I.

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"Dopo che la natura umana fu divisa in due parti, ogni metà per desiderio dell'altra tentava di entrare in congiunzione e cingendosi con le braccia e stringendosi l'un l'altra, se ne morivano di fame e di torpore per non volere fare nulla l'una separatamente dall'altra."

Simposio, Platone

Febbraio, 14.

San Valentino


«Ti piace un ragazzo?»
Immobilità.
Non era solo il tempo ad essersi fermato, tutto ad un tratto, bloccando la vita mia e di chi mi era attorno. S'era immobilizzato anche il cuore, che di solito sussultava ad ogni domanda, ad ogni insinuazione. Non si dibatteva più nella gabbia toracica. Si era arreso. Mi ero arresa forse anche io?
Avrei dovuto capirlo dalle lacrime che pizzicavano gli occhi, dalle dita che torturavano le pellicine delle unghie.
Avrei dovuto capirlo anzitutto da quello sguardo nocciola, profondamente scosso, che mi guardava con la bocca semichiusa ed il collo così stranamente irrigidito.

Nella stanza era calato un silenzio che qualcuno, sciocco o meno che fosse, aveva pensato bene di descriverlo come assordante.
Non riuscii a tenere testa a mia madre.
Codarda! La mia coscienza urlava fino a far pulsare le tempie: codarda! Lo hai detto oramai, hai sputato fuori la verità vomitandola. Perché sentirsi in colpa?
La luce di un caldo ocra sembrò perdere di potenza, ed il senso di risucchio nel buio mi agitò, mi risvegliò.
Quello stato di sospensione, al di fuori dal tempo e dalla realtà, durò probabilmente a malapena un secondo. Al mio fianco, Alessio si mosse sulla sedia, si schiarì la voce, la sua mano stretta forte sulla gamba di Tommaso.
Il cuore ritornò ad accelerare, perse battiti, li riacquisì, esplose.
Non riuscivo più a riprendere coraggio, a difendermi, a difenderlo. Chinai il capo, il piatto era ancora stracolmo di cibo; sarebbe dovuta essere una serata importante, c'era stata aria di festa e di commozione. L'amore faceva quell'effetto in famiglia, in particolar modo a mamma. Lei era sempre così contenta di ascoltar noi parlare di quel sentimento tanto forte quanto stordente. Perché adesso non trovava parole per rassicurarmi? Perché il mio amore non le faceva esprimere nulla di gentile?

«Greta, rispondimi». La sua voce risuonò acuta, e poi rotta quasi subito da un singhiozzo improvviso, deleterio.
Avrei dovuto dire , è proprio così, che vuoi farci. Devi accettarlo. Tutti voi dovete accettarlo. È andata così e non potete farci niente!, alzando il tono di voce, alzando il mio corpo violentemente. Era come se avessi rotto il vaso più bello del soggiorno, lo avessi urtato in una delle mie corse a perdifiato e adesso non c'era più rimedio, perché non esisteva colla che avrebbe potuto nascondere le crepature di quella realtà così diversa. Ero già esausta.
Mi appoggiai allo schienale e socchiusi gli occhi, come se stessi contemporaneamente chiudendo a chiave i miei pensieri, e furono le sue braccia a stringermi con calore, senza mai lasciare possibilità al calvario della negazione, della regressione di schiacciarmi. La forza di quella nostra verità mi aveva stregato il cuore, e per essa avrei lottato.
Si chiamava Lorenzo. Colui che è cinto dall'alloro.

Colui che mi aveva donato vita.

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Qualche mese prima

Era entrato a far parte della mia vita diversi mesi fa. Non contavo più i giorni per non restringere il mio personale infinito in quella stretta e finita realtà. Mi sembrava di star vivendo una trasformazione continua, uno stadio di confusione che in fondo avevo sentito appartenermi da tempi assai più lunghi.
Quella mattina la ricordavo grigia, non c'era il sole a riscaldarmi nel maglione di lino, i corridoi dove solitamente si stava caldi, erano imbarazzanti e freddi.
La sala conferenze affacciava proprio su uno di quelli, gremita di ragazzi.

CapovoltoWhere stories live. Discover now