Mi sorreggeva con un braccio, il viso attaccato al mio, l'altro braccio puntellato sul letto. Sentivo ormai le gambe e le braccia tremare per la fatica. Cedettero. Caddi in avanti stremata, ma lui non aveva nessuna intenzione di fermarsi. Sentii la sua mano calda sulla schiena che percorreva il profilo del mio tatuaggio, fino alla coda sottile del drago sull'osso sacro. Sapevo cosa stava per fare. Sentii per primo il rumore dello schiaffo sulla natica destra. Poi il bruciore leggero.
<<Tirati su!>>
<<Ai suoi ordini, Presidente!>>
Rise, un po' imbarazzato, come tutte le volte in cui gli rispondevo così e ricominciò a spingere. Dopo un po', finalmente sazio, mi raccolse tra le sue braccia e restammo così. Mi piaceva stare accoccolata con la testa poggiata nell'incavo del collo, proprio dove l'odore della colonia si faceva più intenso, con un po' di malinconia, perché sapevo bene che da un momento all'altro avrebbe squillato il telefono e sarebbe scappato.
<<Sai, >> cominciò, <<tra poco più di una settimana è il tuo compleanno. >>
Stavo per cominciare la mia arringa, quando mi interruppe.
<<Lo so, ne abbiamo parlato, niente festa. Un regalino mi permetterai di fartelo, però! Scegli tu! Deve pur esserci qualcosa che desideri.>>
Squillò il suo telefono. Si allungò verso la tasca dei pantaloni, sulla poltrona, prese l'agenda e iniziò a prendere appunti. Mi sfilai dolorosamente dalle sue braccia, rubai la sua camicia bianca perfetta, inamidata, con le iniziali ricamate, la infilai. Il suo profumo mi avvolse, la seta delicata mi sfiorava in ogni movimento. Andai sul terrazzino; non volevo ascoltare quelle telefonate, mi riportavano bruscamente alla realtà. Roma sotto i miei piedi era magnifica. Il tramonto appena accennato tingeva d'oro i palazzi di Via del Corso. L'aria profumava di estate. Sentii le sue braccia cingermi sotto i seni e le sue labbra sul collo.
<<Devo andare,>> disse, staccandole appena dalla mia pelle. <mi dispiace.>>
Mi girai per abbracciarlo. Il ciuffo ribelle gli cadeva sul sopracciglio sinistro. Lo spostai con delicatezza.
<<Ho scelto il mio regalo di compleanno. >>
Il sorriso furbetto da avvocato navigato si aprì sul suo volto, già pensava a come aggirare i limiti che solitamente gli imponevo. Con l'indice disegnai una linea immaginaria dal sopracciglio alla fossetta sinistra.
<<Sentiamo.>>
<<Una serata, io e te, da soli con i telefoni spenti.>>
<<Mi piace. Si può fare. Sarà un periodo tranquillo, potrò permettermi un capriccio per qualche ora.>>
Ormai ci conoscevamo da diversi mesi, eppure il tempo che era riuscito a concedermi era sempre troppo poco. Non era stata molto d'aiuto la mia pretesa di rimanere assolutamente nell'ombra, un po' perché non volevo che la nostra relazione si trasformasse in qualcosa di estremamente serio, un po' perché la notorietà mi terrorizzava. Come lui stesso tante volte diceva sospirando, lo amavo, ma amavo molto di più l'anonimato.
<<E cosa vorresti fare durante questa serata?>>
Uno strano quadretto apparve nella mia mente: noi sul mio letto abbracciati a guardare un vecchio film mangiando la pizza. Che immagine assurda.
<<L'importante è che non scappi via sul più bello come fai sempre. Facciamo quello che vuoi.>>
Frase sbagliata. Mi morsi le labbra. Il sorrisetto furbo era ormai una mezza luna luminosa.
<< Hai detto quello che voglio?>>
<<L'ho detto.>>
Sapevo cosa stava per dire. Mi avrebbe legata, per dare sfogo al desiderio di avermi completamente, quel desiderio sempre insoddisfatto che lo tormentava, perché io non avrei mai accettato di essere sua. Lo aveva già fatto, con una di quelle splendide camicie bianche.
<<Faremo una passeggiata. In via del Corso, fino ai Fori magari. O preferisci Campo de fiori? Dove vai di solito con i tuoi amici?>>
Se mi avesse proposto una rapina sarei stata più felice.
<<Ci guarderanno tutti.>>
<<E allora? Il Presidente del Consiglio non è libero di fare una passeggiata con una ragazza ? Siamo già stati a cena fuori qualche volta. Non è successo niente di grave. Poi se lo riterrai necessario farò una conferenza stampa a reti unificate, per spiegare le ragioni per cui non sei la mia fidanzata.>>
Risi, ma non piaceva quell'idea. Attraversando la grande vetrata mi sfilò la camicia. Eccolo che bottone dopo bottone si allontanava da me. Volevo punirlo. Mentre cercava i gemelli finiti chissà dove, salii sul letto, ancora nuda, cercando il mio telefono abbandonato vicino alla testiera, come un animale selvatico a caccia, che in realtà sperava di essere cacciato. Ormai lo conoscevo bene. Non avrebbe resistito. Infilò la giacca blu, si sistemò il nodo della cravatta e si avvicinò a me piano. Lo vidi riflesso nello specchio stringere i denti. Era combattuto. Con il dorso della mano destra mi carezzò una natica, dove poco prima mi aveva schiaffeggiata. Scivolò lentamente sempre più in basso, fino a quando sentii due dita delicate affondare dolcemente dentro di me. Mi sfuggì un gemito. Indugiò per un attimo e allora cercai di afferrare la sua mano, ma in un attimo si ritrasse e fu alla porta.
<<Ti chiamo dopo.>>
La porta si richiuse cupamente alle sue spalle. Avrei voluto baciarlo.
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Fase 2 /Giuseppe Conte
FanfictionUna povera illusa pensa di poter andare a letto con il Presidente Conte senza innamorarsene. Storia senza pretese, scritta di getto durante la quarantena per non pensare proprio alla quarantena!
