💥
Ooook questo è un capitolo decisamente più lungo degli altri,
ma mi sentivo particolarmente ispirata!
Come sempre molti dei miei lettori sono silenzioooosi,
ma se mai vi venisse voglia di lasciarmi un'opinione su come sta andando la storia,
sappiate che ne sarei davvero contenta!
Baci, baci, alla prossima!