Capita nella vita di vivere situazioni in prima persona senza renderci conto subito della loro importanza. Sono piccoli momenti che durano un attimo ma che restano impressi nella nostra memoria. Se dovessimo pensare a cosa abbiamo mangiato la scorsa settimana o alla prima domanda nel test di patente, probabilmente non ricorderemmo nessuna delle due cose.
Però poi ci sono quei momenti.
Il cervello si ferma un attimo, il respiro rallenta, il cuore diventa più pesante. L'immagine entra nei nostri occhi con prepotenza, si catapulta all'interno dei nostri pensieri e viene incisa come un bassorilievo. Lo possiamo toccare ogni volta che ne sentiamo la necessità, lo possiamo osservare mentre la nostra vita continua. Il tempo di un battito di ciglia e il respiro torna regolare, i suoni rincasano nelle nostre orecchie mentre il cuore riprende la sua corsa.
Simone visse uno di quei momenti in un'aula bianca, spoglia, circondato da estranei, quando la persona in accappatoio seduta a qualche metro da lui lo guardò dritto negli occhi. Simone non avrebbe capito subito l'importanza di quel momento. Si sentì strano, imbarazzato, nudo di fronte quegli occhi. Ma lasciò fuggire via quell'istante ignaro di tutto. Non sapeva che nella sua mente un bassorilievo con i loro sguardi era stato già inciso.
-Non imbarazzatevi ragazzi, ma il modello deve essere nudo per osservare i suoi muscoli. Voi dovrete studiarne l'anatomia, il gioco della luce sulla pelle. Al momento è come se fosse un manichino. Dunque, non esitate, dovete osservarlo, studiarlo, voglio che scoviate dentro di lui e dentro di voi. Vai, Manuel...-.
Con un gesto della mano il professore fece capire al ragazzo di dover slacciare l'accappatoio. I suoi movimenti erano lenti, ponderati. Simone non riusciva a distogliere il suo sguardo. Le mani piccole e delicate tirarono i due lembi del cinturino di seta che teneva chiuso il kimono.
Seta.
Quel dettaglio così irrilevante sembrò a Simone fondamentale, mentre con sguardo fisso sulle sue mani pensava a quale potesse essere la sensazione che stesse vivendo quel ragazzo.
Si sentirà in imbarazzo? Pensò ripassandosi tra le mani la matita coperta del suo sudore. Quando calò il leggero kimono che copriva il suo corpo la risposta fu evidente. Le braccia del ragazzo portate indietro fecero scivolare rapidamente quel tessuto leggerissimo che calò sullo sgabello come un velo d'aria. Manuel portò una gamba sull'altra e, forse seguendo le istruzioni del professore, portò tutto il suo peso all'indietro, poggiandosi con le manu sull'orlo dello sgabello. La schiena era inarcata, il petto in mostra, il capo leggermente chino all'indietro.
Una volta assunta la posizione giusta, aprì gli occhi che attraversarono quelli di Simone con determinazione. Il ragazzo sentì il battito del suo cuore fin nelle tempie. Imbarazzato, abbassò lo sguardo, sentendo ancora i suoi occhi gelidi che lo scrutavano.
-Forza, prendete le matite- esclamò risoluto l'insegnante.
Simone sollevò il braccio stringendo saldamente la matita tra le sue dita. La accostò dolcemente al cartoncino vuoto di fronte a lui. Tornò poi ad osservare Manuel, quello strano ragazzo dagli occhi gelidi. Il suo sguardo non si era mosso di un millimetro. Simone per un attimo pensò che fosse di pietra.
Rivide la scena di qualche ora prima, quando lo aveva aggredito e rapido se ne era andato via.
Ora non sembrava possibile che fosse lo stesso ragazzo seduto su quello sgabello. Non si percepiva nemmeno il suo respiro. Simone lo osservò attentamente. Era molto esile. Sembrava piccolissimo su quella seduta, ma la postura sicura, il modo in cui da sotto i capelli posava lo sguardo deciso lo intimorivano.
La mano prese a muoversi da sola. Simone non sentiva più niente oltre il suono della grafite sul foglio. Quel suono era per lui come una melodia. Il movimento sicuro del braccio era una leggera danza. Con un sopracciglio alzato non perdeva d'occhio nemmeno un millimetro del corpo. I suoi occhi lo toccavano senza timore. Più volte indugiò sul viso, scoprendolo sempre attento a lui. Il professore aveva abbassato le luci dell'aula, così che il fascio di sole che entrava dalla finestra sulla sinistra lo illuminava da un lato scolpendo i suoi lineamenti. La mano del ragazzo continuava a vagare sul foglio, danzava a ritmo di una musica interna.
Quando iniziò a disegnare i lineamenti del viso, il professore gli si parò dietro cercando di analizzare la sua tecnica. Non impiegò molto, il suo viso l'aveva impresso bene nella mente.
-Sembra che sui ritratti te la cavi molto bene- esordì il professore. Simone non si era accorto della sua presenza, preso com'era dalla situazione.
-Mi piace come cogli l'espressività, la sua anima- continuò.
Simone guardò di nuovo il ragazzo. I suoi occhi ora erano altrove, guardavano una ragazza in prima fila.
-La ringrazio, mi piace disegnare le persone...-.
Simone notò che lo sguardo di Manuel era penetrante anche con le altre persone. Si vergognò della sua troppa immaginazione.
-Devi lavorare di più sull'anatomia. Il viso è perfetto, anzi, sembra quasi familiare per te. L'hai tracciato molto velocemente. C'è dell'incertezza sul corpo, è su questo che devi lavorare-.
Prese il cartoncino dal cavalletto e, con un movimento della mano, fece segno di seguirlo. Scansarono gli altri ragazzi assorti nei loro lavori, in modo da avvicinarsi di più al soggetto da ritrarre.
Erano a un solo metro distanza quando il professore si fermò e gli mostrò il suo disegno.
-Vedi qui? - indicò le gambe realizzate da Simone, - qui è troppo artificioso, manca di movimento, di vita. Tu copi minuziosamente, sei troppo preciso. Ma devi dare vita a questa persona. Devi darle dinamicità-.
Poi indicò il ragazzo. Simone guardò le sue gambe nude. Cercò di modulare bene il respiro per non tradire l'imbarazzo che stava provando. E l'ansia. Un'ansia strana. Le gambe erano così esili, ricoperte da una leggera peluria. Aveva un neo sopra il ginocchio, una piccola cicatrice sulla coscia. Quando alzò lo sguardo, Manuel lo stava fissando. Un sorriso spavaldo comparve sul suo viso.
-Devi allenarti di più col disegno dal vero dei corpi. Ti consiglio di utilizzare i carboncini, hanno un segno più morbido, meno minuzioso. Tu sei...? -.
-Mi chiamo Simone- sussurrò imbarazzato. Il suo sguardo ora era rivolto al professore, ma sentiva la sua presenza anche senza vederlo.
***
Quando tornò a casa dall'università era stanco, per cui decise di riposarsi. Si sdraiò sul divano e accese la televisione. Non amava vedere la tv, ma era un modo per non sentire il silenzio che riempiva le pareti della casa.
Tra un programma e l'altro si ritrovò a pensare alla sua mattinata. L'Accademia gli era piaciuta tantissimo. L'edificio era spettacolare, costellato da opere d'arte. Sembrava respirare creatività insieme con l'ossigeno. Il professore di disegno dal vero si era rivelata una piacevole scoperta. Molti erano gli aspetti che gli ricordavano il padre. Come lui, era molto aperto con i suoi alunni. Da subito aveva iniziato a chiamare tutti per nome. Aveva anche dato il suo numero di telefono ai ragazzi, per qualsiasi evenienza. Aveva suggerito a Simone di esercitarsi di più. L'aveva avvisato della possibilità di pagare una piccola somma per orari pomeridiani in Accademia. Avrebbe avuto la possibilità di accedere ai laboratori e di richiedere la presenza dei modelli per studiare meglio l'anatomia.
Simone aveva conosciuto due ragazze. Si chiamavano Chicca e Alice. La prima era molto giovane, aveva la sua stessa età. Era una persona particolare. I suoi capelli colorati tradivano la sua appartenenza a quel mondo. A Simone Chicca fu subito simpatica. Aveva detto che amava disegnare e che aveva lottato con i suoi genitori per poter seguire il suo sogno. Era particolarmente estroversa. Lo chiamò subito Simò e gli promise che sarebbe andata a trovarlo al Fulmine. -Me devi offrì da bere però, eh-.
Alice l'aveva conosciuta per caso. Alla ragazza erano caduti gli album con i fogli sul pavimento davanti a lui, alla fine della lezione. Si era chinato per raccoglierli, ma lei aveva ammonito subito il ragazzo.
-Non li toccare, si possono sporcare-.
Simone allora la lasciò fare da sola e una volta alzata poté scrutarla bene. Alice non aveva la sua età. Sembrava più adulta, qualche ruga le ricopriva il viso incorniciato da capelli molto ricci e scuri. Era una bella donna, ma lo sguardo non gli piaceva. Era severo e tagliente.
-Sono i miei progetti di architettura- proseguì, notando lo sguardo curioso del ragazzo. Simone aveva così saputo che Alice era un'architetta, che aveva concluso quegli studi ma che voleva scoprire un altro mondo, per questo, anche se aveva ormai superato la soglia dei trentacinque anni, aveva deciso di iscriversi in Accademia. Avevano parlato per qualche minuto, ma Simone non era interessato affatto a continuare la conoscenza. A pelle non gli aveva dato una buona impressione. E quando questo accadeva, non riusciva a far finta di avere un rapporto civile. Non appena la ragazza si era allontanata, aveva rilasciato un sospiro di sollievo.
E poi c'era stato quel ragazzo. Manuel.
Simone era abituato a incontrare persone. Molti ragazzi che aveva trovato carini se li era portati a letto. Era bello flirtare da dietro un bancone, mentre versava un bicchiere dopo l'altro. La musica e l'alcol erano dei balsami per le sue interazioni sociali. Non era mai stato un grande peso per lui provarci con qualcuno. Era abbastanza sicuro di sé, del suo aspetto fisico. Dopotutto era un bel ragazzo, vestiva bene, aveva un buon odore. Non era particolarmente elegante, certo, perché aveva sempre preferito la comodità e la praticità. I suoi capelli erano decisamente troppo ricci e quasi sempre spettinati. Dopotutto era un artista, faceva un po' parte del suo costume. E quest'aspetto era forse quello che più attraeva gli altri a lui. Per lui era semplice intessere relazioni meramente sessuali. Non lo coinvolgevano emotivamente, e finché era solo fisico tutto andava bene. Non era mai rimasto colpito da qualcuno in particolare. Li trovava carini, ma finiva lì. Né tanto meno qualcuno si era mai preso la briga di guardarlo davvero negli occhi.
Era un mutuo accordo. E quell'equilibrio non gli era dispiaciuto.
La reazione avuta quella mattina, prima in strada e poi in aula con quel ragazzo, era per lui insolita. Simone si era sentito uno stupido. Solitamente era lui ad essere spavaldo, non il contrario. Aveva subito capito di trovare Manuel carino. Ma non era una bellezza convenzionale.
Manuel possedeva qualcosa in sé che gli faceva venire la voglia di continuare a guardarlo.
Sembrava cambiare foggia ogni volta che posava gli occhi su di lui.
Esistono tanti aspetti della realtà.
Era ciò che aveva detto il professore. E Simone si rese conto di quanto quel ragazzo gli fosse sembrato totalmente inafferrabile. Era come un cubo di Kubrik, cambiava continuamente facciata.
Si alzò dal divano per prelevare il taccuino dallo zaino. Osservò di nuovo il disegno fatto prima della lezione. Ora che lo guardava bene, non gli sembrava nemmeno più la stessa persona.
Che storia, pensò, prima di stendersi nuovamente e addormentarsi col taccuino aperto sulla sua faccia.
La grafite del disegno di Manuel sporcò di un alone leggero la guancia di Simone, come un bacio rubato nel sonno, silenziosamente.