Siccome sei

By keepdreaming1411

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Ginevra, una ragazza tutta d'un pezzo senza paura di dire ciò che pensa o di nascondere ciò che prova nel ben... More

Capitolo uno.
Capitolo due.
Capitolo tre.
Capitolo quattro.
Capitolo sei.
Capitolo sette.
Capitolo otto.
Capitolo nove.
Capitolo dieci.
Capitolo undici.
Capitolo dodici.
Capitolo tredici.
Capitolo quattordici.
Capitolo quindici.
Capitolo sedici.
Capitolo diciasette.
Capitolo diciotto.

Capitolo cinque.

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By keepdreaming1411

Ero sveglia da un po', ancora rintronata dalla serata precedente.
Non ero frastornata solo dall'ubriacatura che mi ero rifilata ma anche dalle parole di Nicolò che mi rimbalzavano in testa.
E se davvero mi avesse pensato?.
E se davvero mi avesse cercata tra gli spalti fino all'ultimo?.
Mi sentivo ancor di più una stronza manovrata dall'orgoglio.

"Oggi mia cara testa, non hai nessun diritto di parola" mi dico mentre afferro il cellulare.

Comincio a scorrere tra i numeri alla ricerca di quello di Nicolò.
Tentenno prima di aprire whatsapp per inviargli un messaggio, mi blocco però fissando quella chat vuota.
Scuoto la testa, dandomi la forza per convincermi che era la cosa giusta da fare.

"Ci possiamo vedere?"

Invio, secca e senza pensarci troppo.
Lo dovevo almeno ringraziare per quello che aveva fatto e poi volevo chiarire la nostra situazione.
Se dovevamo prendere due strade separate volevo farlo guardandolo negli occhi.
Il telefono vibra, prima di abbassare gli occhi per vedere se era lui, alzo gli occhi al cielo sperando in una risposta positiva.

"Tra poco inizio gli allenamenti a Trigoria, puoi raggiungermi?"

Leggo e mi scappa un sorriso, nonostante tutto voleva vedermi.

"Ci vediamo lì" rispondo velocemente.

Vado nella mia stanza a cercare qualcosa da mettermi.
Non volevo indossare qualcosa di complesso ma comunque volevo apparire almeno presentabile quindi scelgo un jeans scuro ed una felpa, mi lego i capelli in una coda alta e mi do una sistemata al viso poi guardo allo specchio.

"Qualsiasi cosa succeda, tu sei forte" mi dico puntando il dito contro lo specchio che mi rifletteva.

Prendo il telefono, le chiavi della macchina e scendo.
Salgo in macchina, sistemo lo specchietto e soprattutto il sedile, si vedeva che l'aveva usata Nicolò data la sua altezza di un metro e novanta che neanche con i tacchi ci sarei arrivata ai pedali.

15.00

Avevo appena parcheggiato dentro Trigoria, evidentemente Nicolò aveva fatto presente ai bodyguard che sarei venuta dato che appena avevo dato i miei nominativi con i documenti per controllare, mi fecero passare.

M'incammino verso il campo, il centro sportivo era veramente grande ed accogliente e al suo interno c'era di tutto.
Sento l'allenatore gridare per mantenere il ritmo alto mentre i ragazzi si stavano allenando in una partita tra loro.
Decido di sedermi su uno degli spalti, guardando come erano tutti attenti e concentrati a correre dietro il pallone.

"Nicolò più stretto sulla fascia e veloce a rientrare" urla Fonseca, facendogli un gesto con la mano per fargli capire come doveva agire.

Lo vedo annuire mentre il sole lo illumina.
Sotto quella luce era ancora più bello di come lo era normalmente.
Ecco, uno dei miei pregi era sicuramente il fatto di essere sincera.
Non avevo mai negato che Nicolò fosse un bel ragazzo seppur ipocrita.
Lui si porta una mano sulla fronte per farsi ombra e appena mi vede non fa molti gesti perché sapeva che doveva mantenere un certo profilo, ma sorride ampiamente come a dirmi che mi aveva visto e poi riprende a correre cercando di far goal.
Il pallone sembrava un po' il suo migliore amico, quando ce l'aveva tra i piedi sembrava incollato.

La partita d'allenamento era finita e Fonseca sembrava piuttosto soddisfatto della sua squadra, compatta e complice al punto giusto.
Nicolò stava scherzando con gli altri compagni che si stavano avviando verso gli spogliatoi, li salutò avvicinandosi a me.

"Per invitarti all'Olimpico, la prossima volta dovrò farti ubriacare" dice ironico facendo riferimento al fatto che non ero venuta al suo rientro.
"Quanto ci metti a farti la doccia?" gli chiedo sorvolando la frecciatina.
"Poco" risponde "Che intenzioni hai?" aggiunge confuso.
"Ti porto a provare un po' di adrenalina" gli dico e poi mi alzo per andare verso il parcheggio "Sbrigati" lui era visibilmente confuso ma anche attratto dall'idea.

Ero in macchina mentre vedo gli altri uscire con i borsoni.
Accenno dei sorrisi dato che qualcuno l'avevo conosciuto quest'estate alla festa di Nicolò.
Erano simpatici e non se la tiravano per niente.

"Guidi tu?" chiede, mi sporgo per guardarlo e poi gli apro lo sportello dall'interno.
"Avevi dubbi?" gli rispondo, lui sale in macchina e mette il borsone dietro.
"Vediamo un po'" sussurra mentre si allaccia la cintura.
"Ti faccio paura Zaniolo?" gli dico mentre faccio retromarcia per uscire dal parcheggio. Incrocia le braccia al petto, non dicendo nulla ma guardando la manovra riuscita perfettamente.

Stavo guidando senza dare troppe spiegazioni a Nicolò che continuava imperterrito a chiedermi dove stavamo andando.
Alzo la musica, canticchiando la canzone che avevo appena messo per far finta di non sentirlo.
Lui mi guarda, il suo sguardo mi provocava sempre qualcosa ma dovevo rimanere il più concentrata possibile sulla strada anche se eravamo quasi arrivati.

"Non ci credo" dice mentre guarda l'insegna scioccato: Luneur Park.
"Te l'avevo detto che ti portavo a provare un po' di adrenalina" dico mentre parcheggio "Pronto?" aggiungo mentre mi slaccio la cintura, mi imita scendendo dall'auto.

Ci avviamo verso l'entrata, lui si guardava intorno e rappresentava a pieno quell'immagine di un bambino tutto emozionato dentro al parco giochi.
Decido di scuoterlo, lo prendo per mano e lo trascino in tutte le attrazioni possibili.
Lo vedevo così spensierato che era paradossale pensare al fatto che un ragazzo come lui, di fama fosse così felice e rideva di cuore giocando sulle macchine a scontro.

"Zucchero filato?" mi chiede una volta scesi dalle macchine.
"Zucchero filato" affermo ricomponendomi.

Lo vedo poi allontanarsi e tornare con due stecchi giganti di zucchero filato rosa.
Me lo porge e lo prendo sedendomi sulla panchina mentre lui fa lo stesso.

"Come mai mi hai chiesto di vederci?" mi chiede mentre addenta lo zucchero.
"Ti devo chiedere scusa perché non sono venuta alla partita domenica" dico e poi lo guardo "Ma anche grazie per avermi riportato a casa ieri" aggiungo con un sorriso.

Lo vedo fissare davanti a sé la giostra come a raccogliere le emozioni e a mutarle in parole.

"Quando non ti ho vista fuori dall'Olimpico, ci sono rimasto una merda" dice e poi si schiarisce la gola per continuare "Ho guardato tra gli spalti fino all'ultimo perché fondamentalmente ci ho sperato" aggiunge e finalmente mi guarda "Mi fai uno strano effetto che a parole neanche ti posso descrivere" i suoi occhi sembravano liberi da questo peso che si portava in giro.
"Io.." riesco solo a dire perché le parole mi morivano in bocca.
"Io voglio solo baciarti adesso" mi dice ma sembrava attendere una mia risposta.
"Nicolò" sospiro "Si è fatto tardi" aggiungo e mi alzo di scatto per avviarmi verso l'uscita.

Non avevo parole, sembra tutto così surreale perché condividevo le sue parole, le sue emozioni, tutto.
Solo Dio sapeva quanto volevo baciarlo specialmente dopo tutto quello che mi aveva detto ma puntualmente, la mia cazzo di testa aveva rovinato uno dei momenti più belli e più veri di tutta la mia vita.

Il viaggio di ritorno era agonizzante.
Nessuno dei due parlava, Nicolò fissava il finestrino mentre io la strada.
Mi veniva da piangere ma non volevo crollare, non davanti a lui.
Svolto per entrare a Trigoria per far sì che riprendesse la macchina, mi blocca davanti all'entrata e si slaccia la cintura.

"Vado da solo" dice secco e innervosito.
"Nicolò" dico ma lui mi parla sopra.
"Nicolò un cazzo, ti ho parlato a cuore aperto come non ho mai parlato a nessuno" mi urla contro, indietreggio quasi a sbattere la testa contro il finestrino.
"Non sai la fatica che ho fatto" gli dico e questa volta le lacrime scendono da sole.
"Grazie per il pomeriggio" aggiunge freddo e quando fa per scendere, lo fermo da un braccio.
"Non voglio che tu te ne vada" sussurro con gli occhi rossi e le guance bagnate.

Facilmente riesce a sfuggire dalla mia presa, scende dall'auto andandosene senza guardarsi indietro.
Appoggio la testa contro il manubrio mentre mi libero piangendo forte, quasi singhiozzando.
Era finita.
Non mi avrebbe più voluto vedere e non gli potevo dar torto, la colpa era solo la mia.

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