Teora

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Teora
 

 
“Il traffico è come impazzito!” Sbottò Jane stringendosi la giacca attorno al petto per attenuare il freddo.
“E ti meravigli? Tra due giorni sarà Natale.” Rispose la dottoressa camminando al suo fianco.
“Questa è l’era del consumismo. Lo spirito del Natale non esiste più. La crisi non ha fatto altro che accrescere il divario tra le classi sociali. Da bambina attendevo con ansia la vigilia, il sapere che Babbo Natale sarebbe giunto quella stessa notte, mi riempiva il cuore di gioia. Spegnevo la luce della sala da pranzo, Frankie e Tommy si sedevano accanto a me, ai piedi del piccolo albero, e restavamo lì, incantati per delle ore, a osservare le luci accendersi e spegnersi, mentre una dolce melodia riscaldava la casa.” Proferì la detective con un po’ di malinconia.
Maura sospirò rivangando il passato “Non ho mai festeggiato la vigilia con i miei genitori, certo addobbi e regali non sono mai mancati, ma era solamente un modo come un altro per colmare la carezza affettiva. Ricordo con piacere l’anno del 98’. Era una sera gelida e la governante aveva portato con sé sua figlia. Abbiamo giocato tutta la sera a inscenare gli omicidi dei grandi imperatori romani.” Disse con un fiero sorriso.
“Perché la cosa non mi stupisce?” Commentò alzando il sopracciglio destro.
“Non guardarmi così! È stato divertente. Avresti dovuto vedermi nelle vesti di Giulio Cesare.” Disse portandosi una ciocca di capelli dietro l’orecchia destra.
La mora era in procinto di replicare quando una bimba sui sei anni, con indosso abiti sgualciti e lordi, si scontrò con le gambe della poliziotta per poi cadere sul marciapiede. “Ehi, tutto okay?” Chiese Maura aiutando la piccola dai capelli biondi ad alzarsi. La bimba respinse quella mano amichevole, la fissò intensamente con il luccichio di due piccoli brandelli di cielo sul volto, si rialzò con le proprie forze, pronta a scattare come un topolino colto in fragrante, quando Jane l’afferro per il braccio sinistro “dove credi di andare?” Le chiese inabissandosi in quegli occhi spenti e freddi che, di fanciullesco non avevano più nulla.
“Lasciami andare! O chiamo la polizia. Lasciami o inizio a urlare.” La sfidò senza timore.
Jane le mostrò il distintivo “indovina un po’?”
“Finalmente l’avete presa! La ringrazio” Disse un uomo paffuto chinandosi per recuperare aria dopo la folle corsa.
“Che è successo?” Lo interpellò Maura.
“Questa creaturina ‘innocente’ mi ha appena sottratto il portafoglio. Controllate pure, sono Marc Tune.”
“È vero ciò che dice quest’uomo?” Domandò Jane.
“Non ho fatto niente di male. Era per terra e, io l’ho raccolto.” Si giustificò mettendo il broncio.
“Sarà meglio fare una chiacchierata in centrale. Come ti chiami?” Esordì la detective sospirando davanti alla centrale di polizia.
“Io non ci parlo con te!” Rispose con le braccia conserte e cuore impavido.
 “Cerca di scoprire qualcosa mentre io parlo con lui” disse consegnandola alle cure della dottoressa, che la prese in braccio e la portò nel suo ufficio.
“Non puoi tenermi qui! Non sono una tua proprietà. Vedi di lasciarmi o la pagherai molto cara!” La minacciò col dito indice poco dopo essersi liberata da quel caldo abbraccio.
“Potremo andare a mangiare qualcosa se solo tu fossi più tollerante.” Cercò di instaurare un rapporto con la creatura.
“È questo ciò che pensi? Vuoi infinocchiarmi con il cibo? Puoi scordartelo! Io non mi vendo per un pasto caldo.” Si mise sulle punte per affrontarla apertamente e sembrare due centimetri più alta delle ginocchia di Maura.
“Non ti andrebbe una merendina? Una fetta di torta con panna e cioccolato? E cosa ne pensi di una tazza calda di tea?”
La piccola scosse la testa facendo ondeggiare i boccoli, si accarezzò il mento con il pollice e l’indice “potremo discuterne. Cosa vuoi in cambio?”
“Non voglio niente!” Disse Maura sorridendo divertita.
“Ho varie conoscenze. Potrei farti incontrare una moltitudine di uomini da sballo.” Si sedete sul pavimento e la osservò cercando di scrutare i gusti della donna.
“Non ho bisogno del tuo aiuto in ambito sentimentale e, comunque sarebbe più igienico se ti sedessi su una sedia.”
“Quando mi siedo sul pavimento ragiono meglio. Quanti anni hai? Trenta, quaranta? Non porti neppure un anello, in questi casi ritengo che il mio intervento sia di vitale importanza…”
“Tranquilla, posso fare da me.”
“Per i miei servigi ti farò un prezzo di riguardo. Poi, se l’affare della torta è ancora in ballo, posso ridurre ulteriormente le mie tariffe. Ma non farne parola con la mora o finirò sul lastrico. Con questo visetto che mi ritrovo potrei interpellare direttamente il Padre eterno.” Si sistemò alla bene e meglio il vestitino e si alzò.
“Qual è il tuo nome? Se non sono indiscreta? Chiese Maura sedendosi sulla scrivania.
“Questa è un’informazione riservata.” Rispose con una buffa smorfia.
“Potrei scoprirlo ugualmente.” Le fece presente con un sorrisino perfido Maura.
“Ah sì, e cosa intendi fare? Io non sono una novellina. Non canterò facilmente.”
“Be’ io sono una dottoressa e, per conoscere il tuo DNA mi basterà farti una puntura.” Mentì spudoratamente.
La bambina impertinente perse sicurezza, deglutì rumorosamente “tuttavia potremo trovare un accordo, non credi?” Si avvicinò alla rossa.
“Non credo…    Se non ti deciderai a dirmi il tuo nome.”
“D’accordo, il mio nome è Teora.” Sbuffò porgendole la manina.
“Che razza di nome è?” Ribadì accogliendo quella fredda mano.
“E tu, come ti chiami?”
“Maura” rispose secca scendendo dalla scrivania.
“Neanche il tuo è un bel nome!” La rimproverò la poppante.
“Qual è il tuo cognome? Sempre che tu ne abbia uno!” Esordì la rossa con fare amorevole.
“Andiamo con calma, prima vorrei mettere sotto i denti la torta che mi hai promesso.” Accennò un sorriso la piccolo.
“Anche se prima avresti bisogno di un bel bagno e di abiti puliti. Vieni.”
“Ah, proprio te cercavo” la fermò Jane “scoperto qualcosa sulla nostra ospite?”
“Niente, a parte il suo buffo nome.”
“Ehi!” Urlò la piccola stringendole la mano.
“Sì, scusa, Teora è alquanto affamata.”
“Non farti abbindolare da quel dolce visino. A quanto pare si nasconde un’abile borseggiatrice in lei.” La mise in guardia la detective.
“Sarò pure piccolina, ma vorrei ricordarti che sono ancora qui!” La rimproverò Teora.
La mora le fece la linguaccia e si allontanò.
“Simpatica! Con quei capelli scuri e lunghi sembra una strega.”
“Cos’hai detto?” Jane tornò sui suoi passi e la fissò con sguardo cupo.
“Non puoi farmi del male. Tu sei la polizia.” Emise quelle frasi solo dopo essersi nascosta dietro le gambe di Maura.
“In qualità di strega, posso assicurarti che, ho ucciso e divorato una marea di bambini”
Con le manine strinse la gonna di Maura “lei è la mia testimone” disse alludendo chiaramente alla rossa.
“Prima o poi ti troverò sola e allora…” E con una risata perfida tornò alla sua scrivania.
Teora mise su il broncio “non lasciarmi, promesso?”
“Promesso, ma tu cerca di comportarti bene.” La rincuorò prendendola in braccio.
“Posso camminare, sai?”
“Oh, lo so, ma vedi? Le streghe sono molto veloci nel far sparire le bambine.”
Teora posò le braccia attorno al collo di Maura “stringimi forte” le sussurrò all’orecchio sinistro mentre posava dolcemente il capo contro il petto della donna.
 
“Signor Tune, potremo trovare un accordo. Voglio dire, è solamente una bambina. Non crede di poter chiudere un occhio?” Chiese Jane rendendogli il portafoglio dopo aver appurato che apparteneva realmente all’uomo.
Marc lo aprì “manca la foto di…   Ah, lasciamo stare!” Esclamò seccato per quella perdita di tempo.
“Che foto manca?” Domandò alquanto interessata la donna.
“Non ha importanza. Per questa volta non sporgerò denuncia, ma se dovessi aver a che fare nuovamente con la scaltra mendicante…” Non concluse la frase, si limitò a cacciare fuori aria con uno sbuffo “posso andare ora?” E ripose il portafoglio nella tasca posteriore dei jeans.
“Sì, può andare.” Rispose rassegnata.
 
“Angela” Chiamò Maura seduta al tavolino con la sua ospite al fianco.
“Chi è questa splendida bimba?” Chiese accarezzandole i capelli.
“Lei è Teora. Una piccola peste che vuole tenerci nascosta la sua vera identità.” La rimproverò la rossa con un’occhiata severa.
“Non vuoi tornare dalla tua mamma? Saranno sicuramente in pensiero per te.”
“Se avessi voluto fare quattro chiacchiere sarei andata dalla parrucchiera, non credi?” Ribadì la piccola con arroganza.
“Sentimi un po’ ragazzina, porta rispetto per gli adulti!” Esclamò con un tono di voce acuto.
Teora non rispose, si limitò a osservare la donna per poi farle la linguaccia.
“Cosa ti porto?” Si rivolse a Maura.
“Una tazza di caffè, grazie.”
“Tra un minuto sarò da te.” Disse dando le spalle alle due.
“Ehi! E io? A me non chiedi?” Urlò la bimba.
“Quando mi chiederai scusa, forse, allora ti porterò qualcosa.” Fu la risposta decisa di una donna di polso quale era Angela.
Teora farfugliò qualcosa di incomprensibile, borbottò parole a caso e sbuffò mettendo i gomiti sul tavolino, mentre osservava Angela allontanarsi.
“Allora, hai deciso?” Disse la donna porgendo il caffè alla dottoressa e al contempo scrutando, con la coda dell’occhio destro, Teora.
La piccola, con la manina sinistra, le fece cenno di chinarsi “scusa” le mormorò all’orecchio destro.
“Cosa le porto, signorina?” Disse con un sorriso.
“Mi chiedevo se…” Inspirò mentre il suo cervellino ‘partoriva’ parole e poi frasi per gabbare colei che stava per servirla. “Se fosse possibile avere una mega fetta…” Espirò gesticolando con le manine così da infondere maggior enfasi alla sviolinata “della sua famosa torta alla panna e cioccolato.” Concluse con un sorriso a cui fu impossibile resistere.
“Una mega fetta di torta in arrivo!” Urlò la donna allontanandosi.
 
Jane si avvicinò alla scrivania del giovane collega “scoperto qualcosa?”
“No, ho visionato tutte le denunce di scomparsa dell’ultimo anno e nessuna ha a che vedere con la nostra furfantella.”
“Magari è stata rapita da piccolissima.”
“Mi servirà una sua foto. Farò un controllo dei caratteri somatici del volto e lì confronterò con quelli delle bambine rapite.”
“D’accordo, ti farò avere al più presto la sua foto.”
 
“Allora, com’era?” Chiese Angela sorridendole.
“Deliziosa!” Si leccò le dita mentre Maura cercava di pulirle le labbra e le guance.
“Per ora il tuo pancino è sazio, giusto?” Chiese la rossa spostando lo sgabello per farla scendere.
“In braccio, in braccio” Si lagnò osservando la detective che si avvicinava a passo lesto.
“Che ti prende!” Proferì la dottoressa mentre si chinava su di lei.
“Arriva la strega…” Si rannicchiò tra le braccia di Maura.
“Chi è la strega?” Esordì Angela confusa.
“Si tratta di Jane.” Mormorò
“Piccola pulce, girati, devo farti una foto.”
“Io non tratto con le streghe!” Esclamò stringendosi sempre di più al collo di Maura.
“Sentiamo, perché tu saresti una strega? Che le hai fatto?” L’ammonì la madre.
“Stavo solo giocando” si difese la mora.
“Dovresti vergognarti! Non puoi andare in giro a terrorizzare i bambini.”
“Ma tu non avevi un lavoro?” Le fece presente la poliziotta.
“Io vado, ma tieni presenti che ti osservo.” La mise in guardia Angela tornando al suo lavoro.
“Nano malefico, ho solamente bisogno di farti una foto. Puoi anche continuare a fare il fungo su Maura.”  Le sollecitò carezzandole il braccio sinistro.
“No! Non voglio. Non lasciarmi.” Si rivolse alla dolce dottoressa.
“Non ti lascio, però permettile di farti una foto.” Disse dandole un bacio sulla gota destra.
Ma tu guarda questa ruffiana…    Io sono una vita che tento di rubarle un bacio e lei con due moine la conquista! Piccola e subdola mendicante di baci. Pensò Jane mentre si accingeva a farle la foto.
Per Teora fu impossibile resistere all’impulso di non fare le corna con la manina sinistra.
“Quelle corna sono per ricordarmi da quale regno provieni? Non era necessario. Sono consapevole che dentro quel corpicino da bambola si nasconde Belzebù in persona.”
“Jane! Non dovresti parlarle così.” La redarguì
“Ma ha cominciato lei.” Fu la sua vana giustificazione lanciando a entrambe un’occhiata omicida.
“Non adirarti, non serve reagire così” disse Maura avvicinandosi ancora di più alla detective per donarle un bacio sulla guancia sinistra.
Le sue labbra che si posano su di me. Dio, che sensazione magica…   Sento il cuore che, col suo battere incessante e fiero, frantuma ogni mia sicurezza. “Invio la foto a Frost e poi andiamo.” Chinò il capo sullo smartphone e inviò il messaggio.
“Dove andiamo?” Richiese una risposta la bimba.
“A casa mia, tra poco visiterai di persona la casa di una strega. Ho già il calderone che bolle. Se non sbaglio l’ingrediente mancante è proprio una bambina bionda.” Sghignazzò di gusto mentre sul volto di Teora si manifestò un’espressione di panico.”
“Non temere, le piace scherzare.” La rincuorò Maura.
“Posso stare davanti con te?” Chiese alla rossa prima di sedersi in auto.
Jane fece un fischio, le aprì lo sportello posteriore “avanti Memole, tu siedi dietro. Vieni che ti sistemo la cintura di sicurezza.” La prese in braccio e la fece accomodare.
“Ah ah, non sei cattiva. Altrimenti non ti sarebbe importato nulla della mia sicurezza.” Sbottò divertita.
“Ehm…   Chi ti dice che non voglia preservare la mia cena.”
“Non è vero! Fai la parte della cattiva, ma in realtà ci tieni a me.” Canticchiò
“Oh, Jane è tutto fumo e niente arrosto.” Intervenne la dottoressa.
“Smettila di rassicurarla! Dovrà pur rispettare una delle due.” Le fece notare.
“Ma lei rispetta me.” Disse Maura osservando la città illuminarsi di luci natalizie.
“Posso immaginare…   Chi non rispetterebbe la tua voce pacata, il tuo sorriso dolce e i compromessi a suon di dolciumi?” Replicò la mora.
“Se solo volessi potrei essere veramente severa.” Così dicendo le diede un colpetto sulla spalla sinistra.
“Vogliamo parlarne? Il tuo essere dispotica si ridurrebbe a: niente mostra nel fine settimana, niente libri da leggere e niente canali a scopo didattico. Il che significherebbe pacchia per il resto del mondo!”
Teora interruppe i loro battibecchi con una sonora risata.
“Si può sapere che ti prende?” Chiese la poliziotta studiandola dallo specchietto.
“Mi sembrate marito e moglie!”
Ci fu un attimo di silenzio. Jane e Maura furono colte alla sprovvista da tale affermazione.
“Siete troppo carine. Vivere con voi dev’essere un vero spasso.” Rincarò la dose ridendo a crepapelle. Lentamente quelle risate svanirono e le tornò in mente che sarebbero tornati e, l’avrebbero presa per sempre. Prima o poi torneranno, mi prenderanno e non potrò fare nulla, neppure loro potranno salvarmi…   Pensò mentre osservava le due donne e una gioia immensa tornò a farsi spazio nel suo cuoricino.
“Eccoci a casa” disse Jane parcheggiando dinnanzi al vialetto.
Teora si sganciò la cintura, aprì lo sportello e corse verso la porta “cavoli! Fare la strega cattiva è un lavoro che frutta!”
“Aspetta che ti prenda! Piccola nana perfida.” Urlò Jane rincorrendola attorno al vialetto.
“Provaci. Sei troppo alta per beccarmi.” Rise di gusto, finché Maura non aprì le braccia pronta a salvarla.
“Non hai ancora fatto l’albero?” Chiese perplessa la dottoressa varcando la soglia.
“Ho avuto di meglio da fare. E poi che senso ha se tra pochi giorni è tutto finito?”
“Possiamo farlo insieme” disse Teora saltellando come una trottola.
“Ehm…    Memole, faresti meglio a smetterla, i pargoli troppo vivaci mi danno sui nervi.” Confessò.
“È solo una bambina. È normale la sua vivacità, lasciala fare. E ora fila a prendere gli addobbi e l’albero.”
“Ma non ho voglia!” Si lagnò la poliziotta.
“Andiamo a prenderli insieme.” Si sacrificò la rossa procedendo per prima.
“Nana, vedi di non frantumare nulla, sono nella stanza accanto. Una mossa falsa e ti ritroverai rinchiusa in una delle tante trappole che ho disseminato per la casa. Chiaro?”
“Sì” rispose sicura di sé.
“Jane, aiuto!” Urlò la rossa nell’altra stanza.
“Che fai? Non sarebbe stato più normale aspettarmi?” La interpellò ammirandola appesa al ripiano più alto dell’armadio.
“Lasciati scivolare su di me.” Ribadì abbracciando le sue gambe. Maura si abbandonò lentamente tra le braccia della donna. I loro corpi a stretto contatto, i seni uno contro l’altro, mentre i loro volti si sfiorano appena, la distanza di un respiro tra le loro labbra. La detective la spinse contro l’anta dell’armadio, mentre le sue mani ora le circondavano la vita.
“Jane” sussurrò appena Maura.
“Si può sapere quanto…”  Teora, seppur inconsapevolmente, aveva appena interrotto il primo e unico momento in cui Jane aveva deciso di farsi avanti. La liberò da quella calda morsa e con imbarazzo si separarono.
“Vieni nana, ti passo le scatole piccole. Tra simili dovreste andare d’accordo!” La mora scagliò quella battuta dal doppio senso con naturalezza.
E che cavolo! Non voglio che vada a finire così…   Pensò la piccola peste.
Trasportarono tutte le scatole e l’albero nel salotto. Jane lo ricostruì mentre Teora e Maura sistemavano i nastri e le ghirlande lungo il corrimano delle scale e nelle porte.
“Fatto! Chi viene ad addobbarlo con me?” Urlò Jane.
“Io, io” rispose Teora raggiungendola con Maura al seguito.
“Non avevo dubbi, Memole.”
“Posso metterla io la stella?” Chiese la bimba.
“Come pensi di riuscirci?” Replicò la mora.
“Mi prendi in braccio e io la sistemo.” E si grattò la punta del nasino.
“Come mai non chiedi a Maura?” Cercò di puntualizzare la poliziotta.
“Lei è troppo bassa, mentre tu…”  Mosse la punta del piedino destro per mascherare un po’ di timidezza “tu sei alta”
“Mai fidarsi degli gnomi, è un attimo, ti giri e ti fanno le scarpe. Visto, dottoressa Isles? La gnoma ti ha già sostituita.” Rise di cuore.
“Forza, mettiamo questa stella.” La sollevò e sistemarono la cometa sulla punta “soddisfatta?”
“Sì” e una volta messa giù corse in direzione di Maura, che era in ginocchio a sistemare delle palline, e le diede un bacio.
“Mi sono persa qualcosa? Ti ho presa io in braccio. È solo grazie a me che sei riuscita a mettere la stella e baci lei?” Un smorfia di disappunto si palesò sul volto di Jane.
“Non essere gelosa. Ti darò un bacio solo se riuscirai ad appendere questo, bada bene non dovrai usare nessun oggetto di legno o metallo e neppure me.
“Dove lo devo appendere?” Chiese dopo aver preso la ghirlanda di vischio tra le mani.
“Sul lampadario”
“D’accordo, scommessa accettata.” Si guardò attorno per valutare cosa poter effettivamente utilizzare.
“Cosa pensate delle tradizioni? È giusto che vengano mantenute per voi?” Fu l’ennesima domanda della bimba.
“Sì, eccetto la pagliacciata del fare l’albero” rispose Jane.
“Le tradizioni sono qualcosa che riportano al passato. Contando che a Natale sono sempre rimasta sola, eccetto un anno, per me sarebbe meglio non rispettare le tradizioni.” Furono le amare parole delle rossa.
“Principessa, pensa di darmi una mano oppure ha intenzione di continuare a fissarmi?” Domandò riferendosi all’amica.
“Arrivo, arrivo” disse porgendo la pallina azzurra a Teora. “Che vuoi fare?”
“Prenderti in braccio, mi pare ovvio.” Disse attirandola a sé. Si chinò, le mise le braccia sotto il fondoschiena e la sollevò “Sbrigati, ti prego.” Disse Jane.
Stai ferma però! Se continui a dondolarmi non riesco. Ecco, ho quasi fatto. Ferma così, ah è perfetto.” Sorrise lasciandosi accompagnare nuovamente verso terra.
“Dicevamo sulle tradizioni? Siete sotto il vischio.” Fece notare loro la piccola.
“Non vorrai che…” Risposero all’unisono.
“Dio, che lagnose! Per un semplice e casto bacio fate una tragedia. Bacio! Bacio, bacio” incitò le due.
Jane mise le braccia sulla schiena di Jane “D’accordo, hai vinto.” Posò le labbra fresche e sottili contro quelle carnose e calde dell’innamorata. I loro respiri divennero via via più intensi, le loro lingue fameliche si sfamarono l’una dell’altra. Teora si sedette ai piedi dell’albero e rimase ammaliata a osservarle. Poi divertita diede un colpo di tosse e le due si separarono con un attimo di esitazione.
“L’albero non si addobba da solo” le riprese Teora con un’espressione furbesca.
Maura si allontanò con flemma dalla mora, le sorrise inspirando a più riprese così da far calmare il battito cardiaco.
“La smetterai mai di lamentarti?” La detective si rivolse alla nana per poi raggiungerla.
“Mi spiegate perché non volevate baciarvi? Certo che voi adulti siete contorti…   Vi si deve implorare per fare le cose e poi non volete smettere.”
“Gnoma, pensa a sistemare quel nastro che tieni tra le mani e smettila di fare l’impertinente!” Le rispose a tono Jane.
La piccola continuò recidiva a porre domande e a rotolare il nastro dorato tra le manine. Si alzò, tirò i pantaloni della mora per richiamarne l’attenzione “abbassati” proferì con flebile voce.
“Che c’è?” e si chinò “di questo passo a Natale saremo ancora qui!”
Scagliò il nastro a terra, sfiorò con la manina sinistra l’orecchio destro di Jane quasi a proteggere quelle parole da orecchie indiscrete.
“Si vede che le piaci.” Disse con una risata squillante.
“Ah sì, e da cosa lo capisci?” Sussurrò la donna.
Si stropicciò il vestitino con fare impacciato “Guardala, è tutta rossa da quando vi siete baciate!” Sbraitò indicandola con il dito indice.
Maura cercò disperatamente un diversivo, o almeno la sua intenzione era quella, ma non riuscì a emettere parola. Si limitò a continuare a riempire quell’albero di palline colorate.
“È così da quando l’hai baciata tu.” Cercò di sdrammatizzare la poliziotta.
“Per quanto io sia una favola… Sei stata tu a renderla un passerotto innamorato.”
“Un passerotto innamorato?”
“Sì, hai presente i passeri che cantano a squarcia gola? Cantano di più quando sono innamorati. Ovviamente, lei non canterà per non farsi notare, ma le sue guancette valgono più di mille serenate.”
“Jane, mi servirebbe qualcosa di forte” e si schiarì la gola.
“Affogare i tuoi tormenti nell’alcol non è la soluzione!” La rimproverò Teora.
“E allora che consigliate, voi?” Jane si prese gioco della bimba.
“Ricordo che quando papà si chiudeva in camera da letto con la segretaria, per lavorare, uscivano dopo un po’ con degli splendidi sorrisi. Magari dovreste provare. Ma dovrete essere solo in due. La volta che è entrata anche la mamma è scoppiato l’inferno.”
“E lo credo bene!” Esclamò Maura “mi serve del vino. Hai del vino, vero?” Domandò alzandosi.
“Tu finisci di sistemare, noi andiamo a bere.”
“Porti qualcosa anche a me? Tre dita di latte in vetro sarebbe perfetto.” Raccolse il nastro da terra e si decise a trovargli un posto tra quei finti rametti verdi che odoravano di conservato.
“Cristo santo, questa peste è un vero spasso.” Prese due calici e vi versò del vino rosso, porse a Maura il suo e poi versò del latte in un bicchiere normale e glielo portò “ecco a voi.”
“Grazie” afferrò il bicchiere con entrambe le manine e bevve tutto d’un sorso.
“Ne vuoi dell’altro?”
“No.”
Tornò da Maura “vuoi parlarne?”
“Di cosa?” tergiversò sorseggiando la bevanda alcolica.
La poliziotta era in procinto di ribattere, ma lo squillare del cellulare la fermò. Trascinò il dito sul display “dimmi.”
“Brutte notizie, non ho trovato nulla. Nessuna corrispondenza, almeno per ora. Hai già avvisato i servizi sociali?”
“No, non ancora. Tra due giorni sarà Natale e vorrei saperla al sicuro.”
“Se scopro qualcosa ti chiamo. Notte.”
“Notte”
“Memole, vieni qua.”
“Non mi chiamo Memole, che vuoi?” Sbuffò trascinandosi verso la cucina.
“Ti andrebbe di passare il Natale con noi?” La interpellò Jane.
“E me lo chiedi? Sì!”
“Però mi devi ancora un bacio.”  E le indicò la guancia destra.
“Credevo che quello della rossa ti fosse bastato…”
“Ho vinto una scommessa se non sbaglio.”
Maura la prese in grembo, così da condurla tra le braccia di Jane e ricevere la sua ricompensa.
“Ora mettiamo le luci?”
“Andiamo” disse stringendola a sé “dottoressa “ci segua.”
Jane sistemò il tubo di luci nella parte più alta, a Maura toccò il mezzo mentre a Teora fu assegnato il basso. “Finito!” Esplose un’andata di gioia nel volto della piccola.
“Ben, ora accendiamo” così dicendo la rossa inserì la presa. In un attimo il loro albero si illuminò.
“Aspettate” la mora sfiorò l’interruttore della luce. “A voi la magia” disse mentre il contrasto tra il buio e le luci a intermittenza incantava le ragazze.
“Wow! È fantastico.” Furono le sole parole che la bimba cacciò fuori.
“Ora sarà meglio che vada.” Disse Maura.
“Resta, ti prego.” La supplicò Teora.
“Avanti, rimani con noi. Abbiamo due giorni di ferie davanti. Voi due dormirete nel mio letto e io nel divano.” Si sacrificò la padrona di casa.
“No, voglio dormire io sul divano.” Le informò la piccola.
“Non hai paura del buio?” Chiese Maura sorpresa.
“Se lasciate l’albero acceso no.”
“Affare fatto, ma prima necessiti di un bella doccia.” Le fece notare Jane.
“E cosa metto dopo il bagnetto?”
“In effetti la sua domanda non fa una piega” precisò la dottoressa.
“Manderò Tommy a prenderti qualche indumento. Sono le sette, i centri commerciali sono ancora aperti.”
“E ora andiamo a ripulirci.” La prese per una manina Maura e varcarono la soglia del bagno.
Dopo averla lavata per bene da capo a piedi, la rossa le avvolse un asciugamano caldo. “Con questi boccoli lucenti e il corpo profumato sei ancora più bella.”
“Tutto qua quello che ha preso Tommy?” Disse osservando due paia di mutandine rosa, un pigiamino lilla e due abitini invernali con un paio di scarpette sportive.
“Credo che l’eleganza sia il vostro tallone d’Achille.” Confessò Maura vestendo la bambina.
“Che vuoi? Non ho mai avuto a che fare con nane.”
“Sei stata tu stessa una nana, vorrei ricordarti. Domani le prenderò qualcosa io” promise Maura.
“Memole, vieni che ti asciugo i capelli.” La sollevò di peso la mora.
“Aiuto mamma Maura! Mi ha rapita.” Le venne spontaneo chiamarla così.
“Vediamo cosa chiedere come riscatto…” Ci pensò su la detective.
“Qualunque cosa pur di riavere la mia bambina.”
“Cosa potrei domandare?” Chiese Jane facendo sedere la piccola sul bancone.
“Un altro bacio” e si portò la manina destra alla bocca.
“Mi pare un ottimo scambio. Mamma Maura venite qui!” Le ordinò con fare persuasivo.
La dottoressa si avvicinò lenta, mise i gomiti sul bancone, avvicinò il volto a quello di Jane “prima metta in salvo la mia bambina, solo allora potrà avermi.”
“Gnoma, sei libera di andare.” Agguantò Maura per il colletto della camicetta e la baciò. Un tocco candido con uno sfiorarsi a fior di labbra. “Potrei anche abituarmi” le sussurrò all’orecchio.
La piccola era crollata sul divano, riposava beatamente sotto gli sguardi delle due donne. “Vado a portarle una coperta.”
“Lascia, faccio io.” La prese dalle mani di Jane e coprì la loro piccola ospite.
“Si è fatto tardi, meglio che vada.”
Jane l’afferrò per il polso sinistro “non andare. Abbiamo bisogno di te, lei ha bisogno di te, io ho bisogno di te.” La spinse contro il bancone e la baciò per la terza volta.
“Cosa stiamo facendo, Jane?” chiese scindendo quell’unione.
“Conquisto la mia principessa, come nelle favole!” Ammise spostandole una ciocca di capelli dietro la spalla così da poter posare le labbra su quel candido e invitante collo.
“Dopo questo non potremo più tornare indietro” liberò d’un fiato per poi mugolare
“Non voglio tornare indietro.” Rispose sollevando di poco le labbra, le mordicchiò la cute con i denti.
“Jane” sospiro in un dolce lamento.
“Che c’è?” Mormorò alzando il capo in cerca dei suoi occhi.
“Potrebbe svegliarsi” disse mentre le sue mani stringevano il lato B della mora.
“Giusto, mi ero scordata di lei.” La sollevò d’improvviso e la condusse in camera.
“Che vuoi fare?” Chiese la rossa per poi catturarle le labbra mentre le avvolgeva le braccia al collo
Spezzò quel bacio “quello che avrei dovuto fare già da molto tempo.” Rispose con sguardo malizioso rimettendola giù. Con un calcio chiuse la porta alle sue spalle.
“Cosa avresti dovuto fare già da tempo?” Replicò con voce suadente.
“Questo” disse sospingendola sul materasso.
“Cos’è questo?” Chiese ingenuamente sedendosi sul talamo.
“Non eri tu l’esperta in anatomia?” Rifletté sarcastica
“Avrei bisogno di un ripasso.” Disse con fare pungente.
“Sono qui per questo!” Le diede dei piccoli baci sulla fronte, sul naso e sulle labbra. “Non sono molto ferrata nelle materie scientifiche, solitamente la mia passione è impartire ordini.” Disse mettendosi a cavalcioni su di lei.
“La cosa si fa interessante.” Ammise la rossa mordendosi il labbro inferiore.
“Oh, non sai quanto! Voglio sentirti supplicare.” Ribadì baciandole il collo.
Maura deglutì cercando nervosamente di sbottonarsi la camicetta. Jane la fermò “ah ah, questo è compito mio.” Fece saltare i bottoni uno dietro l’altro, passò l’indumento oltre le spalle, ne liberò le braccia e la scaraventò a terra. Sganciò il reggiseno rosso, lo tenne tra le mani “in tema natalizio, eh?” Lo fece scivolare a terra e la costrinse a stendersi completamente contro il materasso.
“Amo il Natale.” Si giustificò la rossa.
“Risposta sbagliata! Da ora in poi dovrai amare solo me.” Le afferrò i polsi, gli strinse saldamente contro il cuscino, le baciò prima il seno sinistro e poi quello destro. “Ora mi appartieni” disse sollevando il capo per scrutarne i suoi movimenti. “Che c’è?” Chiese con intonazione da despota.
Smise di opporre resistenza a quella morsa, sembrava essere succube della mora e fu così che con un colpo di reni ribaltò le sorti. “Come la mettiamo ora?” Disse ridendo contro le labbra di Jane.
“Pagherai per questo affronto” Esordì attirandola a sé.
“Mi assumo tutte le responsabilità.” Scivolò verso i pantaloni della donna, levò la cintura, e sostò qualche secondo, più del dovuto, per separare il bottone dell’asola e aprire la cerniera. Abbassò l’indumento carezzandole la pelle fino alle caviglie. Le tolse le scarpe ed eliminò definitivamente i pantaloni.  “Slip neri, i miei preferiti.” Si chinò, afferrò il pizzo con i denti mentre le sue mani si fecero spazio sotto la camicia nera così da carezzarle il ventre.
Le mani della mora erano un continuo e, incessante avanti e indietro lungo la schiena della dottoressa. Stanca di subire decise di riprendere pieno possesso dell’azione. Affondò le unghie contro la cute candida e vellutata della rossa, che si lamentò fermandosi.
“Scusa, ma era necessario” Confessò posando la gamba destra sopra quelle di Maura per riportarsi sopra di lei. “Voglio averti. Mi sembra d’impazzire.”
“Lusingata di farti tale effetto” rispose sorridendo.
“Nessuno si prende gioco della detective Rizzoli! Ora dovrò eliminarti.” Afferrò la gonna, la sbottonò con l’aiuto di Maura e la fece sparire con uno strattone deciso.
“Come intendi uccidermi?” Chiese con sguardo penetrante.
“Potrei toglierti il respiro a suon di baci, oppure stremarti a tal punto da fermare il tuo cuore o, ancora, potrei ucciderti col solletico. Sono tutte opzioni che devo vagliare. Intanto, io, rischio l’infarto alla vista di queste mutandine rosse col pizzo.” Proferì togliendole senza tante moine.
“Vorresti uccidermi per asfissia? Se devo morire…   Posso scegliere io? Voglio dire, il solletico e i baci sono il massimo, ma morire stremata non ha prezzo.”
“Inizi a supplicare per un trattamento di favore? Vedrò che posso fare.” Disse levandosi la camicetta.
“Voglio sentirti dentro di me” confidò apertamente.
“Devo prenderla come una di dichiarazione?” Le sussurrò Jane all’orecchio sinistro.
“Quella spetterà a te.” Ribadì la rossa donandole una sculacciata.
“E quello cos’era? Un modo carino per dire…   Muoviti?”
“No” disse sorridendo.
“Non mentire!” Esclamò Jane baciandole il ventre.
“Non sto mentendo.” Rispose avvampando.
“Sì invece. Sei tutta rossa in viso.” Sghignazzò
“È colpa dei tuoi baci.”
“Quindi, non vuoi che vada oltre?” Schernì la sua amante.
“Puoi benissimo rivestirti” le fece presente mentre le sue mani si districavano nel toglierle il reggiseno.
“Allora lasciami andare.” E la baciò sulle labbra
“Neanche morta” esordì trionfante per essersi sbarazzati di quell’indumento.
“La tua coerenza è impressionante.” Rispose disseminando baci dal collo all’addome per poi portarsi all’altezza della sua intimità. Carezzò dapprima quelle pareti con le labbra e la lingua, si fermò, sollevò il capo cercando il suo sguardo. Spinse dolcemente il dito indice che, scivolò rapido dal momento che le moine erano servite. Estrasse il dito sotto le lamentele della sua donna. “Mi eccita sentirti supplicare” comunicò godendosi quei movimenti di ricerca del bacino. La penetrò nuovamente, questa volta con due dita.
“Jane” gemette stringendo le lenzuola tra le mani all’inarcarsi della schiena.
Entrava e usciva dalla sua intimità, quei movimenti non facevano altro che procurarle sempre maggior piacere. I suoi seni divennero turgidi a ogni affondo. Il suo battito accelerò al dilatarsi delle pupille, mentre la muscolatura si stringeva attorno a quelle dita che, imperturbate le infliggevano godimento. La sentì ansimare sotto di sé, il corpo della giovane fu ammantato da un orgasmo, Jane continuava a muoversi in lei incurante delle sue suppliche. “Ti arrendi? Non fai più la presuntuosa?” Sorrise liberandola da quella dolce tortura per farle riprendere fiato.
Il suo petto si alzava e abbassava per intrappolare aria, mentre il suo cuore rallentava la corsa sfrenata a cui Jane l’aveva sottoposto.
“Soddisfatta?” Chiese la mora stendendosi sul letto.
“No, non del tutto. Ora è il mio turno.” Le rinfrescò la memoria portandosi su di lei.
“Fammi un po’ vedere com’è andare a letto con una dottoressa” La incitò. “Potresti anche saltare la fase dei preliminari. Mi sono eccitata abbastanza nel possederti.” Disse afferrandola per i fianchi.
“Dritta al sodo, eh?” Le sussurrò per poi morderle il lobo dell’orecchia sinistra. Le succhiò il seno destro, mentre al seno sinistro erano rivolte le attenzioni della mano destra.
“Ah” mugolò Jane godendosi quel momento.
“Vedi? Anche i preliminari sono una favola.” Disse per poi riprendere a succhiare quel seno. Si portò fino al basso ventre sempre continuando a baciare ogni lembo di pelle. Le baciò l’interno cosce tanto da farla sussultare. Spinse il dito medio oltre il monte di Venere, lo sospinse in profondità non tanto per farle male, anzi era consapevole che quel gesto le avrebbe procurato maggior piacere. Al dito medio si unì anche l’indice. La penetrò finché le fu possibile, aprì le dita a mo’ di forcipe mentre i muscoli cominciavano a stringersi per non lasciarla andare.
“Sei la f…” Sospirò cercando di resistere “fine del mondo” emise affondando le unghie contro il materasso.
Ritraeva quelle dita per poi spingerle nuovamente. Jane tremava per via di quella penetrazione insistente, voluta e anelata da anni. Riusciva a sentire il battito del cuore in gola, come se volesse affacciarsi anch’egli e ringraziare la donna per cui palpitava.
“Credo tu stia per” Non concluse la frase incantata a osservarla mentre un’ondata di brividi caldi, misti all’orgasmo, si impossessarono della sua amante. Le sue gambe si serrarono col desiderio di tenere ancora dentro di sé la sua donna. Ai gemiti si alternarono i respiri irregolari. Era stremata ma appagata.
“Mi sono sempre chiesta come sarebbe stato farlo con te.” Le confidò Jane.
“Era come lo immaginavi?” Chiese la rossa con una buffa smorfia.
“No, questo è decisamente meglio!” Affermò baciandola sulle labbra.
Si addormentarono strette l’una nell’altra, mentre un nuovo giorno, il giorno della vigilia, avanzava.
“Sveglia! Sveglia! Sbraitò la piccola Teora alle sette del mattino.”
“Che c’è?” Disse Jane assonnata.
“È la vigilia! Questa notte passa Babbo Natale. Su avanti.” Urlò saltando sul lettone.
“Dov’è Maura?” Domandò coprendo il suo corpo tra le coperte.
“Prepara la colazione. Visto? Avevo ragione, se si fa qualcosa qui dentro si esce con un sorriso smagliante.”
“Com’era la regola? Mai più di due nella stanza da letto? Quindi vedi di filare via.” La rimproverò. Cercando di riprendere sonno.
“Jane, non trattarla così. Sono le sette devi alzarti.”
“Oggi non lavoriamo!” Protestò la detective.
“Piccolina, la colazione è pronta”
“Arrivo mamma.”
Maura la fece accomodare, le mise davanti una tazza di latte, un toast e un’arancia accuratamente sbucciata. “Mangia tutto” e le baciò il capo.
Oggi è il mio ultimo giorno. Mi sarebbe piaciuto restare con loro. Chiamarle entrambe mamma, farmi coccolare, abbracciare e amare. Se solo fosse possibile…  Sospirò mangiando il toast.
“Jane, Jane è ora di alzarsi” canticchiò all’orecchio destro della donna.
“Non è il buongiorno che sognavo.” Si lamentò
“E quale sarebbe il buongiorno da sogno?” Chiese carezzandole il volto con i polpastrelli freddi.
“Questo” afferrò il maglioncino della rossa e l’attirò su di sé.
“Che fai?” disse sorridendo.
“Reclamo il mio buongiorno.” Premette le labbra su quelle di Maura. La lingua della mora s’insinuò con prepotenza nella bocca dell’amata. La dottoressa non poté resistere a quella focosa passione e si arrese. Cedette a quel bacio intenso, bollente.
“Mamma Maura, ho finito!” Gridò la bimba nella stanza accanto.
“Dannata mocciosa!” Imprecò Jane lasciandola a malincuore.
“Faresti bene a muoverti. Dobbiamo fare spese!” Esclamò al settimo cielo la rossa.
“Odio le compere, non potete andare voi?” Implorò.
“No, oggi è la vigilia. Potresti non ricevere il tuo regalo.” Disse alludendo chiaramente alla lunga notte.
“Mi alzo, tranquilla. Comunica pure a Babbo Natale che sono nella lista dei buoni.”
Maura sogghignò “non avevo dubbi!”
     “Posso fare la foto con Babbo Natale?” Domandò Teora.
“Eccoti dieci dollari, vai pure.” Rispose Jane donandole il denaro.
“Oh, ma che bimba incantevole, qual è il tuo nome?” Disse l’uomo vestito di rosso prendendola in grembo.
“Mi chiamo Teora.”
“Un nome particolare. Ma dimmi, cosa vorresti come regalo? Immagino una bambola o il castello di Barbie.”
La piccola fece un cenno di negazione col capo “vedi quelle lì” indicò le due donne “sono le mie mamme e vorrei che lo fossero per sempre.”
“Ma il tuo compito oramai è concluso.” Le ricordò l’uomo con la vera barba.
“Voglio continuare a stare, qui, con loro. Mi sono comportata bene.” Gli fece notare.
“Sei sicura?”
“Sì” si applaudì da sola.
“Allora com’è finita la foto di Zora a casa di Jane?” Chiese una spiegazione plausibile.
“Non volevo rubare il portafoglio al mio papà. Lui, non si è neppure ricordato di me, solo Zora l’ha fatto, l’altro giorno al parco.”
“Tuo padre non avrebbe potuto riconoscerti. Non sei la stessa bimba. Zora ti ha riconosciuta perché gli animali non si limitano all’apparenza. Ha sentito il tuo profumo benché fossi con sembianze differenti.” Le spiegò l’angelo travestito da Babbo Natale.
“Volevo un ricordo di Zora.” Confidò.
“Posso chiederti una cosa?”
“Dimmi” e si mise a giocare col cappello di Babbo Natale.
“Perché hai scelto un nome così particolare?” Si grattò il capo.
“Era il nome che avevo scelto per Zora, ma Sandy, la mia sorellina, aveva già deciso per Zora.”
“Visto che siamo a Natale e dal momento che sei riuscita nell’impresa di far capitolare le due signorine là, avrai il tuo regalo. Ma dovrò cancellarti i ricordi della tua vita passata. Solo agli angeli è concesso custodire i ricordi delle precedenti vite.”
“Grazie, grazie.” Disse abbracciandolo.
E nel momento in cui i suoi piedini toccarono terra i ricordi di Zora, dei genitori e della sorellina sfumarono come nebbia. Divenne di nuovo umana.
“Cos’hai chiesto come regalo? Un’intera cittadina?” Domandò Jane preoccupata.
“Ho chiesto semplicemente una mamma meno rompi e meno ghiro.”
“È questo ciò che pensi di me? Maura, ma la senti? Mi ha dato della poltrona!” Protestò cercando di catturarla mentre la bimba correva attorno all’altra mamma.
“Se ci pensi bene…   Non ha tutti i torti.”
“Ti ci metti pure tu, ora?”
Maura sorrise pronta a difendersi ma Jane le chiuse la bocca con un bacio.
“In braccio” richiamò l’attenzione Teora.
“Andiamo Memole” la detective la prese tra le braccia e si allontanarono sotto lo sguardo di quell’angelo premuroso che custodiva il segreto di una nuova vita.

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⏰ Last updated: Nov 14, 2018 ⏰

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