Dopo aver trascorso qualche ora insieme, Noah mi ha accompagnata a casa promettendomi che ci saremmo visti il giorno seguente per pranzare insieme. Con il sorriso stampato in volto e che continua a persistere come se fosse stato dipinto sulle mie labbra, saltello fino all'ingresso. Ad accogliermi, nel momento stesso in cui chiudo la porta alle mie spalle, è il profumino invitante dell'arrosto che invade le mie narici. Non ricordo nemmeno l'ultima volta che mia madre ha cucinato per me, forse non l'ha mai fatto o forse ero troppo piccola per ricordarmene, dunque escludo l'ipotesi che possa essere proprio lei l'artefice di tale squisitezza. Con la mente ancora annebbiata mi dirigo in cucina, e quando individuo Jennifer che si diletta a decorare una teglia di biscotti mentre canticchia il ritornello di qualche canzone, il mio cuore si riempie di gioia. La osservo per due minuti buoni e mi godo per un solo istante la sensazione di calore familiare che solo la sua presenza è in grado di infondermi. Sono felice di rivedere una delle persone più importanti della mia vita finalmente a casa.
« Posso mangiare un biscotto?»
Jennifer sobbalza sul posto e a causa dallo spavento schizza la crema al cioccolato macchiando i pochi biscotti non decorati.
« Gesù! Mi ha spaventata, signorina!» esclama mentre d'istinto poggia la mano libera proprio all'altezza del cuore.
Ridacchiò birichina prendendo posto in uno dei tanti sgabelli liberi, allungo le dita e rubo un biscotto ancora fumante.
« Mamma mia che buono!» mugugno mentre il sapore della frolla ancora calda addolcisce le papille gustative. Il cioccolato si scioglie in bocca e non esagero quando affermo che i dolci preparati da Jennifer sono i migliori mai mangiati.
« È la prima volta che la vedo mangiare così».
« Così come?» replico confusa.
« Come se il cibo fosse suo amico».
Le sue parole mi colpiscono nel profondo e capisco che la mia reazione non è solo interiore poiché quando alzo appena lo sguardo la donna addolcisce la sua espressione.
« Non volevo rivangare situazioni spiacevoli ma sono davvero felice di vederla serena e...oserei dire, felice?» rimedia, con un pizzico di dolcezza.
La mia famiglia, il cibo, la danza...sono sempre stati dei punti dolenti. Ad un certo punto il cattivo rapporto che ho con i miei genitori ha compromesso anche quello con il cibo. Per anni ho odiato ciò che più mi rendeva insicura: il mio corpo. E non perché avesse dei difetti in particolare ma perché non era mai perfetto secondo la visione di mia madre. Per cui a quindici anni iniziai a mangiare sempre meno, escludendo tutto ciò che pensavo potesse complicare la mia linea e per un periodo ci credetti pure. Iniziai gradualmente, o almeno così credevo, ma poi le cose mi sfuggirono di mano e 'qualche chilo' si trasformò in 'se ne perdessi un altro, forse...'.
Il che mi condusse in un tunnel senza uscita.
Mia madre non si era mai accorta di ciò che la figlia adolescente faceva per compiacere le sue richieste. Chiedeva, pretendeva e non era mai soddisfatta.
Ed io soffrivo.
Per compiacere colei che mi aveva generata, avevo perso me stessa e non me lo sarei mai perdonata.
« Sto vivendo la mia vita, o almeno ci sto provando. Ho fatto una promessa a Janine e sto cercando di mantenerla», confesso e stranamente le mie parole escono fuori con più convinzione di quanto pensassi.
Per la prima volta sto pensando a me stessa e non a quello che gli altri vorrebbero che io facessi. È liberatorio. Assaporare la libertà consapevole di averla desiderata per tanto tempo mi fa sentire in pace.
Jennifer mi osserva con un luccichio che prontamente nasconde sbattendo le palpebre e poi fa qualcosa che mi strappa un sorriso sincero: prende un biscotto ripieno di cioccolato e lo avvicina alla mia bocca.
« Fino all'ultima briciola!»
« Si ma tu mi vuoi proprio ingozzare», mugugno con le guance gonfie e arrossate.
« Questo è l'intento. E poi non era lei la bimba che urlava in giro per casa che i miei dolci sono i migliori del mondo? »
Ah, che ricordi!
« E non solo i dolci, Jenny».
*
Qualche minuto più tardi sigillo l'ultimo sacchetto contenente qualche dolcino con un nastro colorato e con il sorriso stampato in volto batto le mani entusiasta. Jennifer mi osserva divertita e so che vorrebbe curiosare, perché lei è fatta così, ma per qualche strano motivo si trattiene.
« Fantastico! Sono sicura che gli piaceranno».
« Gli?» mi incalza.
« I miei amici», replico immediata mentre i capelli, inclinando di poco il volto, scivolano giù nascondendo le mie guance traditrici.
« Amici?»
« Si è fatto tardi, è giunto il momento di andare». È palese che abbia mentito, così recupero i sacchetti frettolosamente come una bambina appena colta sul fatto. Jennifer si lascia andare ad una risata e credo proprio che le mie guance siano appena diventate bordeaux.
« Ah, dimenticavo», aggira il bancone e la sua espressione cambia radicalmente. « Sua madre ha fatto recapitare un abito per domani sera...».
« Per quale evento?» sospiro, mentre le spalle si afflosciano in automatico quasi come se avessero già percepito la disperazione.
« Signorina...credo che questo discorso debba affrontarlo con i suoi genitori perché non è mia competenza parlarne e...»
« Voglio che sia tu a dirmelo, Jenny», sibilo stringendo di riflesso i sacchetti tra le mani.
Non mi muovo, rimango piantata sul posto proprio nella stessa posizione di prima, con le spalle adesso rigide e le iridi acquose fisse in un punto imprecisato del salotto. Mi costringo a non voltarmi perché incrociare gli occhi della persona che mi ha cresciuta e leggervi dentro tristezza e compassione mi ucciderebbe e non sono pronta.
Non sono pronta ad affrontare quella verità.
« Voglio che sia tu a dirmelo perché...perché sentirlo ad alta voce lo renderebbe reale ed io ho bisogno di questo». E la mia voce appare sicura, meno tremante, al contempo bisognosa.
Jennifer tentenna, non sa come comportarsi, fatica ad aprir bocca per pronunciare la sentenza che causerà la mia disfatta.
È come se ci trovassimo sospese nel vuoto, nell'esatto istante in cui sai che stai per precipitare ma anziché pensare allo schianto ti lasci distrarre dalla bellezza del momento. E in quelle quattro mura che non sento più appartenere alla me di oggi i suoni si attutiscono, mentre il mio respiro diventa concitato.
Alla fine è la sua mano che si adagia delicata sulla mia spalla coperta ad interrompere il gioco del silenzio.
« Si chiama Roman Krum Volkova. È il figlio del cardiochirurgo russo German Volkova e ha la sua età. Studia medicina e gioca a tennis... a quanto pare a livello agonistico».
« Almeno non è un sessantenne cerca moglie», ironizzo deglutendo vistosamente un fiotto di saliva.
« È un bel ragazzo. Ho cercato in internet qualche informazione in più ma sa, ho una certa età e maneggiare un computer non è semplice. Non ci sono scandali che portano il suo nome, per cui credo sia un bravo ragazzo».
« I coniugi Wood che affidano la propria figlia ad uno sconsiderato? Sarebbero fuori di testa!», rido isterica scuotendo la testa.
« Non può sposare un uomo che non ama».
« I miei genitori hanno già programmato ogni minima cosa. Pensi che gli importi qualcosa dell'amore? Non sono stati in grado di gestire la loro unica figlia e credi che il mio volere possa interessargli?»
Mi volto con gli occhi annebbiati, colmi di rabbia e amarezza, e ci provo a gestire l'uragano che irrompe per buttare giù tutto ma è difficile controllare il caos di emozioni che per tanti anni è rimasto incatenato dentro di me.
« Lei deve reagire. Deve prendere in mano la sua vita e lo deve fare adesso, ora. Prima che sia troppo tardi».
« E iniziare una guerra che a priori vinceranno loro?»
« Cosa le dissi una volta, signorina? Sono sicura che lo ricorda benissimo. È la paura di fallire che la blocca ma sa cosa le dico? Sti cazzi! È così che dite voi giovani, giusto? Sti cazzi il volere dei suoi genitori, sti cazzi i matrimoni combinati e sti cazzi ciò che vogliono! Ho passato trent'anni della mia vita dentro questa casa; l'ho vista nascere, crescere e nel bene e nel male l'ho vista diventare la donna che è oggi. Per troppo tempo è rimasta in silenzio, accondiscendente, ha ingoiato tanti rospi amari... ma stavolta non le permetterò di distruggere ciò che di più prezioso ha».
Tiro su con il naso, così fragile da non reggere più il peso che porto addosso.
« Io non dico parolacce», la riprendo bonaria percependo le iridi sempre più acquose.
« È liberatorio, sa? Dovrebbe provare qualche volta», mi sorride dolce.
E quando Jennifer si para davanti al mio corpo e afferrando entrambe le mie braccia mi attira a sé, scoppio a piangere come una bambina. I sacchetti si schiantano a terra e dal forte impatto i biscotti si sfracellano. Così come il mio cuore.
« Dentro di me sapevo già che questo giorno sarebbe arrivato. È da stupidi averci sperato fino alla fine? Perché l'ho fatto. Mi sono aggrappata alla speranza che qualsiasi cosa potesse farli rinsavire. È ingiusto, sono così ingiusti...», al mio sfogo le sue braccia mi stringono se possibile con più energia.
« Lo so, bambina, lo so. Ma non permettere a nessuno di costruire il puzzle della sua stessa vita perché chi deve decidere è lei. Faccia la cosa giusta, faccia tutto quello che la fa stare bene, partendo dalla facoltà che ha scelto fino all'ultimo tassello: l'amore.».
« È giusto così?»
« Ogni cosa che fa stare bene la sua anima è giusta. E cosa sta dicendo in questo momento?» mi accarezza la schiena con fare materno e tra una carezza e l'altra chiudo gli occhi.
« Dice che devo salire le scale, entrare dentro la loro camera da letto, prendere il vestito che dovrò indossare domani sera e tagliare la stoffa costosa in migliaia di pezzettini».
I suoi movimenti si bloccano alle mie parole. « Andiamo allora», prorompe e sciogliendo l'abbraccio afferra la mia mano e mi conduce su per le scale.
Spazzo via le lacrime dal mio volto ancora stravolto e la seguo percependo una strana sensazione alla base dello stomaco.
Giunte davanti alla porta chiusa, Jennifer si volta per osservare il mio viso, magari aspettandosi di trovare qualche segno di ripensamento, ma quando tutto quello che trova è solo una me visibilmente determinata gira la chiave dentro la toppa con convinzione.
« È dentro l'armadio della signora».
« Ma ci dormono mai in questa stanza? È tutto così fastidiosamente in ordine», storco le labbra in una smorfia e a passi lenti mi addentro seguita da Jennifer che se la ride, consapevole che la perfezione a cui alludo è tutta opera sua.
« Suppongo che l'ordine maniacale sia un'ossessione», riflette pensierosa.
« Già, ti basta guardarmi per rendertene conto», replico senza nessuna traccia di ironia.
La cabina armadio dei miei genitori è enorme, potrebbe benissimo ospitare un'altra camera da letto con tanto di bagno annesso. L'esagerazione non mi è mai piaciuta e questa casa ne è l'esempio lampante. Ci sono troppe stanze e spazi immensi per poche persone, mai vissuti, sempre vuoti esattamente come i loro corpi: privi di sentimenti.
« Questi vestiti sono troppo belli ed è triste sapere che marciranno qui perché mia madre non li indosserà mai più. Ho sempre odiato il fatto che indossasse gli abiti una sola volta per poi dimenticarne l'esistenza. È un tale spreco...un insulto per chi non può permettersi nemmeno una maglia».
« Può sempre darli in beneficenza», propone.
« Potrei. Bisogna pur sempre iniziare dalle piccole cose, giusto?». Vedere mia madre infuriata potrebbe essere orribile oppure divertente, dipende dai punti di vista. Ma considerato ciò che sto per fare, dubito che il suo primo pensiero possano essere i suoi vestiti inutilizzati.
Dior, Armani, Versace, Gucci, YSL... marchi che quella donna non merita per niente.
« Sono d'accordo con lei», annuisce accarezzando uno dei tessuti pieno di paillettes seguito da un altro e poi da un altro ancora.
E poi lo vedo, appeso a una gruccia a pochi passi da me. È un abito da sera blu notte, il modello ha un'apertura frontale vertiginosa, stretto in vita e con uno strascico impreziosito da swarovski. I dettagli sono impressionanti.
Il capo, firmato Armani, è esclusivo e lo deduco dalle poche righe scritte dalla calligrafia precisa e ordinata. Giorgio è un caro amico di mia madre e non mi stupisce che quest'ultima abbia fatto realizzare un vestito su misura per me proprio dallo stilista. Eleganza e raffinatezza sono gli aggettivi che più lo identificano.
« È meraviglioso», sussurro commossa. « Non merita questa fine».
« Non lo merita sicuramente. Sta a lei decidere cosa fare», il sorriso di Jennifer è sincero e di riflesso ricambio.
Dopo aver afferrato la gruccia torno in camera da letto e lo adagio tra le lenzuola bianche.
« Giorgio Armani non merita un'amica come mia madre. Lui è così buono e gentile», mormoro togliendo il nylon che lo ricopre. « Ok, credo di farcela. Mi passi le forbici?»
« Tenga».
Ok. È solo un vestito, un meraviglioso e splendido vestito realizzato da Armani solo per me.
Posso farcela.
Dopo mi sentirò meglio.
Mordo il labbro inferiore allungando le dita, traccio con i polpastrelli nudi la stoffa blu e il cuore si restringe.
« Non posso farlo. È così bello che me ne pentirei. Se decidessi di dare anche questo in beneficenza? Che ne pensi?». Vederlo addosso a qualcun altro mi fa sentire meglio.
« Credo sia la scelta più saggia», concorda. « Vuole farlo oggi?»
Annuisco. « Sì. Dammi cinque minuti per scegliere cosa prendere».
Jennifer mi lascia definitivamente da sola e certa che non ci sia più nessuno, sfilo il cellulare dalla tasca dei miei jeans.
A Noah;
Se potessi scegliere tra: essere schifosamente ricco rinunciando all'amore o trovare l'amore rinunciando alle ricchezze, cosa faresti?
Ripongo l'abito dentro la scatola e approfittando del tempo concesso scelgo quali tra i tanti sottrarre a mia madre.
Cerco altre scatole immergendo la testa tra le stoffe colorate e ne prendo in prestito qualcuna.
Da Noah;
I ricconi del cazzo non mi sono mai piaciuti. La risposta la conosci già, Bon Bon.
Sorrido alla sua risposta, ma l'accenno è breve perché quando apro la terza scatola e mi accorgo di quello che essa nasconde il sorriso muore in volto lasciando spazio dapprima allo sconcerto e all'incredulità, infine al vuoto più totale.
Gentile sig.ina Wood Bonnie,
siamo lieti di comunicarle che visionati i tre provini brillantemente superati con votazione 30/30, la sua richiesta di iscrizione all'accademia è stata definitivamente accolta.
Congratulazioni.
Scivolo a terra mentre tra le mani la lettera ingiallita dal tempo brucia come se stesse prendendo fuoco. Non sono nemmeno più sicura che stia respirando. Le dita tremano, il mio mento trema, tutto sta tremando. Il mio cuore è stato appena strappato dal mio petto e fatto a pezzi. Letteralmente. Mi sento svuotata da ogni energia. Nelle mie vene non scorre sangue, è come se si fosse prosciugato e al suo posto non scorresse niente.
Non sento niente.
Mi è crollato il mondo addosso e ho percepito ogni detrito colpirmi. Con forza. Ogni singola caduta, ripetutamente.
Pensavo che nient'altro potesse distruggermi ma al peggio non c'è mai fine.
E il peggio porta il mio cognome.
Spazio autrice;
Siamo arrivati al momento clou della storia. Da questo momento in poi sarà tutta in discesa.
Chi pensava che i genitori di Bonnie fossero così cattivi? 🤬🤬
E Jennifer? Quant'è carina? 🥺
E Noah come la prenderà quando scoprirà di Roman?
Commentate e votate, fatemi sapere cosa ne pensate. Ci sono un bel po' di cose in questo capitolo...
Cosa accadrà nel prossimo capitolo?
😈😈😈
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