Skylar
Dopo quella notte, Lui venne a trovarmi ogni giorno nel pomeriggio, con la scusa di voler studiare insieme. Non disse ai miei genitori il reale motivo del mio malessere, anche perché, poco prima che se ne andasse, lo supplicai di tenere il segreto promettendogli che avrei smesso. Mi stavo impegnando tanto nonostante ne avessi una gran voglia, quando papà e mamma non c'erano mi fermavo inconsciamente davanti alla vetrinetta degli alcolici di papà, che fortunatamente, ancora non si era accorto di niente, prendevo le bottiglie in fondo così che non potesse accorgersi dell'assenza di quelle 5 bottiglie che gli avevo rubato in tutto quel lasso di tempo. Per la cronaca, aveva un'intera collezione che però non apriva mai, erano tutti regali da parte di colleghi e pazienti e, invece che berli nelle grandi occasioni, li lasciava lì in esposizione nella sua vetrinetta perché astemio.
La promessa che Gli feci però, mi teneva ancorata a quella notte, al suo sguardo preoccupato, così vicino e premuroso, non mi lasciò da sola neanche per mezzo minuto. Sentivo che quella barriera che all'inizio costruii attorno a me si stava pian piano distruggendo, voleva a tutti i costi rientrare nella mia vita e per farlo era persino disposto a ignorarmi - per quel breve periodo che ci riuscì - e infatti, è stato il karma a interferire, mandando a monte la mia richiesta. Il resto è stato un susseguirsi di attenzioni e azioni che pian piano hanno solo migliorato la nostra situazione portandomi a dubitare dell'odio che dicevo di provare per lui.
Lo sopportavo, forse. O forse no. Non mi dispiaceva averlo attorno, che fosse per studiare o anche solo per averlo a pranzo o a cena, perché sì, mamma insisteva che rimanesse a mangiare e ogni volta dovevo ricordarle che anche lui avesse una famiglia.
I miei genitori cercavano di indagare chiedendo come stessero sua madre e suo padre e che gli farebbero molto piacere se un giorno venissero anche loro a casa nostra per un brunch, ma lui restava molto vago e nonostante morissi dalla curiosità di sapere di più, mi faceva pena e così mi ritrovavo a tirarlo fuori da quelle situazioni scomode.
Era Domenica, sarei ritornata a scuola il mercoledì, stavo distesa sul mio letto, con il computer sul grembo mentre a lui gli avevo gentilmente - a malincuore - ceduto la mia scrivania per studiare, stavamo andando avanti così da più di due ore e quando vidi la sua testa alzarsi per scrocchiarsi il collo, capii che era ora di fare una pausa.
«Hai una sedia scomodissima», si lamentò lui stiracchiandosi su di essa.
«La prossima volta vieni col pannolone, magari senti meno dolore al culo», lo punzecchiai, ma la verità era che anche a me faceva piuttosto male il fondoschiena, ma orgogliosa com'ero, non volevo certamente farlo vedere.
«Tu dici? O forse dovrei pensare a una ciambella?», si girò a guardarmi roteando sulla sedia. Distese le gambe e scese col sedere fino al bordo di essa stiracchiandosi.
«Tipo quella che usano i vecchi?»
Ci pensò un po' su prima di rispondere, portando il naso al soffitto, poi lo riabbassò e riportò lo sguardo su di me, «sì, tipo quello».
«Dipende», alzai lo sguardo dallo schermo incrociando i suoi occhi, «hai il sedere come quello di un anziano?»
«Detta così suona diversamente da come la stavo immaginando», rispose lui, poi si inchinò sul suo zaino e tirò fuori una busta bianca, potevo già immaginare che cosa ci fosse. Tirò fuori un contenitore di plastica con dentro due grandi fette di torta allo yogurt e due confezioni di latte al cioccolato, «ne vuoi una? L'ha fatta mamma», mi guardò in attesa di una risposta.
Annuii sentendo lo stomaco brontolare dalla fame e così, in un momento di tregua, gli diedi il permesso di sedersi accanto a me sul letto, a patto che si togliesse le scarpe e non mi sbriciolasse le coperte.
Tra un morso e l'altro e un sorso di latte al cioccolato, decisi di aprire Twitter andando a ricercare quella stupida pagina. In quei giorni decisi di cancellare tutti i post che avevo pubblicato, togliere la biografia e cambiare nome, tutto questo in un momento di poca lucidità, ma era la cosa giusta da fare per me e per il cambiamento che volevo intraprendere.
«La conosci?», gli chiesi mentre digitavo velocemente il nickname sulla barra di ricerca.
«Sfortunatamente sì. L'ho scoperta il giorno dopo la festa»
«Quindi sai anche che sei diventato il mio amante»
«Non sapevo di essere entrato nelle tue mutande, ma a quanto pare sì. La gente ne sa più di noi», lui continuò a mangiare tenendo lo sguardo fisso sullo schermo del computer, «come stai prendendo tutta questa faccenda?», me lo chiese con tono più basso del solito, con una punta di preoccupazione.
«Sono abituata a queste cose, si dicono tante cose di me e la maggior parte sono tutte false, ma non posso farci niente, preferisco fargli credere quello che vogliono», scorrevo velocemente ogni post di quella pagina, ma qualcosa, colse la mia attenzione, la foto di un luogo, che io conoscevo bene.
«Ma questa è...», con uno scatto lui allungò il collo per vedere meglio.
«... La mia soffitta», il mio cuore perse un battito e iniziò a galoppare, «cosa cazzo ci fa la foto della mia soffitta qui?», sentivo caldo, mi stava mancando l'aria.
«Lily, non ti agitare. Può essere una foto che hai scattato tu e che hai inviato a qualcuno?»
«Nessuno sa della soffitta, nessuno sa che dipingo, a parte te», mi girai a guardarlo, per un momento pensai che l'avesse fatta lui, ma nella foto c'era ancora il quadro rosso rivolto a terra e lui l'aveva visitata la sera che l'avevo tolto via. Lui mi guardò pronto a rispondere, ma lo precedetti, «non c'è bisogno che ti spieghi, non puoi essere stato tu. Questo quadro è a terra, ed è una foto scattata di fretta, al buio e col flash del cellulare».
«Hai idea di chi possa essere stato? È venuto qualcun' altro qui a casa tua in quei giorni?», cercava di calmare il mio nervosismo, ma più il tempo passava, più mi agitavo, più i commenti aumentavano e più la gente sapeva del mio segreto, di quella parte di me, intima, che volevo tenere fuori da tutto e tutti.
«Solo Chloe, ma è sempre stata con me, non l'ho lasciata neanche per un secondo», "lasciata neanche per un secondo", quelle parole mi rimbombarono nella mente, io avevo lasciato qualcuno da solo, sarà stata una mezz'ora circa, «Violet», dissi a denti stretti con la rabbia che sostituiva il nervosismo.
«Violet?», ripeté lui inclinando la testa di lato.
«Sì, era venuta a casa senza Jillian con la scusa che lei dovesse finire di studiare e mi chiese se potesse prepararsi qui, l'ho lasciata da sola per circa mezz'ora o tre quarti d'ora, perché dovevo farmi una doccia e lavarmi i capelli. Merda», mi portai le mani fra i capelli indecisa se strapparmeli o strapparli a lei la prossima volta che l'avrei vista, «e prima di andare via avevo notato la porticina della soffitta leggermente aperta, ho pensato fossero saliti i miei genitori o che non l'avessi chiusa bene».
Lui mi prese il computer dal grembo e lo appoggiò sulle proprie gambe, iniziò a leggere i vari commenti sotto quella foto priva di didascalia, non riuscii a stare ferma e così mi alzai dal letto e iniziai a camminare per la camera, «questa è violazione della privacy, Lily. Dovresti fare denuncia», il dito scorreva sul mouse pad mentre lo sguardo si muoveva rapidamente da sinistra a destra, «anche se potrebbe essere la soffitta di chiunque».
«Se facessi denuncia per tutte le cose che mi sono state fatte, diventerei milionaria», non ebbi il coraggio di guardare lo schermo, lo lasciai fare a lui, sentivo una tremenda voglia di bere, di scolarmi un'intera bottiglia di Gin e dimenticarmi di quel momento, «e poi quella pagina posta solo roba che riguarda me, ormai la gente capisce subito che quella è la mia cazzo di soffitta». Il mio sguardo andò verso la borraccia, riempita d'acqua, ma il modo in cui la guardavo mi faceva desiderare di trovarvici dentro qualcos'altro.
«So a cosa stai pensando, ma non risolverai niente così. Piuttosto preferisco comprarti tutte le confezioni di latte al cioccolato pur di non farti più bere quella roba»
«Così ingrasso»
«Sai quanto mi frega, ci manca solo questa nuova fissa»
«Ma sono tanti zuccheri»
«Ciccia in più, ciccia in meno, non mi interessa. Mi basta che tu sorrida e stia bene. Io sarò contento», fra noi calò un silenzio imbarazzante, lo vidi fare finta di niente e le sue orecchie pian piano si colorarono di rosso continuando a tenere lo sguardo incollato allo schermo del computer.
«Questa conversazione sta diventando troppo intima», dissi e lui non obiettò.
«Beh, guarda il lato positivo, molte persone stanno andando contro chi ha postato questa foto», mi girai di scatto, sorpresa da quelle parole.
«Davvero?», lui annuì, io mi sedetti di colpo e strisciai più vicino a lui per dare un'occhiata a quei commenti.
"Perché non vi fate i cazzi vostri?"
"Adesso una persona non può avere i propri hobby?"
"Non è che stai esagerando un po'? Ha subito della violenza fisica e continuate a buttarle merda addosso"
"Il rispetto è stato buttato nel cesso"
"Quei quadri sono stupendi!!!"
"Ma chi l'ha fatta sta foto?"
"Sei patetic*, lasciala in pace"
Dopo tutto il bullismo che avevo fatto, c'era comunque qualcuno che, nonostante ciò, sapeva distinguere il giusto dal sbagliato. Non seppi che dire, guardavo in silenzio i centinaia di commenti sotto quella foto, ed erano davvero pochi quelli negativi rivolti a me, mi sentii sollevata, meno sola, ma comunque terribilmente in colpa.
«C'è gente che addirittura ti fa i complimenti», sentii il suo respiro solleticarmi il collo da quanto eravamo vicini, ma io non smettevo di masticarmi l'interno della guancia.
«Non me lo merito», dissi di getto.
«Ma come? Lily, loro son-»
«Non mi merito il loro supporto», spostai il mio sguardo sul suo, eravamo davvero troppo vicini, potevo vedere ogni sfumatura verde dei suoi occhi, ogni lentiggine sul suo naso e sentire il suo inconfondibile profumo di pino e aria fresca, «e neanche il tuo, non sono una bella persona».
Lui chiuse di colpo il computer mettendolo via, stavo per dirgli di essere delicato che quell'oggetto non era suo, ma quando si sistemò meglio sul letto incrociando le gambe e guardandomi dritta negli occhi, lì sì che mi morsi la lingua.
«Perché ho il presentimento che stai per chiedermi qualcosa di cui io non voglio parlare?»
«Il bullismo non si giustifica, e su questo vedo che siamo d'accordo tutti e due, come non ti ho perdonato per quello che hai fatto a Will», lo interruppi.
«Oh dai, se fosse uscito dallo spogliatoio e avrebbe fatto 2 metri più in là avrebbe trovato la sacca dell'allenamento nella spazzatura, pulita per giunta», lui mi guardò impassibile incrociando le braccia al petto, sospirai roteando gli occhi al cielo.
«Stavo dicendo», e continuò il suo discorso, «te la sei presa con tutte queste persone? Centinaia e centinaia di studenti?»
«No»
«Di che ti preoccupi, allora?»
«Perché ti ostini a difendermi quando mi sono comportata di merda?», mi alzai di nuovo dal letto iniziando a camminare da una parte all'altra della camera innervosendomi.
«Perché sei il tipo di persona che non fa qualcosa senza una motivazione valida, quindi, se ti sei comportata così, ci deve essere per forza un motivo. La Lily che conosco non inizierebbe mai per prima», lui mi seguì con lo sguardo.
«La "Lily" che conosci, non esiste più», eppure aveva ragione, c'era sempre una motivazione a ogni mia azione.
«Oh si invece che esiste ancora, quindi ora mi dirai che cosa ti è stato fatto»
«Non ho niente da dirti», non avevo intenzione di aprirmi con lui, non in quel momento almeno.
«Lily»
«Insistere non porterà a niente», ero troppo incazzata e con i nervi tesi per mettermi ad affrontare un argomento così spinoso e doloroso. Dovevo pensare a qualcosa, quella foto deve averla fatta per forza Violet, nessun' altro ha messo piede nella mia soffitta. Chloe restò con me tutto il tempo, lui ci salì solo quando c'ero anche io, e ovviamente sarebbe stato da stupidi fare una foto con il flash in mia presenza, ma a ogni modo, lui non è stato per altre ovvie ragioni. Tutti i punti riconducevano a Violet, è stata l'unica che lasciai sola giusto il tempo di fare una doccia, però, perché, perché farmi questo? C'era davvero lei dietro quel profilo?
Mi sentivo delusa, usata e incazzata. Mi sono fidata di persone che una alla volta mi hanno pugnalato alle spalle e tutto questo per un motivo che io ancora non conoscevo. Cercare di distinguermi dalla massa mi ha portato a venire bullizzata e violentata alle medie, mentre cercare di conformarmi con gli altri adolescenti mi ha portato a diventare il mio peggior incubo, scampare a uno stupro, subire della violenza fisica dal mio ex fidanzato, venire tradita da quelle che io reputavo le mie migliori amiche, per non parlare dell'odio che quasi tutta la scuola aveva nei miei confronti. Un odio giustificato, certo, guardandomi alle spalle continuo a confermare e a ribadire che non sono stata affatto una santa ma solo una grandissima stronza.
Mi stavano voltando tutti le spalle, è proprio vero che il karma torna sempre indietro.
Il problema era che stava colpendo solo me.
«Terra chiama Lily, mi stai ascoltando?», la sua voce mi riscosse dai miei pensieri, tenevo lo sguardo perso in un punto indefinito a terra mentre per tutto quel tempo non feci altro che fare avanti e indietro per la mia camera mangiucchiando l'interno della guancia. Alzai lo sguardo tornando a guardarlo.
«No», sospirai pesantemente fregandomi i palmi delle mani contro il tessuto del pigiama, «finiamo qui di studiare, ho bisogno di starmene in soffitta per i fatti miei», lui si alzò dal mio letto avvicinandosi alla scrivania per prendere svogliatamente i suoi libri. Dal suo modo di fare sembrava non volesse andarsene, non erano neanche le 18 e io letteralmente ce lo stavo mandando via di casa.
«Lo capisco che sei incazzata, ma ora come ora quel sentimento non deve prevalere», fece poi inchinandosi accanto a me per prendere il suo zaino da terra.
«Non è una faccenda che ti riguarda», lo seguii con lo sguardo, ogni suo movimento mentre incrociai le braccia al petto.
«Non c'è niente di male a chiedere aiuto per una buona volta. Pensare di potercela fare da soli può portarti a farti carico di problemi più grandi di te e la situazione potrebbe sfuggirti di mano», quando si raddrizzò, sovrastandomi in altezza, si portò lo zaino in spalla e il suo sguardo verde salvia si fermò sul mio. Non aveva torto, tante situazioni mi erano già sfuggite di mano e tanti furono gli errori che avevo fatto nella speranza di rimediare da sola al danno. Non seppi cosa rispondergli, distolsi lo sguardo guardando altrove per la camera, «domani torno a scuola, e non potrò venire, martedì compreso, devo recuperare del programma arretrato», sapere che per due giorni non lo avrei rivisto mi creò del vuoto nel petto, averlo attorno mi rendeva in qualche modo più tranquilla anche se non parlavamo quasi mai o poco e nulla, «se vuoi, visto che non puoi guidare ancora per un po', per qualche giorno posso venire a prenderti e andiamo a scuola insieme».
Ci pensai qualche secondo, ma la verità era che sapevo già cosa rispondere.
«Va bene. Non fare tardi», lo vidi sorridere e silenziosamente lo accompagnai alla porta d'ingresso, la sua moto stava parcheggiata sul ciglio della strada, sul nostro vialetto. Non feci in tempo a "salutarlo" - ovvero aspettare silenziosamente, appoggiata allo stipite della porta che se ne andasse - che inaspettatamente mi lasciò un bacio sulla fronte per poi allontanarsi da me e avviarsi verso il veicolo con un largo sorriso sul volto. Quel gesto mi lasciò pietrificata sul posto, e con una sensazione inaspettata di calore nel petto.