1) Ribelle

48 7 0
                                        

Chiamando a raccolta tutto il mio coraggio, mi avvio a tastoni su per i resti di una traballante scala a chiocciola di legno; potrei giurare di aver sentito un rumore.
Sento al tatto di essere arrivata in cima alla scalinata e, aguzzando lo sguardo mentre salgo l'ultimo gradino, vedo aprirsi di fronte a me un lungo corridoio: una striscia di luce si allunga da sotto una porta. La mia porta. Al di là di essa c'è la stanza che mi protegge da occhi indiscreti da un paio di giorni; avevo trovato riparo in questo maniero abbandonato nei pressi di Taris in seguito all'ennesimo tentativo di fuga. Era notte, avanzavo con cautela, senza fiato, sentendomi come se stessi camminando per la prima volta. Mi riusciva difficile tenermi in equilibrio, i muscoli delle gambe bruciavano per lo sforzo dovuto al recente inseguimento, la mia schiena era a pezzi a causa della botta provocata dall'impatto dell'astronave che avevo rubato e la superficie di questo dannato pianeta. Di tanto in tanto mi guardavo alle spalle, per assicurarmi di non essere seguita, mentre strisciavo come un'ombra nell'oscurità alla ricerca di un nascondiglio. Non sapevo quantificare la strada percorsa, ma sapevo che in qualunque luogo avessi trovato riparo, non sarei comunque rimasta al sicuro. Non mi ero lasciata prendere dallo sconforto quando stavo rischiando pericolosamente la vita per scappare, quindi non avevo motivo di preoccuparmi del dolore che mi provocavano i muscoli indolenziti. Avevo una sensazione di bruciore che mi straziava sia la bocca che la gola, forse dovuto al fatto che avevo corso a perdi fiato, rapita dal rumore ovattato dei miei passi che risuonavano nel silenzio del mondo circostante. Un silenzio letale. Non dovetti camminare ancora per molto, in quanto ormai avevo visto la sagoma di un edificio in lontananza. Trovai la salvezza in un buco nel muro o meglio, in alcuni mattoni smossi che si aprivano nel buio dell'ignoto. Sgattaiolai con destrezza all'interno di quella voragine nera e caddi di peso su un pavimento di legno, le cui assi erano talvolta alzate. L'oscurità mi avvolgeva in un abbraccio spaventoso, facendomi sentire come se stessi sguazzando all'interno di un tubetto di tempera nera come la pece, quindi senza alcun punto di riferimento. Sentivo al tatto la direzione giusta da prendere, finché non trovai un ulteriore buco nel muro, sta volta molto simile alla soglia di una porta da dove iniziava una superficie morbita; forse ero finita su un tappeto. In ogni caso l'avrei scoperto il giorno dopo, con l'aiuto della luce che avrebbe illuminato anche l'angolo più remoto dell'intero maniero abbandonato. I piedi mi dolevano, le braccia mi erano pesanti, ma procedevo a tentoni nel buio. Camminai guardinga e rasente al muro, passando costantemente la mano sulla parete tappezzata di rampicanti, in modo tale da capire al tatto dove stavo andando. Mi diressi spedita lungo un corridoio, andando successivamente a sbattere il ginocchio contro quella che doveva essere la ringhiera di una scala a chiocciola. Procedetti esitante, un gradino dopo l'altro, trasalendo ad ogni cigolio provocato dai miei passi incerti a contatto con il legno marcio della scala. Arrivai finalmente in una stanza, con una semplice finestra sulla parete sinistra, che si affacciava senza vetri né tende sulla pianura sottostante, estesa per quasi un chilometro. La stanza era quasi completamente spoglia, con le pareti annerite e qualche tegola rotta sul pavimento: un nascondiglio poco confortevole ma ideale per essere riparati da occhi indiscreti. Entrai e mi sedetti con le spalle al muro, appoggiando la testa alla parete. Mi sentii finalmente al sicuro, ma ora mi sento esposta ad un pericolo che difficilmente riuscirò a raggirare.
Tastando nel buio trovo la maniglia, socchiudo la porta ma esito ad entrare. Trattengo il fiato e tendo le orecchie: sento un suono di passi rapidi sul pavimento nella stanza, accompagnato da una presenza quasi estranea a mio parere. Non possono essere già qui!
Il vento all'esterno ulula e la finestra alla mia destra vibra pericolosamente.
Decido comunque di sbirciare all'interno senza farmi vedere. Spingo leggermente la porta e rimango ferma immobile perlustrando la camera con lo sguardo. Per poco non mi viene un colpo: occhi di ghiaccio, chiarissimi, quasi del colore di un lago gelato. Occhi che si spostano lungo la piccola stanza come se stessero cercando qualcosa di prezioso. Occhi che non potrei dimenticare e che non potrei mai togliermi dalla mente nemmeno se mi privassero di tutti i miei ricordi.
Abbandono lentamente la maniglia e indietreggio mentre mi si chiude la bocca dello stomaco: come ha fatto a trovarmi? Sono appena riuscita a sfuggirgli!
Sono pericolosamente vicina al panico e nei miei occhi compare il luccichio delle lacrime. Devo scappare, non c'è più tempo!
Inizio a correre immersa nel buio più totale, scendendo le scale di corsa e raggiungendo il retro della casa; mi giro per accertarmi di non essere inseguita, ma nel mentre in cui giro la testa, i miei piedi si ostacolano a vicenda e mi fanno perdere l'equilibrio. Faccio immediatamente leva sulle braccia, avvertendo bruciore sui gomiti probabilmente sbucciati, e mi rimetto in piedi, pronta ad uscire dal maniero; sono però costretta a fermarmi quasi immediatamente, in quanto l'edificio è circondato da esseri artificiali sofisticati dall'aspetto umano, tutti allineati in file perfettamente equidistanti. Sparisco dietro lo spigolo della parete, in modo tale da non farmi vedere: non può finire così!
Torno indietro di corsa, con il cuore che batte all'impazzata: coraggio, devo cercare di mantenere la concentrazione, altrimenti non riuscirò ad uscire di qui se non come prigioniera.
Quelle dannate macchine mi stanno alle calcagna, ma nemmeno un guerriero addestrato dall'Armata Interstellare riuscirebbe a tener testa ad uno di loro: i sistemi che ragionano e apprendono da soli creati dall'uomo costituiscono l'esercito più pericoloso e imbattibile di tutta la galassia.
In fondo al corridoio vedo un'ombra, così mi fermo bruscamente tenendomi aggrappata allo spigolo del muro per non scivolare, rimanendo nascosta dietro la parete nella speranza che vada tutto bene.
"So che ci sei" dice una voce a pochi metri da me, facendomi sobbalzare.
"Questa volta non mi sfuggirai, piccola ribelle. Agli androidi non sfugge nulla".
Sento il mio mondo vacillare sulle sue fondamenta. Sono arrivati a sostituire i soldati dell'esercito con degli androidi: l'ho sempre detto che mi trovo a vivere nella generazione sbagliata. Il tempo sembra fermarsi.
"Vieni fuori e non opporre resistenza, vedrai che, se lo farai, andrà tutto bene. I miei androidi hanno l'ordine di sparare a qualunque cosa esca da questo maniero abbandonato, ma se farai come ti ho detto non accadrà nulla di irrimediabile".
"E diventare merce di scambio o una vostra prigioniera? Mai!" Rispondo, mentre sento dei passi venire nella mia direzione. Ho fatto male a parlare: il suono della mia voce lo condurrà direttamente da me! Mi appiattisco ancora di più contro il muro. Sono disarmata, la mia mente brulica di pensieri, le mie mani iniziano a tremare
"Fermo dove sei, non ti avvicinare!" Urlo d'istinto, sentendo le ginocchia tremare a tal punto da iniziare a cedere. Davanti a me, c'è una porta, potrebbe essere una via per la salvezza ... No, devo aspettare se voglio uscire viva da qui.
I passi si fermano.
"Fatti vedere!" Ribatte in tono cupo.
Prendo un respiro profondo sperando che vada tutto bene e abbandono la parete a cui ero appoggiata per scivolare con passo felpato al centro del corridoio...Esattamente di fronte a lui.
Quegli occhi, quei maledetti occhi riescono a leggermi come un libro aperto anche se si posano su di me solo di sfuggita.
Non pensare che sia tutto finito, provaci e riprovaci di nuovo, continua all'infinito se necessario: io sono libera, se mi si priva anche di questo, divento una lama affilata dritta al cuore.
"Sai cosa voglio" Mi dice, mentre sostengo il suo sguardo con aria di sfida.
Lo so benissimo cosa vuole da me, ma preferisco tacere.
"Consegnati a me e potrai tornare a vivere una vita normale e non da fuggiasca ribelle" Dice avvicinandosi a me con cautela, quasi come se stesse cercando di non spaventarmi.
Rimango ferma, mentre sul mio viso compare un ghigno: a volte bisogna essere sicuri di sé, no?
Tutto sembra andare di male in peggio, ma una come me sa qual è il momento giusto per agire pur essendo disarmata: mantengo la calma, il mio sguardo è provocante al punto giusto, la mia espressione incute una sensazione di sfida.
I miei occhi rimangono sui suoi fino al momento in cui riesco a vedere chiaramente i lineamenti perfetti del suo viso familiare...È il momento!
Con uno scatto mi sposto lateralmente aprendo con una spallata la porta che avevo individuato precedentemente, chiudendomi a chiave all'interno di una stanza fredda e buia caratterizzata da un forte odore di muffa. Questo maniero abbandonato ormai cade a pezzi, per cui non so per quanto tempo questo vecchia porta potrà isolarmi e quindi salvarmi dal mondo esterno: devo sbrigarmi ad elaborare un piano per uscire di qui!
Mi guardo attorno, totalmente disorientata: mantieni la calma, lotta per la tua libertà! Noto con la coda dell'occhio che, nella parete di fianco a me, c'è l'ennesimo buco del muro, sta volta però chiuso per metà da due assi di legni fissate rudemente al muro. Mi guardo attorno, per cercare qualcosa con cui spezzare le due assi e liberarmi la strada. Fortunatamente il pavimento è tappezzato da bastoni, tegole e pezzi metallici, per cui ho l'imbarazzo della scelta: afferro un palo di media lunghezza e lo scaglio violentemente contro le due assi incrociate, infilandomi in un cunicolo scuro e senz'aria. Cammino a gattoni il più veloce possibile, mentre sento la porta della stanza cedere: ho solo un minuto di vantaggio. Spero con tutta me stessa che questo tunnel non sia un vicolo cieco! Dopo poco vedo una fenditura sul muro a pochi metri da me e mi affretto a raggiungerla, rimanendo stupita di quanto questo cunicolo sia breve. Non curante di cosa avrei trovato al di là della fenditura, mi catapulto fuori dal cunicolo, finendo in una stanza senza porte né finestre, simile ad una gattabuia. Perlustrano frettolosamente lo spazio a mia disposizione con lo sguardo, mi accorgo che l'unica via d'uscita è il camino...Ma gli androidi lì fuori hanno l'ordine di sparare a chiunque metta anche un solo piede fuori dall'edificio...Come faccio?
Diciamo che al momento non è prettamente necessario pensare a quel che mi potrà accadere una volta sul tetto, in quanto la porta sta per cedere lasciandolo entrare nella stanza.
Senza perdere altro tempo tiro fuori dalla maglia la mia collana, schiacciando il bottone centrale del ciondolo nella speranza che il mio segnale di aiuto arrivi al destinatario; successivamente mi arrampico su per le pareti lisce e nere del camino, strizzando gli occhi a causa della polvere e dei residui di cenere.
"Fermati, tanto non mi puoi sfuggire!" Grida, mentre sento che inizia ad arrampicarsi dietro di me. È più veloce di me, mi raggiungerà in un battito di ciglia, ne sono sicura.
Arrivo in cima al camino e inizio a camminare sul tetto ricoperto da muschio e da piante rampicanti; non appena mi raggiunge, la luce gli illumina il viso facendogli brillare gli occhi.
Ai piedi dell'edificio, decine e decine di androidi puntano le loro armi nella mia direzione. Mi si gela il sangue nelle vene: ma perché quando c'è bisogno di aiuto non arriva mai nessuno in tuo soccorso?!
"Fermi non sparate, è un ordine!" Grida, senza distogliere gli occhi dai miei. La mia ansia e la mia paura raggiungono il proprio apice:
Devo prendere tempo, altrimenti sono spacciata! L'aria è carica di elettricità, le probabilità che io possa salvarmi sono una su un milione, ma la mia espressione non deve tradire nessuna emozione.
"Sei in trappola...Consegnati!" Dice, avanzando verso di me.
Non posso più indietreggiare o cadrò nel vuoto. Ma un bagliore alle sue spalle fa tornare la speranza: proprio sulla linea dell'orizzonte un puntino luminoso si avvicina ma, per non dare nell'occhio, mantengo lo sguardo fisso su di lui.
D'un tratto un rumore simile ad un tuono fa vibrare perfino il tetto del maniero abbandonato su cui mi trovo. Il vento si alza, come se d'improvviso stesse arrivando un forte uragano. Non sono mai stata così felice di vedere un'astronave in tutta la mia vita! Come una meteora, il puntino luminoso all'orizzonte acquisisce dimensioni sempre più grandi man mano che si avvicina ad una velocità impressionante, attirando l'attenzione di tutti i presenti. In un battito di ciglia, la navicella si ferma sopra le nostre teste, brillando alla luce fioca del sole: la mia richiesta di aiuto è stata ricevuta!
"Credi di darmi del filo da torcere ma ti sbagli, perché io non mollo!" Gli dico, contemplando il suo sguardo dall'aria sconfitta e arrabbiata allo stesso tempo.
Per una frazione di secondo i miei occhi si posano sulla scritta laterale dell'astronave: Ice-Gravity.
Lo sportello si apre come un ponte levatoio ed io mi ci fiondo dietro.
"Fuoco, fuoco!" Ordina, mentre gli androidi caricano le armi e iniziano a sparare. Ma ormai è troppo tardi: lo sportello si chiude, l'astronave prende quota, ed io sono riuscita a scappare per l'ennesima volta.
La libertà mi sta chiamando ed io la difenderò a costo di dover essere cacciata per tutta la vita.

Fuga Senza TreguaStories to obsess over. Discover now