Quello che ti voglio raccontare,
No, non lo posso sopportare, ancora
Di tenermelo dentro, futuro instabile,
Ma ora, sono fragile, sono al mio
Compimento dell'opera,
È un cuore che si sgretola, perdona,
questa fascia elettrica che risuona
Scalza via ogni logica per chi ragiona
E mi fa sentire piccola, ma anche immensa
Trasforma in cenere ogni mia certezza
Come quella di un celibe, dolce uomo
Che un giorno sappia anche amare questo mio dono
E non farmi, com'è solito,
Detestare me stessa per l'unica colpa della mia intelligenza
Come quella che ho, poi, del bisogno che ho di sentirmi protetta
Che in fondo in fondo mi serva
Quest'uomo fantastico a ricordarmi che sono perfetta
Così come sono
Ma ne ho realmente bisogno?
Ne ho realmente bisogno?
O magari in un futuro non lontano, speriamo, potrò usare, la mia sola voce, per illuminare, castelli di sabbia, di agrodolce, finestre sul mare, modo di pensare, interamente mio, senza necessarie sfumature di fragilità, laddove lo imponga la femminilità?
Esiste un giorno detto possibile,
In quest'immensità di Universo labile
In cui possa permettermi di essere sporca
Senza perciò smettere di essere donna?
E riempirmi la bocca di parole
Amare, terribili, idiote
Senza perciò perdere l'abilitazione
A far parte di questa società, padre, padrone
Ed anche un giorno avere il diritto
Di essere orribile e bere, comporre
Da sola le opere
E delle poesie diventar creatrice
Non più schiava Musa ispiratrice?
Senza più il bisogno d'uomo a dire:
"Sì va bene, sei intelligente
Perché già lo so, a che mi serve
Il tuo consenso
Davvero pensi mi serva, il tuo consenso?
Forse pensi lento, forse cazzo non lo sai cos'ho dentro
