The cavy

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Ormai sono passati due anni da quando le scuole e i negozi sono stati chiusi, tutte le attività sono state bloccate e non si possono avere contatti con le altre persone a meno che non siano via internet, due anni che lei non c’è più, due anni da quando questo stramaledetto virus si è portato via mia mamma. Al ricordo soffoco un singhiozzo e trattengo le lacrime, non posso lasciarmi andare,  devo essere forte per Bruno, il mio fragile e dolce fratellino, ha già sofferto così tanto dopo la morte della mamma che non posso essere così egoista da privarlo dell’unica persona che può ancora abbracciare, non posso crollare, tutto passerà, mento a me stessa.

In quel momento il cigolio di una porta che si apre mi distrae dai miei pensieri.

“Nissa, papà ha mandato un messaggio dicendo che stanotte resta in ospedale, ha detto che hanno bisogno di lui” mormora Bruno.

Erano mesi che mio padre passava quasi tutte le notti in ospedale, essendo un medico deve dare il suo contributo per combattere la causa, ma anche quando torna a casa non passa molto tempo con noi, lavorando a contatto con il virus deve mantenere minimo un metro di distanza, non ci può toccare e poi è sempre alla ricerca di un vaccino o di una cura per fermare questa pandemia.

“Ehi! Tranquillo nanerottolo,  io e te ci divertiremo lo stesso, faremo quel puzzle da mille pezzi, poi ti racconterò una storia” cerco di rassicurarlo.

“Mi racconterai uno di quei miti greci che ti piacciono tanto?” chiese speranzoso.

“D’accordo, ti racconterò di Giasone che guidò gli argonauti  alla ricerca del vello d’oro” ridacchiai per la sua espressione gioiosa.

Mi abbracciò con enfasi, ricambiai la stretta, un gesto che una volta era così scontato e che adesso è unico e raro, chissà quando potrò riabbracciare i miei amici.

Dopo qualche minuto mi reco verso la porta di ingresso attratta da un picchiettio continuo, la apro e rischio di essere colpita in faccia da un drone malfunzionante a causa del troppo peso che trasporta. Mi ero scordata che oggi fosse l’uno febbraio, come ogni primo del mese ci hanno consegnato le provviste per i giorni restanti fino alla prossima consegna, afferro i sacchi e seguo con lo sguardo il drone che si libra in cielo barcollando. Chiudo la porta e appoggio il tutto sul tavolo per poi metterlo a posto, ma sfortunatamente mi rendo conto del fatto che non sono stati consegnati latte, pane e uova, un sacchetto dev’essere andato perso durante il trasporto. Traggo un profondo sospiro, sono costretta ad uscire per recarmi nell’unico supermercato aperto della città, è più di un anno che non metto piede fuori di casa, non so se essere sollevata o terrorizzata.

Indosso un braccialetto elettronico ad alta tecnologia, che ti avverte se superi la distanza di un metro con le altre persone, inizia a suonare e lampeggiare come un allarme e se non ti allontani entro tre secondi dall’altro individuo, il braccialetto di quella persona funzionerà come se fosse una calamita di polo opposto alla tua, respingendoti con violenza. Siamo obbligati a portarlo per uscire e sia chiaro che si può uscire solo se è strettamente necessario, altrimenti non rischi solo multe salatissime, ma addirittura il carcere. Mi infilo le scarpe e il giubbotto e chiamo mio fratello.

“Io devo uscire un attimo a comprare delle cose importanti” gli spiego, lui annuisce e guardandomi negli occhi mi dice:

“Torna presto Nissa e fai attenzione”.  gli sorrido, metto la mascherina e mi incammino verso il supermercato.

La strada è deserta, se non fosse per il cinguettio degli uccelli potrei sentire il rumore dei miei passi, sembra di essere in tempi di guerra, i negozi e le case sono sprangate, nell’aria circolano la tensione e la paura del coronavirus, questo è il nome di quel mostro che si sta prendendo la vita di migliaia di persone lasciando un vuoto nelle vite di quelli che hanno perso qualcuno che amavano. Questa è una guerra contro un nemico invisibile, che non conosciamo, ed è questo a renderlo terrificante, ci ha colpiti trovandoci deboli e impreparati, ma forse c’è ancora speranza, i nostri soldati, nonché i medici e gli infermieri ce la danno ogni giorno, combattendo in prima linea, salvando vite, cercando un modo per sconfiggere il “nemico”. Anche noi comuni cittadini possiamo renderci utili, limitando il contagio, restando a casa, evitando il contatto con le altre persone e disinfettare spesso noi stessi e le superfici.

Una farfalla mi svolazza davanti agli occhi, è gialla con delle sfumature nere sulle punte delle ali, rimango incantata, erano secoli che non vedevo una farfalla, convinta che si fossero estinte per il troppo inquinamento, ma ora che ci penso non ci sono macchine in circolazione e le industrie sono chiuse. Quel magnifico essere mi si posa sulla fronte, le sue sottili zampette a contatto con la mia pelle mi fanno il solletico e mi lascio scappare un risolino, poi la farfalla vola via, in alto verso il cielo cristallino, è così azzurro e limpido che se rimanessi troppo a fissarlo potrei accecarmi, c’è solo una nuvola che spicca come un papavero in un campo di grano, è talmente densa e bianca che sembra panna montata, sorrido quando mi rendo conto che ha la forma di un elefante. Un gigantesco elefante alla panna.

Distolgo lo sguardo e mi impongo di andare avanti.
Giunta a destinazione vengo bloccata da un automa all’ingresso, che sibila con la sua voce robotica:

“Aspetta il tuo turno, possono entrare massimo tre persone alla volta”.

Rimango pazientemente lì fuori fino a che non esce una signora e l’automa mi fa passare sotto dei raggi laser, per capire se avessi qualche sintomo del virus, una volta constatato che ero  sana posso finalmente entrare. Percorro gli stretti corridoi circondati da alti scaffali alla ricerca di ciò che mi serviva, sono talmente assorta nella mia ricerca da non notare che a poca distanza da me c' è  qualcuno, a parte quando il mio braccialetto inizia ad ululare a tutto spiano, faccio un balzo dallo spavento, poi il mio sguardo incrocia un paio di bellissimi occhi verdi a me famigliari, il mio cuore perde un battito o forse due.

“Ehi! Ciao Nissa, da quanto tempo non ci vediamo in carne ed ossa?” Esclama Mike mentre un largo sorriso gli dipinge il volto.

“Troppo” rispondo arrossendo. Io e Mike eravamo nella stessa classe, ci conosciamo dall’età di tredici anni e ora ne abbiamo diciassette, non mi sembra vero che sia passato già così tanto tempo; in questi due anni ho potuto parlare con lui solo tramite chiamate tridimensionali. Forse ho anche una piccola cotta per lui. Solo forse però.

“Questa situazione è davvero stranissima, tutto ciò che prima definivamo normale ora è diventato inusuale, mi manca persino la scuola, ma soprattutto passare il tempo con gli amici” afferma pensieroso.

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