Il mio nome è Hidari.
Non è importante chi sia, nè da dove provenga, l'importante è ciò che faccio.
Il mio lavoro è uno come un altro, mi occupo di servire cocktail e alcolici di ogni tipo al bancone di un pub come un altro, conducendo una vita come un'altra.
In quel momento non stavo facendo nulla di che, stavo pulendo quasi per noia uno dei bicchieri che erano sul bancone, mentre osservavo il locale che lentamente si stava svuotando; ricordo di aver volto lo sguardo dietro di me per vedere il mio collega sistemare alcune bottiglie di liquore sullo scaffale per poi ritirarsi sul retro del locale, dopo avermi fatto un segno che sarebbe andato a fumare.
Quando lo vidi uscire mi spostai da dietro il bancone e mi tolsi il grembiule sporco che portavo, lo appoggiai su una sedia e mi accasciai su uno sgabello; appoggiai con disinvoltura i gomiti sul bancone mettendomi a fissare l'entrata del pub. La stavo studiando con una precisione maniacale, osservavo i cardini della porta, oliati giusto quella mattina per evitare quel fastidioso cigolio che odiavo, osservavo il contorno nero, in plastica dura e ferro, della porta e mi soffermai sul vetro, o più precisamente su ciò che il vetro mi permetteva di vedere: fuori, una donna camminava, avanti e indietro, seguí il suo percorso con lo sguardo. Avanti e indietro, avanti e indietro. A volte si fermava vedendo una macchina accostare vicino a lei, la vedevo appoggiarsi alla portiera e lanciare sguardi languidi al guidatore, la vedevo abbassarsi rendendo ancora più evidente il suo seno prorompente e quando il guidatore rialzava il finestrino la vedevo guardare la macchina scocciata e fare il medio all'auto ormai lontana.
All'ennesimo rifiuto la vidi alzare gli occhi al cielo, sistemarsi il vestito succinto che a stento copriva tutte quelle curve, e avvicinarsi al pub.
A quell'azione alzai un sopracciglio, mi allargai la cravatta rossa lasciandola penzolare pigramente sulla camicia bianca e mi alzai dallo sgabello, tornai dietro il bancone e lanciai in aria con disinvoltura il bicchiere che poco prima stavo pulendo continuando a fissare l'avanzata di quella donna; si era fermata a pochi metri dal pub e stava studiando l'insegna in neon che torreggiava sull'edificio, sbuffò e si avvicinò. Ripresi al volo il bicchiere soddisfatta dopo avergli fatto fare 3 giri in aria, lo piazzai girato sul bancone e contai quante gocce cadevano sul legno dall'interno del bicchiere ancora umido:
1
2
3
4
5
Dispari. Mi leccai le labbra. Non succedeva da un po'.
La sentì aprire la porta con violenza ed esordire con un sonoro: "Quei figli di puttana non sanno cosa si perdono!"
Sollevai di scatto un angolo della bocca, mostrando un canino immacolato e singolarmente affilato, e, guardandola negli occhi, una scintilla scarlatta attraversò il mio sguardo: "Benvenuta al Mind Fucker!"
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"Il suo jack daniel doppio signora" dissi facendo scivolare il bicchiere sul bancone fino alla mano ingiogliellata della donna; quella afferrò saldamente il bicchiere buttandone giù il contenuto con un solo sorso, sospirò sonoramente sbattendo il palmo sul bancone: "Fammene un altro. Triplo."
Mi voltai iniziando a prendere il necessario per farglielo: "Davvero io non capisco! Voglio dire guardami! Sono perfetta, ho un corpo da urlo e i miei prezzi non sono neanche così alti. Cos'è? Sono diventati tutti froci all'improvviso?? Io non li capisco!" Sarà stata la terza o la quarta volta che la donna ribadiva quanto fosse bella e di quanto gli uomini fossero delle totali teste di cazzo per non volerla; mi limitavo ad annuire, annuivo e annuivo senza ribattere finché non successe una cosa che avrebbe migliorato notevolmente quella serata: "Perfino per quel puttaniere del mio ex non ero abbastanza! Aha! Io!? Capisci?? Quel gran figlio di-"
KAMU SEDANG MEMBACA
"Welcome to the Mind Fucker!"
ParanormalHo scritto questa storia basandomi sulla canzone "Mind Brand" di Maretu, sulla sua traduzione italiana e cover inglese (cantata da JubyPhonic); ero in fissa con questa canzone da un po' di tempo e ascoltandola in loop ho creato questa storia. La sto...
