𝑴𝑰𝒁𝑷𝑨𝑯

By nyxeras

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πŒπˆπ™ππ€π‡: (𝐧.) 𝐭𝐑𝐞 𝐝𝐞𝐞𝐩 𝐞𝐦𝐨𝐭𝐒𝐨𝐧𝐚π₯ 𝐛𝐨𝐧𝐝 π›πžπ­π°πžπžπ§ 𝐩𝐞𝐨𝐩π₯𝐞, 𝐞𝐬𝐩𝐞𝐜𝐒𝐚π₯... More

CAST + INFO
CAST 2: FOSTER KIDS.
PLAYLISTS.
MOODBOARD.
Dedica.
0- Mizpah.
1- Saudade.
2- Hiraeth.
3- Whelve.
4- Mamihlapinatapai.
5- Druxy.
6- Siren.
7- Abience.
8- Natsukashii.
9- Nemesism.
10- Eleutheromania.
11- Finifugal.
12- Zugzwang.
13- MΓ‘goa.
14- Querencia.
15- DΓ©paysement.
16- Gezellig.
17- Yonderly.
18- Tacenda.
19- Atelophobia.
20- Appetence.
21- Toska.
22- Apodyopsis.
23- Oubaitori.
24- Catharsis.
25- Penitence.
26- Thantophobia.
27- Balter.
28- Marcid.
29- Enigma.
30- Jouska.
31- Cacoethes.
32- Wonderwall.
33- Gotong-royong.
34- LΓ­tost.
35- Fabulist.
36- Opia.
37- Nullity.
38- Virago.
39- KΓ€rsiΓ€.
40- Nazlanmak.
41- Enkrateia.
42- Paroxysm.
43- Cwtch.
44- Anaxiphilia.
45- Quisling.
46- Nyctophilia.
47- Dozakh.
49-Retrouvaille.
50- Memento mori.
51- Metanoia.
52- Kairos.
53- Lostalgia.
54- Lacuna.
55- Lethe.
56- Akrasia.
57- Gibel.
58- Ya'aburnee.
59- Tainted love.
60- Evanescence.
61- HΓΌzΓΌn.
☾ Bonus ☼
FASCICOLO 1: GERARD MOORE.
FASCICOLO 2: TREVOR HARRIS.
FASCICOLO 3: NICOLAS CARTER.
FASCICOLO 4: LAUREN WRIGHT.
FASCICOLO 5: BLAIR ALLAN.
FASCICOLO 6: LILITH ANDERSEN.
62- Absquatulate.
63- Mizpah.
Cara Lilith...
Epilogo (1)
Epilogo (2)
Ringraziamenti
#1 SPIN OFF

48- Nepenthe.

812 56 310
By nyxeras

Nepenthe: (n.) an ancient greek word, nepenthe is defined as a medicine for sorrow. It is a place, person or thing, which can aid in forgetting your pain and suffering.

── ⋆⋅ ☾☼ ⋅⋆ ──
Lilith.

La sigaretta spenta penzolava dalle mie labbra mentre sedevo sul davanzale della finestra, con le ginocchia al petto. Sfogliavo le pagine del libro, leggendo ogni parola e lasciando che la storia, che ricordavo vagamente, mi trascinasse con sé.

Erano le nove di sera, e avevo chiesto un permesso a Luke per saltare il turno al Guys' Night.

Avevo perso il conto dei giorni trascorsi dalla discussione con Nick e dal tentativo di Gerard di piantare un seme di speranza nel mio cuore, ma sapevo che erano stati giorni in cui mi ero tenuta lontana da tutti loro.

Non rispondevo alle loro chiamate e ignoravo spudoratamente anche Trevor quando provava a parlarmi durante i turni di lavoro.

Mi mancavano da morire, ma per qualche motivo non avevo il coraggio di farmi sentire o di guardarli in faccia.

Per un lungo periodo, il mio cervello aveva rimosso buona parte dei ricordi della mia adolescenza, archiviando anche la responsabilità e la colpa legate al motivo per cui i Foster Kids esistevano.

Passavo le mattine a lavorare a casa Rogers, i pomeriggi lontano dalla palestra per evitare Nick, e le notti dietro al bancone in silenzio, senza rivolgere neppure un'occhiata a Trevor.

Poi tornavo a casa, mi tagliavo la pelle e fumavo tre sigarette prima di addormentarmi. Mi svegliavo tra un incubo e un ricordo, mandavo giù pasticche e tornavo a dormire.

Quella sera, però, Rose era distesa sul mio letto a pancia in giù, con le gambe che dondolavano e il mento appoggiato sul palmo della mano.

Aveva una maschera per brufoli sul viso, la chioma rossa raccolta in una treccia sfatta, e un ghiacciolo alla menta nell'altra mano. Con lei in camera mia, non potevo fare niente, non potevo punirmi.

«Non capisco perché Chuck e Blair vengano amati e invidiati tanto...» mormorò. «Voglio dire, la loro relazione è piuttosto tossica, no?»

«Blair ha una relazione?»

«Non sto parlando di Blair Allan» ridacchiò, tenendo gli occhi fissi sullo schermo del suo portatile. «Parlo di Blair Waldorf».

«Non so, forse piace proprio perché è una relazione tossica» constatai, troppo immersa nella lettura per cercare di darle una risposta seria.

«Non ti ho mai vista leggere» mise in pausa l'episodio per osservarmi. «Di che libro si tratta?»

«Il piccolo principe».

«È un libro per bambini o ricordo male?»

«Ricordi bene, ma Julian non la pensa così».

«Perché?»

«Chi lo sa, ha un modo tutto suo di ragionare».

«Lo hai comprato per questo? Per capirci qualcosa?»

Stavo per dirle la verità, per confidarle che il libro me lo aveva regalato lui, dicendomi di leggerlo quando mi sentivo persa e sola, e che poi avremmo potuto discuterne insieme.

Ma la forza di parlare svanì solo al pensiero di dover aprire bocca. Il sorrisino malizioso sul viso di Rose mi offrì un'opportunità perfetta per chiudere velocemente il discorso.

«Torna a guardare le avventure degli adolescenti newyorkesi con urgente bisogno di uno psicoterapeuta, lasciami leggere in pace».

Rise sonoramente, e aveva ragione: sentir parlare me di terapia era al contempo sinceramente divertente e tragico.

Finalmente accesi la sigaretta e abbassai di nuovo lo sguardo sul libro. Mancavano solo quindici pagine alla fine e, se mi avessero detto che avrei letto un libro intero in cinque ore, non ci avrei creduto.

Era un libro di cento pagine con illustrazioni, che un lettore abituale avrebbe probabilmente finito in meno di due ore. Ma io non ero una lettrice accanita e non riuscivo mai a trovare la concentrazione per leggere spesso.

Sospirai e voltai pagina. Non avevo ancora capito perché Julian avesse scelto proprio quel libro, né perché mi avesse consigliato di leggerlo in un momento preciso della mia vita.

Ciò che sapevo, era che in un modo o nell'altro mi sentivo quasi confortata da quelle parole stampate e da quelle immagini colorate.

Terminai la lettura poco dopo e spensi la sigaretta. Mentre cercavo tra i vestiti nell'armadio qualcosa di meno scollato da indossare per andare sul serio a casa Madd, il mio cellulare vibrò sul materasso, sorprendendo Rose e facendola sobbalzare.

«Ah, è il tuo piccolo principe» mi prese in giro mentre leggeva il nome sul display, poi allungò la mano verso di me.

«Simpatica».

«Dai, non farlo attendere» ridacchiò e tornò al suo ghiacciolo e alla sua serie tv.

Risposi alla chiamata con una certa titubanza, poiché non lo sentivo da un paio di giorni, se non per qualche messaggio in cui mi chiedeva come stessi.

«Julian?»

«Ciao, Lilith» la sua voce non sembrava quella di sempre, ma decisi di non indagare ed evitare domande. «Sei a lavoro?»

«No, mi sono presa la serata libera perché sono esausta, ultimamente ho finito i turni a orari improbabili» e perché Trevor iniziava a insistere a voler parlare e io, da vigliacca qual ero, non volevo proferire parola.
«Tu? Come stai?»

«Come al solito» sospirò.

«Giornata pesante a lavoro?»

«Sì, ed è l'ultima cosa di cui voglio parlare» ammise. «Volevo sapere se fossi impegnata».

«No. Vuoi invitarmi nuovamente a cena?» scherzai, ma lui non rise.

«Ricordi quando da bambina mi disegnavi delle stelle sulla faccia con i pennarelli scarichi? Dicevi sempre che ti affascinavano».

«Me lo ricordo» ricordavo anche le ramanzine che ricevevamo da Hannah e da Katherine perché l'inchiostro poteva far male alla pelle, e proprio per questo sceglievo sempre i pennarelli quasi scarichi. «Cosa c'entra?»

«Vestiti, passo a prenderti tra una decina di minuti e ti aspetto giù. Fai con calma, posso anche attendere un'ora».

«Ma dove andiamo?»

«Ti porto a vedere le stelle».

Non ebbi il tempo di rispondere, la chiamata terminò lasciandomi con le guance arrossate e la bocca aperta.

Non capivo cosa avesse in mente, ma l'idea di vederlo bastò a farmi lanciare il cellulare sul letto e a spalancare le ante dell'armadio.

«Appuntamento notturno?» domandò Rose, mentre io mi tolsi i pantaloncini e la canotta, restando solo in intimo. Fortuna che avevo già fatto la doccia.

«Non ne ho la più pallida idea, mi basta vederlo».

«Come? Cosa? Le mie orecchie hanno sentito bene?» drizzò immediatamente la schiena e si mise seduta, facendo anche cascare la maschera che teneva appiccicata al viso da un paio di minuti. «Tu devi proprio aggiornarmi su un sacco di cose!»

«Cosa c'è di così sconvolgente?» domandai, infilando le calze a rete nere.

«Non l'hai chiesto davvero...» mormorò basita. «L'ultima discussione che avete avuto è stata pesante e pensavo davvero che foste a punto di non ritorno, o qualcosa del genere. Invece, ora ammetti persino il fatto che hai bisogno di vederlo?»

«Non ho detto che ho bisogno di vederlo. Ho detto che mi basta» la corressi, anche se a quel punto la differenza sembrava essere superflua.

«Sì, confermo, devi decisamente aggiornarmi e lo farai domenica durante una serata tutta per noi».

Continuai ad ascoltare le sue chiacchiere mentre indossavo una gonna a campana che arrivava a metà coscia, abbinata a una camicetta bianca a maniche corte.

Per una volta, non mi preoccupai della fasciatura: ero così presa che passò in secondo piano. Completai l'outfit con i soliti stivali alti fino al ginocchio, nonostante sapessi che avrei sofferto il caldo.

«Sei proprio bellissima» pronunciò la mia amica. «Ma credo che a Julian verrà un infarto quando ti vedrà in quelle calze a rete».

«Ha ventisei anni, Rose» diedi una pettinata veloce ai capelli e infilai nella borsa le chiavi di casa e le solite cose che mi portavo sempre dietro. «Direi che di donne con le calze a rete ne abbia viste eccome».

«Tu non ti rendi conto dell'effetto che hai su quell'uomo, ma d'accordo».

Corsi in bagno a lavarmi i denti, recuperai il beauty case e, tornata in stanza, mi costrinsi a rendermi almeno presentabile, nascondendo le occhiaie che contornavano i miei occhi.

Rose insistette per disegnarmi una finissima linea di eyeliner, ma rifiutai categoricamente qualsiasi tipo di gloss o rossetto quando me lo propose.

«Mi raccomando, usate le precauzioni» si raccomandò prima che abbandonassi la camera, lasciando dietro di me una scia di profumo Dior comprato al mercato. «No, aspetta, tu prendi già la pillola».

«Non la prendo» sbuffai. «Non ci devo andare a letto. Ciao, scema».

La sua risata risuonò alle mie spalle e per poco non inciampai nei miei stessi passi mentre correvo verso l'ingresso.

Scesi le scale come se fuori mi aspettasse la felicità, o qualcosa, o qualcuno capace di mettere fine a ogni sofferenza.

Stavo correndo da Julian, e sapevo che non avrebbe potuto risolvere tutti i miei problemi, ma riusciva sempre a lenire il dolore di essere me.

Quando aprii il portone e uscii dalla palazzina, riconobbi immediatamente l'auto di Julian parcheggiata a pochi passi da me.

Lui era lì, con la sua camicia bianca di Prada lasciata aperta ai primi tre bottoni e le maniche arrotolate fino ai gomiti. Indossava pantaloni perfettamente stirati e scarpe Armiro Velasca. Se ne stava appoggiato contro la portiera chiusa, con le mani in tasca.

Rimasi imbambolata per un istante. Forse perché i suoi boccoli biondi sembravano più curati e immaginavo che al tatto fossero più morbidi del solito.
Forse perché il nostril al naso era diverso, o magari perché aveva cambiato la catenina al collo e gli anelli alle dita.

O forse, più semplicemente, cominciavo ad ammettere a me stessa che Julian era l'uomo più bello che avessi mai visto.

I suoi occhi incontrarono finalmente i miei e un sorriso si disegnò sulle sue labbra.

Mi avvicinai, mi fermai di fronte a lui, e lui continuò a seguirmi con lo sguardo, fissando intensamente i miei occhi. Poi mi baciò la fronte, un gesto spontaneo che ormai era diventato una delle sue abitudini.

«Sei bellissima» disse, ma non aveva neanche dato importanza al mio abbigliamento.

Non importava come fossi vestita, né i difetti della mia pelle o le cicatrici che la adornavano. Ai suoi occhi, sarei sempre stata incantevole e lui non avrebbe mai smesso di farmi complimenti.

Julian non amava solo il mio corpo, il mio sguardo provocatorio, le mie gambe lunghe e i miei fianchi; a lui piaceva anche ciò che non mostravo e ciò che era invisibile.

Julian amava me, nella mia interezza: quella che era già conosciuta e quella che stava scoprendo.

«Sicuramente non siamo abbinati, comunque» ridacchiai nervosa, ricordando in quel momento cosa avessi addosso.

Quelle calze non erano proprio il mio stile, né tanto meno lo era quella gonna corta a campana.

Julian si prese qualche secondo per osservarmi e, come aveva detto Rose, le calze a rete sembravano influenzare la sua reazione: cominciò a tossire nervosamente e a distogliere lo sguardo dalle mie gambe.

«Che c'è? Vai in iperventilazione per delle calze?»

«Cristo santo».

«Non sono proprio il mio genere, non so nemmeno perché le ho messe. Sarà stata la fretta» spiegai seriamente, ma a lui non parve interessare granché. «Le indosserò più spesso se riescono a lasciarti senza parole» provocai.

«Non è il capo d'abbigliamento, è chi lo indossa».

«Sì, capisco cosa intendi» trattenni una risata. «Quindi? Dov'è che hai intenzione di portarmi?»

Ripresosi, Julian fece il giro dell'auto e mi lasciò lo spazio per aprire la portiera e salire.

Alcuni avrebbero potuto considerare la sua mancanza di un gesto da gentiluomo, ma Julian sapeva che le mie mani funzionavano benissimo e che un gesto del genere mi avrebbe probabilmente infastidita.

«Te l'ho detto» disse, agganciando la cintura di sicurezza.

«Vuoi portarmi in qualche foresta a guardare le stelle? Perché sicuramente in città non vedremo un bel niente» mormorai, mentre mi sistemavo la gonna. «La foresta non sarebbe una cattiva idea, pensandoci. Magari a Epping Forest, ma è a un'ora e mezza da qui».

«C'è il Royal Observatory di Greenwich».

«Come?»

«Non dirmi che sei l'unica cittadina londinese a non conoscere quel posto» tenne una mano sul volante e allungò l'altra per aprire il vano portaoggetti. «Prendi quel foglio, per favore».

Seguii le istruzioni e presi il foglio, ma i miei occhi furono attratti dalla pistola nella custodia di pelle. Chiusi lo scompartimento e mi morsi la lingua per trattenere domande superflue. Tuttavia, non riuscendo a resistere, alla fine le feci.

«Perché ti porti sempre dietro la pistola?»

«Non me la porto sempre dietro, la lascio a casa quando non sono in servizio: non lasciare armi incustodite è una delle prime regole che insegnano» spiegò, tenendo gli occhi fissi sulla strada.

«Ma è stata una giornata di merda e non ho avuto tempo di tornare a casa. Ho fatto la doccia da Andrew prima di passarti a prendere, è un bene che quella matta di Kristen mi costringa sempre a lasciare un cambio di vestiti a casa loro».

«È successo qualcosa di grave?» la domanda mi parve quasi stupida considerando il tipo di mansione che svolgeva.

«Non proprio».

«Vuoi parlarne?»

«L'ispettore capo detective mi ha richiamato».

«L'ispettore capo... detective?» inarcai un sopracciglio. «E chi sarebbe?»

«Harold Stanford».

«Oh, non so chi sia e non ho nemmeno capito che ruolo abbia» ammisi a bassa voce, e la mia ignoranza in quel campo fece sorridere dolcemente il ragazzo al mio fianco.

Era paradossale come potessi maneggiare armi da fuoco e da taglio con sicurezza, ma non avessi la minima idea delle differenze tra i vari ruoli all'interno di un semplice distretto di polizia.

«È a capo dell'unità investigativa di cui faccio parte, è lui ad assegnarmi i casi a cui lavoro da solo» parlò. «Devo a lui tutto ciò che so, mi ha forgiato sotto tutti i punti di vista a livello lavorativo. Non ha mai smesso di credere in me, neanche quando ho deciso di lavorare in modo più indipendente».

«Quindi, è il tuo superiore».

«Sì, ricopre il ruolo più alto. Volendo fare un'ipotetica classifica, io sono al secondo posto».

«E questo richiamo?»

«Quando andrà in pensione vuole che sia io a sostituirlo. Un aumento di grado, ma mi manca ancora tanta esperienza e a lui mancano ancora un paio d'anni prima di godersi la pensione e la vecchiaia».

«Oddio, non è fantastico?!» esclamai, forse con troppo entusiasmo. «Voglio dire, dovresti essere fiero di te stesso».

«Mentirei se dicessi che non sono terrorizzato dall'idea di fallire» mormorò. «Ma se non inizio a rispettare le regole, i piani alti mi toglieranno il distintivo e mi sospenderanno. Così, addio detective Madd e addio lavoro».

«Un momento, un momento» gesticolai. «Sei serio?»

Il suo silenzio fu la risposta.

Non avevo un'idea precisa di cosa fossero i piani alti, ma non era necessario per comprendere la gravità della situazione.

Era chiaro che si trattava di un avvertimento pesante, che gravava su Julian come una condanna e come se gli avessero già tolto il distintivo.

Mi trovavo in difficoltà su cosa dire: avrei voluto chiedergli dei dettagli, ma, notando la tensione con cui stringeva il volante, capii che non era il momento giusto per farlo.

«Allora... Ti basta rispettare le regole, no? Saranno una palla mortale, ma ne vale la pena».

«E se il motivo per il quale le infrango fosse più valido?» sembrò un quesito rivolto più a sé stesso che a me. «Non importa, me la caverò».

«Lo so che te la caverai, detective» gli rivolsi un sorriso tranquillo e lui lo ricambiò prontamente, ma sicuramente le mie parole non erano davvero di conforto. Non ne ero capace.

Riportai gli occhi sulla strada e un'espressione di confusione mi attraversò il volto quando mi accorsi che eravamo sulla Queen's Road.

Ricordai il foglio piegato che avevo tra le mani e lo aprii rapidamente per leggerne il contenuto. Sembrava un annuncio per un evento. Con un impulso immediato, mi voltai verso Julian.

«Non ci credo, mi stai portando davvero al Royal Observatory» constatai.

«Te lo avevo detto, no?» sorrise. «L'evento si chiama Evening with the stars: l'osservatorio resta aperto tutta la notte per visite con astronomi e abbiamo il permesso di usare l'attrezzatura per guardare lo spazio. Solitamente, l'evento viene organizzato durante la penultima settimana di giugno, ma questa volta hanno optato per inizio luglio».

«Ma non servono dei biglietti?»

«Li ho già presi».

«Eh?» spalancai gli occhi. «Quanto hai speso?»

«È un regalo, accettalo».

«No, Julian» replicai severa. «Fatti restituire i soldi del mio biglietto, o giuro che non ti parlo per tutta la serata».

«È un ricatto, signorina Andersen?»

«Sono seria» sbuffai. «Non mi piace quando paghi al posto mio».

«Non ho pagato al tuo posto, Lilith» scosse il capo. «Ho visto l'annuncio dell'evento e ho pensato che potesse piacerti, così ti ho preso un biglietto. Se insisti, allora ti dirò che l'ho pagato dodici sterline».

Non sembrava infastidito o arrabbiato; era troppo concentrato sulla strada per mostrare qualsiasi emozione.

Lo osservai a lungo e, notando il sorriso colpevole che gli piegava gli angoli della bocca, capii che stava mentendo. Julian odiava le bugie e non riusciva nemmeno a raccontarle senza tradirsi.

«Dire menzogne a una bugiarda di prima categoria: pessima scelta, detective» stuzzicai, e senza aggiungere altro recuperai il cellulare dalla borsa per cercare il sito dell'osservatorio. «Ventiquattro sterline, falso che non sei altro».

«Ci ho provato» scrollò le spalle. «Ma vorrei davvero che tu lo accettassi: ventiquattro sterline non sono niente, Lilith, almeno per il mio portafogli».

«Pretendo di pagare almeno la benzina che hai fatto dieci minuti fa».

«D'accordo, affare fatto».

Più o meno soddisfatta dell'accordo raggiunto, mi rilassai contro il sedile e iniziai a leggere con calma i dettagli dell'evento.
Probabilmente aveva ragione: ero l'unica londinese a non aver mai visitato il Royal Observatory e a non aver mai partecipato ai suoi eventi.

«Come ti è venuto in mente?»

«Cosa?»

«Portarmi con te all'osservatorio».

«Hanno distribuito le locandine poco lontano dalla centrale di polizia e ho pensato che potesse farti piacere. Da bambina, mentre mi riempivi la faccia di stelle, dicevi che ti sarebbe piaciuto poterle vedere da vicino perché dal giardino di casa ti sembravano troppo lontane».

«Te lo ricordi ancora» ridacchiai.

«Più o meno» annuì. «Ricordo soprattutto il rossore sulle guance quando provavi a pulirmi con l'accappatoio bagnato».

«Chissà come cazzo facevi a sopportarmi».

«Potrei dire lo stesso. Tra i due, quello che combinava più guai fuori le mura di casa ero sicuramente io».

Venticinque minuti di auto passarono piuttosto velocemente, nonostante il traffico e il caldo, intervallati da risate e qualche innocente provocazione.

Era strano come, quando ero con lui, il dolore al cuore sembrava attenuarsi. Era una sensazione a cui non riuscivo ad abituarmi del tutto, e non riuscivo a lasciarmi andare completamente, intrappolata tra i miei troppi interrogativi.

Sapevo di non poter trovare salvezza completa nelle braccia di Julian, che la sua presenza non avrebbe potuto cancellare anni di traumi e abusi.

Non poteva curarmi o aggiustarmi, ma sicuramente aveva il potere di alleviare una sofferenza immensa.

Tutti parlavano dell'effetto che io avevo su Julian, ma nessuno sapeva quanto lui influenzasse me.

Era come un cerotto su un taglio, uno di quelli che si stacca facilmente con l'acqua: non risolve tutto, ma aiuta a tamponare e a proteggere da infezioni.

Non poteva salvarmi, ma riusciva a tenermi a galla, anche se in modo inconsapevole.

«Siamo arrivati» annunciò.

Gli lasciai i soldi della benzina sul sedile, e sebbene li prese un po' controvoglia, non fece obiezioni.

Sistemai la gonna affinché tornasse alla lunghezza originale, appoggiai la borsa sulla spalla e accettai di stringere la sua mano per camminare al suo fianco.

Il Royal Observatory, situato su una collina nel Greenwich Park, offriva una vista mozzafiato sul Tamigi inquinato e sullo skyline di Londra.

A quell'ora, non era particolarmente affollato; la maggior parte delle persone erano turisti provenienti da ogni parte del mondo, sicuramente attratti dall'evento in corso.

Julian mi accompagnò fino all'ingresso, dove, prima di farci entrare nell'elegante edificio di mattoni rossi e dettagli in pietra bianca, fece controllare i nostri biglietti.

Alzai lo sguardo per ammirare la grandezza dell'edificio, e quando vidi la cupola ottagonale stagliarsi contro il cielo notturno, mi mancò quasi il respiro.

«Pronta?»

«Sì, anche se non so dove stiamo andando».

«Saliamo fino alla cupola che stavi guardando» tornò a prendermi per mano.

«Davvero?»

«Sì, ma prima facciamo un giro dentro».

Mantenne la sua promessa: una volta entrati, mi lasciò tutto il tempo per ammirare l'interno delle sale. Esploravo gli strumenti scientifici, gli orologi e i cronometri senza comprenderne appieno la funzione, e nemmeno Julian sapeva con precisione come venissero utilizzati.

Passammo almeno un'ora dietro a un gruppo di turisti guidati da un'esperta di astronomia. Seguimmo con interesse mentre mostrava esposizioni sulle scoperte astronomiche e tecnologiche, tra cui mostre organizzate con display interattivi e dimostrazioni coinvolgenti.

«È tutto bellissimo, ma non ci sto capendo un cazzo» sussurrò al mio orecchio. «Dovrebbero parlare più chiaramente e con meno termini scientifici».

«Basta che sia bello da vedere, dubito tu voglia fare l'astronomo».

«Oddio, un pensierino lo farei».

Mi mordicchiai le labbra per trattenere una risata e strinsi più forte la mano di Julian mentre riprendeva a camminare con maggiore sicurezza.

Lui sapeva esattamente dove stava andando, mentre io mi limitavo a osservare tutto intorno con gli occhi curiosi di una bambina.

Pensai che Rose, appassionata di astronomia e astrologia, avrebbe adorato questo posto. Mi promisi di parlarle dell'Osservatorio e, conoscendomi, avrei trovato un modo per convincerla a venirci con Lauren, che di stelle e spazio non capiva nulla.

«Cosa c'è nella cupola?»

«C'è il Grande Telescopio Equatoriale» rispose. «È aperto al pubblico, dovremmo aspettare un po' per poterlo usare perché ci sarà fila».

«Non ho mai usato una roba del genere in vita mia, se lo rompo come faccio?» il mio quesito era serio, ma Julian non riuscì a trattenersi e scoppiò a ridere.

«E pensi che io ne abbia usato uno?»

«Non so, ma tu puoi sicuramente permetterti di ripagarlo».

«Stai tranquilla, Måne» sorrise. «Sono certo che ci sarà qualcuno che ci mostrerà come usarlo».

Come previsto da Julian, un astronomo, di cui non ricordo nemmeno il nome, si occupò di spiegare la storia del telescopio e come utilizzarlo al meglio per l'osservazione.

La cupola era aperta e sopra di noi il manto della notte rivelava le stelle, che, sebbene fossero semplici punti bianchi appena visibili, sembravano spaventosamente vicine.

Quando avvicinai l'occhio all'oculare del telescopio, trattenni il fiato, e probabilmente smisi di respirare per tutta la durata dell'osservazione di quei corpi celesti che a parole non avrei potuto descrivere.

L'uomo dai capelli grigi, in un camice bianco che ricordava vagamente quello di un medico, spostò leggermente lo strumento e poi mi invitò a guardare di nuovo al suo interno.

«Oddio» mormorai. «Cosa...»

«È Giove!» esclamò contento.

Io e Julian ci alternammo nell'osservazione, entrambi esterrefatti. Non pensavamo fosse possibile vedere il cielo in quel modo; sembrava che stessimo vivendo un'altra realtà, un momento di pura meraviglia.

«Ci sono i quattro grandi satelliti galileiani: Io, Europa, Ganimede e Callisto. Sono quei piccoli punti luminosi che orbitano intorno a Giove; riuscite a vederli?» spiegò con calma.

«Sì» sussurrai. «Li vedo sul serio».

«E quella macchia rossa? C'era o me la sono immaginata?» domandò Julian alle mie spalle, e gli diedi la possibilità di avvicinarsi nuovamente per confermare i suoi dubbi.

«È la Grande Macchia Rossa» confermò l'altro. «È una gigantesca tempesta».

«Caspita» mormorò Julian. «Mi ricorda qualcuno».

Gli occhi di Julian erano fissi su di me mentre l'astronomo descriveva la tempesta con termini scientifici, che suonavano incomprensibili rispetto all'emozione che io vedevo nel suo sguardo.

Ero confusa, incapace di spiegare perché il suo sguardo sembrava paragonarmi a quella tempesta.

«Se Giove avesse avuto una massa più grande, si sarebbe formato come una nana rossa, anziché un pianeta gigante gassoso» spiegò l'uomo. «Una stella, sarebbe potuto diventare una stella».

«Non ci è riuscito» sussurrai, tenendo gli occhi in quelli di Julian. «O qualcosa di simile».

«Non era destinato a esserlo» affermò confuso, e a quel punto era certa che si sentisse un terzo incomodo tra me e il ragazzo.

«Ma è diventato qualcosa di più importante, no?» chiese cautamente Julian.

«Ah, questo sicuramente! Giove è estremamente importante per il nostro sistema solare e senza lui l'interazione gravitazionale con altri corpi celesti sarebbe instabile. Inoltre, la sua massa...»

Continuava a parlare, ma né io né Julian eravamo davvero interessati. In altre circostanze, forse, avrei seguito attentamente la spiegazione del professore.
Ma in quel momento, ero persa nelle iridi di Julian, e quella tempesta a cui mi aveva paragonato si calmava ogni volta che lui respirava vicino a me.

«Dunque, il vostro turno è finito» concluse l'uomo, rompendo bruscamente la bolla in cui ci eravamo rinchiusi senza accorgercene.

Allungò la mano verso di me e insieme lasciammo la stanza. Tornammo alla sala principale mano nella mano, spalla a spalla. Julian si guardò attorno con più attenzione di prima seguendo degli indicatori precisi sul pavimento dell'edificio, sembrava alla ricerca di qualcosa.

«Ecco, vieni».

Ad un certo punto si fermò. Con l'indice indicò la striscia verticale di metallo incastonata nel pavimento.

«Questa è la posizione esatta del Primo Meridiano, divide l'emisfero orientale da quello occidentale».

«Esiste davvero, allora».

«Il meridiano di Greenwich?»

«No, coglione» ridacchiai. «Questa striscia, questa linea. Credo di averla vista solo in qualche film, non avrei mai pensato di camminarci sopra».

«Siamo in due emisferi diversi ora» fece notare, mantenendo gli occhi su di me.

Uno di fronte all'altro, lui da un lato e io dall'altro.

«Lontani».

«Abbastanza, almeno in teoria».

«Credo siano due le cose che possono tenere lontane e separare due persone: la distanza e la morte».

«Sì, è vero. Però...» mormorò piano. «Il legame tra due persone può trascendere le barriere fisiche e temporali. Esiste una parola ebraica che ho imparato ai tempi del liceo, non ricordo in che occasione».

«Ovvero?»

«Mizpah».

«Come?»

«Mizpah» ripeté, avanzando di un passo verso di me. «Nella Bibbia viene usata in alcuni contesti per implicare una promessa di protezione e cura, anche quando due persone sono lontane l'una dall'altra. Può simboleggiare un legame affettivo che perdura oltre la distanza, oltre la morte».

«Mizpah» ripetei a voce bassa, sulle sue labbra. «È malinconico, ma mi piace. Forse è questo che ci ha legato durante questi tredici anni lontani».

«Ma ora sei qui con me, ed è l'unica cosa di cui mi importa».

── ⋆⋅☆⋅⋆ ──

Non capivo come fossimo arrivati a quel punto, in quella serata dove tutto sembrava sfuggirmi di mano.
L'unica cosa chiara era la bocca di Julian sulla mia, le sue mani sui miei fianchi e le nostre scarpe abbandonate da qualche parte nella sua stanza.

Il breve viaggio di ritorno fu silenzioso; dopo quella conversazione all'osservatorio avevamo entrambi poco da dire, ma i nostri corpi avevano molto da esprimere.

Per la prima volta dopo anni, mi sentivo abbastanza coraggiosa e forte per iniziare qualcosa di mia spontanea volontà, senza dovermi distaccare dal momento.

Non ero mossa dalla voglia di distrazione né dall'urgenza di rimuovere ricordi. Volevo solo stare, respirare, vivere il momento con lui.
E lo feci.

Quando le mie mani si spostarono sul suo petto per slacciare uno a uno i bottoni della sua camicia, Julian rallentò il bacio e si allontanò leggermente per incrociare il mio sguardo.

Sapevo cosa mi stava chiedendo con quegli occhi, e gli risposi avvicinandomi di nuovo alle sue labbra. Temevo che, se non l'avessi fatto, se non avessi assaporato ancora una volta la sua bocca, sarei impazzita.

Con un gesto rapido, fece scivolare la gonna lungo le mie gambe, e io, con un movimento deciso della caviglia, la allontanai. La sua camicia seguì la stessa sorte in pochi secondi, e le mie labbra si posarono sul suo collo, tracciando il contorno dei tatuaggi che si estendevano fino al petto.

«Lilith».

«Julian».

Sfilai anche la mia camicetta, rimanendo coperta solo dall'intimo in pizzo nero, semplice e indossato senza pensarci, e dalle calze a rete che ancora non avevo tolto.

«Sei sicura?» sussurrò.

«Lo sono» lo ero sul serio e non mi ero mai sentita così pronta.

«Se cambi idea, se qualcosa non va, fermami» la serietà con cui lo disse mi rasserenò e mi diede più coraggio.

Le mie dita raggiunsero il gancio del reggiseno, ma le sue mani avvolsero le mie, impedendomi di sganciarlo e lanciarlo nella stanza semi buia, rischiarata solo dalla luce fioca della lampada sul comodino.

«Con calma» biascicò. «Devo vivere ogni secondo di questo momento, devo inciderlo nella mia memoria, e voglio che sia così anche per te».

Lasciò una scia di baci lungo il mio collo, scostando i capelli lunghi e folti. Morse dolcemente un lembo di pelle e, sebbene non volesse lasciare segni, conoscevo bene la mia pelle e sapevo che qualcosa sarebbe rimasto comunque.

«Voglio che la tua mente ricordi ogni istante e ogni bacio».

Proseguì con delicatezza e, tra un sospiro e l'altro, riuscì a togliere la sua cintura e slacciare i suoi pantaloni, divenuti troppo stretti.

Mi concesse il tempo di coricarmi, e mentre lo facevo, sfilò le calze a rete con gesti lenti, marcando la pelle delle mie cosce con morsi affettuosi e baci languidi.

«Voglio che duri per sempre nelle nostre teste» concluse, e la sua bocca si fiondò sulla mia.

Ero troppo immersa nei baci e nella sensazione della sua lingua sulla mia per accorgermi che era rimasto solo in boxer. Mi resi conto della sua nudità solo quando il contatto tra i nostri corpi divenne troppo intenso da sopportare.

Nessuno dei due aveva bisogno di parole. Julian esplorava ogni centimetro della mia pelle con una delicatezza intensa, come se fosse la prima volta che la toccava, e io, inaspettatamente, lo accoglievo completamente.

Lo lasciavo baciarmi i seni dopo aver tolto il reggiseno, e accettavo la sua presenza ovunque, mentre le sue dita esploravano il mio calore, rivelato dall'ultimo indumento sfilato.

Era strano concedergli un accesso così totale, ma non avevo mai desiderato così ardentemente il suo tocco e i suoi baci.

L'amore con cui Julian mi stava accarezzando era qualcosa di nuovo per me; la calma che le sue mani portavano alla mia tempesta interiore era un'esperienza senza precedenti.

Mi dipingeva di un amore che non avevo mai conosciuto.

Soffocai un gemito di disapprovazione quando la sua mano smise di stimolarmi, ma le sue labbra si posarono sulle mie e mi distrassi mentre recuperava un profilattico.

Quando fu pronto, posizionato tra le mie cosce e con il viso vicino al mio, si prese qualche istante per baciarmi di nuovo.

«Posso?» domandò flebile.

«Puoi» concessi in un sussurro.

Ero nervosa come se fosse la prima volta, come se non avessi mai provato quella sensazione di pienezza e, in un certo senso, di completezza.

Quando fu completamente dentro, si assicurò che stessi bene, e con mano esperta scivolò verso i punti giusti per aiutarmi ad adattarmi.

«Tutto bene?»

«Tutto bene» mormorai in un gemito strozzato.

Aspettò un cenno del mio capo per iniziare a muoversi, e lo fece con tutta la pazienza e la delicatezza che possedeva.

Non avevo mai sperimentato una simile lentezza, né avevo mai fatto l'amore con gli occhi chiusi.

Di solito non chiudevo le palpebre per paura di vedere volti indesiderati, e mi muovevo in fretta, impaziente che tutto finisse.

Ma con Julian era tutto spaventosamente diverso.
Mentre si muoveva sopra di me e ansimava sulle mie labbra, mi sentivo amata in un modo che non avevo mai provato.

Mi chiesi se questo fosse il vero significato dell'amore sincero, se fosse quello l'amore che meritavo. Una lacrima scese lungo la mia guancia e Julian la asciugò prontamente, lasciando un bacio dove era posata.

«Sei al sicuro, Lilith».

E, anche quando le sue spinte divennero più intense e le mie unghie graffiarono la sua schiena, mi sentivo al sicuro sul serio.

Sapevo che evitava movimenti bruschi e rapidi per non spezzare la mia bolla di intimità. Nonostante l'intensità del momento, non cedette mai alla tentazione di essere più aggressivo per soddisfare prima sé stesso.

Spinsi il bacino verso di lui e inarcai la schiena quando le sue labbra accarezzarono i miei seni e la sua mano tornò tra le mie gambe per stimolarmi, incoraggiandolo a continuare senza fermarsi.

Era impossibile quantificare per quanto tempo i miei gemiti si intrecciarono ai suoi, quanti graffi avevo lasciato sulla sua pelle o quante volte avevo sospirato il suo nome.

«Lasciati andare» mormorò con la voce roca e il respiro pesante.

L'aveva capito che avevo cominciato a trattenermi, quasi imbarazzata.

Seguii il suo suggerimento e strinsi i suoi ricci tra le mie dita, abbandonandomi totalmente al piacere e a lui. Mi accorsi che anche lui si stava lasciando andare quando i muscoli delle sue braccia si tesero.

I suoi gemiti svanirono e, dopo essersi allontanato appena per togliere l'involucro di plastica, tornò sopra di me.

Non ero pronta a rinunciare al calore del suo corpo, così lo attirai verso di me, accogliendo volentieri il suo peso che mi schiacciava.

Nascose il viso nell'incavo del mio collo e lo baciò dolcemente. Le nostre pelli sudate si adattavano perfettamente l'una all'altra.

Mentre si spostava al mio fianco, riprese il controllo sui suoi muscoli ancora scossi dal piacere. Mi avvolse con un braccio e mi accarezzò il fianco con delicatezza; io restavo a pancia in su, attonita e con l'eyeliner leggermente sbavato.

«Stai bene?»

«Mai stata meglio» ammisi, e per una volta ero sincera. «Tu?»

«Mai stato meglio».

Cercò il mio sguardo, e io glielo concessi, inclinando la testa e incastrando i miei occhi nei suoi.
Non era solo il momento che stava cercando di comprendere, ma c'era qualcosa di più profondo nella sua espressione.

Presa dall'intensità del momento, decisi di rivelargli un dettaglio personale mai condiviso con nessuno, convinta che solo così avrebbe potuto capire il significato che quel momento aveva per me.

Sentii che l'unico modo per trasmettergli il mio sentimento era aprire un cassetto della memoria e condividerne il contenuto con lui.

«Non sono mai stata sotto durante un rapporto».

Julian assottigliò lo sguardo, visibilmente confuso, come se non fosse sicuro di aver udito correttamente o pensasse che stessi scherzando.

Ma quando colse la serietà nel mio volto e notò il mio sguardo fisso sul soffitto, si mise in ascolto, tornando a osservare attentamente.

«La mia prima volta è stata con Gerard, avevamo diciassette anni e mezzo» sussurrai. «Non l'abbiamo fatto perché ci piacevamo, forse nessuno dei due lo voleva sul serio. Ci sentivamo costretti dalle circostanze, sentivamo che il mondo stesse per crollarci addosso. Da quel giorno, siamo finiti a letto insieme per un totale di quattro volte».

Presi qualche secondo di silenzio, consapevole che il mio racconto potesse sembrare confuso e privo di un filo logico, data la quantità di dettagli che stavo omettendo.

«Ci faceva schifo. Voglio dire, al di fuori di quel rapporto puramente fisico senza nessun tipo di passione, nessun tipo di bacio, ci vedevamo solo e unicamente come fratelli. Ma finire in quelle circostanze ci aiutava a fingere di essere come tutti gli altri, anche se lo reputavamo estremamente sbagliato».

Deglutii, mandando giù il groppo che avevo in gola, e sperai che Julian non smettesse mai di tracciare linee sul mio fianco con il suo tocco delicato. Quel gesto mi dava coraggio, comunicandomi che non mi stava giudicando.

«Non ho mai avuto altri rapporti e, considerando che in tutti questi anni io e Gerard siamo stati a letto insieme solo quattro volte, non posso neanche dire di avere tutta questa esperienza. Ma non l'ho mai fatto in questa posizione, neanche la mia prima volta».

Julian si avvicinò maggiormente per sentire la mia voce, perché più andavo avanti e più mi sembrava che le corde vocali stessero per lasciarmi.

«La odio. Odio stare sotto. Mi fa sentire vulnerabile, sottomessa, fragile» rivelai infine. «Odio non avere il controllo, odio l'idea che qualcuno possa afferrare i miei polsi e bloccare i miei movimenti, odio l'idea di guardare dal basso senza poter fare nulla e vedermi obbligata a subire».

«Lilith» mi attirò a sé e il mio corpo si girò verso il suo come una calamita.

Nel suo sguardo colsi una preoccupazione sincera e il timore di ascoltare ciò che più temeva.

Scossi il capo nel tentativo di rassicurarlo, facendogli capire che Gerard era stato l'unico e che nessuno mi aveva mai toccata senza il mio consenso.

Era una mezza verità, perché l'altra parte della storia era troppo cruda e difficile da spiegare.

«Sono stati anni infernali, Julian» confessai. «Ma non è ciò che pensi».

«Avresti dovuto dirmelo, avremmo potuto fare diversamente» si affrettò a dire, terrorizzato dall'idea che anche lui mi avesse trasmesso quel senso di impotenza.

«No, no, no» scossi prontamente il capo. «Con te ci sono riuscita, capisci? Non ho avuto paura».

Con te non ho visto le loro facce.
Con te ho chiusi gli occhi.
Con te sono riuscita a lascarmi andare.
Con te non ho avuto flashback.
Con te non sono entrata in uno stato dissociativo per tutto il tempo.
Con te ho vissuto il momento.
Con te ho sentito la pelle bruciare e l'amore addosso.

«Se dovesse esserci una seconda volta, promettimi di dirmi sempre tutto» sussurrò. «Dimmi quando qualcosa non ti piace, dimmi quando vuoi smettere, quando ti senti male. Promettimelo, Lilith».

«Te lo prometto» e glielo stavo promettendo sul serio.

Minuti dopo, eravamo in doccia insieme. Non c'era nulla di erotico in quel momento; i baci che ci scambiavamo, con i capelli pieni di schiuma, avevano un'incredibile tenerezza e romanticismo.

Non avrei mai pensato di avere bisogno di questo, ma alla fine non desideravo altro.

Anche una stronza acida come me, alla fine della giornata, aveva bisogno di nutrirsi di un amore che non aveva mai conosciuto.

Sciacquata via la schiuma e notando gli occhi rossi e leggermente irritati di Julian a causa dell'acqua e dello shampoo, trovai il coraggio di permettergli di fare qualcosa che per anni avevo sempre fatto da sola.

Rimosse la fasciatura e, sotto il getto d'acqua, scrutò le cicatrici e i tagli freschi sulla mia pelle.

Cercai di nascondere il mio disagio e, mentre mi sopraffaceva il disgusto per me stessa e per ciò che mi infliggevo, Julian posò le sue labbra carnose sui segni bianchi e spessi, poi su quelli in via di guarigione e, con maggiore delicatezza, su quelli recenti.

Mi esposi in tutti i sensi e ringraziai la sua immensa sensibilità nel non fare domande o commenti.

Lui, che si ostinava a etichettarsi come insensibile e poco empatico, aveva il cuore più grande che avessi mai visto e un'emotività sottile e pura, mai invadente.

Fu sempre lui a rifasciarmi i tagli: io seduta sul bordo della vasca da bagno, in slip e nella sua canottiera, e lui in ginocchio, avvolto solo nei boxer e con i ricci stillanti d'acqua.

Lasciò un bacio delicato sulla fasciatura, come se fosse un marchio di affetto, e poi baciò le mie labbra.

Con un gesto gentile, mi sollevò e mi strinse attorno a sé, riportandomi tra le lenzuola disordinate e scomposte.

«Sai, l'ho letto il libro. È nella mia borsa» sussurrai sulle sue labbra. «Mi ha trasmesso... una certa nostalgia per l'innocenza e la semplicità dell'infanzia».

«Il principe rappresenta proprio quello. È anche un invito a cogliere la bellezza nelle piccole cose da adulti, come si faceva da bambini» spiegò.

«Me lo hai regalato per questo?» sorrisi.

«Anche».

«Io ci provo a seguire le orme del piccolo principe, ma non sono così forte come credi».

«Lo sai che la rosa rappresenta l'amore, la fragilità e l'unicità?»

«Lo avevo immaginato per l'importanza che ha per il piccolo principe».

«È importante perché è la rosa che ha scelto di amare e di cui prendersi cura. La rosa incarna amore, vulnerabilità, la necessità di essere protetta» mormorò e tornò a guardarmi. «La devozione verso coloro che amiamo».

«Un po' egoista, la rosa» osai.

«Per la rosa, il piccolo principe è il suo custode, il suo protettore, dipende da lui e non sopravviverebbe senza. Ma attraverso lui riesce a capire che la reciprocità è importante, è alla base delle relazioni interpersonali».

«Quindi, me l'hai regalato perché vuoi che io dipenda da te?»

«Mai» affermò. «Tu sei uno spirito libero, non devi mai dipendere da nessuno al di fuori di te stessa».

«Non vuoi che io sia la tua rosa, allora».

«Voglio che tu sia libera sempre, ma che mi concedessi l'opportunità di prendermi cura di te come tu fai con gli altri, come proteggi tutti, compreso me» confidò. «Che tu ti prenda cura di te stessa prima di qualsiasi altra persona».

«Smettila di dire cose che mi faranno innamorare di te, detective» sussurrai con occhi lucidi, e lui sorrise. «Più di quanto io non lo sia già».

«Ti stai dichiarando, signorina Andersen?»

«Non credo di essere pronta a farlo».

«Aspetterò».

«E se ti innamori di un'altra nell'attesa?»

«Se non sono riuscito a farlo negli ultimi tredici anni, dubito accadrà ora» constatò. «Sono condannato a essere innamorato di te per tutta la vita, Lilith Andersen».

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SPAZIO AUTRICE:
Non so cosa dire in questo spazio autrice, solo che questo è uno dei miei capitoli preferiti. Non voglio aggiungere altro per evitare di rovinare la dolcezza, la delicatezza dell'amore tra Julian e Lilith.

Per qualsiasi cosa, potete scrivermi su IG. Vi voglio bene!
Nyx🖤

IG: nyxerastories_
Tiktok: nyxeras

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