Gattonai fino al cellullare e lo presi in mano. Composi un numero che non avevo mai usato e aspettai che quel qualcuno rispondesse. <<Si?>> mi rispose una signora che conoscevo bene. <<Sono Chanel Johnson, vorrei dirti qualcosa a proposito del conto in sospeso che hanno i miei genitori con te>> la sentii armeggiare e prendere qualcosa. Probabilmente una cartella. <<Si, certo, ho capito. Michael Johnson e Caroline Durand giusto? Luce, gas, bollette ancora da pagare>> sentire il cognome di mia madre mi fece ricordare che quando ero piccola volevo avere il suo perché era un cognome francese e non quello di mio padre che era inglese. <<Vorrei pagare io i debiti dei miei genitori>> <<Ci mancherebbe, i suoi genitori trainano queste spese da non so quanto. Mi stupisce molto il loro comportamento irresponsabile, la mia società tiene molto alla puntualità nei pagamenti>> <<Risparmiami il monologo che fai a tutti i tuoi clienti signora Thomas, ho detto che pagherò io le spese. Sai già qual'è la mia carta di credito, quindi>> la sentii già pronta per obbiettare. Mi alzai dal letto cauta nel non svegliare Alex, che dormiva beato con una mano avvolta intorno alla mia. La tolsi lentamente e gli lasciai un bacio sul petto. Sgattaiolai in cucina per iniziare a fare colazione. <<C'é una procedura signorina Johnson, deve venire qui e darmi le giuste indicazioni. Non sono cose così semplici da poter fare al telefono>> <<Siamo nel ventunesimo secolo, possiamo anche fare le cose tramite telefono. So che per te sarebbe troppo complicato ma io in questo momento non sono a Parigi. Se mi faresti questo favore te ne sarei grata>> avevo alzato di qualche quarto la mia voce. <<Va bene, mi arrendo. Tanto con lei è impossibile parlare civilmente, con lei bisogna sempre parlare come se ci fosse un dibattito. Comunque, quali debiti vuole saldare?>> Sorrisi vittoriosa. <<Tutti i debiti, e poi ti ricordo che è il tuo lavoro fare quello che il cliente ti chiede, giusto?>> la sentii sbuffare dall'altro capo del telefono. <<Certo, certo. E' sicura di voler pagare tutti i debiti? Insomma non stiamo parlando di una cifra così frivola>> sentii la sua preoccupazione e presi un bel respiro. Ce la potevo fare. <<Si, e poi ti ricordi che mio padre mi ha incaricato di pagare i debiti al posto suo se lui non ne avrebbe avuta la possibilità?>> <<Si, spero che lei abbia chiesto il permesso dei suoi per fare questa cosa. Quanti anni ha signorina?>> <<Venti, ti ci vuole ancora molto?>> stavo iniziando a stufarmi di parlare con quella vecchietta al telefono, anche se era per una buona causa. Alex si sarebbe svegliato da un momento all'altro e di sicuro si sarebbe preoccupato se mi avrebbe vista turbata. Sentii le dita della vecchietta scalpitare velocemente sui tasti del computer. Nonostante l'età avanzata, era una in gamba con la tecnologia. <<Fatto, fra poco riceverà i documenti del pagamento nella sua email.>> tirai un sospiro di sollievo. Tutto sarebbe andato per il meglio quando sarei tornata a casa. <<Posso farle un ultima domanda signorina Johnson?>> fui tentata dal dirgli di no e poi riattaccare. <<Si, ma solo se la smetti di chiamarmi signorina e inizi a chiamarmi Chanel, e smetti anche di darmi del lei . Ci conosciamo da quando ho sedici anni, Adelaide>> sentii il suo sorriso sulle labbra attraverso la cornetta per la mia strana affettuosità. <<Perché non sei a Parigi?>> sentii anche il sorriso malizioso dall'altro capo. <<Cose di lavoro>> dissi con un tremolio nella voce. <<A me non la dai a bere, ai tuoi si ma a me no. Io faccio la stupida Chanel, ma non lo sono. C'entra un ragazzo per caso?>> <<Si, è vero. Un ragazzo centra.>> ridacchiò spensierata ricordando forse i tempi della sua gioventù. <<Lo ami?>> mi chiese con una voce sognante. <<Si, certo che lo amo. Lui è perfetto, non ha niente che non va bene. Mi piace tantissimo>> <<Be, allora sono contenta per lei signorina, arrivederci>> mi disse con una voce calorosa. Le risposi con un "arrivederci" e poi attaccai. Sorrisi al telefono come un ebete. <<Chi sarebbe questo ragazzo che non ha nulla che non va bene e che ami?>> Alex era a petto nudo appoggiato allo stipite della porta. Sghignazzava come se avesse capito con chi stessi parlando. <<Hai sentito tutto non è vero?>> mi prese alla sprovvista legandomi le sua braccia al collo. <<Anche tu sei perfetta>> e mi baciò il collo. <<Oggi che si fa?>> mi chiese continuando a baciarmi. <<Non dovremmo tornare a casa?>> gli risposi con un' altra domanda. Si rabbuiò subito ma poi il suo viso si accese di divertimento. <<Vestiti comoda, facciamo qualcosa di nuovo>> non mi lasciò parlare che mi spinse in camera per cambiarmi. <<Mi piacerà?>> gli domandai mentre mi lisciavo la coda con il pettine. <<Non credo proprio, ma non ti farà male>>. Appena uscita lo trovai già vestito, indossava una maglietta nera aderente e dei pantaloni dello stesso colore. Gli davano un'aria molto più matura e seria rispetto a gli abiti da ragazzo che indossava di solito. Fra i due, io sembravo quella dinoccolata e meno scaltra. Lui invece sembrava l'istruttore, pronto a impartire i suoi consigli di qua e di la. Mi prese per mano e senza esitare mi condusse fuori dalla casetta. Ci inoltrammo nel bosco e dopo qualche minuto vidi spuntare il cancello dell'entrata. <<Lo sai che non ho ancora pagato?>> gli chiesi adocchiandoli una spallata. Si mise a ridere e poi mi guardò serio. <<Tranquilla, ritorneremo prima per le sei>> e detto questo continuammo a camminare. Mi teneva la mano, serio in volto, pensieroso quasi. Fissava un punto preciso della strada e muoveva i piedi ritmicamente come se non fossero una parte del corpo ma uno strumento a corde. La strada si fece più stretta e capii perché mi avesse detto di vestirmi comoda. <<Sali, su>> mi porse la mano e salimmo su una lunga gradinata. Erano almeno una trentina i gradini sul qualche poggiavo i piedi, alcuni erano rovinati o ci mancavano i pezzi. Altri invece erano ricoperti di muschio e insetti appiccicosi. Finalmente arrivammo a un edificio non molto grande, situata su una terrazzina su un altopiano. I muri parevano di cadere da un momento all'altro per quanto la struttura fosse in piedi e vecchia. Alex inciampò su un sasso e lo aiutai a rialzarsi. <<Forse qui c'é qualcuno che dovrebbe andare in palestra>> scherzai ma lui rimase serio. Mi accompagnò all'interno dell'edificio. Dove due uomini sedevano in disparte l'uno affianco all'altro, sussurrando qualche parola e sfuggendosi qualche risata. <<Hai mai preso a pugni un sacco da boxe?>> mi domandò di punto in bianco. <<No>> risposi timorosa e con qualche esitazione. Boxe? Sul serio? I due si alzarono e ci raggiunsero correndo come dei veri maratoneti, se non per il fiatone. Avevano entrambi il viso stanco e rigato da una folta barba. Il primo, con un aria smorta che cercava di apparire allegra, disse: <<Ecco le chiavi, spero di trovare tutto al suo posto quando tornerò>> e poi gli porse un mazzetto di chiavi argentate. Alex le prese al volo e rivolse un abbraccio fraterno ai due. Nessuno mi calcolò ma comunque decisi di aprire bocca. <<Io sono Chanel>> i due si voltarono improvvisamente sentendo la mia voce. Lasciai la mano a penzoloni e i due ne approfittarono per battermi il cinque. Il primo, quello con l'aria smorta, mi fece l'occhiolino. Il secondo, invece, mi colpì così forte la mano che appena si girò mi ritrovai rannicchiata su me stessa a massaggiarla. Appena uscirono, Alex si avvicinò a un sacco da boxe e me lo indicò. <<Oggi passeremo la giornata a tirare pugni e calci, contenta?>> gli rivolsi un occhiata piena di coraggio e gli risposi: <<Certo, quando si comincia?>> mi tirò per il braccio verso il centro della sala e iniziammo a correre sul posto. Poi dopo una decina di minuti, mi mostrò come tirare un pugno al sacco. Provai e ne uscii con una mano dolorante. <<Il sacco non è il tuo migliore amico, per sferrare un diretto devi stendere completamente il braccio in avanti>> mi prese il braccio e me lo stese, allo stesso tempo sentii la sua mano farsi strada sul mio fianco. Avvertii il suo pollice premere contro un lembo di pancia scoperto. <<Per questo pugno devi usare molto le spalle e la schiena se non vuoi farti male>> per quindici minuti passammo il tempo a sferrare pugni senza un motivo preciso a un povero sacco da boxe. Il suo sacco era affianco al mio, con la differenze che ogni volta che lui colpiva non si sentiva un urlo lancinante di dolore. Non aveva senso quello che stavamo facendo. Probabilmente, anzi certamente il giorno dopo mi sarei risvegliata tutta dolorante alla schiena alle spalle e alle mani. Ma mentre sferravo dei ganci lo vedevo sorridere in una maniera così contagiosa che era impossibile non sorridere a mia volta. Sembrava davvero felice mentre colpiva quel sacco. E lo ero anche io.
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ChickLitHa perso, le scelte sbagliate hanno avuto la meglio su di lei. Non che abbiano torto, ma Chanel ha dovuto farsi in quattro per raggiungere quella poca stabilità che aveva trovato in lei. Ma qualcuno l'ha presa in giro, quando lei stava pensando che...
