Era passata poco più di una settimana dalla conferenza stampa.
Le autorità avevano parlato chiaro: Papillon era stato finalmente sconfitto grazie alla collaborazione di un misterioso benefattore… Gabriel Agreste, l’imprenditore geniale che aveva sacrificato tutto per fermare la minaccia.
Una bugia. Necessaria. Decisa a porte chiuse.
Perché Adrien l’aveva chiesto. Implorato, quasi.
«Non voglio che lo ricordino come un mostro…» aveva sussurrato tra le lacrime.
Il mondo piangeva un eroe.
Ma in una piccola casa di fornai di Parigi, viveva suo figlio. E il dolore, quello vero, era tutto lì.
Adrien non usciva mai dalla stanza degli ospiti, anche se dormiva spesso sul divano.
Lo sentivo la notte camminare avanti e indietro nel corridoio. Passi lenti, silenziosi.
Come se cercasse qualcosa che non avrebbe mai trovato.
Aveva smesso di mangiare regolarmente. Mia mamma cercava sempre di preparargli qualcosa che potesse piacergli, ma lui si limitava a ringraziare a bassa voce, mangiucchiando appena.
Non guardava la TV, non leggeva, non suonava.
Non toccava più nemmeno il suo Miraculous.
Io… io non sapevo cosa fare.
A volte provavo ad avvicinarmi, a parlargli, a distrarlo. Gli raccontavo della giornata, dei miei compiti, dei genitori che litigavano su chi avesse messo troppo lievito nella brioche. Ma lui restava in silenzio. O al massimo sorrideva con quegli occhi vuoti, spenti, come se stesse recitando la parte di qualcuno che una volta era stato felice.
Nathalie, invece, chiamava ogni giorno.
All’inizio, Adrien lasciava squillare. Poi ha smesso direttamente di guardare il telefono.
Non leggeva i messaggi. Non apriva le notifiche.
Non rispondeva nemmeno a Nino, né a Alya, né al gruppo degli amici che continuavano a scrivere per capire dove fosse finito.
Nessuno lo sapeva.
Solo noi. Solo io.
Papà gli aveva persino detto di aiutarlo un giorno in panetteria, tanto per distrarsi.
Lui aveva solo annuito, poi non si era presentato.
Un pomeriggio lo trovai seduto sul tetto del balcone della mia stanza.
Le gambe a penzoloni, lo sguardo perso nel cielo plumbeo. Non faceva nemmeno freddo, ma lui indossava ancora la felpa lunga e il cappuccio tirato su. Come se volesse nascondersi dal mondo.
O forse da sé stesso.
Mi sedetti accanto a lui, in silenzio.
Rimanemmo così per diversi minuti. Il vento muoveva piano le foglie del gelsomino, e ogni tanto il rombo di una macchina lontana ci ricordava che la vita fuori continuava, anche se noi eravamo fermi.
«Ti manca?» chiedo infine.
Non serviva nemmeno dire chi.
Adrien non risponde subito. Poi fa un piccolo cenno col capo.
«Non so chi mi manca, Marinette...» sussurra lui «Il padre che credevo di avere, o la verità che ho scoperto.»
Quelle parole mi ferirono. Per lui.
Perché era chiaro che non riusciva nemmeno più a distinguere l’amore dalla delusione.
Mi faccio coraggio. Allungo una mano e la appoggio sulla sua.
Era gelida. Ma non si ritirò.
«Se vuoi parlare, se vuoi solo ascoltare… o anche solo stare in silenzio… io sono qui.»
Lo dissi piano, quasi temendo che si spezzasse. Ma lui annuì ancora.
Un movimento piccolo, come un battito d’ali.
Poi, per la prima volta in settimane, parlò davvero.
«Sai cosa odio di più?» chiede con la voce spezzata.
«Che in fondo… una parte di me ancora lo ama.»
Non rispondo. Solo strinsi la sua mano più forte.
E in quel gesto c’era tutto.
Il silenzio calò su di noi di nuovo, ma stavolta non era pesante.
Era necessario.
Sentivo il suo respiro farsi meno teso, il corpo piano piano abbandonare quella postura contratta che aveva tenuto per giorni, come se stesse respirando per davvero solo ora.
Poi, dopo minuti interminabili, la sua voce tornò.
Debole, rauca, ma sincera.
«Ho paura, Marinette.»
«Di cosa?» domando piano, senza forzarlo.
Lui ci pensò un attimo.
«Di non tornare più a essere me stesso. Di restare così per sempre. Come se... una parte di me si fosse spaccata in due, e non sapessi più dove finisce Adrien e dove inizia Chatnoir. O dove finisce il figlio di un mostro, e dove inizia chi vuole solo essere libero.»
Il cuore mi si strinse.
«Non devi scegliere una parte sola,» sussurrai. «Tutto quello che sei anche il dolore, anche il dubbio, fa parte di te. E io... io ti amo in ogni forma. Anche quando non sorridi.»
Le sue dita strinsero le mie un po’ più forte.
«Scusa se ti ho tenuta fuori.»
«Tu non mi hai tenuta fuori. Io ero solo in attesa.»
Lo dissi con un piccolo sorriso che lui non vide, ma sentì.
Fu in quel momento che il suo viso si voltò verso il mio.
Per un istante, Adrien sembrava ancora lui.
Gli occhi stanchi, ma vivi. Le pupille cariche di qualcosa che somigliava a riconoscenza. E forse anche a… qualcosa di più.
Si avvicina appena, poggiando la fronte contro la mia.
«Non ce la facevo più senza parlarti. Non so come tu riesca a reggere anche il mio buio.»
«Perché quando ami qualcuno…» dissi con un nodo in gola, «...non te ne vai quando è buio. Porti la luce. Anche se tremi.»
Restammo così. Due teste appoggiate, due cuori che battevano piano.
Il dolore era ancora lì. Ma non era più una condanna.
Poco dopo, lo sento sollevarsi e rientrare nella stanza.
Io lo seguii in silenzio.
Mentre chiudevo la finestra, lui si sedette sul bordo del letto e guardò il pavimento.
«Domani…» iniziò, con la voce ancora incerta, «…magari provo a uscire. Solo… solo una passeggiata, niente di più.»
Lo guardai sorpresa, ma non finsi entusiasmo.
Sapevo che per lui ogni passo era fragile come vetro.
«Va bene,» risposi piano. «Ti accompagno, se vuoi.»
Lui non disse niente, ma accennò un sorriso. Quello vero.
Quello che avevo aspettato per settimane.
Quella notte Adrien rimase a dormire nella mia stanzia, e nel silenzio, fu lui a cercare la mia mano per dormire.
E quando mi svegliai, all’alba, era ancora lì.
Non come un prigioniero in fuga.
Ma come un ragazzo che, per la prima volta, stava lentamente tornando a vivere.
🐞🐞🐞
Il primo raggio di sole filtrava dalle tende leggere, accarezzando la stanza con timide dita dorate.
Faceva ancora fresco, ma non quel gelo che ti entra sotto pelle.
Era un’aria nuova. Di quelle che arrivano dopo la pioggia.
Aprii lentamente gli occhi, ancora assonnata, e mi ricordai che non ero sola nel letto.
Adrien era lì, al mio fianco, ancora addormentato.
Dormiva profondamente, finalmente. La fronte rilassata, le labbra leggermente socchiuse, i capelli disordinati e morbidi come seta sulle lenzuola.
Aveva ancora la mia mano nella sua.
Non l’aveva lasciata. Nemmeno nel sonno.
Lo guardai in silenzio, il cuore che mi batteva piano nel petto.
Sembrava più sereno, senza il peso che gli gravava addosso di giorno.
Come se per qualche ora fosse tornato a essere solo lui. Solo Adrien.
Il ragazzo che avevo sempre amato.
Mi avvicinai appena, inspirando piano il suo profumo.
Era famiglia.
Era casa.
Poi, come se sentisse il mio sguardo su di lui, si mosse piano.
Le ciglia si sollevarono, gli occhi dorati si aprirono lentamente. Mi fissò per un attimo senza dire nulla, come se volesse accertarsi che fossi davvero lì.
E poi sorrise. Un sorriso vero.
Non perfetto. Non brillante. Ma vero.
«Buongiorno Principessa» mormorò con voce roca, ancora impastata di sonno.
«Buongiorno Gattino» risposi a voce bassa, senza riuscire a trattenere il sorriso.
Rimanemmo così, occhi negli occhi, respiri incrociati.
C’era qualcosa nell’aria. Un filo invisibile, teso, carico di tutte le parole non dette, di tutte le carezze mancate, di tutti gli sguardi sfiorati nelle ultime, lunghe, settimane.
E stavolta, nessuno dei due si tirò indietro.
Fu lui a muoversi per primo.
Un gesto lento, quasi tremante, come se temesse che lo rifiutassi.
Avvicinò il viso al mio, centimetro dopo centimetro.
Io non mi mossi. Non serviva.
E quando le sue labbra incontrarono le mie, fu come respirare dopo settimane sott’acqua.
Il bacio non fu esitante.
Non fu incerto.
Fu pieno. Profondo. Passionale.
Come se tutte le emozioni accumulate il dolore, la rabbia, la paura, la gratitudine si fossero fuse in quell’unico contatto.
Le sue mani salirono a stringermi il viso, le dita tra i miei capelli.
Io lo afferrai per la maglietta, attirandolo più vicino, come se il solo contatto della pelle non bastasse a trattenerlo.
Non era solo desiderio.
Era bisogno.
Era amore.
Quando ci staccammo, le nostre fronti restarono unite, e i nostri respiri affannati si mescolavano nell’aria quieta del mattino.
«Scusa,» sussurrò, «mi era mancato»
«Non scusarti,» lo interruppi a bassa voce. «Aspettavo questo momento da giorni»
Lui sorrise di nuovo. Ma stavolta c’era luce nei suoi occhi.
Piccola, fragile.
Ma viva.
Le nostre fronti erano ancora unite, i respiri mescolati, i cuori che finalmente avevano trovato un ritmo comune.
E proprio in quell’attimo perfetto, nel silenzio intimo della stanza illuminata dal sole del mattino...
...BOOM.
La porta si spalancò con uno schianto tale che credo il mio cuore fece un salto peggiore di quando combatto un akumizzato armato di motosega.
«MARINETTE DUPAIN-CHENG»
La voce di Alya riempì la stanza come un fiume in piena.
Era trafelata, spettinata, con lo zaino ancora in spalla e lo smartphone stretto in mano, con la nostra chat aperta.
«Facciamo finta che tu non sia sparita per SETTIMANE, ignorando qualsiasi messaggio e telefonata da parte mi-»
Silenzio.
I suoi occhi si posarono su noi due, ancora sdraiati.
Io con la maglia stropicciata, Adrien a torso nudo, le nostre mani intrecciate, le labbra ancora arrossate.
Le guance ci si incendiarono all’istante. Sembrava una scena uscita da una fanfiction troppo spinta.
Un lunghissimo secondo.
Poi Alya alzò un sopracciglio. Lentamente.
«Oh. Ohhhh. No bella non di nuovo»
Un ghigno le si allargò in faccia.
«Adesso scendi subito, scendete entrambi e parliamo »
«Alya!» urlai, cercando di rimettermi seduta coprendomi il viso con le mani.
Adrien scoppiò a ridere. La sua vera risata. Di quelle che non si sentivano da mesi.
«Ti prego non ora!» cercai di tirare via il suo telefono, ma lei era già indietreggiata, vittoriosa.
«No, no, prima Chatnoir poi Adrien, non posso essere sempre io a piombarti in camera mentre pomiciate! E poi...quando? quando è successo?» inizia a blaterare a raffica.
«Ti prego, non adesso» borbottai tra i denti.
Alya fece due passi indietro, con le mani in alto.
«Va bene va bene, me ne vado… ma cazzo se mi devi una chiacchierata.»
«E Adrien...Mi dispiace tanto per quello che è successo» conclude.
Adrien le accennò un sorriso e lei con un'ultima occhiata teatrale, chiuse la porta alle sue spalle.
Rimase il silenzio.
Poi scoppiammo entrambi a ridere, io e Adrien, le mani ancora intrecciate sotto le lenzuola.
Una risata vera, di quelle che fanno bene. Che scacciano i fantasmi.
«Penso che Alya abbia ufficialmente rovinato il momento più romantico della mia vita» sussurrai ridendo.
«O forse l’ha salvato dall’essere troppo perfetto» rispose lui.
E mi baciò ancora.
Più leggero. Ma con lo stesso fuoco nel cuore.
«Mi tormenterà fin quando non saprà tutta la storia» sbuffai.
«Lo so, le vuoi dire di... Ladybug? cioè, tutto tutto?» chiede lui.
«Devo giocarmela bene, in questo momento penserà che me la spasso sia con te che con Chatnoir, è terribile!» dico, giocherellando con una ciocca dorata dei suoi capelli.
«Sarebbe davvero così terribile?» ridacchia lui.
Lo fulmino con lo sguardo, ma non riesco a trattenere un sorriso.
«Sì, è terribile. Sembri il protagonista di un drama trash con la doppia identità e zero rispetto per le complicazioni emotive delle ragazze normali.»
Gli dò un buffetto sulla fronte.
Adrien si lascia cadere sul cuscino ridendo piano, ma poi il suo sguardo torna serio.
«Molto specifico ma scherzi a parte… davvero vuoi dirle tutto? Rivelarle chi sei?»
Abbasso lo sguardo. Le dita ancora intrecciate tra i suoi capelli biondi.
«Non lo so. Alya è la mia migliore amica. Ma questa non è una verità come le altre. È qualcosa che… che cambia tutto. Per sempre.»
«E cambierebbe anche lei,» mormora lui. «Non potresti più proteggerla nello stesso modo.»
«Già.»
Mi sento piccola, improvvisamente.
Mi alzo e vado verso la finestra. Parigi è lì, viva e luminosa, e io dentro sento ancora troppa confusione.
Adrien si alza poco dopo e mi raggiunge in silenzio. Mi abbraccia da dietro, il mento appoggiato alla mia spalla.
«Qualunque cosa decidi… io sono con te.»
La sua voce è calda, calma, ed è forse la cosa più stabile che ho sentito in giorni.
Chiudo gli occhi e sorrido appena.
«Ti rendi conto che sei passato da "non voglio vedere nessuno mai più" a "ti faccio da supporto morale come se fossi un terapeuta sexy"?»
«È il mio nuovo potere da supereroe,» mormora lui, e mi bacia dolcemente il collo.
Rabbrividisco.
Poi, il momento si spezza di nuovo — perché sentiamo una notifica forte e chiara arrivare dal mio telefono.
Messaggio da Alya:
📲 "Okay, va bene. Non insisterò. Ma se entro domani non mi spieghi tutto, vengo con una lavagna, lo spago rosso e una cospirazione. Sappilo."
Sospiro.
«Mi tormenterà, te l’avevo detto.»
Adrien ride piano.
«Almeno ti dà tempo fino a domani. È più generosa di quanto pensassi.»
«Domani non esiste quando sei Alya Césaire.»
Mi volto verso di lui.
E tra la paura di confessare troppo, la voglia di proteggerla e la verità che preme per venire fuori…
Mi rifugio ancora una volta in quell’unico punto sicuro che conosco:
Le sue braccia.
📚 Spazio Autore 💬
Ciao a tutti, piccoli cuori marichat 💚🖤
Intanto grazie di cuore per essere ancora qui, a leggere, commentare, sostenere… siete un’energia incredibile per questa storia!
Volevo chiedervi una cosa:
Vi piacciono i capitoli lunghi così, pieni di momenti emotivi, scene romantiche e dialoghi dettagliati?
O preferite qualcosa di più breve ma più frequente?
E poi… 👀
Siate sinceri: vi piacerebbe un po’ di smut col ritorno di Chatnoir? O volete più Drama?
Ho delle idee in arrivo (molto interessanti, vi avviso) ma voglio sapere se siete pronti a vederli esplodere 👇
🔮 Preview del prossimo capitolo…
Una visita inaspettata.
Una domanda che Marinette non si aspettava di sentire.
E uno sguardo di Adrien che… non lascia spazio ai dubbi.
⚠️ La verità è sempre più vicina. Ma siete sicuri di volerla sentire tutta?
Fatemi sapere tutto nei commenti! Li leggo sempre, anche se non riesco a rispondere ogni volta 💕
Grazie per esserci, davvero.
-A