DIARIO DI UN'INFANZIA

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Mi ricordo molto bene la mia cameretta, ne ho un pensiero vivido. Accostati alla parete nord della stanza, stavano i due lettini che ospitavano me e mia sorella. Non ho idea di quanti anni avessi in quel periodo, ma erano i migliori che abbia mai vissuto.

Se giro lo sguardo indietro nel tempo, lo vedo bene. E' un passato soleggiato, senza nuvole; è sempre primavera, e io sono sempre, ogni minuto, ovunque, con una versione più piccola di mia sorella. Era una ragazzina magra e un po' sbucciata, con capelli scuri e lunghi. Vedo un giardino verde, vivo e intenso; sento il sole sulla pelle; l'erba mi solletica i piedi. Sorridiamo sempre. Vedo nitidamente una federa di un cuscino con un orso polare, con gli indiani d'America colorati di verde e viola e con un cielo stellato. Vedo mia nonna, così materna e morbida, così accogliente e serena.

Se invece indietro giro il mio naso, ricordo cose più fini. Percepisco l'odore della pietra dei davanzali delle nostre finestre; ricordo l'aroma delle mattonelle delle nostre terrazze quando venivano lavate. Esala nell'aria persino l'odore della plastica di una piscina gonfiabile che ho poi bucato con una forchetta per gioco; l'odore emanato da una lampada quando si accendeva il suo bulbo luminescente sotto una tendina rosa di cotone, sul quale avevo versato del latte, e, a lampadina accesa, profumava di panna; l'odore delle ciliegie dentro al secchio di plastica che ancora sapeva di detersivo. Ricordo l'odore così strano della mia cameretta al mattino, appena sveglio.

Porgendo l'orecchio all'indietro, la qualità dei ricordi assume un aspetto meno visibile, ma dagli effetti più intensi. Sento una cassetta delle Spice Girls dentro ad un registratore, e il 'click' che fa quando si chiude. Sento il rumore che facevano i miei sandalini di plastica azzurra per terra, che io chiamavo 'granchini'. Sento martellare i meccanismi di una specie di giocattolino a molla a forma di pipistrello nella sera di Halloween, mentre disegno un fantasma su un foglio. Di conseguenza, sento il rumore della punta del pennarello sul foglio, ininterrotta per ore ed ore. Sento le maniglie delle porte, i rubinetti, i tappeti sbattuti, i proiettili delle pistole giocattolo, i cani da caccia di mio padre.

Se siete persone felici, non fate quello che sto facendo io. Non so se avete mai provato a rifare, da grandi, qualcosa che facevate d'abitudine da piccoli. Io ci ho provato molte volte a rivivere quel ricordo dal vivo. Ho provato a rievocare delle sensazioni di un Io che è morto, e fa un male terribile. Non si sente più niente di niente. Tutta l'emozione sincera, vera, che non lasciava spazio a dubbi o a problemi, non c'è più. Ho provato a riassaggiare i fiori aspri del trifoglio, a ricercare nelle trame del mio vialetto un sasso a forma di cuore che ero felice di aver individuato nel cemento, a riannusare con amore quelle mattonelle e quella pietra di cui ho il ricordo, a disegnare. Le mie mani tremano ora, quindi, ovviamente, non ci riesco più; non traccio più una linea dritta.

La verità è che questo mondo ci ha uccisi. Siamo stati abortiti dopo essere nati, e ne paghiamo le conseguenze. Io ero davvero felice di sentire quei profumi, di vedere quelle cose, di sentire quei suoni. A me bastava tutto questo. Poi cresci, e ti insegnano che queste cose non hanno davvero valore, e che devi imparare l'odore della responsabilità, il colore dell'incertezza e della paura. Devi imparare a reggere sulla tua schiena il peso grave della parola futuro, che va costruito il prima possibile, se no c'è la povertà o, ancora peggio, il giudizio che ti verrà dato dagli altri da povero. Ma tu, a quell'età, che ne sai di cosa vuoi fare? A me se dicevi 'futuro' veniva solo in mente il pomeriggio dopo la mattina, e la sera dopo il pomeriggio. E stavo proprio bene in quel modo, al caldo, nel morbido. Perché devi imparare a sentirti in colpa, ad avere pensieri, a risolvere problemi, ad aggiungere e a sottrarre, a moltiplicare? Ma cosa dovrei moltiplicare, io, a sei o sette anni? E che bisogno ne ho? Perché dovete assegnarmi dei giudizi e dei numeri? E in che senso se non faccio quello che mi dici dovrò pagare?

Io non avevo queste pretese, e non mi interessava. Mi piaceva disegnare mia mamma mentre cucinava, fare merenda, giocare, creare, disegnare. Lo sentivo che sarebbe successo, lo sentivo piano piano crescere, questo sentimento. Non ci è stato dato il tempo di diventare bambini davvero, che ci hanno catapultati in un'altra dimensione.

Rivoglio l'odore di latte, il suono dei miei sandali, il mio babbo che mi portava al fiume in vespa, mia sorella piccola con la maglia delle Spice Girls. Voglio riaprire il cassetto delle fotografie, sceglierne una, e nascondermici dentro, per sempre, e chi s'è visto s'è visto.
Non ero così stronzo da piccolo, e se mi andava di ballare, ballavo, e se mi andava di ridere, ridevo. Ora, piuttosto, divento muto e mi taglio le gambe.

Ricordatevi, chiunque di voi che voglia diventare genitore, che quello che state facendo è dare delle speranze ad un'anima, e poi gliele levate di mano. Spiegazioni?

"Eh, amore, è la vita. Bisogna fare così."

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