Se qualcuno mi chiedesse quando è iniziato tutto, probabilmente non saprei rispondere con precisione. Non esiste una data, non esiste un momento preciso segnato su un calendario. Non è stato un semplice colpo di fulmine, non è stato solo un giorno speciale. È iniziato lentamente, in modo silenzioso, come fanno certe cose che all'inizio sembrano piccole e insignificanti, ma che con il tempo diventano enormi. È iniziato quando ero solo una bambina e non capivo ancora cosa fosse l'amore, ma già sapevo cosa significava cercare qualcuno con lo sguardo tra tutte le persone del mondo. Io avevo sei anni. Michael otto. E lui era la persona più fastidiosa che avessi mai incontrato.
Il nostro quartiere era piccolo, uno di quei posti dove tutti conoscono tutti e dove le estati sembrano durare per sempre. Le case erano vicine tra loro, con piccoli cortili e cancelli arrugginiti che scricchiolavano ogni volta che qualcuno entrava o usciva. Le giornate scorrevano lente, piene di sole, risate e rumore di ruote sull'asfalto caldo. Io passavo quasi tutto il tempo fuori, con i miei pattini ai piedi e le ginocchia sempre piene di graffi. Non stavo mai ferma. Non mi piaceva stare in casa. Preferivo inseguire il vento lungo il marciapiede e sentire le ruote dei pattini scivolare sull'asfalto. Ma soprattutto mi piaceva stare dove c'era Michael.
Lui aveva uno skateboard. Non uno di quelli colorati e nuovi che avevano alcuni ragazzi, ma uno vecchio, consumato, con i bordi rovinati e le ruote un po' storte. Nonostante questo, quando ci saliva sopra sembrava il ragazzo più sicuro del mondo. Si muoveva veloce, faceva curve strette, saltava i piccoli gradini come se fosse la cosa più naturale del mondo. Io lo guardavo sempre da lontano, seduta sul bordo del marciapiede o appoggiata al cancello di casa mia, cercando di fare finta di non essere interessata. Non funzionava mai.
"Ehi, piccola," mi gridava ogni tanto con quel sorriso irritante stampato in faccia. "Non hai niente di meglio da fare che fissarmi?"
Io incrociavo le braccia e cercavo di sembrare offesa. "Non ti stavo fissando."
"Certo," rispondeva lui ridendo. "E io sono un astronauta."
Gli amici di Michael ridevano sempre quando parlava con me. Erano tutti più grandi e mi guardavano come se fossi una specie di mascotte del quartiere. Io li odiavo per questo. Ma soprattutto odiavo il modo in cui Michael sembrava divertirsi a prendermi in giro.
"Vai a casa, Ally," mi diceva spesso. "Questo non è un posto per bambini."
"Io non sono una bambina," ribattevo subito, anche se sapevo benissimo di esserlo.
Lui alzava gli occhi al cielo. "Hai sei anni."
"Quasi sette."
"Grande differenza."
Avrei dovuto odiarlo, davvero, avrei dovuto ignorarlo, stare lontana da lui, smettere di seguirlo ovunque. Ma non ci riuscivo. C'era qualcosa in lui che mi faceva venire voglia di restare sempre lì, anche quando mi faceva arrabbiare.
Un pomeriggio d'estate, il sole era così forte che l'asfalto sembrava sciogliersi sotto i piedi. Io ero seduta sul marciapiede con i pattini ai piedi e una bottiglietta d'acqua calda tra le mani. Michael stava parlando con due suoi amici, lo skateboard sotto il braccio.
A un certo punto si voltò verso di me. "Ally."
Io alzai lo sguardo. "Che vuoi?"
Lui fece un sorriso strano, uno di quelli che non promettevano niente di buono. "Facciamo una gara."
Sgranai gli occhi. "Una gara?"
"Tu con i pattini. Io con lo skateboard."
"E dove?"
Michael indicò la strada davanti a noi, lunga e leggermente in discesa. "Fino al lampione laggiù."
Guardai la strada, poi guardai lui. "Ti batterò."
Gli amici di Michael scoppiarono a ridere.
"Sentite questa," disse uno di loro. "La piccola Ally vuole battermi."
Io mi alzai in piedi, cercando di sembrare più sicura di quanto mi sentissi davvero. "Io sono veloce."
Michael appoggiò lo skateboard a terra e salì sopra con un movimento naturale. "Vedremo."
Mi sistemai meglio i pattini, piegando leggermente le ginocchia. Il cuore mi batteva forte, ma non sapevo se fosse per la gara o perché Michael mi stava guardando con quell'espressione divertita.
"Pronta?" disse.
"Prontissima."
Uno dei suoi amici alzò la mano come se fosse un arbitro.
"Tre... due... uno..."
"Via!"
Partimmo nello stesso momento. All'inizio riuscii a stargli vicino. Le ruote dei pattini scorrevano veloci sull'asfalto e il vento mi colpiva il viso. Per qualche secondo mi sembrò davvero di poter vincere. Sentivo Michael accanto a me, lo skateboard che faceva quel rumore secco e ritmico ogni volta che spingeva con il piede. Ma poi lui accelerò. In pochi istanti mi superò e iniziò ad allontanarsi.
"Ehi!" gridai. "Non vale!"
Lui si voltò mentre continuava ad andare avanti. "Certo che vale!"
Cercai di andare più veloce. Spinsi con tutte le mie forze, ma i pattini iniziarono a diventare instabili. Le ruote tremarono sull'asfalto e, prima ancora di rendermene conto, persi l'equilibrio. Caddi in avanti, sbucciandomi il ginocchio.
"Ahia!" urlai.
Michael era già arrivato al lampione, ma quando sentì il rumore della caduta si fermò. Per un attimo rimase fermo a guardarmi da lontano. Poi sospirò e tornò indietro con lo skateboard sotto il braccio.
Io ero seduta sull'asfalto, con le lacrime che cercavo disperatamente di trattenere.
"Sei caduta" disse quando arrivò davanti a me.
"Me ne sono accorta." risposi stringendo i denti.
Guardò il mio ginocchio graffiato. "Fa male?"
"No."
"Stai piangendo."
"Non sto piangendo."
Michael rimase in silenzio per qualche secondo, poi tirò fuori dalla tasca una vecchia maglietta arrotolata e me la porse.
"Tieni."
"Perché?"
"Per pulire il ginocchio."
La presi senza guardarlo negli occhi. Lui si accovacciò davanti a me.
"Te l'avevo detto che non potevi vincere."
Alzai lo sguardo e lo fulminai. "Non è vero."
"È vero."
"Se non fossi caduta ti avrei battuto."
Michael fece un mezzo sorriso. "Forse."
"Ti avrei battuto davvero."
Lui si alzò in piedi e mi porse una mano per aiutarmi ad alzarmi.
"Un giorno magari" disse.
Presi la sua mano. Era leggermente più grande della mia, più calda.
Quando mi tirò su, per un attimo restammo molto vicini.
"Riproveremo" aggiunsi.
Michael salì di nuovo sullo skateboard. "Vedremo, Ally."
Lo guardai allontanarsi lungo la strada.
Non lo sapevo ancora, ma quello era solo l'inizio. L'inizio del mio peggior incubo.
All'epoca per me Michael era solo il ragazzo più grande del quartiere. Quello che mi faceva arrabbiare, quello che mi prendeva in giro, quello che sembrava sempre troppo occupato per parlare davvero con me. Ma anche quello che tornava indietro quando cadevo. Quello che mi porgeva la mano per aiutarmi ad alzarmi.
E forse, senza rendermene conto, iniziai a vederlo con occhi diversi.
Come si può a sei anni capire cos'è l'amore? Non so darvi una risposta concreta ma so che quello sguardo mi aprì le porte del paradiso.
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Sere d'Estate
RomanceLe estati della mia infanzia avevano un suono preciso: risate che riempivano le strade, il ronzio dei lampioni accesi troppo presto e la sensazione che il mondo fosse molto più grande di quanto riuscissi a immaginare. Eravamo solo ragazzi con troppo...
